o VERNACCIA
Vitis ligustica feracissima, racemis
magnis, irregularibus, acinis rotundis, cortice flave-albescente, in maxima
maturitate ocracea rubedine maculato, pulpa dulcissima, succo helveolo, lene,
sicco, generoso, duraturo. Vulgo, Vermentino.
Il Vermentino è il vitigno prediletto del
Genovesato, e quello che gode la riputazione la più estesa fra le varietà che
si coltivano da Ventimiglia a Sarzana. La sua fecondità, la precocità e la
dolcezza della sua uva, e le qualità del vino che produce formano un insieme di
pregi difficili a trovarsi riuniti in un altro vitigno.
Ha il fusto grosso e
vigoroso, i tralci sfumati di un poco di rosso, le foglie grandi, col pezziolo
rossiccio, per lo più trilobate, col lembo dentellato, colla pagina superiore
liscia e di un verde vivo, e coll’inferiore vellutata e bianchiccia. I grappoli
sono grossi, lunghi, appuntati, ora alati e piramidali, ora quasi cilindrici ad
acini grossi, rotondi, nè serrati nè spargoli, di buccia sottile, biancognola,
macchiata di un ruggineo giallo, più o meno carico in proporzione della
maturità o dell’esposizione ai raggi del Sole. La polpa è dolce, gentile, e
consistente senz’essere carnosa.
Come Uva da mensa
il Vermentino non cede che alla Barbarossa e ai Moscati.
Io lo trovo migliore della Galletta dei Toscani, del Pizzutello dei
Romani, della Paradisa dei Bolognesi, e della Catellanesca dei
Napoletani. Queste uve lo superano in durata sostenendosi più lungo
nell’inverno senz’avvizzire, ma nessuna l’eguaglia in dolcezza e in sapore.
Tale è il Vermentino
in istato di frutto fresco. Le sue qualità come uva da vino sono ancora più
pregevoli. Il suo mosto è dolce e spumoso, e si mantiene in questo stato anche
dopo la prima fermentazione nel tino, a meno che non sia molto prolungata.
Tenuto nelle botti per alcuni mesi, il dolce sparisce, e prende un secco
morbido, maturo e generoso, che lo somiglia ai vini del Reno. Posto in
bottiglie si conserva in questo stato anche alcuni anni. Si intende che il vino
di cui parlo è quello che proviene da viti coltivate in luoghi aprichi, tenute
basse, e potate a pochi occhj.
Se la vite vive in
un terreno umido e grasso ed è abbandonata alla sua fecondità naturale, l’uva
resta necessariamente sopraccarica di mucillagine e di acqua, e con ciò, le
proporzioni dei principj che costituiscono la sua polpa venendo alterate, il
vino che ne sorte riesce debole, leggiero e di poca durata. È questo il destino
di tutte le uve, qualunque ne sia la natura, e lo è pure del Vermentino.
Ma in mezzo alle modificazioni a cui va soggetto per le influenze della
località e della coltura, ei conserva sempre il suo carattere, e il vino che
produce è sempre più spiritoso e più secco di quello delle altre uve.
È ammesso che le uve
che danno i vini fini per gli arrosti non sono le più proprie per fare i
vini santi. Questo principio non sta pel Vermentino. Ei fa la
migliore riescita e per gli uni e per gli altri. Abbiamo veduto che il suo vino
naturale è un vino asciutto, maturo e gentile che somiglia ai vini del Reno.
Quando si fa prendere all’uva un mezzo appassimento e si priva così di una
parte della sua acqua di vegetazione, queste qualità aumentano di intensità, e
si ottiene un vino secco ma più generoso e di maggior corpo somigliante
ai vini di Grave. Se poi il disseccamento dell’uva è tale da lasciare la
parte zuccherina in una proporzione più forte, allora la porzione che
soprabbonda, non trovando con che combinarsi, resta libera, e il vino che ne
risulta prende le qualità di vino liquore. Ma anche in questo stato il
vino di Vermentino si distingue da quello delle altre uve: ei non ha mai
il mieloso dei vini moscati e dei vini santi; ei conserva
il secco che gli è proprio, e il dolce che spiega resta così ben
combinato cogli altri principj che cangia carattere, e prende un rilievo che lo
fa gareggiare coi vini di Spagna e lo avvicina al Tokai del commercio e
al Capo.
Io chiamo in
testimonio coloro che conoscono le cantine del Generale Staglieno, del March.
Gasparo Saoli, e del Cav. Gritta, i quali, avendo applicato ai vini di Levanto
e di Monte Rosso i metodi di una buona vinificazione e il sistema dello schiarimento,
gli hanno portati ad un grado di perfezione poco conosciuto sin ora in Italia.
Non negherò che i vini fini di questi miei amici provengono in generale da un
misto di Vermentino, di Rossese e di Albarola, ma farò
osservare che il Vermentino è sempre quello che determina la maggiore o
minore finezza del composto. Io poi posso far valere la mia propria esperienza
avendo fatto più volte del Vermentino puro e del Rossese puro, e
avendo sempre trovato che il vino naturale del Vermentino è di sua
natura più asciutto e più proprio a pasteggiare di quello del Rossese, e
il vino-santo più gentile e più fino. Il Rossese è più adatto per
i vini della Sciampagna: ei tende naturalmente a spumeggiare, e, quando
ancora è fatto senza ricerca e per pasteggiare, ei spiega un certo pizzico che
piace ai bevitori, ma che è più proprio a un vino da frutte che
ad un vino d’arrosti. Quanto all’Albarola è fatta più
propriamente per i vini-santi perchè è un’uva essenzialmente dolce, nè
credo che gli altri principj che contiene sieno proprj a combinarsi collo
zucchero in modo da dare al suo vino le qualità che si riconoscono nel Vermentino
e nel Rossese.
Un vitigno così
prezioso non poteva essere ignoto in Italia nei tempi in cui i nostri vini
andavano nel commercio in paragone di quelli di Francia e di Spagna non ancora
perfezionati dagli sforzi dei speculatori, i quali presero a lavorarli quando
si cominciò ad aprirsi il commercio con l’America, onde renderli capaci a sostenere
quel viaggio.
A dir il vero il suo
nome si cercherebbe invano nelle memorie di quei tempi; ma io credo di poter
dimostrare che il Vermentino dei nostri giorni è l’uva famosa che gli
Scrittori Italiani del 14.mo e 16.mo secolo hanno
celebrato sotto il nome di Vernaccia. Di fatto, se si esaminano i passi
di quelli autori, si trova che, parlando della Vernaccia la riconoscono
tutti come un vino proveniente dalle Cinque Terre in Liguria. Le Novelle
del Boccaccio e quelle del Sacchetti lo dicono positivamente: il primo,
raccontando come Ghino di Tacco medicò l’Abate di Cligni dal male di stomaco,
dice che “gli portò due fette di pane arrostito, e un gran bicchiere di Vernaccia
di Corniglia”: il secondo racconta che “un Cavaliere ricco e savio
nella città di Firenze ... veggendosi in grande stato, per onore di sè, e per
vaghezza di porre nel suo alcuno nobile vino straniero, pensò trovare modo di
fare venire maglioli da Portovenere della Vernaccia di Corniglia”
(Novella 177).
È noto che Corniglia
è una delle Cinque Terre della Liguria, e che Vernaccia è
un’altra di queste così dette Cinque Terre, ed è noto che il vino
prezioso che si fa in quei paesi è composto principalmente di un’uva conosciuta
nel luogo sotto il nome di Piccabuono e nel resto del Genovesato sotto
il nome di Vermentino. Il nome di Vernaccia è un nome ignoto fra
le uve di quei paesi ed è invece il nome della Terra ove abbonda di più il Piccabon.
Non si può dubitare che le uve che vi si coltivano al presente non siano le
stesse che vi si coltivavano nel 14.mo e 15.mo secolo. Bisogna
dunque concludere che il Piccabon dei nostri tempi è la Vernaccia degli
antichi. Nè intendo di dire con ciò che quest’uva abbia cangiato di nome: io
sono convinto che sino da quell’epoca essa riceveva nelle Cinque Terre il nome
di Piccabon: ma questo nome non passava all’estero; e il suo vino,
portato in Toscana vi era distinto col nome del luogo ove era fatto e di quello
da dove veniva, e così era chiamato Vernaccia di Corniglia. Noi abbiamo
ancora al presente molti esempj di questo sistema nei vini del commercio. La
maggior parte prendono il nome dai paesi da dove si estraggono, quantunque in
essi o nei vicini ove si raccolgono, le uve che gli producono abbiano ognuna un
nome proprio che la distingue dalle altre. È vero che vi sono molte eccezioni
alla regola come, per esempio, per l’Aleatico, pel Pedro-Ximenes,
pel Piccolito e altri che sono nomi di uve; ma i vini di Bordeaux, di
Borgogna, del Capo, di Tokai, del Reno si chiamano
sempre coi nomi del paese che li fornisce, ne si conoscono nel commercio i nomi
di Carmenet (1), di Norien (2), di Haenapop (3), di Hars-levilii
(4), di Riesling (5), coi quali sono distinti nei rispettivi luoghi di
origine.
I libri di
amministrazione della città di Savona, già citati nel art. del Rossese, mi
somministrano un’altra prova dell’identità di quest’uva in due nomi distinti,
uno vernacolo e l’altro letterario: in essi si legge in data del 1391, pag.169,
che la città mandò in regalo a Egidio Boccanegra, Ammiraglio di Castiglia, una
botte di mezzarole cinque e mezza di vino di Vernaccia, il quale fu
pagato in ragione di L. 4.4. la mezzarola. Nessuno al presente conosce in
Savona nè uva nè vino chiamato Vernaccia.
Bisogna dunque
supporre che fosse questo il nome di un’uva nella lingua scritta il quale
corrispondesse ad un altro nella lingua parlata. Le uve principali del Savonese
sono sempre state e sono ancora il Vermentino e il Rossese:
abbiamo dunque in uno di questi due cercare la Vernaccia. Non si può
riconoscere nel Rossese perchè vediamo che quell’uva famosa era
conosciuta in quei tempi sotto il nome attuale di Rossese. Resta perciò
a cercarsi nel Vermentino; e questa identità coincide così bene con
quella del Piccabon delle Cinque Terre che non lascia luogo a dubbio. La
sola obbiezione che si potrebbe fare alla congettura che abbiamo esposto nasce
dall’autorità di uno storico o cronachista di San Gimignano, il quale, parlando
dei prodotti di quel bel territorio, dice che la Vernaccia di San Gimignano,
che è dei migliori e più grati vini che si facciano in Italia, è stata
portata dalla Grecia da Messer Perone Peroni; e lo dice sulla fede di un
Poeta Toscano di cui riporta i versi.
Se si trattasse di
un’opera di antiquaria si potrebbe entrare a questo proposito in molte ricerche
curiose. Si potrebbe cominciare per pesare alla bilancia della critica
l’autorità del cronachista e più ancora quella del poeta sul quale si fonda, e
più di tutto i versi stessi che cita nei quali non si trova neppure il nome di Vernaccia
(6): Indi si potrebbe esaminare se le uve preziose che producevano i vini
Lunesi tanto celebrati da Plinio (7) abbiano potuto perdersi così facilmente:
si potrebbe esaminare in fine se si trova attualmente nelle vigne
dell’Arcipelago un’uva identica a questa, cosa che pare smentita dalla natura
dei vini che riceviamo da quei paesi, i quali sono tutti dolci. Ma in un lavoro
agrario come il nostro io credo di dover rinunziare a queste discussioni di
lusso letterario e limitarmi a far conoscere i migliori vitigni che possediamo,
stabilendone i caratteri, indicando i luoghi ove si coltivano, e combinandone
la sinonimia nello stato presente della coltura.
Tutto ciò che si può
aggiungere con qualche utilità consiste nell’esame dei frammenti storici che ci
restano a loro riguardo e nella loro applicazione alla storia della loro antica
coltivazione, dei loro antichi nomi, e del loro commercio. Consecriamo dunque
ancora una pagina a queste ricerche.
Se si riunisce e si
mette a confronto tutto ciò che è stato detto dagli Scrittori Italiani sulla Vernaccia
si deve credere che al principio questo nome ha dovuta la sua celebrità ai vini
delle Cinque Terre, e più specialmente a quello di Vermentino. In
seguito poi ogni paese ha voluto farne nel proprio, e così molti hanno preso
dei maglioli dal Genovesato, ed altri hanno dato il nome di Vernaccia a
delle uve che la somigliavano, sia naturali nel paese, sia portate di fuori. Ne
abbiamo delle prove non solo in ciò che ho riferito del Boccaccio e del
Sacchetti, ma in molti altri documenti che non sarebbe difficile di riunire. In
tutti si trova che il vino delle Cinque Terre ha goduto per secoli di
una grande riputazione in Europa, ed è stato ricercato da per tutto. Sul
principio del 17.mo secolo l’importazione di vini di Corniglia in
Firenze era così considerevole che la gabella a cui era assoggettata formava un
ramo di rendita pubblica. Non si ha che a vedere su di ciò il Libro di
Riformagioni della Repubblica Fiorentina in data del 1335, segnato K, del
quale abbiamo gli spogli fatti da Monsignor Borghini.
È probabile che in
seguito la Vernaccia di Corniglia sia stata rimpiazzata in Toscana da
quella di San Gimignano. È noto che questo territorio aveva acquistata una
celebrità per la sua Vernaccia, e che ai tempi del Redi si pregiava
sopra tutte quelle di Pietrafitta, che è una fattoria poco lontana da San
Gimignano: è questo un fatto che non può esser messo in dubbio, ma ciò non
prova che la sua coltura vi fosse così antica come lo pretende il Coppi. Ei
racconta che “nel 1284 i Sangimignanesi si collegarono coi Fiorentini e altri
Toscani coi Genovesi per umiliare la Repubblica di Pisa, ma che il Conte
Ugolino coi Pisani Guelfi per salvare la Patria corruppero coi danari certi
principali di Firenze, mandandogli molto oro dentro dei fiaschi, fingendo di
regalare della Vernaccia, e ruppero la lega”.
Il Coppi riporta
questo aneddoto supponendo che la finta Vernaccia che figurava essere in
quei fiaschi fosse un vino che si estraeva da San Gimignano; ma non riflette
che, se erano i Pisani che lo mandavano ai Fiorentini collegati coi
Sangimignanesi contro di loro, e più vicini a San Gimignano di loro, non poteva
essere un prodotto di quel paese. È invece più probabile che la supposta Vernaccia
figurasse il vino famoso dell’agro Lunese tanto pregiato in Firenze, e che
non poteva esservi portato che passando da Pisa, a meno che non facesse il giro
lungo e dispendioso degli scali marittimi del Senese.
Ma dall’epoca di
quell’ avvenimento a quella del Redi vi sono passati circa tre secoli, e in
quest’intervallo è probabilissimo che i vini di San Gimignano abbiano
rimpiazzato quelli delle Cinque Terre e sieno andati in lor vece nel
commercio sotto il medesimo nome. Resterà solo a vedere se le Vernaccie
di San Gimignano e per ciò quelle di Pietrafitta erano provenienti da maglioli
portati dalle Cinque Terre o se erano fatte con delle uve analoghe ma
non identiche. Io propendo per questa seconda opinione: in primo luogo osservo
che il nome di Vernaccia venuto originariamente da quello di una delle Cinque
Terre suddette è divenuto col tempo il nome distintivo di vino distinto in
genere, ed è stato applicato in Italia a delle uve diverse.
Il Soderini parla
delle Vernaccie in plurale, e le nomina e come uve e come vini (8). Il
Baccio dice, che nel Regno di Napoli si coltivano delle uve nere sotto il nome
di Vernaccie o Veracie, dette ai suoi tempi Mangiaverre
(9), ed io ne ho trovato nella Romagna e specialmente in Urbino. Si sa che la
Sardegna mette anche attualmente la Vernaccia fra i migliori vini
dell’isola.
Il Baccio non si
serve di questo nome quando parla dei vini di San Gimignano, che celebra come
vini bianchi e generosi, ma gli chiama Vini Greci (10). Il nome di Vernaccia
non si trova nel Villifranchi il quale al N.° 58 celebra il vino di Tribbiano
di Spagna, e lo chiama col sinonimo di Uva Greca bianca. Finalmente
il Coppi medesimo, vantando le Vernaccie di San Gimignano, dice che
anticamente erano conosciute sotto il nome di Vini Grechi (11).
È dunque chiaro che
il nome di Vernaccia è derivato da quello della terra che per la prima
ha fornito al commercio il vino prezioso che godeva di tanta riputazione in
Italia nel secolo decimo terzo, ma che in seguito è stato applicato a molte uve
di ogni colore, e specialmente ad un’uva bianca che si coltivava nel territorio
di San Gimignano sotto il nome di Uva Greca.
Pare che una
confusione di nomi come questa e le applicazioni arbitrarie che se ne facevano
avrebbero dovuto moltiplicare le Vernaccie e portarle in tutti i
vigneti. Pure è successo tutto l’opposto. Il nome di Vernaccia è quasi
sparito, e l’uva, che lo ha portato per la prima e che lo ha esteso in tanti
paesi non è uscita che poco dal luogo originario ove aveva acquistata la sua
celebrità.
Il Vermentino
è ancora al presente un’uva tutta genovese. Dalla parte occidentale di questa
regione essa non è andata al di là della Provenza, ed io non l’ ho potuta
vedere che a Nizza sotto il nome di Role ed in Antibo sotto quello di Verlantin
(12).
Dalla parte
orientale io non l’ ho trovata che sino a Pietra-santa. Nell’interno
dell’Italia io non l’ho riconosciuta in verun luogo.
Il primo paese ove
si trovi come uva classica è il territorio di Ventimiglia. A dir vero essa non
abbonda moltissimo in quel paese, perchè vi regnano le uve nere, e fra queste
il Rossese di Dolciacqua, uva particolare da cui si cava un vino da
pasteggiare asciutto che ha dell’analogia col vino di Nizza. Vi primeggia però
fra le bianche e cuopre i pergolati che circondano le magnifiche villeggiature
dei Ventimigliesi nella deliziosa valletta di Latte. Tutti conoscono e
apprezzano il Vermentino nel resto della Liguria occidentale, ma
soltanto il Finarese e il Savonese forniscono dei vini fini. Nel resto di quel
territorio eminentemente oleifero, si coltiva come uva di lusso da servire alle
mense più tosto che da far vino. È questo l’uso del Vermentino nei
contorni di Genova e in tutta la provincia di Chiavari, ma nell’entrare nel
territorio di Levanto ei ritorna a prendere il suo ascendente e lo conserva
nelle Cinque Terre ove primeggia sopra tutte le altre varietà fra il Rossese
e l’Albarola sotto il nome di Piccabon.
Usciti dalle Cinque
Terre, ei riprende di nuovo il nome di Vermentino, e lo mantiene nel
Sarzanese, nel Massese e nel Pietrasantino, ove la sua coltura diventa meno
estesa e dove finisce. Io l’ ho ricercato inutilmente nel Lucchese e nel
Pisano, nè mi è riescito di vederlo nel Fiorentino e nel Sanese. Credeva di
trovarlo in Pietrafitta, luogo reso celebre dal Redi per le Vernaccie
squisite che produceva ai suoi tempi: ma sono stato sorpreso non solo di non
vedervi alcun’uva che vi corrisponda, ma di non incontrarvi neppure il nome di Vernaccia.
Le mie ricerche sono
state meno infruttuose nel territorio di San Gimignano. Un Agronomo illustre
che mi ha data l’ospitalità in quel luogo il Canonico Malenotti, mi ha condotto
in una vigna ove si coltiva un’uva sotto il nome di Vernaccia. Io
confesso che vi ho riconosciuto il Vermentino: la forma dei
grappoli, quella degli acini, il loro colore biancognolo, le macchie di ruggine
bionda che lo screziano, il dolce della sua polpa, tutto rappresenta la nostra
uva. Ma come conciliare le qualità preziose del nostro vitigno colla poca considerazione
che gode questa Vernaccia nel paese che aveva tratta tanta celebrità dal
suo vino? Il ripiego della degenerazione non è più nel buon senso, nè vi
sono cause a cui poterla attribuire. Io propendeva ad attribuire l’abbandono di
quest’uva all’avidità dei contadini che non vogliono che i vitigni di molto
rapporto: ma questa spiegazione è contrariata anch’essa dal fatto della
fecondità conosciuta del Vermentino. Bisogna dunque ristringersi ad
attribuire la caduta di questa coltura alla mancanza di smercio.
Dopo che gli
speculatori oltramontani hanno trovato il modo di dare ai loro vini la
resistenza all’azione intima del fermento e a quella del contatto dell’aria
rendendoli capaci di agitazione e di viaggi, essi hanno invasa l’Italia, e il
loro basso prezzo, unito alla proprietà di conservarsi lungo tempo, gli hanno
vinta la concorrenza, e hanno scacciato dalle mense di lusso i vini fini del
nostro territorio. Forse la moda vi ha avuta la sua parte, e il gusto deciso
dei Toscani per i vini neri si è unito alla moda per escludere le uve bianche.
Qualunque sia la ragione di queste vicende il fatto sta che le Vernaccie
Toscane più non si conoscono, e che all’eccezzione del Trebbiano, le
uve bianche che si coltivano in questa bella parte d’Italia si riducono a
poche, e non servono che a fare dei vini santi, e a dare della
morbidezza ai vini neri.
Le vigne dello Stato
Romano sul Mediterraneo presentano invece una scena tutta diversa. Quantunque a
contatto e quasi intrecciati colla Toscana, quei paesi sono coperti di vitigni
generalmente differenti e quasi tutti a uve bianche. Vi ho trovato il Trebbiano
dei Fiorentini, sotto il nome di Brocanico gentile, e il Rossese
dei Genovesi sotto quello di Brocanico Rossetto, ma non vi ho veduto il Vermentino.
L’Uva Romana di Montefiascone è la sola che ne abbia l’aspetto, sia per
le forme che pel colore; ma il palato non è d’accordo colla vista; e il
mediocre conto che si fa del suo vino dagli abitanti, conferma il giudizio del
gusto.
Non passerò in
rivista le uve degli altri paesi viniferi dell’Italia perchè non sono mai stati
celebri per le Vernaccie; e già ho osservato che le uve che ricevono
questo nome nel Regno di Napoli e nella Romagna (a Urbino) sono uve nere. Farò
solo un cenno di due uve bianche del Piemonte, le quali all’aspetto hanno
dell’analogia col Vermentino, cioè la Cortese dell’Alessandrino,
e la Favorita dell’Astigiano. La prima è coltivata in grande nel
Vogherese e in una parte del Monferrato, ma il suo vino piuttosto dolce che
secco è debole e di poca durata. La seconda è rara, e non l’ ho veduta che a
Torino come frutto da mensa: quindi non ne posso formare un giudizio, nè questo
presenterebbe dell’importanza perchè si tratta di un’uva che non forma una
coltura estesa in alcun luogo.
Ecco dunque anche in
Italia dei vitigni capaci di fornire dei vini squisiti. In generale queste
varietà privilegiate sogliono essere di poco prodotto. Il Vermentino è
fecondissimo: quindi con esso si può conciliare la qualità colla quantità: ma
in tutto vi vuole una misura: io ho stabilito in principio che la prima
condizione per avere un buon vino è la qualità dell’uva: ho dimostrato, e
dimostrerò meglio in seguito che le località, i climi, i modi di coltura, e i
processi della vinificazione non intervengono che come secondarii; ma non
intendo che sieno indifferenti: è l’insieme di tutte queste cose che forma il
buon vino, e l’Italia può averle tutte.
Il disegno del Vermentino
è uno degli ultimi lavori del mio caro Del Pino: il Pubblico vi riconoscerà il
suo pennello; ed io vi contemplerò con compiacenza e con dolore uno dei più bei
lavori di un artista coscienzioso che ho perduto, e alla cui collaborazione
piena di onore io debbo il successo della mia opera.
______________________
testo
trascritto da Chiara Percivale (Genova)
(1) Julien. Cépages de la Gironde, p. 169.
(2) Morellet. Statistique de la Vigne de la Côte
d’or, p. 156.
(3) Jul. Cépages de l’Afrique meridionale, p. 493.
(4)
Zirmay de Zirma. Notitia topografica politica Incliti Comit. Zempliniesis.
Bude, 1803.
(5)
Jul. Cépages du Rhin, p. 319.
(6).
Vedi il libro intitolato: Annali, Memorie ed Uomini illustri di San
Gimignano ... del Dottor Gio. Vincenzo Coppi. Firenze 1695, ove si
legge: I Maglioli della Vernaccia furono portati di Grecia (in San Gimignano)
da Messer Perone Peroni, e ne fa piena testimonianza il Lapi quando dice:
(7)
Hetruriæ Luna palmam habet. Plin.
Hist. Nat. p. 6, 14.
(8)
Le Vernaccie, si come le Malvagie, ne fanno poca, ma è il vin loro di polso
buono sì come i Buriani, e quelle bianche del contorno di Portercole, ove nasce
un generosissimo vino di forza eguale al Greco, ma di più gustevole e soave
sapore. Soderini, Trattato
della Colt. delle Viti etc. pag. 120 ... In questa stessa maniera si fa
alla Vernaccia che si cava dell’uva della vite Bergo, imbottandola in botticini
di tre o quattro barili ... Sod.
pag. 82.
(9)
Verum eodem ferè nomine invexit posteritas Vernacias et Vernaciolas suas seu
Veracias Mangiaverre hodiæ dictæ species genere a supradictis vinaciolis
diversissimo, nigras similiter et crassas uvas, quo pasto valde apri seu verres
delectantur et impinguantur, unde illis nomen. Bacc. De Nat. Vin. Hist. pag. 120.
(10)
Sub Appennini suga ... conspicuum est Sancti Geminiani nobile oppidum ac suis
vinis valde celebre, quæ in aliquam generosi vini emulationem Græca ab incolis
cognominantur substantia quidem valida, colore aureo, grato odore ac sapore
vinoso. Bacc. De Vinis Italiæ,
lib. 6. p. 304.
(11)
Ecco come si esprime il Coppi, fol. 195: “Perone Peroni quale portò dalla
Grecia i maglioli delle viti dalle quali oggi ne scaturiscono delicatissime
Vernacce, che anticamente dalla loro origine Vini Grechi si chiamavano, e sono
(secondo l’attestato di Francesco Scoto, nel suo Itinerario d’Italia,) da
annoverare tra i migliori vini d’Italia”.
(12)
Anche i Nizzardi hanno un’uva che chiamano Vermentin ma i suoi caratteri
non combinano con quelli del Vermentino Genovese. Essi invece si trovano nel Role,
e questa di fatto è una delle uve che entrano nei vini di Belletto. Io gli
ho riconosciuti invece nel Verlantin di Antibo, il quale è uno dei
componenti il vino famoso de La Gaude.