VITE TRIFERA

o VITE DI TRE RACCOLTE ALL’ANNO

 

Vitis vinifera vegetatione insana, racemis simul florentibus, turgescentibus, et maturescentibus, acinis magnis ex-nigro-rubescentibus, pulpa molli aquosa satis sapida. Vulgo, Vite trifera. Vite di tre volte all’anno. Vite folle. Vite di Ischia. Vite di Chio.

 

Il Vitigno conosciuto sotto il nome di Vite trifera è una vite che non ha un pregio straordinario nè per l’agricoltura nè per l’economia domestica, ma è coltivato per curiosità come una pianta singolare, o per un lusso come un frutto fuor di stagione. Noi gli accorderemo un posto nella Pomona, non solo per questi due motivi, ma più ancora perchè presenta uno dei fenomeni i più singolari della vegetazione, e può servire di documento nello studio della fisiologia vegetale.

La vite, allo stato normale è una pianta a fiorazione unica e simultanea. La sua vita vegetale si apre in primavera con il germoglio, è seguita immediatamente dalla fioritura e dall’allegagione, ed è terminata in autunno con la maturazione del frutto, colla quale è chiuso il giro annuo della sua vegetazione.

In questo corso di vita essa segue il sistema delle piante a fiorazione immediata (Lazzerolo, Giuggiolo ecc.). Le gemme dell’anno antecedente maturate nell’inverno si aprono nella primavera in germogli, i quali si distendono in messe conosciute sotto il nome di tralci, si allungano rapidamente e sbucciano nei primi nodi i grappoletti di fiori che poi allegano in uva.

I nodi che succedono nell’allungamento progressivo dei tralci sono guarniti, come i primi, di foglie, ma le gemme che portano non si aprono più in fiori: esse restano come dormenti, e corrono una vita di maturazione come quelle delle piante a fiorazione successiva (il Melo, il Pesco, la Susina, ec.) per aprirsi poi nell’anno seguente in germogli, e rinnovare l’evoluzione eseguita dalle gemme madri. Solo qualche volta, quando la pianta è rigogliosa, o che il terreno e la stagione la seconda, escono da alcune di queste gemme dei tralci secondarj che i vignaioli conoscono sotto il nome di femminelle, e che regolarmente sono deboli ed infeconde.

La Vite trifera segue un andamento diverso. La sua vegetazione si apre in primavera come nelle viti normali, e si spiega in tralci che sbocciano nelle prime gemme i grappoli a fiore, ma le gemme che seguono, invece di rimanere dormenti come nel tipo si aprono quasi tutte in femminelle, che sviluppano i caratteri dei tralci, producendo fiori come quelli, e formando così una successione di generazioni secondarie le quali prolungano il periodo di fruttificazione e lo rendono continuo sino alla stagione in cui il freddo arresta la vita della pianta.

È questo il fenomeno della Vite trifera. Esso consiste in una continuità di vita particolare, che, prolungando l’impulso impresso ai sughi nella primavera, determina in tutta la lunghezza del tralcio lo sviluppo delle gemme dormenti, le quali invece di aspettare ad aprirsi nell’anno seguente, come nelle viti normali, si aprono appena formate, e si spiegano in tralci secondarj che somigliano alle femminelle, ma che hanno una maggior consistenza e sono fecondi. Ed ecco le tre raccolte, o per meglio dire, la successione progressiva di molte raccolte che si mostrano nella medesima pianta dalla primavera all’autunno in uno stato diverso di sviluppo e di maturità.

La prima è quella del tralcio maestro, e questa ha i caratteri delle uve delle Viti normali, e matura in autunno. La seconda comprende i prodotti delle femminelle che si spiegano nella state, e i suoi grappoli restano più indietro di quelli del tralcio maestro, ma acquistano anch’essi una certa maturità, e danno le uve del Novembre. La terza è quella che sorte dalle femminelle che sbucciano nel movimento autunnale, e questa consiste in un agresto che prende un certo sviluppo, ma che giunge rarissimamente ad una piena maturità. Tutte e tre si trovano riunite in una pianta e mostrano lo stato diverso della loro vegetazione, ma si risentono tutte nel loro particolare di quella continuità di vita che è propria al vitigno e alla quale devono la loro esistenza.

In tutti i grappoli sono ineguali e si compongono di acini di diversa grossezza e in uno stato diverso di maturità. Soltanto col lasciarli assai tardi alla pianta quelli della prima fioritura si avvicinano fra loro assai da cuoprire quest’ineguaglianza, ma è raro ch’essa non trapeli nel loro colore, perchè, anche nello stato di perfezione è nericcio nei più maturi, rosseggiante in molti altri, e in alcuni di un bianco velato di rosso.

I grappoli delle ultime generazioni sono piccioli e sembrano racimoli. Quelli delle generazioni intermedie hanno la grossezza dei grappoli ordinari degli altri vitigni, ma quelli del tralcio maestro sono di dimensione straordinaria. Ne ho raccolti diversi che pesavano quindici libbre di Genova cioè quarantacinque chilogrammi. Quindi essi si presentano molto favorevolmente alla vista, ma le loro qualità non corrispondono alla loro bellezza, giacchè non solo non producono un vino di pregio, ma non si distinguono nemmeno come uve da mensa.

Tale è la Vite a più raccolte, che io coltivo in Finale, e che ho veduta eguale senz’alcuna differenza in molti luoghi d’Italia o principalmente nei contorni di Firenze, nel di cui Giardino botanico è stato colto il grappolo che ha servito di originale al disegno dell’annessa tavola. Essa esiste, ed esistono i fenomeni che ho descritti. Quale è dunque la sua origine, e quali sono le cause del suo sistema singolare di vita? Sono queste le questioni che si presentano da se stesse allo spirito e che importa di sciogliere. Cominciamo dalla prima.

La vite a vegetazione prolungata costituisce essa una specie distinta dalla vite comune, o è una delle infinite varietà (fisonomie) che sono nate dal tipo? Io non credo che si possa esitare un istante fra queste due opinioni. Se la vite a vegetazione prolungata fosse una specie conterebbe sicuramente un gran numero di generazioni, e queste presenterebbero un gran numero di varietà conservanti tutte il carattere distintivo del tipo, ma diverse fra loro nelle fisonomie; e avremmo delle viti a più raccolte di tutte le forme e di differenti colori in tutta la scala delle gradazioni che si osservano nelle varietà delle Vite unifera. Ma la Vite trifera non è sin ora che una sola, e si riconosce quando si esamina, che tutte le piante di tal natura che si coltivano, sono propagini di un primo vitigno e rappresentano un solo individuo. Ne abbiamo una prova nell’identità dei loro caratteri i quali si conservano eguali in tutte, nè presentano altre differenze nei tanti paesi nei quali sono coltivate, che quelle leggiere modificazioni di dimensioni o di sviluppo che si debbono all’influenza determinata dal terreno, della coltura, del clima, o delle stagioni. Essa dunque non è che una fisonomia individuale che non si distingue che leggiermente per i suoi lineamenti particolari nelle viti sorelle, ma che si distingue in modo straordinario dal tipo perchè un carattere unico non è proprio della specie.

Resta ad esaminarsi come o dove sia nata questa varietà singolare e per i quali leggi essa abbia potuto sortire dai caratteri essenziali che distinguono il tipo. Due sono le ipotesi che si presentano per isciogliere il problema. Le qualità anormali che caratterizzano la Vite trifera sono esse dovute ad un’alterazione accidentale, sia semplice o sia morbosa, resa persistente nel tralcio che l’ha ricevuta col separarlo dal tralcio madre, e portarlo a vivere isolatamente, o per radici proprie in istato di propagine, o per innesto sopra di un’altra pianta? Oppure è un mostro nato dal seme di una vite normale formato tale nella sua concezione in seguito a delle combinazioni strardinarie dei principj sessuali? La prima opinione è la più ricevuta, ma non ha ancora per se alcuna esperienza, nè alcun dato sicuro che possa sostenerla. Io parteggio per la seconda, e ne esporrò le ragioni.

Il fenomeno dell’Uva trifera è di sua natura un’eccezione nel sistema generale della vegetazione, e lo è particolarmente nel sistema proprio della specie. Eccettuato il Limone, noi non conosciamo alcuna pianta che goda nello stato normale di una successione costante di fiorazione, Tutti gli esempj che possono essere opposti sono appunto anomalie come quella dell’Uva trifera e non si incontrano che nelle così dette varietà, cioè a dire in qualche individuo straordinario che esce dai caratteri della specie e che forma mostruosità.

Ora, le anomalie sono di due sorta, le une estrinseche e le altre intrinseche. Il fenomeno è dovuto a cause intrinseche quando è inerente all’organizzazione originaria di una specie o di un individuo, e che, cominciato dalla nascita, si mantiene in esso costante non solo in tutto il corso della sua vita, ma anche in quella delle frazioni, in cui è diviso dall’industria, le quali si cangiano in tanti individui isolati. È dovuto a cause estrinseche quando non proviene dalla nascita, ma si spiega accidentalmente in un individuo o nei suoi frazionarj, nè si mantiene costante, ma varia secondo le circostanze, le località o le annate.

Nel secondo caso è evidente che il fenomeno è prodotto da cagioni casuali, cioè a dire dall’influenza degli agenti esterni e specialmente dall’umidità e dal calore. Ma nel primo caso bisogna necessariamente ripeterne la causa nel temperamento dell’individuo e nelle disposizioni originarie della sua organizzazione, cioè a dire nell’Idiosyncrazia del vegetale. Il fenomeno che appartiene alla seconda classe, ossia a cause estrinseche, si presenta ogni giorno sotto i nostri occhi in tutti i paesi e in tutte le piante.

I Meli, i Peri, i Susini e molte altre fruttifere spiegano qualche volta dei fiori nell’autunno, e se l’inverno viene dolce gli allegano ancora e gli portano ad un certo grado di grossezza. Ma quest’anticipazione di sviluppo non è che nelle gemme, le quali maturate prima e più dell’ordinario dal calore e dalla siccità della state, ricevono dall’umidità e dalla temperatura dell’Agosto lo stesso slancio che riceverebbero dal calore e dall’umidità della primavera: la vegetazione dell’insieme dell’albero non cambia punto per questo, e i prodotti che spiega fuor di stagione non acquistano mai la perfezione di quelli della primavera. Le altre gemme restano nello stato normale, e l’albero tutto rientra nell’anno seguente nell’ordine ordinario della vegetazione propria alla specie. Io ho veduto frequentemente lo stesso fenomeno nell’Arancio e nell’Ulivo, nel primo con delle fioriture di autunno, e nel secondo con delle fioriture estive; e in queste due specie non essendo soggette alla sospensione di vita che cagiona l’inverno, i fiori allegano bene, e i frutti acquistano una certa maturità; ma nessuno ha mai veduto che quest’anomalia si ripeta periodicamente e si renda abituale: essa si riduce ad un accidente che si spiega, sotto l’influenza di certe circostanze, o cessa colla cessazione di quelle.

È vero che quando le cause persistono e sono continue, l’effetto diventa permanente ancor esso. Ne abbiamo l’esempio in molte piante dell’antico emisfero portate a vivere nei paesi tropicali dell’America. In questi climi, nei quali l’elevazione del suolo combinata col grado della loro latitudine modifica la temperatura in maniera da mantenervi una primavera continua, gli Ulivi e le Viti vi godono di una vegetazione permanente e vi spiegano più fioriture ogni anno. Ma quest’anomalia quantunque si ripeta continuamente è però sempre accidentale, ed è certo che, se gli innesti o le propagini di quelle piante fossero portati in Europa, ritornerebbero subito allo stato primitivo: io sono accertato da molti dei nostri contadini stati per lungo tempo in quei paesi che anche colà questa continuità di fioritura è interrotta qualche volta da crisi atmosferiche e da altre circostanze particolari. Tutte le piante si prestano a variare sino ad un certo punto il corso della loro vita vegetale col variare degli elementi che la sostengono; e da questo principio ne derivano le modificazioni secondarie che si osservano nei loro fenomeni, e che riguardano l’anticipazione, o le posticipazione della fioritura o della maturazione, la rapidità e le proporzioni della crescenza, la quantità e la ricchezza del prodotto, e persino la durata degli individui.

La Natura opera da se sola queste modificazioni e l’arte coll’imitarla le porta a dei gradi, e ad effetti più straordinarj. Io ho mangiato a Vienna nel mese di Maggio delle pesche perfettamente mature, ed erano ottenute nelle stufe da piante nella quale era stata soppressa la vegetazione di primavera collo sradicarle prima che movessero, e poi risvegliata in autunno col riporle in buona terra ben concimata, in un’esposizione calda, e continuarle nello stesso stato di temperatura, aumentato gradatamente nell’inverno col mezzo del fuoco. Un illustre Personaggio, che si trovava a Mosca all’epoca dell’incoronazione dell’Imperator Niccolò, mi raccontava che l’Ambasciatore Francese in una festa che diede nel cuor dell’inverno aveva tutto il suo palazzo ornato di vasi di gigli in piena fioritura preparati a tale oggetto col mezzo delle stufe.

Delle inversioni di vita analoghe si ottengono nelle piante dall’agricoltura giardiniera. Una potatura artificiale unita ad una coltura speciale fa replicare la fioritura delle rose: gli innaffiamenti straordinarj combinati con delle soppressioni di coltura ben calcolate fanno replicare la fioritura di altre piante specialmente quando sono mule, e nelle piante monocarpie si ottengono perfino la prolungazione dell’esistenza ordinaria dell’individuo col solo ritardarne la fruttificazione, nella quale per loro finisce la vita. Finalmente l’azione dell’arte è stata portata al punto di aumentare la quantità dei prodotti e accrescerne il volume, di rendere feconde le piante sterili e produrre molti altri miracoli di questo genere, siccome appare dalle teorie delle incisioni anullari e di altre pratiche simili adottate da poco tempo nell’agricoltura moderna. Ma queste anomalie non si perpetuano mai: esse durano quanto l’azione che le ha prodotte, e dal momento che questa cessa, tutto rientra nello stato naturale.

Alcuni Fisiologi hanno fatto una distinzione fra l’azione degli agenti esterni sulle funzioni vitali, e quella delle affezioni morbose, e hanno creduto che queste ultime possano attaccare lo stesso organismo e modificarlo da cangiarne la natura. È questa una teoria che ha avuti molti sostenitori. Essa è fondata specialmente sopra il principio dell’individualità delle gemme stabilito da Darwin: e certamente, se si ammette questa individualità si può ammettere ancora che «una gemma attaccata da una malattia o da una mostruosità speciale come quella delle foglie screziate, dei rami appiattiti (fascies) o dei fiori doppj, passando col mezzo dell’innesto sopra di un piede estraneo possa conservare il fenomeno, e mantenerlo costante quasi al grado delle varietà.» (Decand. Phisiolog. Veget. p. 961) Ma se si esamina bene il principio si riconosce facilmente che non regge nè in ragione nè in fatto. L’individualità di due esseri esclude necessariamente la loro identità. L’individuo è una cosa che sta per sè stessa e che esprime unità: ora, due esseri identici non possono essere distinti, nè possono avere ciascuno un’esistenza propria perchè la loro identità li riunisce e li confonde: dunque non possono avere ciascuno una individualità.

Tutti convengono che «vi è un’identità assoluta negli individui gemme nati dalla separazione delle gemme che provengono dallo stesso embrione» siccome esiste un’assoluta differenza fra gli individui embrioni, figli ciascuno di una combinazione distinta nei principj della concezione. Ne segue dunque che per consenso comune l’individuo embrione è un vero individuo, e le gemme che produce non sono che frazioni eguali fra loro perchè provenienti da un medesimo principio, formate sopra un medesimo modulo, e legate necessariamente all’organizzazione primitiva dalla quale traggono origine.

Difatto, la parola individuo esprime l’idea di un essere organico avente una nascita, una vita, una morte, e delle forme proprie, e un modo di essere distinto. La gemma non ha alcuno di questi caratteri: è un punto di arresto ove si fissa una mollecola modulo, che chiama a sè e si assimila le mollecole analoghe che vi affluiscono coi sughi, si ingrossa con esse e si forma in rudimento di germoglio. Appena ha preso la consistenza propria a questo nuovo organo essa si apre in un tubo vegetale che finisce in un nodo guarnito di foglie, nel quale si fissa di nuovo una mollecola modulo, per ripetere la medesima operazione, e così la gemma sparisce prima di aver avuto una vita e si cangia in tessuto come il resto dell’albero.

In tutto questo non vi è nè nascita, nè vita, nè morte, nè forme proprie, nè modo di essere distinto. Non vi è nascita perchè le mollecole modulo esistono tutte formate in virtù e sotto l’influenza dell’organismo dell’individuo embrione e non fanno che fissarsi nel nodo, e assimilarsi le mollecole alimentarie per prendere la consistenza che esige il loro sviluppo. Non vi è vita, perchè dal momento in cui l’amalgamazione è compita si aprono in un organo nuovo tutto diverso da esse nel quale si ripetono le stesse evoluzioni ma che spiega una forma distinta e un’organizzazione sua propria. Non vi è morte perchè la gemma cessa di esser gemma ma senza scomporsi, e solo cangiando di forme e di funzioni, e riducendosi ad un semplice punto di distacco dal quale parte una porzione dell’individuo vero per distenderlo ed accrescerlo. Non vi è forma propria perchè tutte le gemme di un albero provengono egualmente da un primo modulo combinato nella concezione dell’individuo embrione, il quale si ripete in tutti i punti di arresto (i nodi) ove si fissa una mollecola primaria per assimilarsi le secondarie, e ripete così le medesime agglomerazioni senza mai cangiare di forme nè di carattere. Non vi è modo di esistere distinto perchè tutte si formano colla medesima economia, hanno lo stesso sviluppo, ripetono le stesse forme e finiscono nello stesso modo.

Non vi è dunque individualità nelle gemme: esse non sono che una parte dell’essere destinata a servire di punto intermedio fra le evoluzioni annuali della vegetazione senza poterle cangiare. L’individualità sta nell’embrione; e «l’albero in massa, che ne è lo sviluppo, è un individuo che può essere comparabile a ciò che noi designiamo sotto questo nome negli animali vertebrali, ma colla differenza che l’individuo vegetale non si sviluppa tutto in una volta e non ha i suoi organi essenziali situati al centro, e invece si sviluppa gradualmente per l’addizioni di nuove parti situate all’esteriore e queste nuove parti sono egualmente attive quanto lo sono state le antiche.» Decand. Physiol. Veg. p. 964.

L’obiezione più forte che si possa presentare a sostegno della teoria della persistenza delle alterazioni morbose sta nel fatto di alcune piante le quali presentano il fenomeno in modo diverso da quello delle piante mostruose conosciute nel giardinaggio.

Tali per esempio sono sembrate al sig. Decandole un Xylosteon coltivato nell’orto botanico di Ginevra, il quale dopo di aver vissuto per molti anni nello stato si normalità spiegò tutto ad un tratto in un solo ramo delle foglie screziate; un Gelsomino giallo che sviluppò dai rami regolari dei germogli appiattiti (fascies), e un Castagno d’India che produsse fiori doppj (Dec. Physiol.).

Io comincio per osservare che le mostruosità delle prime due non è di natura da non poter essere cagionata da uno sconcerto accidentale e morboso, e che perciò può benissimo spiegarsi in un ramo per un accidente senza doversene ripetere la causa nell’organizzazione dell’albero. Sostengo solo che in questo caso, appunto perchè è locale, non può passare nelle gemme che vi succedono, e che deve di necessità restar limitata alle foglie o ai rami che ne sono affetti, o a un certo determinato loro prolungamento. Quanto poi alla terza, io chiamerò l’attenzione dei fisiologi sopra l’analogia che passa fra questo fenomeno e le stravaganze di alcune piante mostruose riconosciute per originarie, e domanderò se non potrebbe essere riportato alle medesime cause.

L’Arancio di Bizzarria è un mostro che porta ordinariamente nel medesimo ramo e confusamente delle arancie forti (Bigarades), dei Cedrati, e dei frutti impastati di arancia e di cedrato. È questo il suo capriccio ordinario: ma io ho avute delle piante che hanno cessato per un anno intiero di spiegare questa mostruosità, limitandosi a svolgere tutte le gemme nel prodotto normale che è l’arancio forte. Il Fico Fetifero presenta la stessa incostanza: (vedi art. Fico Fetifero) e la presentano in un modo ancora più deciso, i garofani a fiore stradoppio, i quali lo producono screziato di rosso e di bianco dopo averlo dato per molti anni soltanto rosso, o di bianco e paonazzo dopo averlo dato sino dalla nascita di puro paonazzo. Tutti questi capricci sono la conseguenza di un’organizzazione più o meno guazzabugliata e non si spiegano nè costantemente nè a epoche fisse: quindi la prima volta che si presentano, o anche la prima volta che sono scoperti, sono presi per malattie, ma in realtà essi stanno nell’Idiosyncrazia dell’individuo che gli spiega, e si devono alle combinazioni primitive che hanno avuto luogo nella sua concezione.

Del resto, il Sig. Decandole dice di aver osservato questo sviluppo nuovo e inaspettato di mostruosità nelle tre piante citate, ma non dice di averlo reso permanente col mezzo degli innesti, o delle margotte. Quindi io non mi trovo punto discordante da un fisiologo così insigne, e posso perciò con confidenza aggiungere alle prove razionali che ho esposte, alcune esperienze che servono a convalidarle.

Da molti anni mi sono occupato di questo problema, e a tale effetto ho spiato con impegno le screziature accidentali delle foglie o il loro arricciamento, l’appiattimento e le scannellature dei germogli, e le altre malattie che attaccano le piante, e, tutte le volte che mi è riuscito di scuoprirne alcuna non ho lasciato di far degli innesti colle gemme del ramo malato sopra soggetti sani. La maggior parte di questi tentativi mi è andata fallita, perchè se le gemme che si innestano sono veramente malate è difficile che attacchino, ma i pochi che mi sono riesciti mi hanno dato un risultato contrario alla teoria della permanenza. Le gemme dei rami malati, che ho potuto attaccare sopra soggetti sani, si sono sempre sviluppati coi caratteri normali, nè mai hanno dato indizio delle malattie del ramo da cui provenivano. Ho conservato così delle varietà preziose che parevano degenerare nella pianta che possedeva, sia per vecchiezza del piede che le portava, sia pel deperimento accidentale delle sue radici o degli strati corticali corrotti dall’umidità o disorganizzati dal gelo, sia da altre alterazioni delle funzioni vitali, ma le ho sempre conservate quali erano nate, nè mai mi è accaduto di veder passare nei miei innesti la malattia che affettava la pianta madre, e che o è sparita o ha finito per farla perire.

E difatto, che cosa sono le malattie? Sono alterazioni sforzate che attaccano l’organizzazione, e che perciò devono di lor natura risolversi o nella guarigione o nella morte del vegetale. Niente però di tutto questo si osserva nelle piante mostruose che coltiviamo. Esse vivono, crescono, invecchiano e muoiono come le altre. nalla gioventù sono piene di vita e di salute: nella vecchiezza sono soggette alle malattie ordinarie: le forme bizzarre che le distinguono seguono gli stessi andamenti che le forme normali: la loro mostruosità non aumenta mai nè diminuisce, ma si mantiene costante ed uniforme, tanto nella pianta che la spiega per la prima,quanto in tutte quelle che ne provengono mediante le gemme che si innestano, nello stesso modo che si mantengono i caratteri proprj di tutte le piante: ora tutto questo non può combinarsi collo stato di malattia. Quindi bisogna conchiudere che il fenomeno deve essere originario e che sta nell’organizzazione speciale dell’individuo.

E’ dunque in un fiore della vite comune che si è combinato il seme singola reda cui è nata la vite trifera, ed è nella sua organizzazione originaria che sta la proprietà di svolgere anticipatamente le gemme destinate a spiegare i tralci dell’anno successivo, e di svolgerle in femminelle feconde le quali producono fiori e le allegano, e presentano così una serie di generazioni che si succedono insieme e si confondono.

Così il Fico, che nello stato normale è unifero e sboccia in primavera delle gemme dell’anno antecedente sulle cicatrici delle foglie cadute, cangia natura nelle varietà mule che coltiviamo, e, o diventa bifero, o sboccia i fiori in estate dalle gemme nuove nell’ascella delle foglie viventi.

Così il Ciliegio, che nello stato normale ha una fiorazione unica e simultanea e sboccia i fiori nelle gemme dell’anno antecedente per mantenere i frutti nella primavera medesima e riposar nella state, ha dato una varietà, il Ciliegio Progressifloro, (Vedi quest’articolo) la quale si distacca affatto da tale economia, e svolge invece una parte delle sue gemme fiorifere in una specie di ramicelli anomali, che sono caduchi come quelli del Giuggiolo, o che nel distendersi formano delle gemme subalterne e successive che si aprono in fiori appena formate come nella vite, e che in questo modo si cuopre pel corso di quattro e più mesi di fiori e di frutti di tutte le età e in tutti i gradi di vita come i Limoni.

Così nei Ranuncoli, nelle Scabiose, negli Ananassi (1) e in molti altri fiori muli la forza della vegetazione, deviata dal suo corso naturale per il guazzabuglio degli organi nei quali è sforzata a sfogarsi, svolge sovente nel punto ove doveva vivere il pistillo un germoglio fiorifero al quale ne succede un secondo e talora anche un terzo tutti rigogliosi di vita, ma sterili e mostruosi.

In tutti i tempi il lusso ha ricercati i mostri vegetali, ma la loro origine è sempre stata un mistero. I pochi che l’hanno rintracciata si sono perduti nelle favole, o hanno dati per fatti le imposture dei giardinieri o le tradizioni più gratuite. L’arancio della Bizzarria è il solo che sia sfuggito in questo alla sorte comune ed è stato sorpreso, dirò così, nella sua origine da un naturalista Fiorentino il quale ne ha constatato il principio. Tutti gli altri mancano di genealogia, e si sono veduti comparire nei giardini senza saperne la provenienza.

Così è succeduto alla Vite trifera: essa vive da tempi immemorabili fra noi, ma non abbiamo alcun dato per iscuoprire dove e quando sia nata. Nel sistema delle degenerazioni e del perfezionamento individuale sarebbe impossibile il sortire da quest’oscurità, ma colla guida della teoria del mulismo non è difficile il diradarla.

La Vite è indigena nei climi temperati dell’Asia: e in quei luoghi essa spiega uno sviluppo così grande che ha potuto fornire delle tavole per le porte dei Tempj. Uscita dal suo paese nativo essa ha subito la legge del clima, e le sue propagini si sono adattate alle condizioni della nuova patria in cui erano portate a vivere. Quelle che sono passate verso il settentrione sono state ridotte a vegetare in istato di arbusti; e i semi che hanno prodotti, combinati nella loro concezione sotto l’influenza degli agenti esterni che la circondavano, hanno sviluppato dei temperamenti analoghi alle condizioni delle località ove erano stati concepiti: così i caratteri originarj del tipo hanno sofferto in queste nuove combinazioni tutte quelle modificazioni che distinguono le varietà Europee. Nell’estendersi verso del mezzogiorno la Natura ha seguito lo stesso sistema, e le modificazioni operate dalle condizioni della località si sono risentite in senso opposto tanto nelle propagini quanto nei semi. Quindi, i vitigni del settentrione nati meno vigorosi si sono adattati facilmente alla vita artificiale delle nostre coltivazioni, e le loro uve hanno sviluppato delle qualità particolari che sarebbero degenerazioni per la natura, ma che l’uomo ha trovate di suo genio, e che forniscono i vini aciduli e secchi del Reno, i vini gentili e delicati di Borgogna, e i vini asciutti e robusti del Bordolese; nel mentre che i vitigni nati verso il mezzogiorno hanno spiegato un lusso di fogliazione straordinaria e hanno date delle uve a grandi grappoli e a polpa mielosa, e dei vini siroppati o sopracarichi di spirito. Al di là di un certo limite il clima del settentrione ha arrestata la vegetazione della vite, e l’ha ridotta a non fruttare o a produrre solo agresto. Sotto i Tropici invece le propagini stesse che vi sono passate da’ climi temperati dell’Europa o dell’Asia si sono risentite dell’azione eccitante della temperatura, e si sono prestate ad una vita continua che le rende ricche di una fogliazione sempre vegeta e di una fruttificazione replicata, ma che non permette alle uve di acquistare quella perfezione che è necessaria per cavarne del vino. Era questo il primo passo per venire ad un’organizzazione adattata a quei climi: i semi di quelle propagini, sforzate a spiegare una vita estranea alla loro indole originaria, dovevano necessariamente ricevere nella loro concezione delle disposizioni organiche analoghe all’azione degli ambienti che le circondavano; e il modo di vivere accidentale della madre doveva diventar naturale nei figli o in alcuni di essi. Ed ecco delle Viti a vegetazione continua o a produzione replicata. Queste disposizioni essendo inerenti al temperamento proprio dell’individuo, devono aver avuto il loro massimo effetto nel paese ove sono state combinate, ma non perciò potevano essere soggette a cangiare col cangiare di località. Quindi la Vite trifera è passata fra noi quale è nata, e sebbene le circostanze che ne hanno data l’origine non continuino, pure essa conserva sempre il suo carattere senza alterazioni. Ei può essere modificato nel suo sviluppo annuale dagli agenti esterni che la circondano, ma questa modificazione sarà sempre temporaria. Nello stesso modo che un vitigno nato in Europa può svolgere nell’umidità e nei calori dei Tropici una vegetazione prolungata senza che gli sia naturale, un vitigno che ha ricevuto dalla nascita un’organizzazione propria a spiegare questo carattere può trovarsi sforzato dall’azione dell’ambiente o da altre cause ad interromperla.

Così la Vite trifera spiega questa qualità in un modo più deciso nei paesi caldi e nelle località più riparate che nei luoghi freddi ed esposti all’azione delle meteore, e si è osservato che in certe località essa la perde quasi intieramente; ma questa specie di degenerazione non è accidentale, e dal momento in cui ne cessa la causa, le sue propagini, passando in miglior clima riprendono tutto il vigore della pianta originaria, e ritornano nel suo primo stato.

È questa la genesi della Vite trifera. Veramente essa non è fondata che sopra delle indicazioni razionali, perchè la scienza ancora bambina non poteva tener dietro a questi accidenti oscuri della vegetazione, ma non è perciò meno evidente: nel resto noi ne troviamo qualche traccia anche nella storia.

L’Uva trifera era nota agli antichi: il lusso Romano già aveva osservato nelle regioni tropicali a cui confinava l’Impero o nelle contigue questa pianta singolare, e ne aveva trasportate le propagini in Italia. Plinio la descrive con tanta precisione che non lascia dubbio sulla sua identità con quella che coltiviamo al presente. Ecco le sue parole: «Vitis quidem et triferæ sunt, quas ob id insanas vocant, quoniam in iis aliæ maturescunt, aliæ turgescunt, aliæ florent». Alcuni hanno creduto di riconoscerla nel verso di Virgilio nel quale, lodando l’Italia, dice che i frutti vi maturano due volte all’anno, ma l’interpretazione che hanno data a quel verso, non solo non è adattata a questo vitigno, ma è evidentemente sforzata per qualunque altra pianta.

Al presente l’Uva trifera è coltivata quasi da per tutto ove vien bene la Vite: sempre in poca quantità perchè è più curiosa che utile, ma sempre con premura e per la bellezza dei suoi grappoli, e per la stagione in cui matura. Bisogna convenire che il fenomeno non si spiega egualmente in tutte le località: e il Sig. Bourghers, che la coltiva con successo a Lumigní in Francia, conviene che in alcuni luoghi il suo prodotto diventa unifero come quello degli altri vitigni, cosa a cui attribuisce l’asserzione del Sig. Du-Chesné di Coulommiers, e del Bon Jardinier, i quali affermano che non esistono in Francia viti producenti molte raccolte successive. (Vedi Annales de la Societæ d’Horticolt. de Paris, T., Mai 1830).

I Francesi hanno dato a questo vitigno il nome di Vite di Ischia, e il Sig. Barone di Martemar che ne presentò nel 1828 due piantine alla Società d’Orticoltura di Parigi, lo deduce dall’isola di quel nome, da dove dice che fu trasportata dal Sig. Van-Stryp dei Paesi bassi. Invece il Sig. Fontenelle sostiene ch’essa è sconosciuta in Ischia, e aggiunge che il Sig. Monticelli illustre naturalista di Napoli lo aveva assicurato che l’Uva di tre volte l’anno non solo era ignota in quell’isola, ma lo era pure in Calabria, e propone di chiamarla Vigne de Chios, dicendo che anticamente la sua coltura principale era a Chio. Circostanze accidentali possono aver dato luogo a questi nomi relativi, e possono conservarli, ma il nome più proprio sarà sempre quello che nasce dalla natura del vitigno. Il nome di Vite insana , usato dagli Antichi, sarebbe appropriatissimo, perchè la sua vegetazione esce dall’ordine normale ed è come folle, ma noi abbiamo adottato quello di Trifera perchè prescelto da Plinio, e perchè corrisponde al nome volgare che riceve in Italia di Uva di tre volte all’anno.

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testo trascritto da Marcello Maimone (Genova)

 

(1) Anche nell’Ananasso si vede un fenomeno che è riguardato come una proliferazione. Tale è quello descritto dal Rumfio nell’Ananasso domestico che gl’Indiani distinguono col nome di Fajama. In questa varietà la corona che sormonta il frutto ne produce un secondo, e a questi ne succedono molti altri sino al numero di dieci, e tutti cogli stessi caratteri del primo. Io comincio per osservare che la proliferazione consista nello sviluppo di un germoglio sopra di un fiore o sopra di un frutto, e che, nel caso della Fajama, lo sviluppo non si fa sopra l’asse della spica fiorifera. Noi non conosciamo sinora l’Ananasso che nello stato di mostruosità. In questo stato tutti gli organi fiorali della spica sono cangianti in una sostanza tenera e polposa che costituisce la pina conosciuta sotto il nome di frutto di Ananasso, e l’asse del fusto destinato a prolungarsi e a produrre delle nuove spiche si ferma in un getto fogliaceo che chiamiamo corona dell’Ananasso. Io non ho ancora potuto trovare una descrizione compita dell’Ananasso nello stato normale. quella che ne ha dato il Rumfio nel parlare della Fasagua o Ananasso salvatico non è sufficiente per farsi un’idea giusta dell’economia vegetale del tipo. Ma io sono certo che in questo stato la pianta dell’Ananasso deve produrre una successione di spiche fiorifere una sopra l’altra composte di fiori asillari, i quali allegati, maturati e caduti devono lasciar nuda quella parte dell’asse intorno a cui si riuniscono, e che deve formar parte del fusto, come succede nella fiorescenza dei maschi del Pino. Ora, pare che quest’economia di vegetazione propria al Tipo si conservi nella varietà descritta dal Rumfio, la quale in ciò, segue il sistema normale, quantunque nel resto spieghi il mulismo il più completo, perchè i fiori che compongono le spiche si trovano tutti cangianti in sostanza polposa e agglomerati in maniera da formare la pina deliziosa che mangiamo. Ma in tutto questo non vi è altro di straordinario che il mulismo dei fiori: la ripetizione delle spiche è in natura.