o VITE
DI TRE RACCOLTE ALL’ANNO
Vitis vinifera vegetatione insana, racemis simul florentibus, turgescentibus,
et maturescentibus, acinis magnis ex-nigro-rubescentibus, pulpa molli aquosa
satis sapida. Vulgo, Vite
trifera. Vite di tre volte all’anno.
Vite folle. Vite di Ischia. Vite di Chio.
Il Vitigno conosciuto sotto il
nome di Vite trifera è una vite
che non ha un pregio straordinario nè per l’agricoltura nè per l’economia
domestica, ma è coltivato per curiosità come una pianta singolare, o per un
lusso come un frutto fuor di stagione. Noi gli accorderemo un posto nella
Pomona, non solo per questi due motivi, ma più ancora perchè presenta uno dei
fenomeni i più singolari della vegetazione, e può servire di documento nello
studio della fisiologia vegetale.
La vite, allo stato normale è
una pianta a fiorazione unica e simultanea. La sua vita vegetale si apre in
primavera con il germoglio, è seguita immediatamente dalla fioritura e
dall’allegagione, ed è terminata in autunno con la maturazione del frutto,
colla quale è chiuso il giro annuo della sua vegetazione.
In questo corso di vita essa
segue il sistema delle piante a fiorazione
immediata (Lazzerolo, Giuggiolo ecc.). Le gemme dell’anno antecedente maturate nell’inverno si aprono nella
primavera in germogli, i quali si
distendono in messe conosciute sotto
il nome di tralci, si allungano
rapidamente e sbucciano nei primi nodi i grappoletti di fiori che poi allegano
in uva.
I nodi che succedono
nell’allungamento progressivo dei tralci sono guarniti, come i primi, di
foglie, ma le gemme che portano non si aprono più in fiori: esse restano come
dormenti, e corrono una vita di maturazione come quelle delle piante a fiorazione successiva (il Melo, il
Pesco, la Susina, ec.) per aprirsi poi nell’anno seguente in germogli, e
rinnovare l’evoluzione eseguita dalle gemme madri. Solo qualche volta, quando
la pianta è rigogliosa, o che il terreno e la stagione la seconda, escono da
alcune di queste gemme dei tralci secondarj che i vignaioli conoscono sotto il
nome di femminelle, e che
regolarmente sono deboli ed infeconde.
La Vite trifera segue un andamento diverso. La sua vegetazione si apre
in primavera come nelle viti normali,
e si spiega in tralci che sbocciano nelle prime gemme i grappoli a fiore, ma le
gemme che seguono, invece di rimanere dormenti come nel tipo si aprono quasi tutte in femminelle,
che sviluppano i caratteri dei tralci, producendo fiori come quelli, e formando
così una successione di generazioni secondarie le quali prolungano il periodo
di fruttificazione e lo rendono continuo sino alla stagione in cui il freddo
arresta la vita della pianta.
È questo il fenomeno della Vite trifera. Esso consiste in una
continuità di vita particolare, che, prolungando l’impulso impresso ai sughi
nella primavera, determina in tutta la lunghezza del tralcio lo sviluppo delle
gemme dormenti, le quali invece di aspettare ad aprirsi nell’anno seguente,
come nelle viti normali, si aprono appena formate, e si spiegano in tralci
secondarj che somigliano alle femminelle,
ma che hanno una maggior consistenza e sono fecondi. Ed ecco le tre raccolte, o per meglio dire, la
successione progressiva di molte raccolte che si mostrano nella medesima pianta
dalla primavera all’autunno in uno stato diverso di sviluppo e di maturità.
La prima è quella del tralcio maestro, e questa ha i caratteri
delle uve delle Viti normali, e
matura in autunno. La seconda comprende i prodotti delle femminelle che si spiegano nella state, e i suoi grappoli restano
più indietro di quelli del tralcio
maestro, ma acquistano anch’essi una certa maturità, e danno le uve del
Novembre. La terza è quella che sorte dalle femminelle
che sbucciano nel movimento autunnale, e questa consiste in un agresto che prende un certo sviluppo, ma
che giunge rarissimamente ad una piena maturità. Tutte e tre si trovano riunite
in una pianta e mostrano lo stato diverso della loro vegetazione, ma si
risentono tutte nel loro particolare di quella continuità di vita che è propria
al vitigno e alla quale devono la loro esistenza.
In tutti i grappoli sono
ineguali e si compongono di acini di diversa grossezza e in uno stato diverso
di maturità. Soltanto col lasciarli assai tardi alla pianta quelli della prima
fioritura si avvicinano fra loro assai da cuoprire quest’ineguaglianza, ma è
raro ch’essa non trapeli nel loro colore, perchè, anche nello stato di
perfezione è nericcio nei più maturi, rosseggiante in molti altri, e in alcuni
di un bianco velato di rosso.
I grappoli delle ultime
generazioni sono piccioli e sembrano racimoli. Quelli delle generazioni
intermedie hanno la grossezza dei grappoli ordinari degli altri vitigni, ma
quelli del tralcio maestro sono di dimensione straordinaria. Ne ho raccolti diversi
che pesavano quindici libbre di Genova cioè quarantacinque chilogrammi. Quindi
essi si presentano molto favorevolmente alla vista, ma le loro qualità non
corrispondono alla loro bellezza, giacchè non solo non producono un vino di
pregio, ma non si distinguono nemmeno come uve da mensa.
Tale è la Vite a più raccolte, che io coltivo in Finale, e che ho veduta
eguale senz’alcuna differenza in molti luoghi d’Italia o principalmente nei
contorni di Firenze, nel di cui Giardino botanico è stato colto il grappolo che
ha servito di originale al disegno dell’annessa tavola. Essa esiste, ed
esistono i fenomeni che ho descritti. Quale è dunque la sua origine, e quali
sono le cause del suo sistema singolare di vita? Sono queste le questioni che
si presentano da se stesse allo spirito e che importa di sciogliere. Cominciamo
dalla prima.
La vite a vegetazione
prolungata costituisce essa una specie distinta dalla vite comune, o è una
delle infinite varietà (fisonomie)
che sono nate dal tipo? Io non credo che si possa esitare un istante fra queste
due opinioni. Se la vite a vegetazione prolungata fosse una specie conterebbe
sicuramente un gran numero di generazioni, e queste presenterebbero un gran
numero di varietà conservanti tutte
il carattere distintivo del tipo, ma diverse
fra loro nelle fisonomie; e avremmo
delle viti a più raccolte di tutte le forme e di differenti colori in tutta la
scala delle gradazioni che si osservano nelle varietà delle Vite unifera. Ma la Vite trifera non è sin ora che una sola, e si riconosce quando si
esamina, che tutte le piante di tal natura che si coltivano, sono propagini di
un primo vitigno e rappresentano un solo individuo. Ne abbiamo una prova
nell’identità dei loro caratteri i quali si conservano eguali in tutte, nè
presentano altre differenze nei tanti paesi nei quali sono coltivate, che
quelle leggiere modificazioni di dimensioni o di sviluppo che si debbono
all’influenza determinata dal terreno, della coltura, del clima, o delle
stagioni. Essa dunque non è che una fisonomia individuale che non si distingue
che leggiermente per i suoi lineamenti particolari nelle viti sorelle, ma che
si distingue in modo straordinario dal tipo
perchè un carattere unico non è proprio della specie.
Resta ad esaminarsi come o dove
sia nata questa varietà singolare e per i quali leggi essa abbia potuto sortire
dai caratteri essenziali che distinguono il tipo. Due sono le ipotesi che si
presentano per isciogliere il problema. Le qualità anormali che caratterizzano
la Vite trifera sono esse dovute ad un’alterazione accidentale, sia semplice o
sia morbosa, resa persistente nel tralcio che l’ha ricevuta col separarlo dal
tralcio madre, e portarlo a vivere isolatamente, o per radici proprie in istato
di propagine, o per innesto sopra di un’altra pianta? Oppure è un mostro nato
dal seme di una vite normale formato tale nella sua concezione in seguito a
delle combinazioni strardinarie dei principj sessuali? La prima opinione è la
più ricevuta, ma non ha ancora per se alcuna esperienza, nè alcun dato sicuro
che possa sostenerla. Io parteggio per la seconda, e ne esporrò le ragioni.
Il fenomeno dell’Uva trifera
è di sua natura un’eccezione nel sistema generale della vegetazione, e lo è
particolarmente nel sistema proprio della specie. Eccettuato il Limone, noi non
conosciamo alcuna pianta che goda nello stato normale di una successione
costante di fiorazione, Tutti gli esempj che possono essere opposti sono
appunto anomalie come quella dell’Uva
trifera e non si incontrano che nelle così dette varietà, cioè a dire in qualche individuo straordinario che esce
dai caratteri della specie e che forma mostruosità.
Ora, le anomalie sono di due
sorta, le une estrinseche e le altre intrinseche. Il fenomeno è dovuto a cause
intrinseche quando è inerente all’organizzazione originaria di una specie o di
un individuo, e che, cominciato dalla nascita, si mantiene in esso costante non
solo in tutto il corso della sua vita, ma anche in quella delle frazioni, in cui è diviso
dall’industria, le quali si cangiano in tanti individui isolati. È dovuto a
cause estrinseche quando non proviene dalla nascita, ma si spiega
accidentalmente in un individuo o nei suoi frazionarj, nè si mantiene
costante, ma varia secondo le circostanze, le località o le annate.
Nel secondo caso è evidente che
il fenomeno è prodotto da cagioni casuali, cioè a dire dall’influenza degli
agenti esterni e specialmente dall’umidità e dal calore. Ma nel primo caso
bisogna necessariamente ripeterne la causa nel temperamento dell’individuo e
nelle disposizioni originarie della sua organizzazione, cioè a dire nell’Idiosyncrazia
del vegetale. Il fenomeno che appartiene alla seconda classe, ossia a cause
estrinseche, si presenta ogni giorno sotto i nostri occhi in tutti i paesi e in
tutte le piante.
I Meli, i Peri, i Susini e molte
altre fruttifere spiegano qualche volta dei fiori nell’autunno, e se l’inverno
viene dolce gli allegano ancora e gli portano ad un certo grado di grossezza.
Ma quest’anticipazione di sviluppo non è che nelle gemme, le quali maturate
prima e più dell’ordinario dal calore e dalla siccità della state, ricevono
dall’umidità e dalla temperatura dell’Agosto lo stesso slancio che
riceverebbero dal calore e dall’umidità della primavera: la vegetazione
dell’insieme dell’albero non cambia punto per questo, e i prodotti che spiega
fuor di stagione non acquistano mai la perfezione di quelli della primavera. Le
altre gemme restano nello stato normale, e l’albero tutto rientra nell’anno
seguente nell’ordine ordinario della vegetazione propria alla specie. Io ho
veduto frequentemente lo stesso fenomeno nell’Arancio e nell’Ulivo, nel primo
con delle fioriture di autunno, e nel secondo con delle fioriture estive; e in
queste due specie non essendo soggette alla sospensione di vita che cagiona
l’inverno, i fiori allegano bene, e i frutti acquistano una certa maturità; ma
nessuno ha mai veduto che quest’anomalia si ripeta periodicamente e si renda
abituale: essa si riduce ad un accidente che si spiega, sotto l’influenza di
certe circostanze, o cessa colla cessazione di quelle.
È vero che quando le cause
persistono e sono continue, l’effetto diventa permanente ancor esso. Ne abbiamo
l’esempio in molte piante dell’antico emisfero portate a vivere nei paesi
tropicali dell’America. In questi climi, nei quali l’elevazione del suolo
combinata col grado della loro latitudine modifica la temperatura in maniera da
mantenervi una primavera continua, gli Ulivi e le Viti vi godono di una
vegetazione permanente e vi spiegano più fioriture ogni anno. Ma quest’anomalia
quantunque si ripeta continuamente è però sempre accidentale, ed è certo che,
se gli innesti o le propagini di quelle piante fossero portati in Europa,
ritornerebbero subito allo stato primitivo: io sono accertato da molti dei
nostri contadini stati per lungo tempo in quei paesi che anche colà questa
continuità di fioritura è interrotta qualche volta da crisi atmosferiche e da
altre circostanze particolari. Tutte le piante si prestano a variare sino ad un
certo punto il corso della loro vita vegetale col variare degli elementi che la
sostengono; e da questo principio ne derivano le modificazioni secondarie che
si osservano nei loro fenomeni, e che riguardano l’anticipazione, o le
posticipazione della fioritura o della maturazione, la rapidità e le
proporzioni della crescenza, la quantità e la ricchezza del prodotto, e persino
la durata degli individui.
La Natura opera da se sola
queste modificazioni e l’arte coll’imitarla le porta a dei gradi, e ad effetti
più straordinarj. Io ho mangiato a Vienna nel mese di Maggio delle pesche
perfettamente mature, ed erano ottenute nelle stufe da piante nella quale era
stata soppressa la vegetazione di primavera collo sradicarle prima che
movessero, e poi risvegliata in autunno col riporle in buona terra ben
concimata, in un’esposizione calda, e continuarle nello stesso stato di
temperatura, aumentato gradatamente nell’inverno col mezzo del fuoco. Un
illustre Personaggio, che si trovava a Mosca all’epoca dell’incoronazione
dell’Imperator Niccolò, mi raccontava che l’Ambasciatore Francese in una festa
che diede nel cuor dell’inverno aveva tutto il suo palazzo ornato di vasi di
gigli in piena fioritura preparati a tale oggetto col mezzo delle stufe.
Delle inversioni di vita
analoghe si ottengono nelle piante dall’agricoltura giardiniera. Una potatura
artificiale unita ad una coltura speciale fa replicare la fioritura delle rose:
gli innaffiamenti straordinarj combinati con delle soppressioni di coltura ben
calcolate fanno replicare la fioritura di altre piante specialmente quando sono
mule, e nelle piante monocarpie si ottengono perfino la prolungazione
dell’esistenza ordinaria dell’individuo col solo ritardarne la fruttificazione,
nella quale per loro finisce la vita. Finalmente l’azione dell’arte è stata
portata al punto di aumentare la quantità dei prodotti e accrescerne il volume,
di rendere feconde le piante sterili e produrre molti altri miracoli di questo
genere, siccome appare dalle teorie delle incisioni anullari e di altre
pratiche simili adottate da poco tempo nell’agricoltura moderna. Ma queste
anomalie non si perpetuano mai: esse durano quanto l’azione che le ha prodotte,
e dal momento che questa cessa, tutto rientra nello stato naturale.
Alcuni Fisiologi hanno fatto
una distinzione fra l’azione degli agenti esterni sulle funzioni vitali, e quella
delle affezioni morbose, e hanno creduto che queste ultime possano attaccare lo
stesso organismo e modificarlo da cangiarne la natura. È questa una teoria che
ha avuti molti sostenitori. Essa è fondata specialmente sopra il principio dell’individualità
delle gemme stabilito da Darwin: e certamente, se si ammette questa individualità
si può ammettere ancora che «una gemma attaccata da una malattia o da una
mostruosità speciale come quella delle foglie screziate, dei rami appiattiti
(fascies) o dei fiori doppj, passando col mezzo dell’innesto sopra di un piede
estraneo possa conservare il fenomeno, e mantenerlo costante quasi al grado
delle varietà.» (Decand. Phisiolog. Veget. p. 961) Ma se si esamina bene il
principio si riconosce facilmente che non regge nè in ragione nè in fatto. L’individualità
di due esseri esclude necessariamente la loro identità. L’individuo
è una cosa che sta per sè stessa e che esprime unità: ora, due esseri
identici non possono essere distinti, nè possono avere ciascuno un’esistenza
propria perchè la loro identità li riunisce e li confonde: dunque non possono
avere ciascuno una individualità.
Tutti convengono che «vi è
un’identità assoluta negli individui gemme nati dalla separazione delle
gemme che provengono dallo stesso embrione» siccome esiste un’assoluta
differenza fra gli individui embrioni, figli ciascuno di una
combinazione distinta nei principj della concezione. Ne segue dunque che per
consenso comune l’individuo embrione è un vero individuo, e le
gemme che produce non sono che frazioni eguali fra loro perchè
provenienti da un medesimo principio, formate sopra un medesimo modulo,
e legate necessariamente all’organizzazione primitiva dalla quale traggono
origine.
Difatto, la parola individuo
esprime l’idea di un essere organico avente una nascita, una vita, una morte, e
delle forme proprie, e un modo di essere distinto. La gemma non ha
alcuno di questi caratteri: è un punto di arresto ove si fissa una mollecola
modulo, che chiama a sè e si assimila le mollecole analoghe che vi
affluiscono coi sughi, si ingrossa con esse e si forma in rudimento di
germoglio. Appena ha preso la consistenza propria a questo nuovo organo
essa si apre in un tubo vegetale che finisce in un nodo guarnito
di foglie, nel quale si fissa di nuovo una mollecola modulo, per
ripetere la medesima operazione, e così la gemma sparisce prima di aver
avuto una vita e si cangia in tessuto come il resto dell’albero.
In tutto questo non vi è nè
nascita, nè vita, nè morte, nè forme proprie, nè modo di essere distinto. Non
vi è nascita perchè le mollecole modulo esistono tutte formate in virtù
e sotto l’influenza dell’organismo dell’individuo embrione e non fanno
che fissarsi nel nodo, e assimilarsi le mollecole alimentarie per prendere la
consistenza che esige il loro sviluppo. Non vi è vita, perchè dal momento in
cui l’amalgamazione è compita si aprono in un organo nuovo tutto diverso da
esse nel quale si ripetono le stesse evoluzioni ma che spiega una forma
distinta e un’organizzazione sua propria. Non vi è morte perchè la gemma cessa
di esser gemma ma senza scomporsi, e solo cangiando di forme e di funzioni, e
riducendosi ad un semplice punto di distacco dal quale parte una
porzione dell’individuo vero per distenderlo ed accrescerlo. Non vi è forma
propria perchè tutte le gemme di un albero provengono egualmente da un primo modulo
combinato nella concezione dell’individuo embrione, il quale si ripete
in tutti i punti di arresto (i nodi) ove si fissa una mollecola primaria
per assimilarsi le secondarie, e ripete così le medesime agglomerazioni senza
mai cangiare di forme nè di carattere. Non vi è modo di esistere distinto
perchè tutte si formano colla medesima economia, hanno lo stesso sviluppo,
ripetono le stesse forme e finiscono nello stesso modo.
Non vi è dunque individualità
nelle gemme: esse non sono che una parte dell’essere destinata a servire di
punto intermedio fra le evoluzioni annuali della vegetazione senza poterle
cangiare. L’individualità sta nell’embrione; e «l’albero in
massa, che ne è lo sviluppo, è un individuo che può essere comparabile a ciò
che noi designiamo sotto questo nome negli animali vertebrali, ma colla
differenza che l’individuo vegetale non si sviluppa tutto in una volta e non ha
i suoi organi essenziali situati al centro, e invece si sviluppa gradualmente
per l’addizioni di nuove parti situate all’esteriore e queste nuove parti sono
egualmente attive quanto lo sono state le antiche.» Decand. Physiol. Veg. p.
964.
L’obiezione più forte che si
possa presentare a sostegno della teoria della persistenza delle alterazioni
morbose sta nel fatto di alcune piante le quali presentano il fenomeno in modo
diverso da quello delle piante mostruose conosciute nel giardinaggio.
Tali per esempio sono sembrate
al sig. Decandole un Xylosteon coltivato nell’orto botanico di Ginevra, il
quale dopo di aver vissuto per molti anni nello stato si normalità spiegò tutto
ad un tratto in un solo ramo delle foglie screziate; un Gelsomino giallo che
sviluppò dai rami regolari dei germogli appiattiti (fascies), e un Castagno
d’India che produsse fiori doppj (Dec. Physiol.).
Io comincio per osservare che
le mostruosità delle prime due non è di natura da non poter essere cagionata da
uno sconcerto accidentale e morboso, e che perciò può benissimo spiegarsi in un
ramo per un accidente senza doversene ripetere la causa nell’organizzazione
dell’albero. Sostengo solo che in questo caso, appunto perchè è locale, non può
passare nelle gemme che vi succedono, e che deve di necessità restar limitata
alle foglie o ai rami che ne sono affetti, o a un certo determinato loro
prolungamento. Quanto poi alla terza, io chiamerò l’attenzione dei fisiologi
sopra l’analogia che passa fra questo fenomeno e le stravaganze di alcune
piante mostruose riconosciute per originarie, e domanderò se non potrebbe
essere riportato alle medesime cause.
L’Arancio di Bizzarria è
un mostro che porta ordinariamente nel medesimo ramo e confusamente delle arancie
forti (Bigarades), dei Cedrati, e dei frutti impastati di arancia
e di cedrato. È questo il suo capriccio ordinario: ma io ho avute
delle piante che hanno cessato per un anno intiero di spiegare questa
mostruosità, limitandosi a svolgere tutte le gemme nel prodotto normale che è l’arancio
forte. Il Fico Fetifero presenta la stessa incostanza: (vedi art.
Fico Fetifero) e la presentano in un modo ancora più deciso, i garofani a fiore
stradoppio, i quali lo producono screziato di rosso e di bianco dopo averlo
dato per molti anni soltanto rosso, o di bianco e paonazzo dopo averlo dato sino
dalla nascita di puro paonazzo. Tutti questi capricci sono la conseguenza di
un’organizzazione più o meno guazzabugliata e non si spiegano nè costantemente
nè a epoche fisse: quindi la prima volta che si presentano, o anche la prima
volta che sono scoperti, sono presi per malattie, ma in realtà essi stanno
nell’Idiosyncrazia dell’individuo che gli spiega, e si devono
alle combinazioni primitive che hanno avuto luogo nella sua concezione.
Del resto, il Sig. Decandole
dice di aver osservato questo sviluppo nuovo e inaspettato di mostruosità nelle
tre piante citate, ma non dice di averlo reso permanente col mezzo degli
innesti, o delle margotte. Quindi io non mi trovo punto discordante da un
fisiologo così insigne, e posso perciò con confidenza aggiungere alle prove
razionali che ho esposte, alcune esperienze che servono a convalidarle.
Da molti anni mi sono occupato
di questo problema, e a tale effetto ho spiato con impegno le screziature
accidentali delle foglie o il loro arricciamento, l’appiattimento e le scannellature
dei germogli, e le altre malattie che attaccano le piante, e, tutte le volte
che mi è riuscito di scuoprirne alcuna non ho lasciato di far degli innesti
colle gemme del ramo malato sopra soggetti sani. La maggior parte di questi
tentativi mi è andata fallita, perchè se le gemme che si innestano sono
veramente malate è difficile che attacchino, ma i pochi che mi sono riesciti mi
hanno dato un risultato contrario alla teoria della permanenza. Le gemme dei
rami malati, che ho potuto attaccare sopra soggetti sani, si sono sempre
sviluppati coi caratteri normali, nè mai hanno dato indizio delle malattie del
ramo da cui provenivano. Ho conservato così delle varietà preziose che parevano
degenerare nella pianta che possedeva, sia per vecchiezza del piede che le
portava, sia pel deperimento accidentale delle sue radici o degli strati
corticali corrotti dall’umidità o disorganizzati dal gelo, sia da altre
alterazioni delle funzioni vitali, ma le ho sempre conservate quali erano nate,
nè mai mi è accaduto di veder passare nei miei innesti la malattia che
affettava la pianta madre, e che o è sparita o ha finito per farla perire.
E difatto, che cosa sono le
malattie? Sono alterazioni sforzate che attaccano l’organizzazione, e che
perciò devono di lor natura risolversi o nella guarigione o nella morte del
vegetale. Niente però di tutto questo si osserva nelle piante mostruose che
coltiviamo. Esse vivono, crescono, invecchiano e muoiono come le altre. nalla
gioventù sono piene di vita e di salute: nella vecchiezza sono soggette alle
malattie ordinarie: le forme bizzarre che le distinguono seguono gli stessi
andamenti che le forme normali: la loro mostruosità non aumenta mai nè
diminuisce, ma si mantiene costante ed uniforme, tanto nella pianta che la
spiega per la prima,quanto in tutte quelle che ne provengono mediante le gemme
che si innestano, nello stesso modo che si mantengono i caratteri proprj di
tutte le piante: ora tutto questo non può combinarsi collo stato di malattia.
Quindi bisogna conchiudere che il fenomeno deve essere originario e che sta
nell’organizzazione speciale dell’individuo.
E’ dunque in un fiore della
vite comune che si è combinato il seme singola reda cui è nata la vite
trifera, ed è nella sua organizzazione originaria che sta la proprietà di
svolgere anticipatamente le gemme destinate a spiegare i tralci
dell’anno successivo, e di svolgerle in femminelle feconde le quali
producono fiori e le allegano, e presentano così una serie di generazioni che
si succedono insieme e si confondono.
Così il Fico, che nello stato
normale è unifero e sboccia in primavera delle gemme dell’anno
antecedente sulle cicatrici delle foglie cadute, cangia natura nelle varietà
mule che coltiviamo, e, o diventa bifero, o sboccia i fiori in
estate dalle gemme nuove nell’ascella delle foglie viventi.
Così il Ciliegio, che nello
stato normale ha una fiorazione unica e simultanea e sboccia i fiori
nelle gemme dell’anno antecedente per mantenere i frutti nella primavera
medesima e riposar nella state, ha dato una varietà, il Ciliegio
Progressifloro, (Vedi quest’articolo) la quale si distacca affatto da tale
economia, e svolge invece una parte delle sue gemme fiorifere in una specie di
ramicelli anomali, che sono caduchi come quelli del Giuggiolo, o che nel
distendersi formano delle gemme subalterne e successive che si aprono in fiori
appena formate come nella vite, e che in questo modo si cuopre pel corso di
quattro e più mesi di fiori e di frutti di tutte le età e in tutti i gradi di
vita come i Limoni.
Così nei Ranuncoli, nelle
Scabiose, negli Ananassi (1) e in molti altri fiori muli la forza della
vegetazione, deviata dal suo corso naturale per il guazzabuglio degli organi
nei quali è sforzata a sfogarsi, svolge sovente nel punto ove doveva vivere il
pistillo un germoglio fiorifero al quale ne succede un secondo e talora anche
un terzo tutti rigogliosi di vita, ma sterili e mostruosi.
In tutti i
tempi il lusso ha ricercati i mostri vegetali, ma la loro origine è sempre
stata un mistero. I pochi che l’hanno rintracciata si sono perduti nelle
favole, o hanno dati per fatti le imposture dei giardinieri o le tradizioni più
gratuite. L’arancio della Bizzarria è il solo che sia sfuggito in questo
alla sorte comune ed è stato sorpreso, dirò così, nella sua origine da un
naturalista Fiorentino il quale ne ha constatato il principio. Tutti gli altri
mancano di genealogia, e si sono veduti comparire nei giardini senza saperne la
provenienza.
Così è
succeduto alla Vite trifera: essa vive da tempi immemorabili fra noi, ma
non abbiamo alcun dato per iscuoprire dove e quando sia nata. Nel sistema delle
degenerazioni e del perfezionamento individuale sarebbe impossibile il sortire
da quest’oscurità, ma colla guida della teoria del mulismo non è
difficile il diradarla.
La Vite è indigena nei climi
temperati dell’Asia: e in quei luoghi essa spiega uno sviluppo così grande che
ha potuto fornire delle tavole per le porte dei Tempj. Uscita dal suo paese
nativo essa ha subito la legge del clima, e le sue propagini si sono adattate
alle condizioni della nuova patria in cui erano portate a vivere. Quelle che
sono passate verso il settentrione sono state ridotte a vegetare in istato di
arbusti; e i semi che hanno prodotti, combinati nella loro concezione sotto
l’influenza degli agenti esterni che la circondavano, hanno sviluppato dei
temperamenti analoghi alle condizioni delle località ove erano stati concepiti:
così i caratteri originarj del tipo hanno sofferto in queste nuove
combinazioni tutte quelle modificazioni che distinguono le varietà Europee.
Nell’estendersi verso del mezzogiorno la Natura ha seguito lo stesso sistema, e
le modificazioni operate dalle condizioni della località si sono risentite in
senso opposto tanto nelle propagini quanto nei semi. Quindi, i vitigni del
settentrione nati meno vigorosi si sono adattati facilmente alla vita
artificiale delle nostre coltivazioni, e le loro uve hanno sviluppato delle
qualità particolari che sarebbero degenerazioni per la natura, ma che l’uomo ha
trovate di suo genio, e che forniscono i vini aciduli e secchi del Reno, i vini
gentili e delicati di Borgogna, e i vini asciutti e robusti del Bordolese; nel
mentre che i vitigni nati verso il mezzogiorno hanno spiegato un lusso di
fogliazione straordinaria e hanno date delle uve a grandi grappoli e a polpa
mielosa, e dei vini siroppati o sopracarichi di spirito. Al di là di un certo
limite il clima del settentrione ha arrestata la vegetazione della vite, e l’ha
ridotta a non fruttare o a produrre solo agresto. Sotto i Tropici invece
le propagini stesse che vi sono passate da’ climi temperati dell’Europa o
dell’Asia si sono risentite dell’azione eccitante della temperatura, e si sono
prestate ad una vita continua che le rende ricche di una fogliazione sempre
vegeta e di una fruttificazione replicata, ma che non permette alle uve di
acquistare quella perfezione che è necessaria per cavarne del vino. Era questo
il primo passo per venire ad un’organizzazione adattata a quei climi: i semi di
quelle propagini, sforzate a spiegare una vita estranea alla loro indole
originaria, dovevano necessariamente ricevere nella loro concezione delle
disposizioni organiche analoghe all’azione degli ambienti che le circondavano;
e il modo di vivere accidentale della madre doveva diventar naturale nei figli
o in alcuni di essi. Ed ecco delle Viti a vegetazione continua o a produzione
replicata. Queste disposizioni essendo inerenti al temperamento proprio
dell’individuo, devono aver avuto il loro massimo effetto nel paese ove sono
state combinate, ma non perciò potevano essere soggette a cangiare col cangiare
di località. Quindi la Vite trifera è passata fra noi quale è nata, e
sebbene le circostanze che ne hanno data l’origine non continuino, pure essa
conserva sempre il suo carattere senza alterazioni. Ei può essere modificato
nel suo sviluppo annuale dagli agenti esterni che la circondano, ma questa
modificazione sarà sempre temporaria. Nello stesso modo che un vitigno nato in
Europa può svolgere nell’umidità e nei calori dei Tropici una vegetazione
prolungata senza che gli sia naturale, un vitigno che ha ricevuto dalla nascita
un’organizzazione propria a spiegare questo carattere può trovarsi sforzato
dall’azione dell’ambiente o da altre cause ad interromperla.
Così la Vite trifera
spiega questa qualità in un modo più deciso nei paesi caldi e nelle località
più riparate che nei luoghi freddi ed esposti all’azione delle meteore, e si è
osservato che in certe località essa la perde quasi intieramente; ma questa
specie di degenerazione non è accidentale, e dal momento in cui ne cessa la
causa, le sue propagini, passando in miglior clima riprendono tutto il vigore
della pianta originaria, e ritornano nel suo primo stato.
È questa la genesi della Vite
trifera. Veramente essa non è fondata che sopra delle indicazioni
razionali, perchè la scienza ancora bambina non poteva tener dietro a questi
accidenti oscuri della vegetazione, ma non è perciò meno evidente: nel resto
noi ne troviamo qualche traccia anche nella storia.
L’Uva trifera era nota
agli antichi: il lusso Romano già aveva osservato nelle regioni tropicali a cui
confinava l’Impero o nelle contigue questa pianta singolare, e ne aveva
trasportate le propagini in Italia. Plinio la descrive con tanta precisione che
non lascia dubbio sulla sua identità con quella che coltiviamo al presente. Ecco le sue parole: «Vitis quidem et
triferæ sunt, quas ob id insanas vocant, quoniam in iis aliæ maturescunt, aliæ
turgescunt, aliæ florent». Alcuni hanno creduto di riconoscerla nel verso di
Virgilio nel quale, lodando l’Italia, dice che i frutti vi maturano due volte
all’anno, ma l’interpretazione che hanno data a quel verso, non solo non è
adattata a questo vitigno, ma è evidentemente sforzata per qualunque altra
pianta.
Al presente l’Uva trifera
è coltivata quasi da per tutto ove vien bene la Vite: sempre in poca quantità
perchè è più curiosa che utile, ma sempre con premura e per la bellezza dei
suoi grappoli, e per la stagione in cui matura. Bisogna convenire che il
fenomeno non si spiega egualmente in tutte le località: e il Sig. Bourghers,
che la coltiva con successo a Lumigní in Francia, conviene che in alcuni luoghi
il suo prodotto diventa unifero come quello degli altri vitigni, cosa a
cui attribuisce l’asserzione del Sig. Du-Chesné di Coulommiers, e del Bon
Jardinier, i quali affermano che non esistono in Francia viti producenti
molte raccolte successive. (Vedi Annales de la Societæ d’Horticolt. de Paris,
T., Mai 1830).
I Francesi hanno dato a questo
vitigno il nome di Vite di Ischia, e il Sig. Barone di Martemar che ne
presentò nel 1828 due piantine alla Società d’Orticoltura di Parigi, lo deduce
dall’isola di quel nome, da dove dice che fu trasportata dal Sig. Van-Stryp dei
Paesi bassi. Invece il Sig. Fontenelle sostiene ch’essa è sconosciuta in
Ischia, e aggiunge che il Sig. Monticelli illustre naturalista di Napoli lo
aveva assicurato che l’Uva di tre volte l’anno non solo era ignota in
quell’isola, ma lo era pure in Calabria, e propone di chiamarla Vigne de
Chios, dicendo che anticamente la sua coltura principale era a Chio.
Circostanze accidentali possono aver dato luogo a questi nomi relativi, e
possono conservarli, ma il nome più proprio sarà sempre quello che nasce dalla
natura del vitigno. Il nome di Vite insana , usato dagli Antichi,
sarebbe appropriatissimo, perchè la sua vegetazione esce dall’ordine normale ed
è come folle, ma noi abbiamo adottato quello di Trifera perchè
prescelto da Plinio, e perchè corrisponde al nome volgare che riceve in Italia
di Uva di tre volte all’anno.
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testo trascritto da Marcello Maimone (Genova)
(1) Anche nell’Ananasso si vede un fenomeno che è
riguardato come una proliferazione. Tale è quello descritto dal Rumfio
nell’Ananasso domestico che gl’Indiani distinguono col nome di Fajama.
In questa varietà la corona che sormonta il frutto ne produce un secondo, e a
questi ne succedono molti altri sino al numero di dieci, e tutti cogli stessi
caratteri del primo. Io comincio per osservare che la proliferazione
consista nello sviluppo di un germoglio sopra di un fiore o sopra di un frutto,
e che, nel caso della Fajama, lo sviluppo non si fa sopra l’asse della spica
fiorifera. Noi non conosciamo sinora l’Ananasso che nello stato di mostruosità.
In questo stato tutti gli organi fiorali della spica sono cangianti in
una sostanza tenera e polposa che costituisce la pina conosciuta sotto
il nome di frutto di Ananasso, e l’asse del fusto destinato a
prolungarsi e a produrre delle nuove spiche si ferma in un getto
fogliaceo che chiamiamo corona dell’Ananasso. Io non ho ancora potuto
trovare una descrizione compita dell’Ananasso nello stato normale. quella che
ne ha dato il Rumfio nel parlare della Fasagua o Ananasso salvatico
non è sufficiente per farsi un’idea giusta dell’economia vegetale del tipo. Ma
io sono certo che in questo stato la pianta dell’Ananasso deve produrre una
successione di spiche fiorifere una sopra l’altra composte di fiori asillari, i
quali allegati, maturati e caduti devono lasciar nuda quella parte dell’asse
intorno a cui si riuniscono, e che deve formar parte del fusto, come succede
nella fiorescenza dei maschi del Pino. Ora, pare che quest’economia di
vegetazione propria al Tipo si conservi nella varietà descritta dal Rumfio, la
quale in ciò, segue il sistema normale, quantunque nel resto spieghi il mulismo
il più completo, perchè i fiori che compongono le spiche si trovano
tutti cangianti in sostanza polposa e agglomerati in maniera da formare la pina
deliziosa che mangiamo. Ma in tutto questo non vi è altro di straordinario che
il mulismo dei fiori: la ripetizione delle spiche è in natura.