TREBBIANO
FIORENTINO
Vitis vinifera Trebulana
Florentina racemis mediis, oblongis, acinis rotundis, parvis, spissis, ex
albolutescentibus, seminibus sæpe carentibus, succo dulcissimo, vino
lutescente, amabili, duraturo. Vulgo, Trebbiano Fiorentino.
Il Trebbiano Fiorentino è il migliore di
tutti i Trebbiani. Il suo grappolo è oblungo, serrato, composto di acini
minuti, tondi, di buccia dura, bianca nella prima maturità, poi ambrata, indi
razzata di rosso con una puntetta bruna in cima, e contenente una polpa dolce
con un solo granello, e talvolta nessuno.
Il suo vino naturale
è bianco al principio, poi giallognolo, odoroso, sottile, spiritoso e durevole.
Se si fa con dei processi complicati diventa un vino liquore più o meno
concentrato, più o meno dolce, secondo che si preparano le uve e che si tratta
il mosto, e allora ei dura dei secoli.
Tutti accordano al Trebbiano
il pregio della fecondità, e tutti gli accordano una grande facilità di
maturare e perciò una precocità preziosa che influisce moltissimo sul
perfezionamento delle uve, e per conseguenza su quello dei vini. Nei miei
poderi in Finale è maturo sulla metà di Settembre. Il Trinci, che scriveva nel
Lucchese, dice che comincia a maturare la seconda settimana del mese di Agosto:
in nessun paese vinifero la sua maturità è protratta al di là della fine di
Settembre: da per tutto per ciò precede le pioggie e assicura una buona
vendemmia.
L’Italia è piena di Trebbiani,
e da per tutto sono vantati come vitigni preziosi coi quali si fanno dei vini
stimati, ma che hanno in ogni luogo delle qualità diverse. Quale è mai la
ragione di queste differenze? Sono esse dovute all’influenza delle località e
dei metodi di vinificazione, o provengono dalla diversità dei vitigni? È questo
il problema che importa di sciogliere.
Il Baccio, e con
esso la massima parte degli Agronomi e dei Coltivatori, credono che il Trebbiano
della Toscana sia il padre di tutti i Trebbiani d’Italia; e siccome si
trovano imbarazzati a conciliare quest’opinione colle differenze reali che gli
diversificano non solo col vitigno Fiorentino, ma anche fra di loro, così
ricorrono all’influenza del clima e del terreno, e da essa ripetono tutte le
variazioni che incontrano (1). Io credo che la loro opinione non regga in
principio, perchè è riconosciuto che le differenze di località e di clima
possono bensì favorire o contrariare la maturazione e il perfezionamento
dell’uva, ma non ne cangiano mai i caratteri: essa non regge in fatto, perchè
si s’incontra il Trebbiano Toscano in molti paesi ove si coltivano dei Trebbiani
indigeni, ed in alcuni altri posti in clima assai diverso dal suo clima nativo,
e da per tutto ei conserva le sue qualità originarie. Io ne ho fatta
l’esperienza anche nei miei vigneti, e molti amici miei l’hanno fatta nei loro.
In qualunque luogo è stato portato il vitigno Toscano si è sempre mantenuto
identico, nè ha subìto altro cangiamento che un’anticipazione, o un ritardo a
maturare, e perciò un maggiore, o minore perfezionamento nelle uve e nei vini
che ne provenivano; ma le sue forme si sono mantenute le stesse, e i vini fatti
coi metodi naturali senza l’appassimento di uve e senz’altro processo
complicato hanno conservato presso a poco gli stessi caratteri. Esistono dunque
dei vitigni diversi conosciuti tutti sotto il nome di Trebbiani. Io ho
trovato il Trebbiano nella Brianza, nei colli Pavesi, e nel Piacentino:
i Modenesi contano la Trebbiana fra le più preziose delle loro uve; non
si trovano che Trebbiani nella Romagna, e, secondo il Baccio, si
coltivano i Trebbiani nel Piceno, nell’Umbria, nella Transalpina, a
Roma, e nel Regno di Napoli. (Bac.
p. 267. 277. 280. 303. 306. 312. 313. 370.). Tutti producono un’uva bianca ad
acini piuttosto minuti, di polpa dolce, che matura facilmente, e che dà un vino
pregiato: tutti perciò si somigliano, ma non tutti sono identici: ognuno forma
individuo, ognuno viene da un seme distinto, ognuno si distingue per
un’organizzazione propria che determina la forma dell’uva e ne caratterizza il
vino.
Sarebbe difficile il
fissare il numero delle sue varietà: esse si dividono in grandi gruppi, e da
quanto ho potuto giudicare dalla vista nei miei viaggi, credo che si riducano a
poche. La Toscana ne conta tre, il Trebbiano Fiorentino, il Perugino,
e il Trebbiano di Spagna o Uva Greca (2).
Un’altra è sparsa
nel Milanese, nei colli dell’Appennino Pavese e nel Piacentino. Una quinta è
quella che forma il fondo delle vigne della Romagna, e mi è parsa la stessa di
quella del Modenese. Io lascio agli Enologi locali a descriverne i caratteri e
fissarne le differenze: sarebbe un lavoro interessante, e mi accingerei ad
intraprenderlo se fossi più giovane; ma all’età in cui sono debbo limitarmi al
capo-razza che coltivo, cioè al Fiorentino.
Una seconda
questione è quella dell’identità del Trebbiano con molte altre uve
aventi un nome diverso, ed è una questione che presenta ancora più difficoltà
della prima.
L’Albarola
delle Cinque Terre nella Liguria orientale, ne ha tutta la fisonomia.
Gli Agronomi di quei paesi pretendono che sia la madre del Trebbiano dei
Fiorentini, e ripetono il nome Toscano dalla terra di Trebbiano che appartiene
all’agro Lunese, paese celebre in ogni tempo per i suoi vini, e da cui i
Toscani hanno tirati molti vitigni (3). I Genovesi lo vedono nella loro Bianchetta,
ed è certo che anche questa vi somiglia assai.
Chi sa con quanti
altri nomi sarà esso coltivato in altri paesi?
Quello di Trebbiano
però è il solo che le dia una vera celebrità. Ei si trova in tutti gli
scrittori di Enologia, e vi sono pochi paesi in Italia ove non sia conosciuto.
Il Baccio pensa che
il nostro Trebbiano sia lo stesso che il Trebulanus di Plinio (lib.14,
cap. 4), e che perciò la sua coltura rimonti ai tempi di Roma antica (Bac. pag. 267 e 306). Io non credo si
possa molto contare sulle etimologie che posano sopra un’analogia di suono nei
nomi, ma sono d’accordo con lui sull’antichità di questa coltura, specialmente
nella parte d’Italia che pende sull’Adriatico. In quei paesi la popolazione non
è mai stata estinta affatto, e i terreni hanno sempre ricevuta una cultura
anche nei secoli di barbarie nei quali è rimasta quasi annientata in tanti
altri luoghi. Difatto, le Vigne della Lombardia e della Romagna si presentano
precisamente quali le ha descritte Virgilio, formate da alberi, ed è da credere
che le viti che cuoprono dei loro ricchi festoni quelle belle campagne sieno le
figlie di quelle che vi lussureggiavano ai tempi di Augusto.
Ciò che è senza
contrasto si è che l’uva Trebbiana si trova vantata dai nostri scrittori
i più antichi. Crescenzio, il padre dei nostri Geoponici, la descrive colla
maggior precisione: ecco le sue parole: “et è una altra manera d’uve la quale
Trebbiana è detta, et è bianca col granello ritondo piccolo et molti acini
havente: nella gioventù è sterile et procedendo in tempo diventa feconda
facente nobile vino et bene serbatojo: et questa manera per tutta la Marca spetialmente
si commenda”. Pietro Crescentio, Opera di Agricoltura…
In Venetia, per gli heredi di Joanne Padovano mdliii lib.4, cap. 4, pag.
87. Il Tassoni sceglie il vino di Trebbiano per la cena degli Dei che scesero a
Modena, e lo chiama dolce e rodente (4). Tutti gli Enologi Toscani lo
annoveranno fra i migliori dei loro vitigni (5), e il Baccio lo celebra come il
più esteso in Italia e uno dei più pregiati. La Descrizione ch’ei fa del
Trebbiano di Chianti, merita di essere riportata: “Aureo et fragranti fulgore,
ut non sitientem nivitet (sic) etiam ad potum, suavi non fastuosa dulcedine,
suctu (sic) quodam abblandiens gustui, capiti et stomaco blandissimun et
hilare: nisi in hoc moderandum, quod pro nimio, ad quem se exibet potu, opplet
longo usu orinæ vias, obesis præsertim corporibus: alioqui parce epotum
gracilibus utile, et impinguans macros. In morbis vero quibusdam curandis
olygophorum est”. Bac. p. 306.
Sarebbe espormi a
delle ripetizioni se volessi descrivere i diversi modi coi quali è coltivato il
Trebbiano, e le diverse qualità di vino che se n’estraggono. Ogni paese ha il
suo metodo di coltura e di vinificazione; nè è così facile il farne paragone.
Mi rimetto perciò su questo particolare agli Enologi dei paesi ove è più
coltivato.
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testo
trascritto da Franca Damico (Ne-Valgraveglia, Genova)
(1)
Il
Soderini dice: “Tutti i vitigni di qualsisia sorte d’uve s’alterano secondo la
qualità del paese, del sito e del terreno,” pag. 120. Il Baccio sostiene la
medesima massima. Ecco come si esprime alla pag. 267 parlando dei Trebbiani
di S. Quirico nel Piceno; “Suavium quorundam vinorum affines aliqua ejusmodi
invenio nomina ac forsan genera. Trebulanum apud Plinium lib. 14, cap.
17 a trevio oppido quod descripsimus in Calabria: Trebianus secus
Arnum Florentiæ et illi emula…. Ex propaginatis in alias terras Trebiani
vitibus, alia genera: quæ tanem a soli proprietate variant qualitates et etiam
genus”. De Naturali Vinorum Historia, De Vinis Italiæ Andreæ Baccii. Romæ 1596.
(2)
Il Soderini annovera fra i Trebbiani un’uva che chiama Trebbiano nero,
e che è troppo diversa per riceverla sotto questo nome: vi ho ammesso invece l’Uva
Greca che il Trinci chiama Trebbiano di Spagna, e che somiglia molto
al nostro Trebbiano.
(3)
Si veda il Sacchetti, Novella 177, nella quale racconta “che un certo ricco Cavaliere
di Firenze per vaghezza di porre nel suo vigneto alcuno nobile vino straniero
pensò trovare modo di far venire maglioli di Porto-Venere della Vernaccia
di Corniglia” (terra della Liguria occidentale) e gli introdusse in Toscana.
(4)
Ecco l’Ottava del Tassoni, Secchia Rapita, Canto II, Ottava 63.
“Posciachè
passeggiata a parte a parte
Ebber gli Dei quella città fetente,
E ben considerato il sito e l’arte
Del guerregiar, e il cor di quella gente,
A un’osteria si trassero in disparte,
Ch’avea un Trebbian di Dio dolce e rodente,
E con capponi e starne e quel buon vino,
Cenaron tutti tre da Paladino”.
(5)
Il Soderini, nel descrivere le Uve che riuniscono alla proprietà il far del
buon vino quella di essere proprie a mangiarsi, vi comprende i Trebbiani.
Ecco
le sue parole: “E il Trebbiano di ogni sorta massimamente il Perugino che ha
proprietà di bastare (conservarsi), sebbene è acquoso assai” E più sotto: “I
Trebbiani sono fertilissimi o a terra o in pergola, nè fallano mai, e se ne
trovano delle nere”. Trat. della Colt. delle Viti, pag. 17 e 120.
Il Baccio poi, parlando del Trebbiano della Val d’Arno, dice che è ricercato in
tutta l’Italia, e figura ancche in Francia alla tavola del Re. “Trebulana
producunt vina, famæ inclitæ non modo in Italia ad quas convehuntur partes,
Romam, Neapolim, Genuam, Bononiam, verum etiam Lugdunum, et in Gallia Regum
etiam magnificant mensas”. Bac. pag.
306.