UVA SANGIOVÉTO
Vitis
vinifera etrusca, racemis pyramidalibus congestis, acinis rotundis, nigricantibus,
vino purpureo, generoso, austero, duraturo. Vulgo, Sangiovéto o
Sanzoveto o San Gioghéto.
Vitis parvo ac
densiore botro, acinis rotundis, minimis, nigris, subacidis. Mic. Rar.
San Gioghéto piccolo = Targ. Diz. Bot.
Il Sangiovéto è l’uva che forma il fondo
dei vini i più generosi della Toscana. Ha la foglia piccola, sottile, colla
punta acuta, spesso increspata, a lacinie pronunziate, lustra di sopra e senza
lanugine di sotto. Il grappolo è grosso, il più sovente piramidale, spesso
alato, appuntato e serrato. Gli acini mediocri, rotondi, di guscio duro, meno
neri di quelli del Canajòlo, e di polpa meno dolce. Il vino senza odore,
colorito, generoso, acerbo, ritarda molto a perfezionarsi, ma in compenso si
conserva per lungo tempo e migliora invecchiando.
I Toscani riguardano
il Sangiovéto come il migliore dei loro vitigni, ma non ne fanno del vino
separato: essi lo combinano con diverse altre uve, e più spesso col Canajòlo e
col Mammolo: è opinione che il primo corregga la sua austerità collo zuccherino
di cui abbonda, e che il secondo gli communichi l’odore di viola mammola che
gli è proprio. Si unisce pure colla Lacrima, e col Trebbiano, e questi lo
rendono più sciolto e più saporito.
Il Sangiovéto è
l’uva favorita del Fiorentino, ed entra come principale nei vini di Chianti, di
Pomino e di Carmignano. Essa si coltiva pure come uva di primo pregio nel
Pistoiese e nel Sanese, e si mischia con delle uve secondarie nel Lucchese e
nel Pisano. È sorprendente che non si estenda al di sopra della Valle d’Arno,
nè al di là di Buonconvento. Io non l’ho trovata nell’Aretino, ove invece si
coltiva un’altra uva sotto il nome di Calabrese, la quale ha i caratteri
del Sangiovéto, e che si usa come quello per dare della forza ai vini di
Canajòlo e di Albano; nè l’ho trovata nel territorio di Montepulciano, ove è
rimpiazzata egualmente da un’altra uva che ha un carattere analogo, e che è
conosciuta sotto il nome di Prugnolo. Essa non si estende di più da
questa parte, ma passa l’Appennino dalla parte opposta e primeggia fra le uve
del Faentino, ove produce un vino generoso che porta il suo nome.
Tali sono i limiti
del Sangioveto: è un’uva tutta Toscana, ed è forse la più preziosa delle uve di
questo paese così caro a Bacco.
Tutti gli Eneologi
Toscani descrivono il Sangiovéto, e non lo descrivono tutti nella stessa
maniera, nè tutti lo ristringono ad uno solo. È questo l’effetto della
confusione che regna nei nomi delle uve e della facilità con cui i contadini
gli cambiano spesso, e gli applicano a caso, battezzando le uve che non
conoscono con dei nomi che ne rappresentano delle altre sopra una semplice analogia,
o anche a capriccio. Ecco perché si trovano tanti Sangiovéti negli
Scrittori di Eneologia e di Botanica senza che si possano rinvenire vivi nei
vigneti.
Il Villifranchi gli
ha ristretti a tre soli, che ha distinti coi nomi di Sangiovéto Toscano,
Sangiovéto Romano, e Sangiovéto forte. In fondo poi anche questi
si riducono ad un solo, perchè il Forte o non esiste o è un’uva poco
conosciuta o di niun pregio, e il Romano è lo stesso del Sangioveto
Toscano, mentre la sola proprietà per cui egli lo distingue è un grado maggiore
di acidità, e questo si trova sovente negli stessi vitigni fra ceppo e ceppo e
fra grappolo e grappolo.
Il Trinci difatto
non ne descrive che un solo, ed è quello che si trova nei vigneti Toscani, e
che abbiamo figurato con questo articolo.
Il Sangiovéto entra
ancora con successo nella composizione dei vini santi. Ciò prova che è
ricco di sostanza zuccherina, la quale intanto non si scuopre nella
degustazione dell’uva perché è mascherata da un resto di acidità che ritiene
anche nella maturità ordinaria, e da una certa asprezza che ne forma il
carattere. Queste qualità dipendono da un residuo di acido malico che gli
rimane quando si coglie, e da una soprabbondanza di acido tartaroso che gli è
proprio. Il primo deve sparire col completamento di maturazione che riceve
nell’essiccamento artificiale a cui è sottoposta l’uva; e il secondo deve
combinarsi vantaggiosamente coll’alcool, e produrre nel suo sviluppo e nelle
nuove sue combinazioni dei fenomeni particolari dai quali forse dipende la
maggior durata dei vini.
È da desiderarsi che
gli Eneologi istruiti instituiscano delle esperienze su questo soggetto,
facendo dei vini santi di solo Canajòlo, altri di solo Sangiovéto,
ed altri misti, e sottoponendoli poi all’esame comparativo del gusto, e a
quello di un’analisi chimica, la quale potrebbe gettare della luce
sull’Eneologia, e su i misteri che ancora l’inviluppano.
Nessuno meglio del
Marchese Cosimo Ridolfi potrebbe eseguire queste operazioni e completare così
le molte ricerche che ha già fatte con tanto successo per la migliorazione dei
vini Toscani.
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testo
trascritto da Graziella Picchi (Cagli, Pesaro Urbino)