UVA PIGNOLA

o PIGNOLO DI SAN COLOMBANO

 

Vitis vinifera Sancti Colombani, racemis parvis cilindricis, acinis rotundis sibi invicem confertis, cortice nigro, succo rubescente, linguam suggente, austero. Vulgo, Uva Pignola, o Pignolo di San Colombano.

 

Il Pignolo è l’uva classica della Lombardia milanese: è un vitigno vigoroso che si adatta egualmente al colle e alla pianura, e che fallisce di rado.

Ha i tralci tinti di un giallo bruno, i nodi rapprossimati, la foglia picciola, leggiermente dentata a picciuolo rosso, lustra al di sopra e un poco tomentosa al di sotto.

I suoi grappoli sono piccioli, cilindrici, serrati, composti di racimoli eguali, di acini rotondi sempre fitti e spesso schiacciati gli uni dagli altri, di buccia nera, leggiermente indachina e di polpa vermiglia.

Il suo vino è nero, spumoso, e ha un poco di pizzico. Io non so se ne faccia in alcun luogo dello schietto senza miscuglio. In generale il Pignolo è coltivato insieme a molte altre uve. Nei Colli di San Colombano nel Lodigiano è il dominante, e il vino di quelle vigne è il più stimato fra i vini del milanese. La Brianza lo conta per una delle uve migliori dei suoi vigneti, ma non vi primeggia. Nell’Oltrepò Pavese e nelle colline del Piacentino la sua coltura è alternata con quella della Moradella, dell’Uvetta di Caneto, e della Trebbiana. Il celebre Professore Scarpa, che mi ha accolto colla cordialità che gli era propria nella sua Villa di Bornasco, lo combinava colla Berzemina, e ne faceva dei vini squisiti. Essi riescono quasi imbevibili nelle pianure pavesi e nel Lodigiano, ove pure domina il Pignolo, ma ciò non deve sorprendere, perché quei terreni fatti per le cereali e le praterie sono di loro natura nemici della vite.

Il Pignolo riprende le sue qualità nel Novarese, ove gareggia con l’Uvetta, col Neiret, e colla Spana, e dove, salendo sui Noci e sui Ciliegi si stende in un modo straordinario, e spiega una fecondità prodigiosa, trovandosene delle piante sulle quali si colgono sino a nove brente di vino.

Le colline della Valdisesia sono coperte di Pignolo, ed entra colla Vespolina e colla Spana nei famosi vini di Bocca, di Grignasco, di Prato, di Fizzano, di Maggiora, di Romagnano e di Ghemme, e comincia solo a diventar raro nei monti di Gattinara ove la Spana diventa quasi esclusiva, e dove i vini spiegano un carattere nuovo, sconosciuto nelle Vigne Lombarde.

Sono queste le regioni del Pignolo, e forse sono quelle che si trovano più confacenti alla sua indole e alla sua perfezione.

In tutti i tempi esso vi ha goduto di una reputazione distinta. Crescenzio dice che il Pignolo non fruttificava nel Bolognese, ma che era molto amato presso Milano: e il Baccio lo vantava come un’uva particolare che distingue il territorio Pavese e il Lodigiano. Ecco come ne parla nel Libro Sesto della sua Opera alle pagg. 313 e 316 … “inter communia singulare habet uvæ genus, quam Pignolam diximus, a figura racemulorum, quæ nigris acinis, iisque pineorum similitudine parvis ac nigris, adeoque sibi invicem confertis, ut nec avelli possint, nisi digitis, aut potius morsu dentium dilacerentur. Succosa in sui substantia liquore, ac grato suctu ex austero permixto ac dulci, ut et vinum reddant, quod simili gustu, ac vulgò piccante dicitur, ac blandulis in cratere subsiliens bullis, colore splendido, sapore ac odore pineoli, mediocris roboris, ut nec nostratibus cedat Lachrymis”. Più sotto poi, parlando del Lodigiano, dice: “Vinctis præterea passim consita, quæ citrà Sancti Colombani amœnissimi cænobij colles, summam obtinent in vinis suis generosis laudem, rubris primùm, helveolis, et nonnullis Vernaciis et albis optimi generis … Participat et uvis et vinis Pineolis, quas Ticinij proprias diximus, et in Placentinis ex adverso collibus propagari, et pauca præter hæc abet ex selectis uvis albis subaustera et clara, quæ olygophora æmulantur, perdurantque ad usum egrotantium in totam æstatem”.

Un’uva che godeva di tanta riputazione sino dal sedicesimo secolo doveva passare naturalmente nelle province vicine, e specialmente nell’Italia meridionale. Eppure, io non l’ho potuta riconoscere in alcuno dei vigneti delle altre regioni italiane, nè la trovo descritta che dal Trinci. Il Solderini parla di due uve che portavano il nome di San Colombano, e una di queste si coltiva anche attualmente in Toscana, ma è un’uva bianca più in uso per le frutta che per fare del vino. Quella invece descritta dal Trinci corrisponde perfettamente col Pignolo Lombardo, ed ei ne vanta il vino, e fatto solo, e mescolato: ecco come si esprime: “Fa il vino molto colorito, odoroso, sottile e spiritoso: piace infinitamente a beversi solo, ma non prima che abbia sentito il caldo, e mescolata questa con altre uve proprie fa meravigliosamente bene, non solo per il colore, ma per il sapore e odore che sono cose molto stimabili. Trinci, Tratt. delle Uve e dei Vini, cap. 22. Dell’Uva Pignola rossa e delle sue qualità”. Io non la coltivo che da poco tempo, e non posso ancora parlarne per esperienza propria: rimetto quindi i Lettori a quello che ne è stato scritto.

Il disegno che presento al Pubblico è dono di un Naturalista illustre, che ha portata la sua amicizia al segno di consacrare alla Pomona un pennello reso celebre per tanti lavori di Storia Naturale. Io mi compiaccio di testimoniare a quest’amico, il Professore Rusconi di Pavia, i sentimenti della mia riconoscenza.

Mi è dolce di estenderli pure al Professore di Agraria il Sig. Moretti, il quale mi ha accompagnato nelle mie peregrinazioni dell’Oltrepò Pavese e del Lodigiano, e mi ha assistito co’ suoi lumi e colle sue relazioni.

È l’aiuto di così distinti Collaboratori che mi ha inspirato il coraggio di intraprendere quest’ultima parte dell’opera, che presenta in se stessa tante difficoltà e tanti ostacoli.

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testo trascritto da Mario Zefelippo (Godiasco, Pavia)