UVA DEL FRIULI

o PICCOLITO

 

Vitis vinifera forojuliensis, racemis parvis, puumilis ovoidalibus ex albo-lutescentibus, vino dulci, odoroso, suavissimo, duraturo. Vulgo, Uva Piccolito o Picolit.

Piccolit. V. Vitis vinifera Piccolita. = Zucc. = Targ. Diz. Bot. Ital.

 

Il Piccolito è una vite che ha ricevuto il nome dalla picciolezza dell’uva che produce. I suoi grappoli non eguagliano quelli del Colorino: sono di lor natura serrati: ma i molto fiori che falliscono nell’allegagione e qualli che restano anche dopo senza sviluppo gli rendono irregolari e con dei vuoti che gli fanno comparire spargoli. Gli acini sono un poco più grossi del Colorino: la loro forma è ovoidale: la buccia è bianca, e si rende ambrata nella maturità: la polpa è mucillaginosa e si concentra con facilità. Il vino è un vino-liquore che ha la riputazione di gareggiare col Tokay e col Capo. È dolce come i vini santi; ma il suo dolce è gentile; e lo spirito che lo anima è così ben combinato che ne rileva la fragranza e gli dà una soavità tutta propria.

L’insieme di queste qualità dipende in gran parte dai processi coi quali è fatto, ma il loro elemento principale sta nella natura dell’uva. Forse vi concorrono ancora le condizioni della località in cui si coltiva. Gli agronomi hanno estesa di molto l’influenza del terreno e del clima sulla natura dei prodotti vegetali e specialmente sulla fragranza dei vini; e quest’opinione è resa rispettabile dal nome di Chaptal che l’ha adottata: ma se si studia bene la Natura si riconosce che questa teoria è contraddetta dai fatti, mentre l’esperienza dimostra che la forza di questi agenti esterni si riduce a favorire o contrariare lo sviluppo di quelle qualità che sono proprie all’organizzazione del vitigno, e di quelle condizioni che si richiedono per la perfezione convenzionale del suo prodotto. Sotto questo rapporto solamente le circostanze del luogo dove si coltiva il Piccolito possono essere valutate nel merito del suo vino.

La natura di queste circostanze non pare a dir vero, concordare colle idee che abbiamo sulle località proprie alla vite, giacchè il luogo ove ha avuto principio la coltura del Piccolito e da dove sono usciti i primi vini di fama è una pianura: ma la storia dei vini ci presenta un’infinità di esempj in favore delle pianure, e di altre località umide e basse, e concorda così colla scienza nel dimostrare che la località la più favorevole è quella che si presta di più alla maturità dell’uva, e che questa può ottenersi per una data varietà in un luogo, e per un’altra in un altro, e con delle condizioni diverse.

L’organizzazione propria del vitigno è dunque la prima condizione a cui sono dovute le qualità che distinguono il vino del Piccolito. La località vi può entrare per qualche cosa, ma dopo la natura dell’uva si deve accordar senza dubbio una grande influenza ai metodi di vinificazione in quel paese per questo vino.

Il Sig. Zanon nelle sue lettere sull’agricoltura e sul commercio, e il Sig. Conte Bertoli nel suo bell’opuscolo sul vino di Borgogna nel Friuli ci danno dei dettagli interessanti su questo soggetto.

L’uva del Picolit si raccoglie verso la metà di Ottobre, e perciò in una stagione in cui la maturità deve esser compita. Nè questo basta: essa si lascia appassire sulle grati sino a tutto il Dicembre, e con ciò si spoglia quasi interamente dell’acqua di vegetazione che conteneva. Ridotta in tale stato si pigia e si preme sotto lo strettojo, e il mosto che ne deriva si pone in un botticino impeciato nelle giunture, e vi si lascia un anno.

All’epoca del nuovo raccolto, cioè a dire nel successivo Dicembre, si cava una metà di questo vino per porlo in bottiglie, e si riempie il botticino così smezzato col mosto nuovo, il quale riceve dal vecchio e forza, ed aromo, e dà nell’anno seguente un vino anche migliore. Si rinnova ogni anno la stessa operazione e con ciò si aumentano le qualità del vino, che diventa sempre più prezioso quanti più sono gli anni che conta il botticino.

È questo press’a poco il sistema che si segue in Malega per i vini scelti di Pedro Ximenes.

Io ho assistito a quest’operazione nel 1798 nelle cantine di due de’ principali negozianti di Vini in Malega, i Sigg. Martins ed i Sigg. Darippes, e ho bevuto alla tavola del primo del vino di 80 anni, che si vendeva in commercio a due prezzi duri la bottiglia. Il loro metodo però era accompagnato da circostanze particolare che lo rendevano di un successo più sicuro. La botte di 80 anni, che datava dall’anno dello stabilimento della casa Martins in Malega, faceva capo, ed era seguita da una fila di botti eguali che contenevano ciascuna il vino dell’anno in cui era stata riempita dal 1718 al 1798.

Erano già 40 anni che si estraeva dalla prima alcune arrobe di vino per il commercio. E queste poche arrobe che si estraevano erano supplite subito da altrettante arrobe del vino della botte successiva, e così da una all’altra sino a quella dell’anno in corso che si riempiva del mosto nuovo. In questo modo le botti restavano sempre piene, e il supplemento che vi si versava non differiva di molto dal vino che vi era sottratto, mentre la botte di 80 anni era riempita del vino di quella di 79, e questa di quello di 78, e così successivamente sino alla botte dell’ultimo anno che si riempiva del vino della nuova raccolta, dal quale non differiva che per un solo anno di età.

Io suppongo che il vino della prima botte fosse schiarito per mezzo della colla di pesce prima di esser passato nella seconda, perchè so che questo schiarimento, di cui allora si faceva un segreto, era il mezzo potente con cui si garantivano i vini dalle malattie a cui vanno soggetti, e con ciò il vino passava da una botte all’altra, in uno stato di perfetta purità, e la madre delle botti che lo ricevevano consisteva unicamente nella sostanza più spiritosa del vino, in un poco di tartaro, e nell’aromo che vi si concentrava.

Io ignoro se la chiarificazione si pratichi in Friuli pel Piccolito. Credo però che senza di questa il sistema di conservare la madre del vino vecchio per migliorare il nuovo possa andar soggetto a degli inconvenienti.

Il Friuli è il paese del Piccolito. Tutto fa credere che non vi sia stato trasportato da altro clima, ma che provenga da un seme sviluppato in quel luogo per caso, e che gli abitanti avranno messo in coltura e propagato subito che avranno avvertita la dolcezza dell’uva che produce.

È un Abrostine bianco, che è stato esperimentato dai coltivatori, e del quale si è tirato un partito per fare un vino distinto in vece di servirsene per mischiarlo coi vini deboli onde darvi della forza come si usa in Toscana.

Chi sa quanti vini squisiti risulterebbero da questi Abrostini o Lambrusche che compariscono nelle siepi e che si trascurano come viti selvatiche, o che s’impiegano solo al governo dei vini cattivi!

L’Abrostine del Friuli non è coltivato sin’ora in grande che nella pianura di Fagnana presso la città di Udine, e si pretende che solo in quel luogo ei possa acquistare la perfezione che gli è propria ci possa acquistare la perfezione che gli è propria, e dare il vino squisito che se ne ricava.

Io credo che si troverebbero in Italia molte varietà adattate alla sua complessione, e credo, che in qualunque luogo ei potesse acquistare una perfetta maturità, darebbe un vino egualissimo a quello del Friuli.

Ne abbiamo un esempio nelle colture che si sono stabilite nel finire del secolo scorso nel Trevigiano, nel Bassanese, nel Vicentino, e negli ameni colli di Conegliano, ove è coltivato al presente di Piccolito, e dove produce un vino che non si distingue da quello di Fagnana (Nuovo Giorn. D’Ital. T. 5, 178 p.).

Io invito i dilettanti e gli agronomi a farne la prova nel resto dell’Italia ed arricchire così col risultato delle loro esperienze l’agricoltura e la scienza.

La coltivazione del Piccolito non è antica: l’Alberti nella sua descrizione d’Italia non ne fa parola: ei parla dei vini del Friuli, e gli dice delicati, ma non ne specifica alcuno, e per lodarli, si appoggia alle parole di Plinio che celebra quelli di Pucino, il quale è un castello lontano da Udine e vicino al mare.

Ho osservato l’istesso silenzio nel Baccio, il quale non cita alcun vino particolare nell’Udinese, e chiama anch’esso l’attenzione sull’antico vino celebrato da Plinio, e ricercato da Livia Augusta.

Tutto questo conferma la congettura esposta di sopra sull’origine del Piccolito, e concorda con ciò che raccontano il Zanon e il Bertoli, i quali attribuiscono al Conte Asquino il perfezionamento di questo vino, e la riputazione che ha acquistata in Europa.

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testo trascritto da Elisa Ossari (Conselve, Padova)