Vitis vinifera forojuliensis, racemis
parvis, puumilis ovoidalibus ex albo-lutescentibus, vino dulci, odoroso,
suavissimo, duraturo. Vulgo, Uva Piccolito o Picolit.
Il
Piccolito è una vite che ha
ricevuto il nome dalla picciolezza dell’uva che produce. I suoi grappoli non
eguagliano quelli del Colorino: sono di lor natura serrati: ma i molto
fiori che falliscono nell’allegagione e qualli che restano anche dopo senza
sviluppo gli rendono irregolari e con dei vuoti che gli fanno comparire
spargoli. Gli acini sono un poco più grossi del Colorino: la loro forma
è ovoidale: la buccia è bianca, e si rende ambrata nella maturità: la polpa è
mucillaginosa e si concentra con facilità. Il vino è un vino-liquore che ha
la riputazione di gareggiare col Tokay e col Capo. È dolce come i
vini santi; ma il suo dolce è gentile; e lo spirito che lo anima è così
ben combinato che ne rileva la fragranza e gli dà una soavità tutta propria.
L’insieme di queste
qualità dipende in gran parte dai processi coi quali è fatto, ma il loro
elemento principale sta nella natura dell’uva. Forse vi concorrono ancora le
condizioni della località in cui si coltiva. Gli agronomi hanno estesa di molto
l’influenza del terreno e del clima sulla natura dei prodotti vegetali e
specialmente sulla fragranza dei vini; e quest’opinione è resa rispettabile dal
nome di Chaptal che l’ha adottata: ma se si studia bene la Natura si riconosce
che questa teoria è contraddetta dai fatti, mentre l’esperienza dimostra che la
forza di questi agenti esterni si riduce a favorire o contrariare lo sviluppo
di quelle qualità che sono proprie all’organizzazione del vitigno, e di quelle
condizioni che si richiedono per la perfezione convenzionale del suo prodotto.
Sotto questo rapporto solamente le circostanze del luogo dove si coltiva il Piccolito
possono essere valutate nel merito del suo vino.
La natura di queste
circostanze non pare a dir vero, concordare colle idee che abbiamo sulle
località proprie alla vite, giacchè il luogo ove ha avuto principio la coltura
del Piccolito e da dove sono usciti i primi vini di fama è una pianura: ma la
storia dei vini ci presenta un’infinità di esempj in favore delle pianure, e di
altre località umide e basse, e concorda così colla scienza nel dimostrare che
la località la più favorevole è quella che si presta di più alla maturità dell’uva,
e che questa può ottenersi per una data varietà in un luogo, e per un’altra in
un altro, e con delle condizioni diverse.
L’organizzazione
propria del vitigno è dunque la prima condizione a cui sono dovute le qualità
che distinguono il vino del Piccolito. La località vi può entrare per
qualche cosa, ma dopo la natura dell’uva si deve accordar senza dubbio una
grande influenza ai metodi di vinificazione in quel paese per questo vino.
Il Sig. Zanon nelle
sue lettere sull’agricoltura e sul commercio, e il Sig. Conte Bertoli nel suo
bell’opuscolo sul vino di Borgogna nel Friuli ci danno dei dettagli
interessanti su questo soggetto.
L’uva
del Picolit si raccoglie verso la metà di Ottobre, e perciò in una
stagione in cui la maturità deve esser compita. Nè questo basta: essa si lascia
appassire sulle grati sino a tutto il Dicembre, e con ciò si spoglia quasi
interamente dell’acqua di vegetazione che conteneva. Ridotta in tale stato si
pigia e si preme sotto lo strettojo, e il mosto che ne deriva si pone in un
botticino impeciato nelle giunture, e vi si lascia un anno.
All’epoca del nuovo
raccolto, cioè a dire nel successivo Dicembre, si cava una metà di questo vino
per porlo in bottiglie, e si riempie il botticino così smezzato col mosto
nuovo, il quale riceve dal vecchio e forza, ed aromo, e dà nell’anno seguente
un vino anche migliore. Si rinnova ogni anno la stessa operazione e con ciò si
aumentano le qualità del vino, che diventa sempre più prezioso quanti più sono
gli anni che conta il botticino.
È questo press’a
poco il sistema che si segue in Malega per i vini scelti di Pedro Ximenes.
Io ho assistito a
quest’operazione nel 1798 nelle cantine di due de’ principali negozianti di
Vini in Malega, i Sigg. Martins ed i Sigg. Darippes, e ho bevuto alla tavola del
primo del vino di 80 anni, che si vendeva in commercio a due prezzi duri la
bottiglia. Il loro metodo però era
accompagnato da circostanze particolare che lo rendevano di un successo più
sicuro. La botte di 80 anni, che datava dall’anno dello stabilimento della casa
Martins in Malega, faceva capo, ed era seguita da una fila di botti eguali che
contenevano ciascuna il vino dell’anno in cui era stata riempita dal 1718 al
1798.
Erano già 40 anni
che si estraeva dalla prima alcune arrobe di vino per il commercio. E
queste poche arrobe che si estraevano erano supplite subito da
altrettante arrobe del vino della botte successiva, e così da una
all’altra sino a quella dell’anno in corso che si riempiva del mosto nuovo. In
questo modo le botti restavano sempre piene, e il supplemento che vi si versava
non differiva di molto dal vino che vi era sottratto, mentre la botte di 80
anni era riempita del vino di quella di 79, e questa di quello di 78, e così
successivamente sino alla botte dell’ultimo anno che si riempiva del vino della
nuova raccolta, dal quale non differiva che per un solo anno di età.
Io suppongo che il vino
della prima botte fosse schiarito per mezzo della colla di pesce prima di esser
passato nella seconda, perchè so che questo schiarimento, di cui allora si
faceva un segreto, era il mezzo potente con cui si garantivano i vini dalle
malattie a cui vanno soggetti, e con ciò il vino passava da una botte
all’altra, in uno stato di perfetta purità, e la madre delle botti che
lo ricevevano consisteva unicamente nella sostanza più spiritosa del vino, in
un poco di tartaro, e nell’aromo che vi si concentrava.
Io
ignoro se la chiarificazione si pratichi in Friuli pel Piccolito. Credo
però che senza di questa il sistema di conservare la madre del vino
vecchio per migliorare il nuovo possa andar soggetto a degli inconvenienti.
Il Friuli è il paese
del Piccolito. Tutto fa credere che non vi sia stato trasportato da
altro clima, ma che provenga da un seme sviluppato in quel luogo per caso, e
che gli abitanti avranno messo in coltura e propagato subito che avranno
avvertita la dolcezza dell’uva che produce.
È
un Abrostine bianco, che è stato esperimentato dai coltivatori, e del
quale si è tirato un partito per fare un vino distinto in vece di servirsene
per mischiarlo coi vini deboli onde darvi della forza come si usa in Toscana.
Chi sa quanti vini
squisiti risulterebbero da questi Abrostini o Lambrusche che
compariscono nelle siepi e che si trascurano come viti selvatiche, o che s’impiegano
solo al governo dei vini cattivi!
L’Abrostine
del Friuli non è coltivato sin’ora in grande che nella pianura di Fagnana
presso la città di Udine, e si pretende che solo in quel luogo ei possa
acquistare la perfezione che gli è propria ci possa acquistare la perfezione
che gli è propria, e dare il vino squisito che se ne ricava.
Io credo che si
troverebbero in Italia molte varietà adattate alla sua complessione, e credo,
che in qualunque luogo ei potesse acquistare una perfetta maturità, darebbe un
vino egualissimo a quello del Friuli.
Ne abbiamo un
esempio nelle colture che si sono stabilite nel finire del secolo scorso nel
Trevigiano, nel Bassanese, nel Vicentino, e negli ameni colli di Conegliano,
ove è coltivato al presente di Piccolito, e dove produce un vino che non si
distingue da quello di Fagnana (Nuovo Giorn. D’Ital. T. 5, 178 p.).
Io invito i
dilettanti e gli agronomi a farne la prova nel resto dell’Italia ed arricchire
così col risultato delle loro esperienze l’agricoltura e la scienza.
La coltivazione del
Piccolito non è antica: l’Alberti nella sua descrizione d’Italia non ne fa
parola: ei parla dei vini del Friuli, e gli dice delicati, ma non ne specifica
alcuno, e per lodarli, si appoggia alle parole di Plinio che celebra quelli di
Pucino, il quale è un castello lontano da Udine e vicino al mare.
Ho osservato
l’istesso silenzio nel Baccio, il quale non cita alcun vino particolare
nell’Udinese, e chiama anch’esso l’attenzione sull’antico vino celebrato da
Plinio, e ricercato da Livia Augusta.
Tutto questo
conferma la congettura esposta di sopra sull’origine del Piccolito, e
concorda con ciò che raccontano il Zanon e il Bertoli, i quali attribuiscono al
Conte Asquino il perfezionamento di questo vino, e la riputazione che ha
acquistata in Europa.
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testo
trascritto da Elisa Ossari (Conselve, Padova)