DOLCETTO DI MONFERRATO
o UVA D’ACQUI
Vitis vinifera aquæstatellænsis, omnibus
præcocior, racemis mediis, simplicibus, oblongis; acinis rotundis, parvis,
nigricantibus, petiolo rubescente; vino atrepurpureo, tenui, dulci, bene
digesto, promptuario. Vulgo, Uva d’Acqui, o Dolcetto di Monferrato.
La
Vite conosciuta
specialmente sotto il nome di Dolcetto, forma l’oggetto principale della
coltura di uno dei paesi i più viniferi dell’Italia, ed ha delle qualità
particolari, che la distinguono da quasi tutte le altre viti.
Il fusto
prende una grossezza mezzana, ed ha una mediocre cacciata: i tralci sono
sottili, lunghi e ad occhi spessi: le foglie sono picciole,
quinquelobate, dentellate, glabre al di sopra, nude al di sotto, e portate da
un peduncolo sottile e colorito di rosso vinoso: il grappolo è
solitario, oblungo, picciolo, nè serrato, nè spargolo: gli acini neri,
minuti, tondi, staccaticci, sono portati da un picciuolo sottile, rosso nella
prima maturità, poi bruno, e contengono una polpa vermiglia, densa, sugosa, che
produce colla concentrazione un vino dolce e mieloso, e che fermentando dà un
vino nero, sciolto, leggiero e passante, ma non di serbo.
Tale è la Vite che
si coltiva di preferenza ad ogni altra nelle colline settentrionali
dell’Appennino, dal Mondovi sino a Novi, e principalmente nel territorio della
città di Acqui, ove forma quasi esclusivamente tutti i vigneti.
Il suo carattere
distintivo è la precocità; ed appunto in grazia di questa si vede così estesa
in tutte le montagne dell’Alto Monferrato e delle Langhe, ove il
clima si ricusa alla maturazione della maggior parte delle altre varietà un
poco pregiate.
Questa preziosa
prerogativa, accompagnata da molte altre qualità non spregevoli, ne ha estesa
la coltivazione anche nelle colline delle Alpi verso Saluzzo, e nell’interno
delle vallate dell’Appennino Piemontese, ove il clima è reso molto rigido
dall’altezza del suolo.
Non dappertutto però
essa conserva il nome di Dolcetto: comincia a perderlo appena usciti dal
territorio di Acqui entrando in Ovada, e vi prende il nome di Nebbiolo:
forse è stata questa a principio una frode di coloro che ne fanno commercio per
dargli riputazione, essendo il vero Nebbiolo il vino tanto stimato
dell’Astigiana.
Nel Milanese, e
specialmente nelle colline di San Colombano, come pure nella valle di Scrivia e
nella valle di Trebbia, è conosciuta sotto il nome di Acqui, o Uva di
Acqui.
Nelle montagne delle
Langhe, dove scorrono le Bormide e il Tanaro, è denominata dove Dolcetto,
dove Ormeasca, forse dal Borgo di Ormea, donde si sarà esteso il nome
nei luoghi vicini.
Nel Genovesato è
conosciuta sotto il nome di Uva di Monferrato.
Quasi in ogni luogo
però riceve, come sinonimo, anche il nome di Dolcetto, e sembra che sia
quello che più le conviene.
Il vino che si fa
col Dolcetto prende diversi caratteri, secondo le località ov’è
coltivato, e i metodi coi quali è fatto.
Nelle alte montagne
non produce un vino di pregio, ma provvede agli abitanti un vino discreto, a
malgrado del rigore del clima che vi rende imbevibile quello di tutte le altre
uve.
Nelle situazioni più
temperate si scioglie in un mosto denso e mieloso con cui si fanno dei vini
liquori, stimati in quei paesi, ma che hanno il carattere di siroppo più
che di vino.
Serve ivi con più
vantaggio a dar del colore e della morbidezza ai vini di diverse altre uve, le
quali hanno più spirito, ma sono meno dolci e di una maturità meno perfetta, e
fa con esse una mescolanza felice.
Il vino ordinario
del Dolcetto è un vino nero, sciolto, leggiero, e di cui si può bere con
intemperanza senza pericolo, e, se viene da luoghi aprichi, ed è ben fatto, è
un vino da pasto eccellente: non ha il corpo dei vini Lombardi, nè lo
spirito e l’aromo dei vini del mezzogiorno, ma è asciutto, sano e saporito.
Il Baccio, che
descriveva i vini di Acqui sulla fine del decimosesto secolo, gli chiama mediocris
naturae, et bene digestis. (bac. de
vinis italiae, lib. 6, pag. 311). È vero però ch’egli parlava dei Dolcetti
della Valle di Bormida, e delle vallette che l’avvicinano, i quali non sono i
migliori.
I più stimati sono
quelli di Ovada e dei suoi contorni, cioè a dire, di tutte le colline che
formano il piede dei contrafforti settentrionali dell’Appennino da Novi sino a
Nizza della Paglia, e anche sino ai colli del territorio di Alba.
In quei paesi il Dolcetto
è misto a molte altre varietà specialmente bianche, colle quali combina assai
bene; e, sia mescolato con esse, sia fatto solo, ei forma la delizia delle
mense di quelli abitanti e un ramo importante del loro commercio.
In Ovada
specialmente se ne fanno i depositi e le scelte, e di là si spedisce in Genova
e nel Milanese; ivi risiedono gli speculatori in questo genere, e perciò vi si
trovano le migliori qualità e le più salvative. Pare che il clima di quelle
colline sia il più appropriato alla natura di quest’uva, mentre essa vi matura
perfettamente senza che cadano gli acini, come avviene nei paesi meridionali, e
vi acquista un grado di perfezione a cui non giunge in verun altro luogo.
Il Dolcetto è
passato anche nel Genovesato, e vi si coltiva con vario successo: le alte
vallate che restano sotto il giovo a tre in quattrocento metri sul livello del
mare lo hanno adottato come la sola uva che convenga a quelle temperature; ma
nei monti più bassi che guardano il mare, esso non può rivaleggiare colle uve
del mezzogiorno, e vi è coltivato ad intervalli e per capriccio. La precocità
che gli dà merito nei paesi freddi, è appunto il carattere che glielo toglie
nei paesi ardenti della costa marittima. Ivi è esposto all’inconveniente di non
poter essere mescolato perchè anticipa troppo anche sopra le più precoci, e
perde con ciò uno dei principali vantaggi che se ne potrebbe ricavare, poichè
col suo miscuglio si combinerebbe felicemente la morbidezza che lo distingue
colla forza e lo spirito che caratterizzano le uve del littorale, e si
otterrebbe un vino eccellente.
Un altro
inconveniente non lieve si trova nel difetto che hanno i suoi acini nei nostri
climi di appassire prima di essere perfettamente maturi e di cadere. Fatto
forse dalla natura per crescere in una temperatura umida, e perfezionarsi
all’azione di un calore moderato ed interrotto, la sua maturazione è
precipitata quando si trova esposto all’azione di un’aria secca e bruciata, e
resta piuttosto cotto che maturo.
Il solo vantaggio
che può farlo ricercare anche nei paesi di clima caldo si è quello di essere al
sicuro contro gli inconvenienti delle pioggie autunnali, le quali perdono così
spesso le nostre vendemmie.
Nel resto, il Dolcetto
si presta a tutti i modi di coltura e prospera in tutti i climi. Nel Genovesato
è tenuto diritto a filari o sopra pergolati, e frutta discretamente. Nelle
colline dell’Appennino Piemontese e sulle falde delle Alpi è messo a filari
piegati da un lato, e produce benissimo. Altrove è tenuto in diversi altri modi
e dappertutto è una vite feconda che fallisce di rado. Il metodo dell’alto
Monferrato pare però il più adatto a quella indole, ed è tutto proprio a quei
paesi. Le colline che tagliano il territorio di Acqui sono in generale composte
di un tufo bianco, o per meglio dire, di una marna argillosa compatta, la quale
rotta dal ferro, e decomposta dall’azione dell’aria e dell’acqua, si converte
in terra. È in questo terreno artificiale che il Dolcetto è piantato a
filari nei larghi solchi che l’industria ha praticati nel pendio dei monti.
Quando il suo fusto
è formato, il portatore vi lascia due o tre tralci di quattro occhj ciascuno, i
quali legati a mezzo metro di altezza dal suolo ad un paletto, si piegano verso
il solco superiore: a questi tralci messi a frutto si dà il nome di catene:
essi si caricano di grappoli sotto la curvatura, e ne portano in ogni nodo sino
alla punta: gli occhj della porzione che resta appoggiata ai pali gettano
invece dei tralci succhioni, che non ne producono o ne producono pochi, ma si
allungano e ingrossano, e servono nell’anno seguente a formare le nuove catene.
Con questo metodo
ingegnoso le viti non si allungano mai come quelle del Genovesato, nè sono
forzate ad una produzione di pochi grappoli come quelle della Provenza: i
tralci, determinati alla fruttificazione mediante la curvatura, si potano a più
occhj, perchè destinati ad esser recisi dopo la vendemmia presso le prime
cacciate; e queste, rese vigorose dalla posizione verticale dell’occhio da cui
sortono e dallo sviluppo che prendono elevandosi dritte sopra piccoli pali,
preparano dei nuovi tralci per la fruttificazione futura: e così la vite non
corre, e resta sempre presso a poco alla medesima altezza.
È difficile, e forse
impossibile il rapportare le varietà delle viti dei nostri tempi a quelle degli
antichi, perchè le descrizioni che ci restano negli scrittori non ce ne danno
un’idea sufficiente da potervi stabilire un confronto.
Pure sembra
probabile che una gran parte delle nostre varietà provenga da paesi che
godevano anticamente una celebrità per i loro vini, e che perciò sieno le stesse.
Il Dolcetto però è una di quelle che debbono far eccezione a questa
regola, e tutto fa presumere che sia nato nel Monferrato. È provato che i semi
che le piante concepiscono nel frutto ricevono nella loro concezione delle
modificazioni dal clima, dal terreno, e dall’aria, e che per lo più le varietà
che ne provengono, sono adattate, per quanto lo comporta la specie, al luogo
ove hanno avuta l’origine.
Ora, il Dolcetto
pare creato appostatamente pel clima in cui da tanti secoli se ne trova
stabilita la coltivazione, perchè la sua evoluzion vegetale segue appunto le
fasi delle stagioni di quei paesi. È dunque evidente che non vi è stato
trasportato da altri climi, ma che è il prodotto di una replicata riproduzione
per seme, che la natura ha operata in quei luoghi; e che, di modificazione in
modificazione, è giunto al punto di seguirne le stagioni nel loro corso, ed
acquistarvi la perfezione propria alla specie. L’epoca di questa successione di
generazioni deve riportarsi ai secoli di spopolamento che le invasioni hanno
cagionato in quelle montagne. Ritornate esse alla coltura, i nuovi abitanti
avranno avvertita, in mezzo a cento viti di ogni sorta nate spontanee, una
varietà così utile e così precoce, e l’avranno moltiplicata.
È questa certamente
la genesi del nostro Dolcetto, siccome lo è, colla differenza delle
rispettive circostanze di natura e di luogo, di tutti i frutti che possediamo.
Io mi rimetto nel resto al disegno che accompagna quest’articolo: è lavoro di
un’amica, illustre cultrice delle arti e delle lettere, la quale ha voluto
farsi mia collaboratrice in quest’intrapresa. Io spero che adeguerà
l’aspettativa degli artisti, e l’oggetto dell’opera.
Finirò
quest’articolo coll’esporre ai lettori i motivi che mi hanno determinato a
comprendere le Uve nella Pomona, e il piano che mi propongo di seguire in
questo nuovo lavoro.
Nel calcolo che feci
quando cominciai la mia opera, le varietà scelte dei frutti italiani erano
contate per circa centosessanta: ma dopo di aver viaggiato l’Italia e
verificati in Francia i frutti descritti dai Pomologi, ho riconosciuto che
quelle che meritano veramente di essere figurate, descritte e coltivate sono in
numero molto minore.
Nel bivio dunque si
restringe di troppo l’opera, o di comprendere nella scelta frutti mediocri, o
preso il partito di supplirvi colle Uve. Costante però nel sistema adottato,
non mi lascierò illudere dalla follia delle monografie. La collezione di tutte
le Uve è uno di quei sogni che hanno ingannati molti agronomi illustri, ma che
ormai dovrebbe essere dissipato. Sarebbe la stessa cosa che voler dare il
ritratto di tutti gli uomini esistenti. Nessuno oserebbe intraprendere un
progetto così strano, ed ognuno si contenterebbe di conoscere le fisionomie
degli uomini grandi che hanno reso dei servigj all’umanità.
Diretto da questi
principi io mi limiterò a dare la figura e la descrizione delle Uve principali
della nostra penisola, e la descrizione sola di molte fra le migliori fra le
secondarie.
Questo lavoro sarà
accompagnato da un Trattato sulla Vite che farà corpo colla parte
scientifica, e che sarà corredato da un Dizionario ragionato dei termini dei
quali avrò fatto uso per formare una lingua tecnica e precisa in questa
materia.
Nell’entrare in un
laberinto così intricato, non me ne nascondo le difficoltà; ma confidato nella
giustezza e nei vantaggi del piano che ho scelto, penso che avrò sempre reso un
servigio alla mia Patria nell’intraprendere l’esecuzione, mentre si tratta di
un lavoro più difficile a cominciarsi che a finirsi, e che, una volta tracciato,
può essere facilmente continuato da altre penne, e da molte insieme.
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testo
trascritto da Mario Zefelippo (Godiasco, Pavia)