o COLORE
DOLCE
Vitis
vinifera auxiliaria, racemis parvis, acinis pumilibus, rotundis, nigris, pulpa crassa,
obscure-rubente, dulci. Vulgo, Uva Colore, o Colorino dolce
Uva Abrostine nero,
o Colore dolce. Mich. Vitis
Labruscæ varietas. Vitis vinifera parvo ac densiore botro, acinis rotundis,
parvis, nigris, dulcibus. Mich.
Rar. Targ. Diz. Bot. Ital.
Abrosti o Abrostini.
Soderini, Trat. della colt.
della Vite, pag. 122.
Il Colorino è una vite che i Toscani coltivano nei loro vigneti
perchè l’uva che produce è riguardata come propria a dar del colore e della
forza ai vini coi quali si mescola. I suoi grappoli sono piccioli e restano
spargoli perchè i fiori che portano non allegano che in parte. Gli acini sono
minuti e sorpassano appena quelli della Passolina o Uva di Corinto.
Sono rotondi, di buccia nera, contenenti molta materia colorante, e una polpa
densa e dolce. Io non conosco la natura del vino che produce perchè non ho
trovato alcuno che ne faccia del puro, ma pare che debba essere nero, denso e
generoso.
La
Toscana è piena di viti spontanee che producono delle uve somiglianti al Colorino;
e i coltivatori, che le vedono svilupparsi sotto i loro occhi provenienti dal
seme, le chiamano col nome di Lambrusche o Labrusche, nome che esprime Uve
salvatiche. Essi distinguono col nome di Colorini o Abrostini quelle
che si trovano già nella coltura, e che hanno gli acini un poco più grossi.
Tutti riconoscono che le une e le altre hanno avuta una medesima origine, ma si crede che quelle ad acini più minuti, che si trovano nelle siepi, sieno tutt’ora salvatiche, e quelle che sono nei campi, e che hanno gli acini un poco più grossi, sieno venute tali in virtù della coltivazione. È questo un pregiudizio che cominciava a cadere, ma che da alcuni anni è stato riprodotto da uomini dotti, e si è sostenuto colle teorie della scienza.
Non
si ha che a leggere la Pomologia fisiologica del Sig. Sageret stampata
in Francia nel 1832, e i molti articoli che il Sig. Turpin ha inseriti nel
Giornale della Società di Orticoltura di Parigi per vedere con quant’ingegno si
è adornato questo paradosso.
Tutti gli sforzi però della dottrina non potranno distruggere mai l’evidenza dei fatti. Chiunque vive in campagna e segue con attenzione i fenomeni e gli accidenti della vegetazione è convinto che le varietà che coltiviamo sono le stesse quali erano ai tempi dei nostri padri. Nessuno Ha veduto nascere da seme la Canaiola, nè il San Gioveto perchè sono vitigni di antichissimo acquisto; ma in tanti secoli di coltivazione nessuno ha mai potuto avvedersi del minimo miglioramento nelle loro forme e qualità. Molti forse avranno veduto nascere delle Labrusche, e fra queste dei Colorini, e ne avranno veduto più d’uno passato nella coltura: ma in questo passaggio nessuno certamente vi ha potuto riconoscere alcun cangiamento.
Se si esaminasse il principio delle più belle fra le nostre uve si troverebbe che hanno avuta tutte la medesima origine, ed io ne conosco più d’una comparsa spontanea ai nostri tempi e propagata per la sua bellezza.
Questi
casi non sono frequenti come non è frequente la nascita di uomini straordinarj
per forme e talenti, ma dobbiamo appunto a questi casi tutte le varietà
che chiamiamo domestiche e che conserviamo col mezzo della coltura.
I Colorini sono in questo numero: la Toscana ne
conta due varietà principali che il Soderini distingueva coi nomi di Abrosti
e Raverusti, e che i coltivatori dei nostri tempi distinguono coi nomi
di Colorino dolce e Colorino forte. Il Dolce passa per il
migliore, ed è quello che si adopera per governare i vini. Il Forte
fa i grappoli più serrati, e la sua polpa è aspra e acidula: esso è distinto
col nome di Abrostine e serve per fare dell’Acquarello.
Il Governo
dei vini non è una pratica esclusiva della Toscana : è un uso conosciuto in
tutti i paesi viniferi, e se è eseguito a proposito e con discernimento non
lascia di avere i suoi vantaggi.
Tre
sono i modi coi quali si governano i vini: il primo ha per oggetto di colorirli,
il secondo di conciarli, il terzo di assortirli.
Vi
sono delle uve che sviluppano dello spirito e dell’aromo, ma che hanno poco
colore: il loro vino è chiaro, e i palati fino lo amano schietto perchè lo
giudicano più colla bocca che colla vista: ma vi sono dei gusti che amano un
colore pieno, o per prevenzione, o perchè realmente il colore è accompagnato da
un certo corpo che piace a molti. Per ottenere queste qualità senza
pregiudicare le altre si usa la mescolanza di certe uve, che abbondano di parte
colorante, e con ciò si ottiene un liquore più nero, più denso, che ha più
incontro nel popolo e si vende meglio.
Anche
in Francia si segue la medesima pratica: i vini di Cahors sono coloriti con un
uva chiamata Auxerrois, e quelli di Blois lo sono col Teinturier,
ma in quei paesi questa operazione non ha solo per oggetto la colorazione. Il
Sig. Julien a dir vero pretende che queste uve per se medesime non diano che
del colore, e crede che la forza dei vini di Cahors provenga dai metodi usati
per farli. Sta di fatto però che in Cahors i soli vini fatti coll’Auxerrois
sono così forti che non si usano per bere, e servono unicamente per colorire e
dare del corpo ai vini deboli, o a quelli destinati per l’Inghilterra
ove si amano i vini forti e spiritosi come quelli di Porto; e certo se queste
qualità dipendessero dai metodi di vinificazione, esse si otterrebbero
egualmente da altre uve.
La conciatura
è dunque il secondo oggetto del governo dei vini. Quando si ha un vino
grazioso ed aromatico, ma debole , si rinforza con un mosto generoso e di molto
corpo. Io convengo col Sig. Julien che l’appassimento delle uve, o la
concentrazione del mosto col mezzo della cottura producono l’aumento di spirito
e di densità proprj ad invigorire i vini deboli, ma credo che vi sieno delle
uve che possedono naturalmente una soprabbondanza di materia zuccherina e
perciò di alcool, e che ve ne sono di quelle che abbondano di quella sostanza
resinosa che è sempre unita alla parte colorante, e dalla quale dipende in gran
parte ciò che si chiama corpo dei vini.
La
mescolanza del mosto di queste uve nei vini deboli deve produrre e produce un
composto assai vantaggioso specialmente quando questi vini sono dotati di una
certa fragranza.
Il Colorino è probabilmente una di quelle uve che
abbondano di zucchero e di sostanza resinosa; ed in questo caso la sua
mescolanza non solo darebbe ai vini del colore, ma vi aggiungerebbe del nervo e
dello spirito.
Tale
appunto la vuole il Soderini, dicendo che il suo vino non si guasta mai, e
conserva tutti i vini e gli dà della forza e della bontà, e per tale la
riguardano anche al presente i coltivatori Toscani, i quali ne tengono sempre
una certa quantità nei vigneti, non tanto per uso delle loro cantine, quanto
ancora per venderne a coloro che ne mancano e che credono di non poterne far
senza.
Resterà
ad esaminare se i metodi adottati in Toscana per questa operazione sono i più
proprj ad assicurarne l’effetto.
Ecco
come vi si procede. Il Colorino, raccolto poco prima della vendemmia, è
posto sulle grati in casa, e tenuto in questo modo fino al Dicembre. Ridotto
così ad uva passa e convertito in mosto, e messo in
fermentazione, è gettato nel vino svinato già da molto tempo. Con
quest’infusione la fermentazione che andava continuando, ma in un modo lento ed
insensibile, riprende del vigore e ridiviene tumultuosa. Il vino si combina col
mosto del Colorino e prende corpo e calore, ma pare che in questo
ribollimento ei debba perdere dello spirito, e una gran parte di quei principj
che tendono a conservarlo.
Gli
Eneologi credono che sarebbe più utile il mischiarlo ne’ tini al tempo della
vendemmia, o convertirlo in mosto cotto, e gettarlo nel vino svinato dopo che
sia raffreddato e depurato. In questo modo la fermentazione insensibile, che è
quella che perfeziona i vini, non sarebbe turbata, e il mosto cotto potrebbe
mettersi all’unisono col vino della botte, combinarsi a poco a poco con esso, e
darvi della forza e del colore senza aumentarne le parti eterogenee che lo
rendono grasso e pastoso e lo dispongono ad alterarsi.
L’esempio
però dei Bordelesi dimostra che una seconda fermentazione non è sempre dannosa.
I negozianti Inglesi che fanno il commercio dei vini in Bordò vi danno una
preparazione che si chiama colà travaglio all’Inglese. Essa consiste a
rimettere in fermentazione, nella state che segue la raccolta, una parte del
vino, mischiandovi 13 a 14 bicchieri di vino di Spagna, un bicchiere di vino
muto, ossia di vino solfato, e una bottiglia di spirito per ogni baricca.
Con questa operazione il vino acquista una gran forza, ma è capitoso e
non è così sano come i vini naturali, perchè nei vini naturali l’alcool è
combinato così fortemente colle altre sostanze che compongono il vino che non
si sviluppa se non se nello stomaco, mentre invece nei vini artificiali,
ancorchè sieno meno spiritosi, ei vi esiste in istato libero almeno in parte, e
perciò si separa più prontamente nel beverlo e monta alla testa. Come però
gl’Inglesi lo amano tale, i negozianti si adattano al gusto dei consumatori: ma
è questo un genio particolare che non può far regola. I gustaj di tutti i paesi
preferiscono i vini naturali nei quali lo spirito è combinato cogli altri
principj in una proporzione tale che non si sente che pel calore che produce, e
che lascia al vino la grazia e la morbidezza che gli sono proprie. Tali sono in
Toscana i vini di Monte-Pulciano, di Chianti, di Carmignano, e di tanti altri
vigneti distinti nei quali non si usa governo.
Io
non negherò che quelle località presentino qualche vantaggio per dare dei vini
fini, e converrò ancora che una parte della bontà di questi è dovuta al modo di
tenere le viti, ossia alla proporzione che passa nelle viti basse fra la
quantità del loro prodotto e la forza del ceppo. Ma sosterrò pure che la causa
primaria della superiorità dei vini di Monte-Pulciano, di Chianti, e di tanti
altri vigneti privilegiati dipende principalmente dalla qualità di vitigni che
vi si coltivano. I vini nobili di Monte-Pulciano, che sono i più
asciutti e i più morbidi di tutta la Toscana, si fanno col Canaiolo e
col Prugnolo misti ad un quarto di Brocanico (trebbiano), e a un poco di Mammolo. Le
uve che dominano nel Chianti sono il San Gioveto, il Canaiolo, e
il Trebbiano, e tutti conoscono la reputazione di quei vini e di questi
vitigni. Essi formano pure il fondo dei vigneti famosi di Carmignano e di
Pomino e della maggior parte dei luoghi nei quali si fa del vino generoso e di
serbo.
È
dunque la scelta delle uve e il loro assortimento che determina principalmente
la bontà dei vini. Il governo è un rimedio per quelli che non hanno
della qualità in se stessi: ma quelli che ne hanno non abbisognano di rimedio.
Se il Colorino ha la virtù di dare della forza e della fermezza ai vini
che ne mancano, ne avrà molta egli stesso. In questo caso si potrebbe coltivare
come uva da vino, e, abbandonando le uve di cattiva qualità, risparmiare il
governo.
Il
terzo modo di governare i vini consiste nell’assortirli con delle
mescolanze ben calcolate. È un’operazione molto in uso presso i Francesi i
quali la chiamano col nome di coupage. Essa consiste nel mischiare dei
vini neri con dei bianchi, dei vini deboli con dei vini molto robusti, dei vini
ricchi di spirito ma grassi e pastosi con dei vini leggieri e gentili. Con
simili mescolanze fatte con intelligenza si corregge l’eccesso di una qualità
colla combinazione di un’altra opposta, e si ottengono dei vini grati e salubri
che sono migliori di ciascuno di quelli coi quali sono composti.
Se
il Colorino fosse convertito in vino potrebbe servire con vantaggio
anche a questi assortimenti. Si potrebbe conoscere le sue qualità proprie, e
l’effetto che produrrebbe mescolato colle diverse altre uve. Se ciò che possede
in grado eminente fosse solo della materia colorante, esso non potrebbe servire
che a dar del colore o forse un poco di corpo. Ma se fosse ricco di parti
alcoolose o di alcuno di quei principj non ancora ben determinati i quali
entrano nella composizione dei vini fini, allora ei potrebbe fornire da se stesso
un vino particolare che converrebbe fare isolato e che potrebbe riuscire
prezioso.
È
da desiderarsi che qualche coltivatore istruito instituisca delle esperienze
sopra quest’uva, e determini con precisione le sue proprietà, e gli effetti che
produrrebbe la sua mescolanza colle altre. Io intanto ho creduto di doverla
comprendere fra le uve distinte dell’Italia perchè è vantata dal padre dei
nostri Eneologi il Soderini, e perchè è oggetto di un sistema di vinificazione
ancora in questione e che merita di essere esaminato.
Il
disegno che la rappresenta è lavoro di una nuova collaboratrice, che mi consola
in qualche modo della perdita di molti dei miglior pennelli che hanno adornata
la Pomona. Figlia ed allievo della sola fra i più distinti dei miei disegnatori
che ancora mi sostenga, la Sig. Carolina Bozzolini rivaleggia colla madre in
espressione ed in esattezza, e mi dà la speranza di poter sostenere sino
all’ultimo la bellezza e la riputazione dell’Opera.
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testo trascritto da
Marcello Maimone (Genova)