UVA CLARETTA DI NIZZA

o PIGNOLA BIANCA

 

Vitis vinifera niciensis, valde ferax, facile maturescens racemis parvis oblongis, acinis ovoidalibus paululum congestis e-viridi-albescentibus diaphanis, pulpa duracina succosa, vino albescente, generoso, austero, duraturo. Vulgo, Uva Pignola bianca o Claretta di Nizza

 

La Claretta è una delle uve che entrano nella composizione del vino di Nizza, conosciuto sotto il nome di Belletto, e concorre a dargli la fragranza, ed il secco che lo distingue. Il fusto non viene molto grosso, ma ha una cacciata vigorosa, e, se è appoggiato a dei sostegni e in terreno grasso, si spiega in tralci forti e rigogliosi. Il grappolo è picciolo, lungo, sottile, composto di racimoli alterni, e portato da un peduncolo corto e tenace. Gli acini, nè fitti, nè spargoli, sono ovoidali, regolari, ineguali, e chiudono, sotto una buccia liscia bianco-verdognola e diafana, una polpa duracina dolce e fragrante, e uno o due semi che compariscono a traverso della buccia nella prima maturità, ma che più non si distinguono quando l’azione del Sole ne addensa il colore e lo rende ambrato. Le foglie sono grandi, quinquelobate a lobi larghi, divisi da un’incavatura poco profonda, col lembo dentellato, e a dentellatura irregolare, colorite nella pagina superiore di un verde liscio e lucente, e nell’inferiore coperto di una lanugine bianca, che risalta alla vista, Il mosto che ne sorte è dolce e sciolto, e il vino è bianco, asciutto e spiritoso. Tale è la vite che i Nizzardi distinguono col nome di Claretta, e che coltivano come una delle migliori nelle loro belle colline assieme alla Fuella, al Brachetto, e a molte altre. Io non ardirei determinare se questo vitigno sia conosciuto nel resto dell’Italia, nè con quale denominazione.

Il Baccio parla sovente dei Vini claretti, ma pare che con questo nome egli intenda esprimere i vini bianchi, che si distinguono per la loro limpidezza, piuttosto che una varietà di uva.

Il Trinci invece annovera la Claretta fra le Uve Toscane dei suoi tempi, e la descrive in modo da non lasciar dubbio sulla sua identità colla Claretta di Nizza. È probabile che continui anche al presente ad essere coltivata nel Lucchese ove scriveva il Trinci, ed è da credere che dal Lucchese sia passata nel resto della Toscana, ma bisogna che vi riceva qualche nome diverso. Spetta agli Eneologi di quella bella regione a farne la ricerca e a fissarne la sinonimia. Per me non ho saputo riconoscerla che nel Genovesato, ove gode di molta riputazione, sebbene sotto altri nomi. I Savonesi la distinguono con quello di Caviorna, ed è una delle uve che entrano nella composizione dei vini famosi di Albisola e di quelli di Legino che hanno inspirato così felicemente il nostro Chiabrera.

In Finale, ove è stata introdotta da tempo antichissimo, vi riceve il nome di Uva Pignola bianca, e lo conserva in molti altri luoghi del littorale: è un nome adottato quasi da per tutto per designare le uve a forma oblunga, e viene probabilmente dalla loro somiglianza coi pinocchj.

Il vino della Claretta, fatto separatamente con metodi ordinarj, è bianco, sciolto e secco, ma leggiero e di poco corpo: unita al mosto delle uve nere concorre a darvi l’asciutto, e ne corregge l’asprezza e la densità.

I Nizzardi la tengono a filari, ma bassa; e non vi lasciano nella potatura che un solo tralcio di due a tre occhj: essi piegano poi a dritta e a sinistra i getti che mette, e ne intrecciano le cime coi tralci corrispondenti dei due ceppi vicini, facendo così tante arcate, il di cui centro, sostenuto da un paletto, è occupato dal fogliame, e i di cui piedi, formati dai fusti, contengono i grappoli. Con questo metodo l’uva è sempre scoperta, e pendendo sul ceppo vicino alla terra e fuor dall’ingombro dei pampani, ne riceve il riverbero e matura più facilmente.

I metodi del Genovesato sono meno favorevoli alla sua maturazione, ma la compensano colla quantità. Le viti potate a più tralci e con quattro a sei occhj ciascuno, si slanciano sopra alti bronconi, e si cuoprono di grappoli, il di cui mosto è meno ricco di principj zuccherini: i dilettanti però che la risparmiano, ne ottengono dei vini eccellenti; e quando è posta in luoghi aprichi, vi si perfeziona quanto a Nizza, e matura prima delle pioggie del San Michele contemporaneamente al Rossese, e poco dopo del Vermentino. Il grappolo che ha servito di campione per la Tavola che accompagna questa descrizione è stato preso in Finale, sopra viti venute da Nizza, ed è lavoro dell’illustre amica che ha dipinto il Dolcetto. Io non dubito che anche questo corrisponderà ai desiderj degli artisti, e al bisogno degli Eneologi.

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testo trascritto da Giacomo Nervi (Toirano, Savona)