Vitis vinifera etrusca, racemis mediis,
oblongis, acinis subrotundis, nigris, pulpa dulci, vino amabili. Vulgo,
Canaiolo nero, o Uva Canaiola.
Vitis
vinifera parvo botro, acinis parvis, subrotundis, nigris, dulcibus. Uva Canaiolo
nero piccolo, Targ. Diz. Bot.
Ital. p. 244.
Canaiola,
Soderini, p. 117.
La Canaiola è l’uva principale della
Toscana: è un vitigno fecondo, a foglia grande colla pagina inferiore bianca e
vellutata, a grappoli oblonghi, appuntati, più serrati che spargoli, e cogli
acini neri, tondeggiati, polposi e dolci.
Il vino della Canaiola
passa per essere morbido e abboccato ma di poca durata: quindi essa si
unisce al San Gioveto, perchè si crede ne corregga l’austerità senza
diminuirne la forza, e che colla combinazione di questa qualità colla dolcezza
che le è propria ne risulti un composto ben assortito. Ignoro se siano state
mai fatte delle esperienze precise per constatare la verità di queste opinioni,
ma osservo che la Canaiola e il San Gioveto sono le uve con cui
si compongono i migliori vini della Toscana. I vigneti di Chianti, di
Carmignano, e di Pomino sono composti nella maggior parte di queste due uve.
Non si trova il San Gioveto nei vigneti di Monte-Pulciano, come non si
trovano in quelli dell’Aretino e delle belle colline che circondano la
Val-di-Chiana, se pure non si riconosce nella Calabrese di Arezzo che vi
somiglia al segno da far illusione: ma la Canaiola si trova da per tutto
in Toscana e sempre col medesimo nome. Essa entra per un terzo nel famoso Vino
Nobile di Monte-Pulciano, che è senza dubbio il vino il più fino della
Toscana, e il solo che rivaleggi col Chianti, e vi è combinata col Prugnolo
che è il Pignolo di San Colombano, il quale vi fa l’effetto del San
Gioveto, col Brocanico che è il Trebbiano dei Fiorentini e
con un poco di Mammolo.
Il Canaiolo è
un vitigno fecondissimo: tenuto sugli alberi, come si usa in Toscana, ei
presenta dei festoni tutti formati di grappoli e nei quali non si vedono quasi
le foglie. Questa fecondità nuoce certamente alla qualità del suo vino, il
quale in quei luoghi non riesce nè può riescire un vino di durata: ma dove la
vite viene tenuta con più riserva il Canaiolo unito al San Gioveto
e a qualche altra uva fine dà dei vini generosi che durano degli anni.
Alcuni Agronomi
distinti lo hanno messo alla prova dei viaggi e ha resistito a navigazioni
lunghissime. Io non esito a credere che potesse concorrere nel commercio con
vini oltramontani se fosse coltivato a viti basse e fatto colle cure più che
coi metodi dei vini di Francia. Forse non acquisterebbe mai il morbido
dei vini di Borgogna nè l’asciutto dei vini di Bordò e di Nizza, ma
sarebbe ricercato da molti anche all’estero per quel pizzico grazioso che lo
distingue e col quale vellica aggradevolmente il palato. I gustaj trovano che
questa qualità non conviene ai vini di tutta mensa, e che costituisce
piuttosto un vino da frutta che un vino da pasto, perchè pensano
che i vini da pasto, come quelli da arrosti, che ne sono
un raffinamento, debbono essere generosi ma semplici, leggieri, e senza alcun
carattere particolare meno la fragranza. Io non saprei decidere se il
vellicante grazioso dei vini toscani nei quali dominano il Canaiolo e il
San Gioveto dipenda dalla natura delle uve o dal modo con cui si
manipolano i vini: posso però assicurare che l’ho trovato dal più al meno in
tutti i vini i più rinomati, e che ne ho bevuti pochisssmi veramente asciutti
nel genere dei vini francesi. Quelli che mi sono sembrati avvicinarsi di più a
questi sono i vini nobili di Monte-Pulciano e alcuni vini particolari
del Fiorentino come quelli del Cav. Leopoldo Fabbroni, e un vino della fattoria
del Marchese Venturi di Poggibonzi che ho bevuto dall’illustre agronomo il
Proposto Malenotti di San Geminiano.
La Canaiola
deve essere uno dei vitigni i più anticamente coltivati, ma non è conosciuta
che in Toscana. Crescenzio non la nomina; Soderini invece, parlando delle uve
principali per fare assai vino e buono nomina le Canaiole e le Schiave,
le quali sono quelle che gli antichi tanto celebravano per vino da durare,
dette da loro amerine o falerne. Coltiv.
p. 117. Trinci ne descrive due sorta ambe rosse ciò che corrisponde a
nere.
I Toscani coltivano
un altro vitigno col nome Canaiolo bianco. Io l’ho veduto in moltissimi
luoghi, e ho trovato che è considerato da per tutto come una delle uve
migliori. La sua foglia si distingue per la lanugine bianchiccia che cuopre la
pagina inferiore, circostanza che gli ha fatto dare il nome di Canaiola
bianca perchè è questo appunto il carattere che si osserva nel Canaiolo
nero. Così si chiama nei contorni di Firenze, nel Val d’Arno sino a Figline
e altrove, ma cangia di nome in altri luoghi, e l’ho trovato nella Villa di
Bibbiani del Marchese Ridolfi col nome di Primaticcio, nome che riceve
pure in San Geminiano e in diversi altri paesi.
Il vino del Canaiolo
bianco è più generoso di quello del Trebbiano, ma è meno abboccato.
Il Canaiolo è più proprio per fare i vini alla Sciampagna, e il Trebbiano
per fare dei Vermutti: unito colla Malvasia si presta a fare dei vini
liquori e dei vini secchi come quelli del Reno, ed io ne ho bevuti
degli eccellenti nel primo genere alla mensa del marchese Ridolfi, e ne ho
gustati degli assai buoni nel secondo genere dal Sig. Pipini, negoziante a
Firenze. Ma per averne in grande bisognerebbe rinunziare a quell’abbondanza che
forma il primo scopo dei vignajoli, e proporzionare il prodotto alla forza
delle piante. Senza di ciò l’Italia non giungerà mai a dare ai suoi vini il
vigore necessario per durare molti anni e migliorare nelle botti come succede
ai vini oltramontani, nè avrà mai i vini da arrosti fini e delicati che
si apprezzano tanto nelle tavole di lusso, e che è molto più difficile ottenere
che i vini liquori.
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testo
trascritto da Marc Tibaldi (Milano)