VITE DI BIZZARRIA

o UVA A DUE COLORI

 

Vitis vinifera bicolor, racemis mediis, acinis parvis, aliis albicantibus, aliis nigricantibus, aliis ex nigroalbescentibus, succo insulsulo. Vulgo, Uva di Bizzarria, o Uva a due colori.

 

L’Uva di Bizzarria è una varietà che non interessa nè l’economia rurale, nè la domestica, ma serve di ornamento nei vigneti, e forma uno degli anelli i più curiosi nella collezione delle Uve. La pianta non ha cosa che la distingua sensibilmente: i suoi tralci e le sue foglie presentano presso a poco gli stessi caratteri degli altri vitigni: il capriccio è tutto nell’uva. Nello stato normale ogni vitigno produce un’uva di un colore proprio, ristretto fra il bianco e il nero, il verde e il rosso, e nelle loro gradazioni, ma che si conserva costante non solo in tutti i grappoli e in tutti gli acini di ogni raccolto, ma in tutti quelli che si succedono nel corso della vita della pianta.

La vite di Bizzarria segue invece un’economia affatto diversa: i suoi grappoli non sono di un solo colore: alcuni hanno gli acini bianchi, altri gli hanno neri, e ve ne sono di quelli, i di cui acini partecipano di ambo i colori. Nè questi miscugli sono regolari e costanti: essi cangiano in ogni ceppo e ad ogni grappolo, e cangiano a ogni evoluzione annua di vegetazione senza sistema, senz’ordine e senza simetria, come cangiano nelle Arancie di Bizzarria le combinazioni e gli impasti delle due specie che vi sono riunite, presentando ogni anno delle forme sempre nuove e dei composti sempre variati. È questo dunque un mostro della Vitis vinifera, un individuo singolare, che non sorte dai caratteri essenziali della specie, ma che ha una fisonomia straordinaria che lo distingue da tutti i vitigni normali.

Una volta gli Agronomi avrebbero spiegato il fenomeno col processo dell’infusione di un seme dentro sostanze colorite o con quello dell’innesto di due mezze gemme riunite in una sola dall’arte, e poi amalgamate dalla natura. Ora la filosofia ha fatti troppi progressi perchè si possa mettere in questione simili ipotesi; e sebbene i fisiologi non si sono ancora messi definitivamente d’accordo sull’origine precisa delle fisonomie, e delle mostruosità, è certo però che nessuno sin’ora è ancor riescito a darne una spiegazione soddisfacente, nè io credo che si possa uscire da questo laberinto senza ricorrere ai misteri della concezione.

Difatti, quando si risale col pensiero all’origine delle piante che ci circondano, si riconosce che tutte hanno un tipo, il quale consiste nel modulo che la natura ha posto nell’organizzazione del primo individuo uscito dalle mani della creazione. Ora, siccome la vita vegetale non è che assimilazione, così le mollecole sessuali che si svolgono nei fiori per dar origine colla loro combinazione a nuovi individui non possono uscire dalle forme primitive del modulo da cui derivano; e questo si conserva e si ripete di generazione in generazione per tutta la vita della specie.

Bisogna però osservare che queste mollecole elementari sono di due sorta, e che la riproduzione consiste nella loro combinazione. Così quantunque le loro forme sieno sempre modellate sopra un primo tipo, e che perciò debbono necessariamente ripetersi in tutti i loro risultati, pure le combinazioni che ne derivano non possono essere identiche, dovendo venir variate nei caratteri secondarj dalla diversità individuale di ogni mollecola e dalle differenti proporzioni nelle quali si incontrano. Ed ecco l’origine di tutte le differenze che distinguono gli individui (1). Sino a che le proporzioni degli elementi si conservano nello stato regolare della natura le differenze si ristringono a semplici lineamenti e si risolvono in fisonomie. Ogni volta poi che queste proporzioni vengono alterate da qualche causa straordinaria come l’incrociamento dei sessi di due fiori diversi, o il miscuglio di differenti maschj nella concezione, allora le fisonomie si risentono del disordine della composizione, e, distaccandosi più o meno dai lineamenti ordinarj del tipo, finiscono anche qualche volta per diventare mostruose.

La Vite costituisce une specie, e perciò ha un tipo. Ei consiste nell’organismo della prima pianta che ha data l’origine a tutte quelle che esistono: individuo anch’essa in natura, ha avuto un principio, una vita, e ha finito per morire; ma i suoi caratteri essenziali si sono conservati nei suoi figli, e sono passati di generazione in generazione sino agli individui che vivono fra noi e nelle loro frazioni. Tutti nell’essenziale delle loro forme sono simili al tipo, ma tutti hanno una fisonomia propria che gli distingue e che risulta dai principj della concezione e dalle differenze della loro individualità. Così tutti i vitigni che esistono si mostrano senza equivoco e senza esitazione per piante di vite; ma in mezzo ai caratteri comuni che gli riuniscono, hanno ciascuno dei lineamenti proprj che gli separano.

Il colore dei frutti sarebbe anch’esso uno di questi lineamenti fisonomici? A prima vista tutto porterebbe a farcelo credere, mentre è certo che questi colori variano come le fisonomie in ogni individuo, e variano in un modo indefinito percorrendo tutte le gradazioni che passano fra il bianco e il nero e fra il verde e il rosso, e sempre senza uscire da certi estremi perchè sono quelli del modulo originario che ha principiata la specie; ed è certo ugualmente che, qualunque sia il colore portato dalla nascita da un vitigno, ei più non cangia nel periodo della sua vita, ma si conserva intatto e costante come le fisonomie non solo nel ceppo primario prodotto dal seme, ma in tutti i ceppi frazionarj che ne provengono per divisione e che vivono isolati sopra radici proprie.

Dall’altra parte sembra strano che in una concezione normale il figlio possa differire interamente dal padre in un carattere così distinto. Il tipo che ha cominciata la specie non poteva avere che un colore. Da dove hanno avuta origine gli altri? I colori non sono modificazioni accidentali di dimensione o di forma come i lineamenti: sono caratteri idiosyncratici che suppongono della combinazioni nuove nell’essere che gli sviluppa e una variazione nell’organismo. Noi esamineremo in seguito questa questione: per ora ci limiteremo a vedere se la Bizzarria può essere considerata sotto lo stesso punto di vista dei vitigni comuni, o, nel caso contrario, quali possono essere le cause dei suoi capricci.

Il fenomeno generale nella specie consiste nel cangiamento che si è operato e si opera continuamente nelle generazioni sul colore dei frutti nei figli relativamente a quello dei frutti nel tipo. Ma nella Bizzarria il fenomeno è più complicato ed è accompagnato da molti di quei capricci che si presentano solo nelle piante ibride.

Nel comune dei vitigni i colori che spiegano o sono soli e distinti, o sono molti e fusi gli uni negli altri; e, quali si spiegano nel primo ceppo che nasce dal seme e nel primo anno della fruttificazione, tali si conservano in tutte le sue frazioni in tutte le evoluzioni annue di vegetazione che accompagnano la sua vita.

Nella Bizzarria la cosa è molto diversa. In primo luogo i due colori che vi si spiegano, il bianco e il nero, sono sempre distinti, nè si confondono mai anche quando si trovano uniti in un acino stesso, mentre, in questo caso ci è fra loro una linea di demarcazione che gli divide. In secondo luogo la loro distribuzione nei grappoli e negli acini non solo non è costante ed uguale fra i ceppi frazionari che provengono dalle gemme del ceppo primitivo, ma non lo è neppure in ciascuno dei ceppi medesimi da un’annata all’altra e da una ad un’altra gemma, sicchè si vedono ogni anno e in ogni piede dei grappoli bianchi avvicendati irregolarmente coi neri, se ne vedono di quelli parte bianchi e parte neri a proporzioni sempre varianti, e finalmente degli acini che offrono le stesse combinazioni sempre diverse e in proporzioni egualmente irregolari. Tutto questo esce dal sistema delle variazioni fisonomiche ed entra in quello dell’ibridismo. L’analogia che passa fra la nostra Bizzarria e la Bizzarria degli Agrumi tende a confermare in questa ipotesi, e la facilità con cui ne restano spiegate le anomalie ne forma quasi una dimostrazione.

La sola obbiezione che si presenta a combatterla è la seguente. L’ibridismo suppone l’esistenza di due specie congeneri. Ora la vite non forma che una specie unica variata nelle fisonomie degli individui che la compongono, ma legata nei suoi caratteri essenziali ad un modulo solo dal quale non si può dipartire. In questo caso come stabilire l’ipotesi dell’ibridismo? Il problema sembra a prima vista imbarazzante; ma, se si esaminano bene le circostanze che accompagnano il fenomeno della riproduzione vegetale, si riconoscerà che non è senza soluzione.

Le piante diclinie sono nel caso degli animali. Le femmine non si trovano collocate nello stesso fiore ove sortono i maschj: esse esistono isolate in fiori proprj, e perciò sono tutte capaci di ricevere indistintamente la fecondazione di qualunque dei tanti maschj che si aprono separati nella pianta medesima se si tratta delle monoecie, o in una pianta diversa se appartengono alle dioecie. Quindi le alterazioni della concezione non hanno luogo che per una sproporzione di quantità.

Nelle monoclinie la cosa è diversa: ogni fiore è un sistema nel quale la Natura ha posto una femmina con i maschj necessarj per fecondarla. Nei principj di regolarità seguiti dalla Natura una disposizione come questa suppone che quei maschj che circondano la femmina siano i soli destinati per essa, e quelli che hanno ricevuto dalla Natura delle dimensioni proprie per fecondarla. Ora, in questo caso ogni fiore forma un sistema separato che non può mischiarsi con un altro senza uscire dall’ordine normale. Certamente questi sistemi presenteranno più analogia fra di loro che non ne presentano le specie congeneri, perchè in quelle le mollecole sessuali devono differire in qualche modo nelle forme, mentre in questi, esse probabilmente non differiscono che nelle dimensioni. Ma se queste differenze sono minori non lasciano però di esistere, e di portare una sproporzione nella mescolanza dei pollini.

È chiaro in primo luogo che questa mescolanza non avrà luogo che di rado e in forza di circostanze straordinarie. Quando poi succede, è chiaro che uno o più maschj destinati, per le dimensioni delle mollecole sessuali che contengono, ad una data femmina non potranno combinarsi con un’altra o si combineranno in una maniera imperfetta e per effetto di una certa violenza. Ora due principj che non sono stati creati l’uno per l’altro, e che si uniscono per eccezione non possono confondersi insieme e formare un tutto ben identico.

Nelle combinazioni di specie questa etereogeneità produce dei muli; nelle combinazioni dei fiori questa etereogeneità produce dei mostri che non sono sempre muli, ma che presentano sovente molti fenomeni del mulismo. Egli è da queste ultime che provengono le razze, quell’ordine di esseri equivoco che ha ingannato e inganna ancora i botanici e che porta la confusione nelle classificazioni. Chiunque segue senza prevenzione le vicende delle generazioni nelle piante si convince che si operano nelle specie delle modificazioni fisonomiche straordinarie le quali acquistano sino ad un certo punto della permanenza (2). Siccome le differenze che spiegano sono nell’organismo, così esse diventano facilmente caratteristiche, e si conservano nella discendenza in forza delle stesse leggi che le rendono difficili in origine, cioè a dire in virtù della legge di assimilazione che è quella che regge la vita dei vegetali. Quando queste si incrociano, la complicazione si aumenta, e si fa luogo ad una specie di ibridismo, perchè le mollecole sessuali, conservandone la nuova combinazione i loro caratteri acquisiti non si possono fondere nella concezione al segno da neutralizzarli intieramente e formarne dei nuovi: ed ecco il fenomeno della Bizzarria nella Vite.

L’incrociamento dei fiori, ossia la combinazione dei maschj di un fiore colla femmina di un altro nei tipi, cioè a dire negli individui normali, ha prodotto le differenze di colori e ha formate le razze. L’incrociamento di queste razze ha formato il mostro, ossia l’individuo pseudo-ibrido, che partecipa di ambedue, senza che i loro lineamenti, resi permanenti dalle modificazioni operate nell’organismo possano fondersi insieme e risolversi in un terzo. Sarebbe interessante per la scienza il seguire questo mostro nelle sue generazioni se ne è capace, ed io lo farei come l’ho fatto per alcuni altri se la mia età mi lasciasse la speranza di poterne vedere i risultati, o se le mie circostanze di famiglia mi dessero la lusinga che i miei lavori potessero essere apprezzati e continuati ... Ma nella crudele sicurezza di non poter ottenere uno scopo nè in un modo nè nell’altro, io lascio a coloro che provano la passione per lo studio della Natura che ha fatto le delizie della mia vita e che ne addolcisce ancora i dispiaceri ad intraprendere queste ricerche.

Il Disegno che accompagna quest’articolo è opera di un distinto dilettante di Pietrasanta, il quale ha voluto onorarmi della sua collaborazione, il Sig. Digerini; e il grappolo ch’egli ha copiato è stato fornito da un mio amico, che coltiva con molto successo la Scienza Agraria nella città di Massa, il Sig. Antonio Giorgeri.

Io non so se si coltivi altrove questo singolare vitigno: io possiedo dei ceppi di un’uva, che mi ha mandata il Sig. Bourdin di Torino sotto il nome di Uva a tre colori, e sono ansioso di vederli fruttare per istudiarla: ma le mie piante sono ancora troppo giovani; e il Sig. Bourdin che me le ha fornite, non ha potuto farmi vedere i ceppi dai quali provengono perchè non li possede, nè sa indicare ove si trovino. È un danno, che un Pepinierista così istruito e così intraprendente, che ha saputo dare tanta estensione al magnifico suo stabilimento, e che ha concorso con esso a diffondere in Italia il gusto e la coltura delle piante di ogni genere, non abbia pensato a formare una collezione di campioni viventi, ossia di piante madri, l’esame delle quali in istato di fruttificazione possa dirigere gli acquistatori nella scelta, e che possano rispondere delle qualità delle pianticelle che mette in commercio. È questo, a dir vero, il difetto di tutte le pepiniere di oltramonti, nelle quali, in punto a piante fruttifere, io ho sempre trovati dei ricchi cataloghi senz’avervi mai potuto vedere una pianta in frutto, e mi hanno così ingannato più volte con dei nomi pomposi sotto i quali ho trovato sovente di frutti mediocri.

Toccherebbe al Sig. Bourdin a dare quest’ultimo grado di perfezione ad uno stabilimento che gli fa tanto onore, e nel quali l’Italia non ha altro a desiderare che una collezione di piante fruttifere del proprio suolo garantita dai suoi campioni in istato di produzione.

______________________

testo trascritto da Chiara Percivale (Genova)

 

(1) Per evitare gli equivoci bisogna richiamare alla memoria l’idea che io attacco alla parola individuo.

«Nell’uso comune si chiama individuo qualunque vegetale le di cui parti sono continue, e che ha una vita e un’esistenza separata da un’altra». (Individuo vegetale. Decand. Physiolog. pag. 958). Così si riguardano come individui egualmente, e il vitigno nato di seme (Individuo embrione. Dec.) e le sue frazioni viventi isolate perchè staccate dalla pianta madre in istato di gemme e propaginate. (Individuo propagine. Dec.) In questo sistema tutti i ceppi di Nebbiolo, di Canaiola, di Moscadella, di Pignolo, ec. sono ciascuno individui, e il complesso di questi, cioè a dire l’insieme delle piante di Nebbiolo, di Canaiola, di Moscadella, di Pignolo, ec. che si coltivano, formano coma una famiglia che gli Agronomi distinguono col nome vago di varietà. Io invece chiamo individuo esclusivamente la pianta venuta di seme, ossia l’individuo embrione, perchè è la sola che abbia caratteri proprj originati dalla concezione e che formano la sua fisonomia; e chiamo col nome di frazione di individuo tutte le piante che ne provengono per gemme, perchè hanno tutte dei caratteri comuni e una fisonomia unica. Così tutti i Nebbioli che cuoprono i nostri vigneti non formano che un individuo perchè provengono tutti da una concezione sola e hanno tutti gli stessi caratteri. Invece le piante che nascessero dai semi di questi Nebbioli sarebbero tutte altrettanti individui, perchè, provenendo da concezioni diverse, avrebbero ciascuna una fisonomia propria e delle qualità distinte. Da questo sistema ne vengono i seguenti teoremi, cioè:

1.     Le specie sono il complesso o l’aggregato di tutti gli individui che provengono da un tipo primitivo e che perciò sono riuniti da caratteri comuni.

2.     Ogni individuo ha una fisonomia propria originata nella concezione, e che non può subire alcun cangiamento.

3.     Le gemme che si staccano dall’individuo, e si portano a vivere isolate sopra radici proprie o sopra una pianta congenere conservano la stessa fisonomia che distingue l’individuo da cui provengono, e che è inalterabile come in quello.

4.     Il nome di varietà che si è dato a questi complessi di individui frazionarii si riduce in sostanza al senso di fisonomia.

5.     Le piante di Nebbiolo, di Canaiola, di Moscadella, di Pignolo ec. che si coltivano non sono che frazioni degli individui embrioni dai quali provengono e dei quali conservano e conserveranno sempre i lineamenti senza alterazione.

6.     Finalmente le così dette specie giardiniere, sotto-specie, alberi franchi, ec. altro non sono che individui di fisonomie distinte dovute tutte agli accidenti della concezione, più o meno feconde, o più o meno affette da sterilità secondo che la loro origine è stata più o meno normale, ma sempre inalterabili e indipendenti da qualunque artificio anticipato di coltura, di innesti-sopra-innesti, di seminagioni calcolate, o di simili illusioni. (Vedi Pomona. Nota all’art. Pistacchio spontaneo).

(2) Per ben trattare la questione della permanenza nei vegetali bisogna distinguere la permanenza per estensione dalla permanenza per seme. (Decand. Theorie de la Botanique, pag. 203). La prima è un fatto che non si può contrastare. L’individuo, una volta nato, è quello che è, nè può essere cangiato senza rifonderlo, ciò che importerebbe lo stesso che distruggerlo per formarne un nuovo. Le gemme che si staccano da lui per passare a vivere isolate sopra radici proprie, non lasciano di far parte di un solo tutto, e perciò ne devono conservare necessariamente i caratteri. Quindi la loro stabilità non costituisce una permanenza di razza, ma una stabilità di individuo. La permanenza per seme è la sola sulla quale possa cadere questione. Nel rigore della parola essa non ha luogo neppure nella specie, perchè ogni concezione forma un essere nuovo: ma, nel senso in cui è intesa dai Naturalisti essa può esistere, e merita di essere posta in esame. In questo senso la permanenza per seme consiste nella ripetizione nei figli e nelle loro generazioni di certe modificazioni particolari che si sono sviluppate nel padre, e che lo distinguono dai suoi congeneri. E qui bisogna fare una distinzione. Se queste modificazioni non sono che fisonomiche, esse variano sempre perchè non vi è mai un figlio che sia identico col padre o coll’avo, ec. Se poi sono caratteristiche, e che si distaccano perciò dalle forme normali del tipo, allora esse possono godere di una permanenza, ma questa dura soltanto sino a che durano le cause che le hanno prodotte, e che non è alterata da nuove combinazioni. Nel primo caso queste differenze svaniscono a poco a poco colla ripetizione delle seminagioni, e gli individui che ne provengono ritornano al tipo. Nel secondo caso, esse si complicano e danno dei muli; e così le generazioni si arrestano e la questione della permanenza per essa è sciolta. Si vedano le prove di questo sistema nei molti articoli della Pomona relativi alla riproduzione vegetale, e più specialmente nella mia Memoria sulla Canapa, premiata dalla Regia Società Agraria di Torino, e pubblicata nel suo Calendario Georgico del 1833.