UVA BARBERA
Vitis vinifera Montisferratensis,
racemis oblongis congestis, acinis ovoidalibus nigris, succo denso purpureo,
vino generoso duraturo. Vulgo, Uva Barbera.
La Barbera tiene uno dei primi posti fra
le uve del basso Monferrato e gareggia col Nebbiolo e col Tedone. Ha
i tralci grossi e striati, le foglie glabre al di sopra e tormentose al di
sotto, i grappoli allungati e col peduncolo bruno, e gli acini ovali, neri e
pruinosi.
Il vino di questo
vitigno è vermiglio, generoso, e pieno di spirito, ma denso e di difficile
schiarimento: è di molta durata; e se è fatto con cura si perfeziona
nell’invecchiare e prende il secco dei vini da arrosto. I distillatori ne
cavano un alcool abbondante che è preferito a quello delle altre uve del
Piemonte; e i negozianti di vino se ne servono con vantaggio per migliorare i
vini deboli e darvi del colore.
A malgrado di tanti
vantaggi la sua coltivazione non è estesa come lo meriterebbe. La Barbera
a dir vero si trova in quasi tutti i vigneti del Monferrato e in molti ancora
del Piemonte, ma non è coltivata in grande che nei mandamenti di Porta-Comaro
di Moncalvo e in tutte le belle colline che uniscono l’Astigiana al Casalasco.
È là che i negozianti
di vino di Asti e di Torino vanno a comprare le loro uve per manifatturarle, o
i vini già fatti per perfezionarli e porli in commercio, ed è da quei paesi che
si spargono in tutto il Piemonte. E’ probabile che quei territori siano più
adatti all’indole di questo vitigno che qualsiasi altro del Monferrato; ma è
più probabile ancora che, trovandosi essi da secoli in possesso della sua
coltura, e colla riputazione di avere un terreno ed un clima che ne favorisce
la perfezione, i loro abitanti lo coltivino di preferenza e con più cura, e
giustifichino così il pregiudizio stabilito in loro favore. Io non entrerò nel
dettaglio dei diversi metodi di vinificazione che si seguono in quei paesi per
la Barbera: essi sono tanti quanti sono i proprietari agiati che la
manifatturano per loro conto, e i negozianti che ne fanno il commercio. Così,
molti e diversi sono i caratteri che distinguono i vini che sono conosciuti
sotto il nome di Barbera, ed io ne ho gustati dei dolci e dei secchi, dei densi
e dei gentili. Tutti però annunziano un’uva piena di spirito e fatta per
comporre dei vini eccellenti.
Si pretende che la
maggior parte dei vini che il commercio vende per Barbera provengano da
un misto di queste uve col Grignolino. Io non esito a crederlo; e penso,
che coloro che hanno adottata questa composizione, abbiano scelto il partito il
più savio.
La Barbera dà
un vino colorito e generoso, ma dolce e denso: il Grignolino invece fa
un vino secco e gentile, ma chiaro e leggiero. Combinate insieme in una
proporzione conveniente, queste due uve devono comporre un vino sciolto ed
asciutto da potersi pasteggiare, o un vino generoso da servirsi ai rosti: Esse
contengono gli elementi di queste due sorta di vini che sono i più difficili ad
ottenersi perfetti perchè sono quelli che dipendono più specialmente dalla
qualità delle uve.
Gli Astigiani,
mediante la concentrazione, formano coll’uva Barbera dei vini liquori,
che sono stimati da molti, ma che in generale sono troppo dolci, e si possono
chiamare piuttosto mosti che vini. Questo difetto, che non è corretto neppure
dal tempo, è dovuto ai metodi di vinificazione che sono in uso, piuttosto che
alla natura delle uve, e vi sono già dei negozianti in quest’articolo, e dei
proprietari istruiti, che, con dei migliori processi, ne ottengono degli
eccellenti.
Io non dubito che il
loro esempio sarà seguito dalla generalità dei coltivatori, e che l’industria
dei possessori di Barbere arricchirà lo stato di un articolo che
l’estero ci fa pagare ben caro.
Frattanto che si
stanno preparando questi miglioramenti, io mi compiaccio di potere offrire al
Pubblico un disegno della Barbera che non invidia quelli dei migliori
pennelli che figurano nella Pomona. E’ uno di un caro e rispettabile amico, il
quale, per obbligarmi, ha voluto consacrare le poche ore di riposo, che gli
hanno la sciato nell’Autunno del 1831 i lavori importanti del suo impiego, a
dipingere un grappoletto di quest’uva raccolto nelle sue vigne di Saluzzo. Egli
ha associato a questo tratto di gentile amicizia un ufficiale suo collega, il
quale ha disegnata la foglia. Io non posso che testimoniare all’uno e all’altro
la mia gratitudine, e il desiderio che nutro di poter ornare i disegni delle
poche uve piemontesi che ancora mi mancano coi nomi di Muletti e di Gardel.
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testo
trascritto da Luigi Macciò (Genova)