UVA
BARBAROSSA
Vitis Vinifera fructu suavissimo, in
mensis expetito, vetustatem ferente, (Quintil.) racemis mediis, acinis
ex-rotundo-ovatis roseo colore fulgentibus, vino eleganter rubescente, sicco,
levi simul et generoso, gusto gratissimo, Vulgo. Uva Barbarossa.
Uva Barbarossa.
Soderini. Trinci. Micheli
La Barbarossa è la regina delle Uve da
serbo, e una delle migliori fra le Uve da vino. È un vitigno vigoroso e fecondo
che allega facilmente, e il di cui frutto resiste alle nebbie del giugno e alle
meteore dell’autunno.
I suoi tralci a nodi
piuttosto frequenti portano foglie grandi e a lobi ottusi ondate sovente di una
velatura di rosso che annunzia il colore dell’Uva.
I grappoli di una
grossezza media non sono nè pignati, nè spargoli: gli acini qualche volta
tondi, il più sovente ovati, sono composti di una buccia sottile colorita di un
roseo freschissimo e di una polpa molle e gentile che ha un dolce leggiero ma
grazioso che alletta il palato senza pungerlo e che la rende gratissima in
istato di frutto da mensa.
Il vino che ne viene
è una bevanda sottile, e leggiera che rinfresca e disseta, e nello stesso tempo
non lascia di essere spiritoso, sicchè riesce salubre insieme e grato ed il più
adattato per le mense di famiglia.
È da credere che
queste qualità provenghino da una combinazione così giusta di acqua, di alcool
e di tartaro misti ad un poco di aromo, che non lascia che alcuno prevalga, e
concilia così la scioltezza dei vini piccioli collo spirito dei vini grossi.
La parte colorante,
che è probabilmente quella che fa l’aspro e il pizzicante della maggior parte
delle Uve nere, è nella Barbarossa una sostanza così tenue, che resta diluta
nel liquido senz’addensarlo, e serve solo per dare al vino quella bella tinta
di rosa che lo distingue. Così il vino ha poco corpo, ma è secco, leggiero, ed
eminentemente dissetante.
È da sorprendere
come con questi pregi la Barbarossa non sia più coltivata di quello che la
vediamo, nè goda la riputazione che merita. La cagione di quest’obblìo sta
nelle precauzioni che esige per svolgere le sue qualità.
Se è mischiata colle
altre uve essa non concorre punto a migliorarne il vino. La parte zuccherina
che contiene non è sufficiente per sostenere una combinazione diversa dalla
propria, e le qualità che la distinguono restano perdute nella concorrenza ,
nella quale sempre prevalgono quelle più pronunziate.
Così bisogna che sia
vendemmiata a parte, e fare un vino separato. Nè questo basta: le uve forti e
quelle che soprabbondano di zuccherino danno un vino più o meno perfetto
secondo le località, ma sempre generoso e di corpo.
Quello della
Barbarossa non ottiene la sua bontà se l’uva non acquista la maturità la più
completa, e se la quantità del frutto non sia in proporzione colla forza del
ceppo.
Quindi è necessario
che la piantagione sia fatta in poggio, in esposizione aprica, a ceppi bassi o
a filagni e potata con moderazione. Le Uve non devono bollire più di cinque a
sei giorni, e il vino, lasciato in botte dopo la svinatura sino al febbraio,
vuol essere mutato in quell’epoca, o poi schiarito coi metodi conosciuti in
eneologia, e riposto in nuova botte e solfato.
Con queste
precauzioni in maggio il vino è fatto, e si può bere con soddisfazione. Può
essere conservato anche per anni, e dura, ma il suo vero punto è la state che
succede la vendemmia e la successiva: se si tiene di più non degrada, ma non
migliora. Tali sono i caratteri della Barbarossa come Uva da vino. Essa ne ha
degli egualmente interessanti come Uva da mensa.
Molte sono le
varietà che formano questa classe di uve. I Toscani vantano l’uva Regina e il
san Colombano, i Napoletani la Cattelanesca, i Bolognesi la Paradisa, i Romani
il Pizzutello (Galletta) i Genovesi il Vermentino e la Verdepolla, i Piemontesi
l’Erba-luss, i Francesi il Chasselas, tutta l’Europa finalmente le Lugliatiche
(compresa l’uva greca o laciniata) e i moscati, e prima fra questi la
Salamanna.
Nessuna di tante
eguaglia nell’insieme delle sue qualità la Barbarossa. I Moscati allettano pel
loro profumo e le Lugliatiche per la loro precocità, altre per la dolcezza della
loro polpa, altre finalmente pel volume dei loro acini e per la durata.
La Barbarossa
riunisce tutti questi pregi. Non ha il profumo dei Moscati, nè è così dolce
come il Vermentino e la Cattalanesca, ma il suo dolce è più gentile e non manca
d’aromo. Ciò poi che la mette al di sopra di tutte è il suo colorito e la
proprietà di conservarsi per tutto l’inverno. Le altre si prosciugano ed
avvizziscono nell’avanzare della stagione, e il giallo dorato che ne fa la
bellezza si volge in livido; molte non passano il mese di dicembre e
infracidiscono. La Barbarossa sola si conserva intatta sino alla primavera, e
se è colta asciutta e tenuta con cura mantiene sino all’ultimo una polpa fresca
e piena di sugo, e una buccia liscia e colorita come quando si coglie.
La Barbarossa può
essere annoverata fra i Vitigni Toscani. Quantunque sia rara nel Fiorentino,
nel Sanese e nelle Valli dell’Arno, abbonda però nella Val di Nievole, a
Carmignano, a Pomino, e nel Lucchese. Il Trinci la mette tra i migliori vitigni
del Pistojese e ne dà una descrizione piena di vita come sono tutte quelle di
questo scrittore. Ora però la sua coltura non è molto estesa, nè gode in alcun
luogo la considerazione che merita. Dapertutto è coltivata come uva da vino, e
mischiata colle altre, sicchè le sue qualità restano perdute. I Lucchesi ne
fanno uso come uva da mensa e la serbano per l’inverno, ma non generalmente.
Io l’ho cercata
inutilmente nelle Spagne e in Francia. Non l’ho potuta vedere in alcuno dei
Vigneti che ho percorsi nello stato Romano tanto sul Mediterraneo che
sull’Adriatico; mi è sembrata sconosciuta nella Lombardia e nello stato Veneto.
Il paese in Italia
ove l’ho incontrata anche in qualche abbondanza è l’Astigiana. In quelle belle
Colline la Barbarossa è coltivata fra i Nebbioli, le Barbere e le Malvagie, ma
solo per uso di cibo. Le mense di Torino ne fanno lusso nell’Inverno, quando
l’Erbalus comincia a mancare. I Gustaj l’apprezzano sopra qualunque altra, e si
vende carissima.
La Costa Ligustica e
specialmente il Nizzese coltivano molte uve con questo nome. In generale però
sono Vitigni che vi somigliano ma che sono diversi e non ne hanno che il
colore. Le forme, il gusto e la proprietà di conservarsi fresca nell’inverno
sono pregi esclusivi alla Barbarossa Toscana.
Il Territorio di
Finale è il solo ove sia stata introdotta con successo e dove la sua
coltivazione si sia estesa più che nel suo paese indigeno. Colà Vigneti
vastissimi sono piantati esclusivamente di Barbarossa, e il suo vino riempie le
più ricche cantine. È il vino il più ricercato lungo la Riviera ove se ne fa un
commercio considerevole, e dove si paga assai caro. È certo che si estenderebbe
anche alla Città se i Proprietarj che lo raccolgono vi dessero un poco più di
cura e adottassero i metodi dello schiarimento e della solfatura, ommai
riconosciuti indispensabili per rendere il vino capace di sostenere il
trasporto per mare e di conservarsi nei calori estivi.
È da sperare che i
progressi della civilizzazione estenderanno per tutta l’Italia questo sistema,
che è quello al quale è dovuta in gran parte la superiorità di cui godono i
vini oltramontani sui nostri, e l’estensione del loro commercio.
Il Racimolo figurato
nella tavola sotto il nome di Barbarossa Verdona rappresenta una varietà
coltivata in Finale assieme all’altra e che molti apprezzano di più. Essa non
si distingue che per la grossezza degli acini e per una velatura di verde che
varia il suo colorito, e nel resto è ancora dubbio se vaglia la Barbarossa
comune.
Coloro che ammettono
le degenerazioni e le migliorazioni la riguarderebbero come una modificazione
della varietà primitiva operata dalla coltura o da qualche altro agente
esterno.
Però è evidente, che
se ciò fosse possibile, la Barbarossa Toscana non si manterrebbe eguale
dappertutto siccome la vediamo da secoli, e le sue modificazioni si
graduerebbero all’infinito.
Bisogna dunque
ricorrere ad una teoria più conforme all’esperienza e alla ragione, bisogna
considerarla come una di quelle fisonomie che si somigliano perchè le
combinazioni che le producono nella concezione hanno una grande analogia fra
loro. Sarebbe una sorella, o più probabilmente una figlia dell’altra. Noi
abbiamo degli esempj frequenti di questo fenomeno nel Regno Animale. I figli
qualche volta somigliano al padre o all’avo, e più sovente si somigliano fra di
loro, specialmente quando sono gemelli. Nel primo di questi ultimi casi formano
delle fisonomie di famiglia che si distinguono a prima vista, e nel secondo
presentano una somiglianza tale fra i gemelli che non si distinguono senza una
lunga pratica. Il Regno Vegetale soggiace alle medesime leggi, e presenta le
stesse anomalie.
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testo
trascritto da Sergio Circella (Ne-Valgraveglia, Genova)