UVA LIATICA
o ALEATICO
DI FIRENZE
Vitis vinifera florentina, racemis
parvis, acinis rotundis, cortice rubescente, succo purpureo, dulci muscato,
suavissimo. Vulgo, Uva Liatica, o Aleatico di Firenze.
La Liatica è un vero Moscato, ma è
la più gentile di tutte le Uve moscate. Il suo aromo ha un non so che di soave
che alletta il gusto e l’odorato senza ferirlo, e perciò è preferito dai palati
fini a quello dei moscatelli più rinomati.
Il vitigno non è
vigoroso e produce poco: i grappoli sono piccioli e spargoli: gli acini,
tramezzati sovente di peduncoletti di fiori falliti, sono minuti, rotondi, di
buccia vermiglia e trasparente, e di polpa densa, dolce ed odorosa: il vino è
rosso, e di un profumo soavissimo.
Io non credo che si
faccia in alcun luogo del vino di Aleatica pura. In generale essa è
mischiata con delle altre uve, e serve a dare della fragranza. In Toscana si
prescelgono a tale uso la Trebbiana, il San Gioveto, e la Lagrima
forte. Con questo miscuglio si ottiene un vino liquore prezioso che
gareggia coi vini più prelibati di questo genere.
Pare che la Liatica
sia un’uva originaria della Toscana. In un paese ove da secoli si coltivano i
moscati in quantità, dovevano nascere spesso delle nuove viti dai loro semi e
non vi è niente di più probabile, che uno di questi, modificato nella sua
concezione dall’influenza di un clima, dove tutto si ingentilisce, abbia dato
l’essere all’Aleatico, o Uva Liatica.
È strano che questo
nome non si trovi fra quelli delle uve descritte dal Soderini, il quale pure
parla delle Moscadelle, e ne annovera molte, ed è più strano ancora che non si
incontri nel Baccio, scrittore che vanta tanto le Moscadelle del Fiorentino ove
ai suoi tempi ne esistevano degli intieri vigneti. Io me ne meraviglio perchè
lo trovo in Crescenzio che viveva tanti anni prima (1): ma dall’altra parte
osservo che ai tempi di questo geoponico le Moscatelle Liviatiche (così
si trovano scritte in Crescenzio), erano pregiate molto da alcuni e non lo
erano punto da altri perchè di poco prodotto e facili a guastarsi, nè servivano
ancora che per mangiarsi.
Il Trinci è il primo
che ne parli come uva da vino. Ei dice che è vitame venuto di Grecia, ma non
appoggia a nulla la sua asserzione: era un vecchio costume di attribuire una
provenienza straniera e tutto ciò che si distingue dal comune, e la Grecia e la
Spagna in punto a frutti ricevono spesso quest’onore, perchè sono nomi che
suonano ubertà e fertilità: ma si sa che queste supposte provenienze sono
spesso smentite dall’osservazione e dalla storia, e che le varietà le più
preziose non sono che fisonomie venute dal seme, le quali compariscono
fra i coltivatori senza che le avvertino, e perciò senza che se ne conosca
l’origine. Qualunque però sia il luogo dal quale ci è pervenuta quest’uva sarà
sempre vero che la Toscana è il paese dove il vino di Liatica ha presa
la sua riputazione.
Una volta l’Aleatico
era nel commercio, ed era ricercato come un vino liquore di molto
pregio, e si preferiva con ragione al Lunel, al Fontignano, al Moscato
di Taggia e a molti vini di Grecia. Ora, il gusto per i moscati è
caduto, e quello dei vini dolci è molto diminuito, e perciò l’Aleatico è
meno ricercato. I progressi dell’arte della vinificazione hanno fatto nascere
in Italia un’infinità di vini liquori meno mielosi; e il metodo di
riporli in bottiglie, assicurandone la conservazione e migliorandoli, li ha
fatti preferire all’Aleatico Toscano, il quale, spedito in fiaschetti, è
esposto ad inacidire ed è di trasporto difficile e pericoloso.
L’uva però che gli
dà il nome è coltivata da per tutto, e si fa dell’Aleatico in tutta
l’Italia. Esso è più o meno moscato secondo le proporzioni delle uve che
entrano nella sua composizione, siccome è più o meno mieloso secondo i metodi
coi quali è fatto. I gusti del giorno amano di sentirvi appena l’aromo, e lo
vogliono più spiritoso che dolce, ma è certo che, usandola con moderazione
nella mistura, la Liatica sarà sempre un’uva preziosa, e la fragranza
che dà ai vini troverà sempre dei partigiani.
La Liatica è
una vite fallosa; e tale è riconosciuta da Crescenzio e dal Trinci : il primo
però dice che prospera quando è posta sugli alberi. Io non credo che si usi ora
in alcun luogo di tenerla in questa maniera, ma non sarei sorpreso che
riescisse. La vite in genere ama di distendersi, e più si stende più ingrossa e
produce: vi sono dei vitigni la cui indole particolare è così analoga a quella
della Specie, che restano sterili se sono sforzati dalla potatura, e che
producono in abbondanza se sono abbandonati al vigore della loro vegetazione.
L’Uva Liatica
è una delle piante che smentiscono l’opinione della generazione e del
miglioramento delle varietà per l’influenza del clima e del terreno.
Nata in Toscana è passata in quasi tutti i paesi viniferi dell’Europa, e conserva in tutti la stessa forma, la stessa indole, la stessa fragranza. Prende un maggiore sviluppo dove trova un terreno più sciolto e più nutritivo, allega meglio il fiore dove non disturbata dalle nebbie di Estate, e l’uva acquista più zuccherino e più fragranza nei climi caldi e nelle esposizioni apriche ove può giungere ad una maturità più completa; ma i suoi caratteri distintivi sono sempre li stessi; e i maglioli della pianta che, vivendo in un terreno umido ed ombroso, non dava che grappoli acerbi e poco odorosi, trasportati in una collina esposta al meriggio ritornano a produrre delle uve dolci e fragrantissime.
Il disegno che
rappresenta la Liatica è stato eseguito in Firenze sopra un campione preso in
quelle colline. I Lettori vi riconosceranno il pennello dell’Artista distinta
che continua ad onorarmi della sua collaborazione.
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testo
trascritto da Anna Ferro (Borgosesia, Vercelli)
(1) Sono anchora altre manere d’uve bianche delle quali alcune advenga che appresso alcuni in grande honore s’abbino appresso noi per diverse ragioni, overo per pochezza di frutto loro, overo che troppo il mollume temono, meno bone per sperienza si trovano, et queste sono moscatelle livatiche, le quali ottime sono da mangiare et in arbori; ma in vigne spesse et appresso la terra non rispondono alla volontà. Crescentio, Opera di Agricoltura, lib. 4, cap. 4, pag. 88.