UVA ALBAROLA
o BIANCHETTA
DEL GENOVESATO
Vitis vinifera genuensis, racemis
mediis maxime congestis, acinis compressis albicantibus, succo dulci
suavissimo. Vulgo, Albarola, o Bianchetta Genovese.
L’Albarola è una delle uve
colle quali è composto il vino famoso delle Cinque Terre, e quello
specialmente con cui si fa il vino-liquore celebrato dal Baccio sotto il
nome di Amabile. Il suo grappolo è oblungo, rilevato sommamente serrato
e di una grossezza piuttosto distinta. Gli acini sono tondi, ma così stretti
fra loro che restano compressi dai lati e di forma ineguale. La polpa che
chiudono è tenera e dolce; e la sostanza resinosa che l’avvolge trasparendo dal
fiocine gli dà una tinta di bianco che supera quello del Trebbiano, e che si
avvicina all’albezza del latte. È un’uva che matura facilmente, e che contiene
molta parte zuccherina; quindi essa si presta alla composizione dei vini dolci;
ma è scarsa di tartaro, e il suo vino naturale, fatto puro, resta un poco debole.
Bisogna mescolarla col Vermentino (Picca-bon), il quale tende al secco
e col Rossese che abbonda di gaz carbonico e vi dà il pizzico. Con
questa composizione si ottengono dei vini squisiti tanto per pasteggiare quanto
per gli arrosti, e che somigliano un poco ai vini del Reno: essi riescono più o
meno spiritosi in ragione delle proporzioni delle uve che vi entrano o della
loro maturità ma sempre sono bianchi, limpidi, gentili, secchi e di
serbo.
L’Albarola pare
un’uva esclusiva del Genovesato: la sua coltivazione comincia nella Polcevera,
dove è conosciuta sotto il nome di Bianchetta, e dove forma il fondo dei
vini secchi e gentili di Coronata e dei suoi contorni. Essa continua nella
Riviera di Levante e conserva il nome genovese di Bianchetta sino a
Sestri. Giunti a Levanto comincia a cangiarlo per prendere quello di Albarola,
che conserva nelle Cinque-Terre, ove spiega tutte le sue qualità in
grazia del modo ingegnoso con cui è tenuta a pergole basse che l’espongono a
tutta la forza del colore solare riverberato dal suolo.
Dalle Cinque-Terre
l’Albarola passa alla Spezia, e di là a Sarzano dove prende il nome di Calcatella
a causa dei suoi acini che sono sempre calcati gli uni sopra gli altri, e per
distinguerla dalle molte uve bianche che vi somigliano, e che vi si coltivano
in quel territorio.
Io non l’ho trovata
in Toscana dove è rimpiazzata dalla Trebbiana colla quale ha molta
analogia, sia nel colore che nella natura del vino. Mi è parsa sconosciuta
egualmente nelle Provincie Romane del Mediterraneo così ricche di uve bianche,
siccome nel resto dell’Italia. Essa però merita di essere propagata.
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testo
trascritto da Chiara Percivale (Genova)