NEBBIOLO CANAVESANO

o UVA SPANA

 

Vitis vinifera pedemontana, racemis, pyramidalibus, sæpius congestis, acinis subrotundis, nigricantibus, poline caesio asperis, vino generoso, austero, duraturo. Vulgo, Nebbiolo Canavesano, o Uva Spana.

In dialetto Piemontese Nebieul = Picoutener = Spana = Melasca

 

Il Nebbiolo Canavesano è uno dei pochi fra i nostri vitigni a uva nera che produca un vino naturale nel genere dei vini chiamati da arrosto. I caratteri esteriori che distinguono la pianta e l’uva che porta non sono assai rilevati da potersi fissare con sicurezza da chi non gli conosce per pratica, sicchè quest’uva si confonde facilmente con molte altre che le sono analoghe. Se però si esaminano bene, si trova che, presi in complesso, constituiscono una fisonomia determinata che è propria al vitigno, e che si conserva in tutte le suddivisioni che lo moltiplicano senza alterarlo.

I grappoli variano di forme, ma la più comune è la piramidale. Sono appuntati alla cima, lunghi alla base e spesso alati, piuttosto uniti che spargoli, ma non serrati. Gli acini sono tondeggianti di un nero chiaro e velati da un poline bianco che gli rende indachini. Il vino è vermiglio, leggiero e fragrante, e nello stesso tempo asciutto, generoso e serbatòjo, ma austero come i vini del Bordelese, e acquista difficilmente il morbido di quei di Borgogna. Fatto con i metodi ordinarj e coll’uva fresca riesce un vino da pasteggiare nel genere dei buoni vini francesi. Se poi si sceglie l’uva, si sgrappola e si mette della cura nella vinificazione, allora ei riesce un vino fino da darsi agli arrosti e somiglia al Belletto di Nizza. Ei prende i caratteri di vino liquore quando è fatto coll’uva appassita; e in questo caso varia di qualità secondo i modi coi quali è trattato, ora prendendo il secco come i vini del Reno, ora conservando un dolce unito allo spirito che lo somiglia ai vini di Spagna.

I vini di Gattinara passano per i migliori fra quelli del primo genere. Sono vermigli, generosi ed austeri, ma limpidi e leggieri, e non lasciano in bocca nè il grasso che si trova nei vini Lombardi, nè il pizzico dei vini Toscani. Io gli ho esaminati replicatamente sul luogo ove ne sono stato regalato dal Sig. Pignoli, dal medico Fioretti, dal Sig. Bigliocca e dal Sig. Parodi, e gli ho poi riesaminati in Finale in compagnia di amici intelligenti coi quali ne abbiamo fatto il paragone coi vini di Biella, con quelli del Canavesano, col mio Crovino e con diversi vini francesi.

I vini di Careme e di Lessona sono i più stimati nel secondo genere. Hanno un colore più chiaro di quelli di Gattinara e sono più maturi e più spiritosi: durano molti anni, e possono servire agli arrosti come vini di lusso. Io gli ho bevuti in Biella ed in Ivrea, ove sono stato secondato nelle mie ricerche da molte persone gentili, e specialmente dai Sig. Villani e Mina in Biella, ed in Ivrea dal Dottor Verardi, dal Dottor Bona e dal Dottor Gatta, il quale ha poi presentata una bella memoria sulle uve di quella Provincia alla Società Agraria di Torino, che l’ha pubblicata nel Calendario Georgico del 1832. Le mie osservazioni sono state poi ripetute in Finale sottoponendo i detti vini all’esame di molti gustaj, ed hanno sostenuto il confronto di molti vini di lusso e fra gli altri del Belletto di Nizza.

Il territorio di Giambava nella Valle d’Aosta ha una riputazione fatta per i vini del terzo genere: ma i migliori che io abbia trovati in questa classe nel Piemonte sono quelli del Conte Civrone di Valperga, il quale me ne ha fatto gustare degli squisiti in tutte le specie. I vigneti che circondano il delizioso castello di quest’illustre Agronomo gli producono naturalmente asciutti, generosi ed austeri come quelli di Gattinara. Egli però ne fa dei più raffinati colla concentrazione delle uve e colle cure di una vinificazione ragionata e diligente, e questi gareggiano coi vini fini di Lessona e di Careme, e superano i vini santi di Giambava.

Il Nebbiolo è il vitigno proprio della falda dell’Alpe che circonda il Piemonte. Ei comincia a comparire nelle colline che si trovano al di qua del Ticino, e forma l’essenza di tutti i vigneti da Olleggio sino a Valperga.

Nel Novarese e nei colli di Val di Sesia riceve il nome di Spana, ed è alternato colla Vespolina (uvetta di Canetto) e col Pignolo. I vini famosi di Ghemme, Bocca, Romagnano, Grignasco, Prato, Sizzano e Fara sono composti di queste tre uve.

Gattinara è il primo luogo ove la Spana si coltivi quasi sola, e il vino di quei monti annunzia il suo predominio. È più austero, più generoso e più fragrante di quello di Val di Sesia, il quale passa per più morbido, ma che non si conserva così bene, nè migliora invecchiando come quello di Gattinara.

L’esclusiva di questo vitigno non continua nel territorio di Biella, ove si coltiva sotto il nome di Melasca, e dove si trova mischiato con molte altre varietà, ma vi è distinto sempre come il migliore, ed è colla Melasca sola o mista a poche altre uve scelte che si fanno i vini fini di Lessona, e i vini da pasteggiare tanto pregiati di Cossato, Ceretto, Valdengo, Vigliano, e dei due controforti che scendono a destra e a sinistra della città, costeggiando il Cervo da un lato sino alla pianura del Vercellese, e radendo l’Elvo dall’altra sino ai vigneti famosi di Salussola, Cavalià e Piverone.

Il territorio d’Ivrea e i paesi viniferi della Val d’Aosta coltivano anch’essi il Nebbiolo come il migliore dei loro vitigni, e lo distinguono col nome di Picotenero (picoutener, Piciuolotenero), ma vi è alternato col Neretto, colla Mostera, colla Bonarda e colla Fresia, e mischiato con esse. La proporzione di queste mescolanze determina le qualità dei vini che ne provengono: ed è riconosciuto che riescono più generosi e più serbatòj in ragione della quantità di Nebbiolo che vi entra. I più pregiati sono quelli di Careme, ove il Nebbiolo è quasi esclusivo come a Gattinara, quelli di Giambava ov’è il dominante, e quelli di Piverone, di Settimo e di Bullengo, ove non è mescolato che col Neretto e colla Fresia.

Il Nebbiolo continua a cuoprire i vigneti in tutto il resto del Canavesano, e primeggia specialmente in Valperga, ove conserva la sua riputazione in mezzo alle molte altre uve colle quali si trova alternato, compreso il Neretto di Salto (Neret de Saut), uva preziosa che mi è sembrata la stessa che il Neiret di Biella e di Ivrea, e che non è forse diversa dal Pignolo del Novarese: sono queste le regioni del Nebbiolo. All’uscire del Canavesano, egli sparisce, o è così soperchiato dalle Fresie, dalle Bonarde e dalle Barbere che appena si distingue. Io ho creduto di riconoscerlo nel Puerperio di Saluzzo, ma non ho avuto il comodo di osservare abbastanza in grande quest’uva preziosa per istabilirne con esattezza un confronto: il mio sospetto però è fortificato dall’analogia che si trova tra i loro vini. Un’osservazione della stessa natura mi fa credere che il Nebbiolo Canavesano sia un’uva diversa dal Nebbiolo dell’Astigiana. Non ho ancora potuto instituire un paragone materiale fra queste due uve, perchè non ho veduta la seconda che staccata dalla vite; ma, giudicandone dal vino, debbo conchiudere che hanno delle qualità ben differenti. Il vino del vitigno Astigiano è di sua natura amabile, e ha un pizzico singolare che ne forma il carattere. Queste qualità non si trovano mai nel vino del Canavesano.

La lista di paese ove si coltiva il Nebbiolo Canavesano è tutta situata sulle falde dell’Alpi. Infinite ciò non ostante sono le differenze che distinguono le diverse località di questo declivio, sia nella composizione del terreno, sia nella loro esposizione. A malgrado di ciò il Nebbiolo è da per tutto lo stesso, e i vini che ne provengono diversificano poco fra loro. In tutti i paesi ove è fatto senza mescolanza di altre uve ei conserva press’a poco egualmente gli stessi caratteri. Essi non vengono alterati che dai metodi della vinificazione o dai diversi gradi di maturità che vi acquista, ma in mezzo a tali modificazioni il palato vi sente sempre ciò che lo distingue.

Non vi è dubbio che il Nebbiolo ha anch’esso un’indole sua propria, e che perciò prospera di preferenza in certe esposizioni, e ama certe particolari circostanze. Naturalmente precoce e di fioritura dilicata, ei soffre le nebbie e non vien bene in pianura; ma nel resto acquista la sua perfezione a condizioni assai facili. Tutto il paese ov’è coltivato è montuoso, esposto al mezzogiorno, difeso dal Nord dalla catena delle Alpi, e di una temperatura assai dolce contenendosi il termometro fra i gradi otto a dieci, e venticinque a ventisette. Ma il terreno è da per tutto umido ed ubertoso; ed io ho veduto nell’Autunno del 1831 tutti quei monti, e fra gli altri i bei vigneti di Gattinara e di Valperga floridi d’erba e coperti di una vegetazione vigorosissima. Ivi le viti, sempre ricche di grappoli, sono tenute con dei sistemi che contrariano in tutti gli altri paesi il perfezionamento dell’uva, e perciò la riescita dei vini. Se ne vedono molte adattate a pergolato: la maggior parte sono disposte a festoni, i quali partono da un palo che sorge nel mezzo di un gruppo di fusti, e vanno ad unirsi ai festoni dei gruppi vicini tutti disposti a-piè-di-pollo, e corrispondenti fra loro. Questi festoni, è vero, non sono elevati come in Lombardia ed in Toscana, ma non so se la loro vicinanza al suolo in un terreno così ubertoso sia più favorevole o dannosa alla maturazione delle uve. In ogni modo l’Eneologo che è avvezzo a riguardare la quantità come nemica della qualità, non sa persuadersi come possano sortire da quei vigneti i vini squisiti che producono. Io mi sono trovato imbarazzato a sciogliere questo problema; e, nell’imbarazzo in cui mi ha messo, me ne sono proposto un secondo.

Cosa sarebbe il Nebbiolo Canavesano tenuto a fusti bassi, potati a due occhj come la Trinchera in Nizza, il San Gioveto in Chianti, e il Norien o Pinneau in Borgogna? Il suo vino sarebbe egli migliore? Nessuno esiterà a persuadersene. E che vino prezioso non si dovrebbe ottenere nelle colline secche e sassose di Belletto da un vitigno che lo dà così buono nei monti ubertosi del Novarese e del Canavesano! Difatto: dopo di avere esaminata e riesaminata quest’uva, ho creduto trovarvi una somiglianza tale col Crovino di Finale, ossia colla Trinchera di Nizza che mi sono quasi persuaso della loro identità. Questa somiglianza esiste ancora nei vini, giacchè il vino di Careme e di Lessona ha gli stessi caratteri del Crovino del Genovesato, e si avvicina al Belletto di Nizza. Io parlo dubitativamente su questo punto perchè ho riconosciuto coll’esperienza che non vi è cosa più difficile di quella di determinare le differenze o l’identità delle uve. Non vi è dubbio che le così dette varietà non sono che individui nati di seme e suddivisi in milioni di parti viventi ciascuna separatamente come individuo distinto ma aventi tutte la stessa fisonomia. Ma è vero pure che nella vite questa fisonomia presenta tante modificazioni e tanti cambiamenti nelle parti che si rinnovano annualmente come le foglie e i frutti, che l’osservatore ne resta imbarazzato, e trova difficile il fare dei confronti e delle descrizioni. Da ciò ne vengono le così dette sotto varietà, le quali osservate con seguito in tutte le loro fasi e nella diversità delle circostanze si riducono poi alla varietà medesima.

Così il Nebbiolo si distingue nel Novarese in Nebbiolo a grappoli serrati e pedicelli verdi, e in Nebbiolo a grappoli spargoli e pedicelli rossi, conosciuti in quel paese sotto i nomi di Spana comune e di Spana Pignolo. Le stesse differenze e la grossezza degli acini lo fanno dividere in tre sorta nel Biellese, distinte coi nomi di Melasca comune, Melaschin, e Melascon. Esse si osservano egualmente nella provincia d’Ivrea e in tutto il Canavesano, ove il Nebbiolo è diviso in maschio e in femmina o in Picotenero grande e Picotenero picciolo. Tutte queste distinzioni però spariscono quando le uve sono convertite in vino, nè ho mai inteso distinguere in verun luogo il vino del Melaschino da quello del Melascone, nè il vino del Nebbiolo maschio da quello della femmina. Ho inteso asserire che il secondo è più gentile del primo, ma non ho potuto trovare chi ne abbia fatta l’esperienza.

Il vino del Nebbiolo Canavesano è da per tutto un vino generoso, austero, eminentemente asciutto, senza grasso e senza pizzico, e che si conserva e migliora col tempo. Queste qualità gli hanno acquistata da tempi antichissimi una riputazione e gli assicurano anche al presente uno smercio assai vantaggioso. I Milanesi lo ricercano di preferenza a qualunque altro vino, ed è così apprezzato in quella città, che nel 1831, trovandomi in Gattinara all’epoca della vendemmia fui testimonio della vendita di molti bottalli di vino del Settembre antecedente che fu pagato franchi 80 al bottallo. Quello del 1829 fu venduto dal Sig. Pignolo a fr. 146. Il bottallo di Gattinara è composto di sette brente di Piemonte da pinte 36 per ciascuna, e contiene perciò 252 pinte.

I Torinesi non sono dello stesso gusto dei Milanesi, e pare che preferiscano ai vini del Canavesano il Nebbiolo dell’Astigiana, il Tedone di Barolo, e la Barbera di Moncalvo, ma anche a Torino i gustaj regalano ai loro amici coi vini di Careme e di Lessona che figurano agli arrosti come vini fini, ed io ne ho gustati più volte alla mensa del mio rispettabile amico l’Abate Pollini che ne possede dello squisito. Nè questo gusto per i vini di Nebbiolo è recente nella capitale del Piemonte. Il Baccio dice che nel 1590 i vini d’Ivrea e quelli del Novarese e del Vercellese erano ammessi come vini prelibati alla mensa dei Duchi di Savoia, e aggiunge che, portati in Savona, erano imbarcati in piccioli bottalli per Roma, ove gareggiavano colla Lagrima, e con altri vini di lusso (1).

Un’Uva così preziosa meritava di esser figurata da un pennello distinto, e lo è stata difatto. Il Sig. Comminotti, segretario del Cav. Mosca, si è prestato alle instanze di questo illustre amico, e a quelle del Sig. Inspettore Petrini, e ha eseguito il disegno che accompagna questa descrizione sopra di un campione provveduto dal Conte Civrone e colto nei suoi vigneti di Valperga.

Ma questo bel lavoro è stato per la Pomona il primo e l’ultimo di un così abile artista che ho conosciuto troppo tardi e di cui piango la perdita. Egli fu tolto alle arti e agli amici poco dopo di averlo eseguito …

______________________

testo trascritto da Stefania Medeot (Montanaro, TO)

 

(1) Sunt tamen et ex rubicundis aliqua robustiora, quale in agris Ivreæ trans Padum colligitur, quæ civitas situ sub montanis illis magis edito et apricis locis, sicut et Novaria proxime et Vercelli; firmiora hoc in genere habent in suis vinetis, item arboreis vina, quæ ut in mensis Sereniss. Sabaudiæ Ducis laudabilem obtinent gratiam; sic ex Savonæ portu Romam nonnunquam parvis doliis convehuntur, in comparatione cum Lachrymis, aliisque generosis hoc in censu vinis (ita sua cuique placent) ab indigenis iactantur. Bacc. lib. 6, pag. 311.