PESCO NATALINO
o VERNINO
DI NAPOLI
Persica iulodermis, flore brevipetalo,
fructu hiemali; epicarpo pubescente flavo, ad latum solis rubescente;
sarcocarpo flavo philosteo, pulpa firma sacharata odorosissima, gustu dulci.
Vulgo, Pesca Natalina.
La
Natalina
è una Pesca conosciuta in tutta l’Italia, ma riguardata con ragione come un
frutto di curiosità più adattato a far comparsa in una tavola di lusso, che a
piacere al palato.
Quella di Napoli
forma sola eccezione a questo principio. Essa riunisce ad una tardità di
maturazione forse più estesa d’ogni altra, un esteriore grazioso, una polpa
gentile e saporita, e un aroma che gareggia con quello delle Pesche Luglienghe.
Io ne ho mangiate
nel 1824 in Napoli dalla metà di Novembre alla metà di Dicembre, e le ho
portate a Roma, ove mi sono durate fresche e sane oltre al Natale.
È un frutto d’una
grossezza mediocre, somigliante nell’esteriore alle Moscadelle Duracine,
e solo un tantino più oblongo.
La buccia è gialla,
sfumata da un lato da una velatura di rosso, la quale in alcune cuopre le
labbra della suttura, che taglia la pesca, e in altre si stende sulla faccia
opposta del frutto, secondo che si trovava sull’albero all’esposizione del
sole.
La polpa è duracina,
ma per una singolarità da rimarcarsi non adere al nocciolo così fortemente come
nelle altre di questa specie. A dir il vero essa non l’abbandona intieramente
quando si apre come nelle Spiccacciole, restandone sempre qualche poco negli
interstizj che solcano il nocciolo; ma non vi si immedesima neppure come nelle
Duracine, nelle quali le solcature del nocciolo restano coperte in maniera, che
quasi non si distinguono. Nel resto la natura del suo tessuto appartiene alla
classe delle Duracine, e quantunque si apra in due come nelle Spiccacciole, ciò
non si fa facilmente colle dita e senza sforzo, ma vi è d’uopo dell’aiuto del
coltello, col quale bisogna cominciare per farvi una fenditura lungo la suttura
che la lista da un lato, onde facilitare l’apertura.
Il colore della
polpa è giallo, e la sua pasta è carnosa e compatta, ma piena di sugo, di un
gusto dolce e saporito, e senza ombra d’acido.
Ciò poi che la
distingue da tutte le pesche tardive, è il profumo che esala, il quale è quasi
tanto forte quanto nelle precoci.
L’albero non ha
niente di singolare: fiorisce quando gli altri peschi, e il suo frutto allega
nel medesimo tempo: cresce al principio come quelli, ma giunta la state si
arresta, e non comincia a dar segno di maturazione che nell’autunno. In Ottobre
comincia a colorirsi, ed io che ne possedo una pianta mandatami da Napoli, l’ho
trovato maturo sulla fine di Novembre, ma non mi è riuscito serbarlo all’albero
al di là di questo tempo, a cagione delle piogge che lo fanno marcire.
In Napoli ho fatte
molte ricerche per assicurarmi, se le Pesche vernine, che si mangiano così
fresche in Novembre e Dicembre, erano colte allora alla pianta, o se erano
conservate in casa. Io ne aveva mangiato per la prima volta il 23 di Novembre
del 1824, alla festa di ballo data in Chiaia dal Conte Drumond, già Ministro di
Inghilterra presso quella R. Corte, e ne vidi in seguito il 27 del medesimo
mese nel Dessert del pranzo di famiglia, che S. M. il Re Ferdinando
diede in quel giorno, per celebrare l’anniversario del suo matrimonio.
Ne ebbi in seguito
in più tempi da un fruttaiolo di Napoli, che ne provvedeva le tavole di lusso,
e dal quale raccolsi quanto seppe dirmi sopra di esse.
Dal contesto della
sua relazione, e da quanto ho potuto sapere anche da altri, sembra che questi
frutti si raccolgano sulla fine di Novembre, e si conservino poi nelle grotte o
cantine sotterranee distesi sopra panieri. È in Somma specialmente, che
si coltivano, ed è nelle grotte di quel paese che si serbano sino a Natale
assieme ad altre frutte. Anche in Salerno si fa questa speculazione, che
il lusso di Napoli rende lucrosa, e che il clima e il terreno di Somma e
di Salerno rende di più sicura riuscita. Io credo che le località di
quei paesi concorrano molto a questo successo.
Le colline di Somma,
situate sotto il Vesuvio, si prestano per la natura del loro suolo, a dare ai
frutti quella consistenza di tessuto che li rende più forti e più difficili a
corrompersi; e il clima della Campania, ove l’autunno è più asciutto e più
dolce che nel resto dell’Italia, garantisce i frutti serotini dal guasto che ne
fanno da noi le piogge, le brine, i venti, e l’alternativa frequente di caldo e
di freddo.
Così si trovano in
Napoli sul finir di Dicembre non solo le frutta vernine degli altri paesi, come
le mele e le pere, ma ancora le frutta estive, come le susine, l’uva, le
lazzerole e le pesche, e tutte conservate così bene, e colla buccia così liscia
e così fresca, che sembrano colte di recente alla pianta.
Io ho veduti in quel
tempo tutti questi frutti nel loro stato naturale, come sogliono essere
nell’autunno e nella state, e so che il giorno del Natale la città ne manda
ogni anno a regalare a S. M. un assortimento che sorprende il forestiere.
A dir vero, anche
noi abbiamo delle Pesche serotine, che si colgono a S. Martino (11
Novembre), e a S. Caterina (25 detto), e che perciò ricevono il nome di questi
Santi. Ma le Pesche vernine dei nostri paesi non si conservano nella
dispensa al di là di qualche settimana, e non hanno altro pregio che quello di
un bel colorito. La loro polpa è insipida, dura, e senza profumo.
A che cosa dunque si
deve attribuire la differenza? Costituiscono quelle di Napoli una varietà
particolare, avente in se stessa più sapore e più aroma, o lo ripetono solo
dalla località e dal clima in cui maturano?
Ecco ciò che ne
penso. La natura ha destinata la state per stagione delle Pesche. Gli accidenti
della concezione, che riproducono ogni anno degli individui nuovi, danno a
ciascuno d’essi un carattere proprio che li varia all’infinito, e che li
distingue tra loro col farli percorrere tutta la sfera delle modificazioni
compatibili coi caratteri della specie.
La grossezza, il
colore, la natura più o meno gentile della polpa, e i suoi rapporti colla
buccia e col nocciolo, la quantità e la qualità del sugo, il sapore e l’aroma,
l’età della pubertà e quella del deperimento, l’epoca della maturazione dei
frutti, e finalmente la durata della loro vita, tutto varia negl’individui che
nascono dal seme, senza però che alcuno oltrepassi mai gli estremi che la
natura ha stabiliti per limite a queste differenze.
Ora, siccome si sono
formate, mediante delle concezioni straordinarie, delle varietà precocissime, quali
sono, per esempio, le Noccioline, le Maddalene, le Pesche
Ciliegie, così se ne sono formate delle serotine, come le Pesche di San
Martino, e le Sante Caterine.
Queste varietà, che
si possono chiamare mostruose, perchè estendono ad estremi straordinarj i
limiti fissati alla specie, portano poi in se stesse delle disposizioni
proprie, adattate ai climi ove si formano; e queste, sebbene non si sviluppino
da per tutto egualmente, non si cangiano però cangiando di clima.
Così le Pesche
Vernine, che nascono nei paesi freddi, non ricevono dalla natura gli organi
adattati ad elaborare molta sostanza zuccherina e molto aroma, ma solo delle
belle forme, e un bel colorito; sicchè, trasportati in climi più caldi, non vi
acquisterebbero che un aumento di bontà molto leggiero; nello stesso modo che
quelle che nascono nei climi caldi, avendo ricevuto nella loro organizzazione
primitiva delle disposizioni più adattate alla formazione dell’aroma, e allo
sviluppo dello zucchero, ne sono di loro natura dotate più ampiamente delle
prime; e, vivendo nel paese natío, trovano nel medesimo principio, che le ha
favorite nel formarsi, una nuova facilitazione a svilupparle, siccome
resisterebbero di più alle contrarietà di un clima meno favorevole, e vi
riescirebbero sempre migliori delle indigene.
Dietro questi
principj si può stabilire per fatto, che la Pesca Vernina di Napoli
constituisce una varietà particolare, avente nell’organizzazione sua propria le
disposizioni necessarie per acquistare un sapore più concentrato e un aroma più
forte, e perciò capace di conservar questo vantaggio sulle altre, anche
trasportata in paesi meno favoriti dal clima, senza però poterlo conservare in
tutta l’estensione che gode nel paese nativo. Per questa cagione me ne sono
procurato una pianta in Napoli, la quale di fatto mi produce dei frutti, a dir
vero, poco più tardivi delle nostre Pesche vernine, ma più saporiti e più
odorosi.
Dalla predetta
pianta ho scelto il ramo col frutto acerbo, che ho fatto eseguire dall’egregio
pennello del Sig. Del Pino.
Il disegno del
frutto maturo è stato fatto in Napoli dal Sig. Mori Intagliatore, sopra
un frutto che mi fu provvisto da un fruttaiolo nel Dicembre del 1824, e
corrisponde anch’esso alla riputazione d’un così distinto artista, già tanto
conosciuto per i suoi lavori a bulino.
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testo
trascritto da Grazia Mendaro (Finale Ligure, Savona)