Malus Persica Hybrida, fructu mixto,
epicarpo partim glabro partim pubescente, sarcocarpo flavo, succoso, sapido,
endocarpo non adhaerenti, semine sterili. Vulgo, Pesco Ibrido. Pesco di
Bizzaria.
Il Pesco ibrido è uno di quei fenomeni che
la Natura mette di quando in quando sotto i nostri occhi per fissare
l’attenzione dell’Agronomo sopra il mistero della generazione.
Otto sono le specie che formano il genere Persica. (1) I Botanici antichi le avevano riguardate tutte come varietà. I caratteri principali che le legano insieme sono così decisi, e quelli che le dividono sono così leggieri, che era facile il cadere in quest’equivoco. Se però si avesse avuto la cura di sottoporle alla prova delle seminagioni, si sarebbe riconosciuto che i caratteri che le distinguono sono permanenti e non si confondono mai.
È questa la prima
condizione delle specie, e quella che le determina con più sicurezza (2). Nel
nostro caso ve ne una seconda, e consiste nell’ordine in cui si mostrano. In
qualunque luogo si esamini il Pesco, e qualunque ne sieno le condizioni,
ei presenta sempre una divisione primaria, che ne fa due specie principali,
suddivise in due secondarie, le quali si dividono di nuovo in due altre, e
formano così otto specie distinte, ma disposte quasi a gradini e come
subalterne le une delle altre.
Le due prime si
distinguono per la buccia, che nel frutto delle une è vellutata, e in quello
delle altre è liscia, e costituiscono le due specie conosciute sotto i nomi di Pesche
vere, e di Pesche-noci (3).
La seconda divide le
une e le altre in Spiccacciole, e Duracine (Pêsches, et Pavies).
La terza le divide tutte e quattro in pesche-gialle, e in pesche
bianche (Pêsches à chêre jaune et Pêsches à chêre blanche).
Tutte queste specie
si riproducono di seme, e conservano costantemente nelle generazioni che si
susseguono i caratteri tipici che le distinguono, e tutte si diramano in
fisonomie sempre varie e sempre distinte, ma sempre rinchiuse nel
cerchio dei caratteri della specie, dalla quale provengono.
Poche piante in
natura presentano una distribuzione così simmetrica e disposta in un ordine
lineare a graduato così singolare. Io non ne conosco un eguale che nel
genere Citrus (4).
Pare che la Natura,
per una di quelle bizzarrie, che tengono alla ricchezza inesauribile delle sue
forme e delle sue combinazioni, abbia voluto presentare in questi due generi un
esempio di quella simmetria graduale e gerarchica che piace tanto all’uomo, e
che si incontra così di rado nel mondo organico. I metodisti, legati alle loro
abitudini, non si sanno piegare a riconoscerla; e, ragionando nel sistema
d’idee adottato dai Naturalisti, non possono concepire un ordine di specie
dipendente da un altro. Io convengo che questa disposizione è insolita, e
convengo che l’idea della specie non si può combinare con quella di dipendenza:
ma se si esamina bene quest’ordine gerarchico nei due generi di quale è
questione, si riconosce che la dipendenza che ne ripugna non è che
appartenente, mentre esse non procedono le une nelle altre come le razze e
le così dette varietà, ma esistono isolate e indipendenti senza mai
confondersi l’una nell’altra. Tutte sono feconde, tutte riconoscono la loro
origine dalla creazione, e godono tutte della stabilità propria alle
specie dei caratteri tipici, e della varietà indefinita che deve
distinguere gli individui nelle modificazioni fisonomiche. Esse dunque
non escono dall’ordine della Natura, nè il loro modo di essere ripugna all’idea
fondamentale dell’unità della specie. La sola differenza che le distingue nel
generale delle specie è la suscettibilità di combinarsi tra loro nella riunione
dei sessi, e di formare con ciò degli esseri terzi conosciuti sotto il nome di ibridi.
Il Pesco singolare
che forma l’oggetto del presente articolo offre una prova di tale privilegio. È
questo un frutto che è stato sotto i miei occhi, e posso rispondere delle
qualità che lo distinguevano, ma non posso dare la descrizione alla pianta che
lo ha prodotto, perchè non sono riescito a rinvenirla. Essa probabilmente è
perita senz’essere stata osservata, e perciò senz’essere stata fissata dalla
coltura (5). Fortunatamente però ne esiste una consimile in Inghilterra riconosciuta
da uno dei più distinti botanici di quel paese, e ne sono esistite alcune altre
in Italia, sulle di cui qualità non vi è luogo di dubitare perchè constatate da
persone senz’eccezione.
Nel dare la
descrizione di quella che ho veduta e che ho fatta figurate nella tavola
annessa a quest’articolo, io darò un ragguaglio di ciò che ho potuto
raccogliere sopra ciascuna delle altre; e con ciò porrò i miei lettori in
istato di formarsi un’idea dei diversi fenomeni dell’ibridismo che si
sono fin ora sviluppati nel Pesco.
La prima di cui si
conservi memoria è quella descritta dal Lastri in un discorso letto
all’accademia dei Georgofili di Firenze, stampato nel Giornale d’Italia n. 32,
in data del 27 Novembre 1775, tom. 10, ediz. di Venezia.
Il Lastri racconta
che nell’orto della Chiesa Parrocchiale di San Pietro a Lecore situata fuor di
Firenze, un pesco di seme e non raggentilito dal nesto
diede i suoi primi frutti nel 1770, i quali furono tutti spiccaccioli. Nel 1772
ne diede una gran copia, parte dei quali furono spiccaccioli come i primi, e
maturarono sul cominciar di Settembre, e parte maturarono sette in otto giorni
dopo, e riuscirono Cotogne bianche (così nel testo, cioè Duracine bianche)
le quali non lasciano il nocciolo e di sapore uguale a altre di una pianta di
uguale qualità che si trova nell’orto medesimo.
Il Giornalista, nel
riportare il fatto raccontato da Lastri, cerca di spiegarlo coll’azione delle
polveri fecondatrici dei vicini Cotogni, i quali, trasportati dagli
insetti nelle ovaja dei fiori della Spiccacciola devono averle
modificate in maniera da cangiarle in pesche Cotogne. Egli fonda questa
sua spiegazione sulla teoria dell’ibridismo stabilita da Linneo e
sull’esempio dell’Arancio di Bizzarria descritto dal Manni; e con ciò non si
allontana molto dal vero. Ma se si esamina bene la cosa, si riconosce che,
nell’applicazione dei principj al fatto, egli ha preso un equivoco, mentre ha
attribuito al polline de’ fiori del vicino Cotogno ciò che doveva
cercarsi nel polline di un Cotogno vivente all’epoca della concezione
del germe da cui era provenuta la pianta ibrida.
Il polline dei
Cotogni che fiorivano allora poteva penetrare nei fiori della pianta che l’anno
avanti aveva dati i frutti spiccaccioli, e poteva combinarvi dei germi
ibridi, ma non poteva cangiare le ovaia che formavano il rudimento dei frutti,
nei quali si dovevano cangiare. Esse costituivano il talamo in cui il polline
estraneo poteva combinarsi colle mollecole femmine che vi erano contenute; e in
questo talamo si poteva combinare una concezione annormale che avrebbe dato
origine ad un seme ibrido, il quale, diventato pianta, poteva sviluppare il
fenomeno in questione.
Ma l’ibridismo della
pianta descritta dal Lastri era già nella sua organizzazione, e per ciò doveva
ripetersi nella sua concezione. Prodotta da un seme proveniente dal miscuglio
dei principj sessuali delle due specie, aveva in se stessa i due moduli
sui quali si combinavano le molecole primigenie che si legano in gemme, e
queste perciò ora si aprivano in fiori a frutto spiccacciolo, ora in
fiori a frutto cotogno, e potevano ancora aprirsi in fiori a frutto
misto (6).
Il nostro intelletto
non può farsi facilmente l’idea del come succedono queste combinazioni, ma non
ripugna a concepirne la possibilità.
Consecrata in questo
caso dei fatti, ed esclusa in tutte le altre ipotesi della ragione essa diviene
evidenziata nel sistema delle mollecole primigenie, nel quale solo, i fatti,
che si offrono alla nostra vista, trovano una spiegazione (7).
Il secondo esempio
dei Peschi Ibridi mi viene mostrato in Ferrara dal Sig. Professore Campana al
quale fui diretto nel Novembre del 1821, dal di lui cognato il dottor Targioni
Tozzetti, il quale mi onorava della sua amicizia, e ai di cui consigli ed aiuto
io mi riconosco debitore in gran parte della riescita di questa mia intrapresa.
Il Sig. Campana
possedeva la pianta nel suo Giardino. Io non giunsi in stagione da poterne
vedere i frutti, ma il Sig. Professore m’assicurò ch’essa produceva ogni anno Pesche-vere
e Pesche-noci, gettando irregolarmente e senza sistema molti fiori,
alcuni dei quali allegavano delle Pesche pubescenti, ed altri delle Pesche
liscie. Io non rammento se mi abbia parlato di frutti misti, nè trovo
averne fatta menzione nelle mie memorie.
Un terzo esempio di
questo fenomeno esiste in Inghilterra, e mi consta da una lettera dell’illustre
mio amico il Sig. Prof. Savi di Pisa, il quale me lo annunziava da parte del
Sig. Knight Presidente della Società d’Orticultura di Londra in occasione che
gli feci passare per di lui mezzo diversi esemplari della mia Teoria della
Riproduzione vegetale.
Io ignoro le
particolarità di quella pianta di cui mi fece dar notizia del Sig. Knight senza
descriverla, ma mi pare che l’annunziasse come un ibrida del Pesco a frutto
pubescente, e del Pesco a frutto liscio. Certamente essa sarà stata
moltiplicata in quel paese classico, e col tempo si propagherà presso dei
dilettanti, e formerà un monumento prezioso per la storia del Pesco, e per
quella dell’ibridismo.
Il quarto ed ultimo
esempio che possa offrire ai miei lettori di un fenomeno così interessante è
quello che ho avuto sotto i miei occhi nel 1820, e di cui ho conservato la
figura nel disegno che accompagna quest’articolo.
Era nel Settembre
1820 in Modena, e visitava i frutti del mercato, quando mi si offerse alla
vista una pesca, metà della quale aveva la buccia liscia e lucente come quella
delle Pesche-noci, e l’altra metà era vellutata come si vede nelle
Pesche-vere. Invano cercai di sapere dalla fruttivendola da chi l’avesse
ricevuta e dove ne esistesse la pianta. Essa l’aveva comprata da un contadino
che non conosceva mista a molte altre pesche e confusa con esse, e non ne
sapeva di più.
Lieto di quest’incontro,
la comprai e partì per Bologna dove aveva nel Sig. Luigi Bazoli un disegnatore
intelligente capace di renderla con precisione e con verità. Essa fu disegnata
il 9 Settembre e ne fu eseguito lo spaccato il giorno 11 successivo alla
presenza del mio rispettabile amico il Sig. Contri Prof. di Agraria in
quell’Università. Il suo esterno presentava i caratteri delle due specie nel
modo più pronunziato. Da una parte la divisione era marcata da una linea ossia
da una leggiera solcatura longitudinale, che dal peduncolo andava sino alla
punta. Dalla parte opposta la buccia era continua, e le due specie si
confondevano insieme degradando l’una nell’altra in un modo regolare e
insensibile. Nel tagliarla, la buccia dalla parte liscia resisteva al coltello
e quella lanuginosa cedeva senza sforzo. L’interno era più confuso e la
separazione delle specie era più equivoca. L’occhio non vi distingueva una
differenza che fosse sensibile. La polpa era spiccacciola in entrambi i lobi,
gialla, tinta di rosso nella parte interna che abbracciava il nocciolo, al
quale però non era attaccata, e dal quale non conservava quasi neppure
l’impronta. Il nocciolo era oblungo, compresso, reticolato, asciutto, e così
poco aderente alla polpa, che appena conservava nelle incavature che lo
solcavano qualche resto dei pochi filamenti polposi che vi si erano introdotti.
Per rappresentare nel disegno con maggior esattezza le due diverse specie anche
nel loro interno, io feci aprire il frutto in controsenso coll’ajuto del
coltello, ossia nella sua circonferenza per largo, ma questa precauzione non
produsse l’effetto che ne sperava perchè l’occhio non vi potè distinguere
alcuna differenza. Al senso la polpa era tutta egualmente gustosa, delicata
come è sempre nelle spiccacciole, sugosa e senza di acido, ma la parte liscia
pareva avere una certa maggiore carnosità e un gusto più forte.
Tale era la Pesca
Ibrida che ho fatta rappresentare dal Sig. Bazoli, e la cui di figura
accompagna quest’articolo. Il suo nocciolo fu seminato nell’Aprile successivo
ma non germinò. Io credo che fosse sterile ossia senza mandorla, e mi duole di
non averlo aperto per constatare questa circostanza importante per la scienza.
Ecco dunque tre
esempj di Ibridismo nelle Pesche, e quattro col Pesco di Londra.
Quello del Lastri
era una combinazione di Duracino e di Spiccacciolo sulla medesima
pianta e produceva frutti di ambe le specie, ma separati ed aventi ciascuno i
suoi caratteri proprj.
Quello di Ferrara
presentava un fenomeno consimile a quello dei Lastri, ma le specie che vi si
trovavano combinate erano il Pesco vero e il Pesco-Noce.
Quello di Londra
pare una ripetizione di quel di Ferrara.
Il Pesco di Modena
presenta invece un capriccio più complicato, perchè la combinazione delle due
specie si esprimeva in un medesimo frutto.
Nell’insieme di
questi quattro individui si trovano compresi i diversi esempj di ibridismo di
cui abbia l’idea.
Nessuno però gli
riuniva insieme come li riunisce l’Arancio famoso chiamato la Bizzarria
(8).
Se si potessero
scorrere i campi di Rio della Plata e di molte regioni dell’America, dove i
peschi spontanei cuoprono i terreni ancora intatti, o dove nelle colture vivono
a migliaja senza che l’innesto ne cangi i caratteri prima che si spieghino,
come succede in Europa, forse s’incontrerebbe anche quest’ultimo esempio.
Allora si dovrebbero
instituire delle esperienze per decidere la grande questione della sterilità
degli Ibridi (9).
I Naturalisti sono
ancora divisi su questo punto, e l’illustre Decandole ne propone la soluzione
come di un problema. L’esempio del Regno animale, e dei principj di convenienza
ed ordine che la natura segue in tutte le sue operazioni lo sciolgono per la
negativa. Ma nel Regno Vegetale i fenomeni della generazione sono così
complicati che ad ogni passo s’incontrano annomalie difficili da conciliarsi.
Io non credo che
possa mettersi in dubbio che non esista in natura una successione di Ibridi divenuta
specie, ma parte riconosciuto che vi sono esempj di Ibridi e di mostri
che sono fecondi.
Per uscire da questo
laberinto bisogna cominciare per distinguere gli Ibridi di specie dagli Ibridi
di varietà o di razza, o per meglio dire gli ibridi veri
dai meticci.
L’ibridismo di
varietà non è un vero ibridismo. È un incrociamento dei sessi di un individuo
con quelli di un altro non solo fra individui pianta ma ancora fra individui
fiore (10), e da questo incrociamento provengono individui a fisonomie
straordinarie che non sono tipiche ma sono normali e per ciò
riescono fecondi. L’ibridismo di razze segue le stesse leggi di quello di
individui. Subito che l’azione degli ambienti sopra una successione non
interrotta di generazioni ha formato una razza, essa spiega lineamenti
particolari che si estendono ai principj sessuali, e che, continuano nello
stato di cose in cui si sono formati, si fanno permanenti. (Vedi Savi pag. 345,
e Pomona Ital. Art. Uva di Bizzaria). Allora, se queste razze si
incrociano ne risultano combinazioni ancora più complicate; e i figli che
provengono portano fisonomie che si allontanano ancora di più dalle tipiche,
ma che sono normali come le prime, e perciò godono anch’esse della
fecondità (11).
Ora io credo che la
massima parte degli esempj di ibridismo che si citano appartengono a queste due
classi di esseri provenienti da tipo comune piuttosto che da specie diverse. Le
poche eccezioni che conosciamo si limitano a quelle specie vicine i di cui
caratteri sono tanto omogenei che hanno dato luogo a dubitare se sieno specie o
varietà. Tali sono gli Ibridi del genere Citrus, quelli del genere Persica
e quelli del Cerasus e forse molti altri dei tanti citati dai Fisiologi.
(Vedi Decand. Physiol. Veg. p. 698 a 720). Gli Ibridi di Mandorlo e Pesco, di
Albicocco e Susino e simili sono ancora a provarsi. Gli esempj che ci sono dati
per tali ne offrono a dir vero i caratteri i caratteri ma non esiste un fatto
ben constatato che ne costituisca la prova (12).
La questione si
riduce dunque agli Ibridi del Citrus e del Persica e a
certi mostri, i quali, avendo i caratteri stessi degli Ibridi e un’origine
analoga, imbarazzano anch’essi colle anomalie che spiegano. Io ho seguitato per
molto tempo i fenomeni degli uni e degli altri, ed ecco il risultato delle mie
osservazioni.
L’Arancio di
Bizzarria (Citrus Aurantium Indicum limo-citratum Traité du Citrus. n. 29. p.
145) è un’Ibrida evidentissima. I suoi rami producono promiscuamente, e con una
irregolarità singolare e capricciosa Arancie-forti (Bigarades), Cedrati,
e frutti composti di Arancia-forte e di Cedrato, in proporzioni
sempre varie e di forme sempre diverse (13).
I frutti composti
sono sempre privi di semi, e perciò muli completi, assolutamente
incapaci di riprodursi, ma le Arancie pure, e i Cedrati puri
chiudono talora qualche grano.
Io ne ho seminati
molti, e mi è riescito di vederne germogliare alcuni di quelli delle Arancie
pure, ma le piante che ne sono venute sono riescite Aranci forti, e
sembrano ritornate allo stato normale.
L’Arancio bianco,
(Citrus Aurantium Sinense fructu variegato. Gal. Traité du Citrus n. 39 p.
165), che si annunzia per un ibrida dell’Arancio dolce e del Limone, portando
il frutto in forma d’Arancio, ma col color del limone, listato di striscie al
principio verdi, e alla maturità del rosso rancio delle Arancie e con gli
spicchi a sugo dolce, contiene quasi sempre dei grani grossi e ben formati, i
quali seminati si aprono in un germoglio bianco-giallognolo come il frutto, il
quale però non prospera, e che a capo di alcuni mesi finisce per morire.
Gli Aranci a
foglia di salice (Citrus Aurantium Indicum Salicifolium, Traité du Citrus
p. 130 n. 19), mi hanno date delle piante le cui foglie avevano le foglie
di quelle della pianta madre ma che non erano identiche nemmeno in blocco e
presentavano delle modificazioni più che fisonomiche. Il loro seme però
riproduce le varietà e non ritorna, almeno per la prima generazione, al tipo.
Il Chinotto
pare più tosto un mostro che un Ibrido. io ho seminato più volte dei grani del Mirtifoglio,
(Citrus Aurantium Indicum caule et fructu pumili myrthifolium. Traité du Citrus
n. 22 p. 134) il quale ne abbonda, ed ho ottenute delle piante eguali a quelle
che mi avevano fornito il seme. I grani del Chinotto comune sono
rarissimi: ne ho rivenuti però qualche volta e gli ho seminati. La maggior
parte o non hanno germogliato, o sono periti dopo una vita languida di alcuni
mesi. Alcuni pochi sono cresciuti, e hanno sviluppati i caratteri dell’Arancio
forte, o delle forme proprie che non sono nè l’uno nè l’altro, e in questo
momento giunti già all’età di otto a dodici anni non fruttano ancora.
Due semi di melarosa
(Citrus Aurantium Indicum fructu stellato. G. Tr. du C. n. 28, p. 144), che
sono riescito a trovare in un grandissimo numero di frutti aperti a tali
oggetto, mi hanno date due piante che vivono nel mio giardino e che sono
prosperose: ma non somigliano alla pianta madre, e presentano invece nei frutti
un esempio di mostruosità di una complicazione straordinaria. La loro forma
esteriore e il loro colore si avvicinano un poco a quelli delle melarose,
ma sono in generale costate e aperte più o meno sulla cima da dove sbuccia un
secondo frutto guazzabugliato, il quale è un composto di frutti imperfetti ed
informi, ora intrecciati fra loro, ora chiusi uno dentro dell’altro e in parte
sbocciati fuori del frutto principale, sul quale formano come una corona
irregolare e capricciosissima.
Tutte queste piante
vivono nei miei giardini, e posso farle vedere a chi lo desidera. I fiori
mostruosi conosciuti sotto il nome di fiori doppj presentano gli stessi
fenomeni. Io non credo che provengano sempre da fecondazioni ibride o da
incrociamenti doppi: essi al contrario sono per lo più l’effetto di
fecondazioni sproporzionate fra individui della medesima specie e in istato
normale. Il loro carattere essenziale è il mulismo, e così possono
equipararsi gli Ibridi. Ebbene; anche questi portano qualche volta dei semi.
Siccome nello stato normale sono forniti di molti stami, e le loro ovaja
contengono molti ovoli, così non tutti abortiscono. Ben sovente in mezzo a dei
ciuffi di un tessuto irregolare avente per lo più delle forme petaloidali
spiegano qualche antera contenente del polline di una pianta normale, il seme
vi è concepito, e allora è fecondo.
Le piante che
provengono da questi semi offrono però dei risultati non sempre eguali. Il più
sovente esse spiegano qualche mostruosità ora maggiore ora minore ora maggiore
di quella del padre, e sono quelli dalle quali si ottengono delle piante a
fiore stradoppio (Flore plæno) nel quale gli organi sessuali sono alterati
totalmente, e perciò presentano un mulismo completo. Qualche volta però
esse ritornano allo stato normale e spiegano dei fiori perfetti, aventi tutti
gli organi della generazione come i tipi.
Queste differenze
dipendono dagli accidenti della concezione, la quale può essere più o meno
regolare nei diversi ovoli di un medesimo fiore in ragione della maggiore o
minore omogeneità degli atomi elementari che corrono a combinarvisi.
Io sono persuaso che
il Pesco Ibrido, messo all’esperienza, seguirebbe lo stesso sistema. I
frutti misti devono essere necessariamente muli, perchè il Pesco non ha
che un ovajo e questo in generale non ha che un ovolo, ma i frutti distinti
possono essere fecondi. Le Pesche liscie pure possono contenere
un grano perfetto; e questo seminato, deve produrre delle piante a frutto
liscio. Quelle a buccia vellosa devono dare delle piante di Pesche vere.
Così le Spiccacciole e le Duracine devono dare ciascuna delle
piante della loro specie respettiva.
Ecco la soluzione
del gran problema della sterilità delle Ibride. Le piante che hanno questi
caratteri sono necessariamente mostruose. Combinate nella loro concezione del
miscuglio di molecole essenzialmente differenti, ma affini, e legate
imperfettamente più dalle forze di affinità chimica che da una corrispondenza
nelle forme, esse non possono avere una organizzazione perfetta, ma l’hanno
tale da goder della vita e da poter segregare nella loro vegetazione un numero
di mollecole-modulo delle due specie. Se queste mollecole si trovano
riunite negli organi florali vi si combinano come vi si sono combinate quelle
che hanno formato l’embrione della pianta madre, ma la loro combinazione si
apre in un guazzabuglio ancora più complicato, il quale non può sviluppare gli
organi della generazione e che si risolve in un corpo irregolare e spiegazzato,
e perciò sterile. Se poi si da il caso che si incontrino nello stesso organo
florale le mollecole di una specie sola, allora la combinazione si fa più
facilmente, e ne sorte un tutto organico quasi normale nel quale si sviluppano
i sessi, e che qualche volta allega dei semi. Questi semi però non provengono
che dalla combinazione dei principj omogenei, e per conseguenza non riproducono
che la specie che gli ha forniti, e così l’ordine delle generazioni ritorna
allo stato normale.
La Natura, inesausta
nelle sue combinazioni, ma regolare, ha posto con ciò un confine a quelle
aberrazioni preordinate che costituiscono una parte delle ricchezze del mondo
organico, e ha assicurato, in tal modo l’inviolabilità delle leggi che lo reggono
e la stabilità delle forme fissate dalla Creazione.
______________________
testo
trascritto da Francesca De Beni (Genova)
(1)
Nessuno sin ora ha fatto un genere del Pesco. Linneo lo aveva unito al
Mandorlo, e aveva fatto il genere Amigdalus. I Botanici che sono
succeduti a Linneo, hanno seguito il suo esempio. Tutti sono stati tratti a
questa riunione dall’idea in cui erano che il Pesco non formasse che una specie
sola. Ma se si riconoscesse invece che ne fa otto, come io credo di poter
dimostrare, allora non vi potrebbe essere difficoltà di dividerlo dal Mandorlo,
e farne un genere a parte. Pochi poi seguiranno l’opinione del Sig. Knight il
quale pretende che «il Mandorlo comune e il Pesco formino una specie sola,
sicchè una coltura conveniente continuata per molte generazioni successive
possa cangiare un Mandorlo e un Pesco in viceversa». Vedi Lettera di Tommaso
Andrew Knight Presidente della Società di Orticultura di Londra sopra un Pesco
prodotto dal seme di un Mandorlo, letta alla Società il 7 Ottobre 1817.
(2)
«La costanza dei caratteri negli individui riprodotti per seme è il criterio
della legittimtà,» dice l’illustre Cav. Savi nelle sue Instituzioni Botaniche
pag. 305. «Ma non bisogna contentarsi di una sola riproduzione. Conviene più
volte ripeterla, perché in alcune razze i caratteri spurj non spariscono alla
prima.» È questo un canone fondato sull’esperienza e sulla ragione: vi sono
però dei fatti che sembrano contradirlo, mentre è certo che tra i Vegetali si
formano delle razze che godono di una tal quale permanenza. Questo
fenomeno è dovuto all'azione continuata degli ambienti esterni sulle funzioni
della vegetazioni e perciò sugli organi e sopra i principj della generazione.
Così
esso non dura che quanto durano queste influenze; e, dal momento che cessano,
gli organi e la sostanza sessuale si ravvicinano di nuovo alle forme tipiche,
e i caratteri spurj spariscono. Ma per giungere a questo risultato, non
bisogna, come osserva giustamente il Savi, contentarsi di una sola
riproduzione. Bisogna ripetere la prova e variarne le condizioni. A questo
proposito si legga la mia Memoria sulla Canapa premiata dalla Reale Società
Agraria di Torino, e stampata nel Calendario Georgico della Società nel 1829.
(3)
Il Sig. Decandole è stato il primo a riconoscere due specie nel Pesco, cioè la Pesca
vellutata (Pêsche veloutée) e la Pesca liscia (Pêsche à
fruit lisse). Vedasi la sua Flora Francese. Il nuovo Duhamel ritorna
all’antico sistema, e dice che questi caratteri non sono sufficienti a formare
una specie naturale, (espèce naturelle. Così nel testo). Io non
intendo l’epiteto, perché non concepisco una specie che non sia nella Natura.
Ei
perciò le considera come due razze dovute alla coltura. Così, egli
riguarda egualmente come razze le Spiccacciole e le Duracine,
e chiama Varietà secondarie, tutte le altre modificazioni che si trovano
nei frutti di questa pianta. Io mi rimetto ad altra occasione a dimostrare che
non vi è regola per distinguere i caratteri specifici dalle modificazioni
fisonomiche, mentre se ne incontrano molte fra queste seconde che sono più
marcate di certi caratteri, i quali pure distinguono patentemente due specie.
La costanza della riproduzione è la sola regola che possa determinare
l’importanza dei caratteri. Quanto alle Varietà secondarie si legga la
Nota n. 5 di quest’articolo.
(4)
Il genere citrus si mostra
anch’esso in un ordine lineare e gerarchico come il Pesco. Ei comincia
per dividersi in due specie ben pronunciate, cioè in Cedro e in Arancio,
e queste due specie si suddividono ciascuna in due altre, cioè, la prima in Cedro
e Limone, e la seconda in Arancio dolce e in Arancio forte.
Dunque il genere Citrus è formato di quattro specie riunite insieme da
caratteri generici comuni, e poi riunite a due a due da caratteri specifici
simili. È questa una simetria singolare di cui abbiamo pochissimi esempj, ma è
una simetria di fatto; ed è per uniformarmi a questa simetria, e per esprimerla
quale si trova in Natura, che nelle definizioni che ho date nel mio Trattato
sul genere Citrus delle Specie che lo compongono da me stabilite in
quattro, io mi sono servito di una nomenclatura, che, presa nell’uso,
pare riunirle in due sole.
Chiunque però osserverà il quadro sinottico nel quale ho disposto il genere secondo il mio sistema, e leggerà con attenzione il resto dell’opera, dovrà riconoscere che non le ho mai considerate come varietà a due sole specie spettanti, ma come vere specie distinte.
Intanto
ho conservato il nome principale di Citrus Medica alle due prime, e di Citrus
Aurantium alle due seconde (nomi consecrati dal gran Linneo)
coll’aggiunta di Cedra e di Limon alle une, e di Indicum e
di Sinense alle altre, non perché non conoscessi l’uso e la forza
della nomenclatura botanica, ma perché, con queste frasi, io esprimeva la
comunione di caratteri, che lega le due divisioni e la differenza che le
distingue.
Quando
si lavora nella Natura e non sui libri bisogna mettersi al disopra delle
convenzioni tanto nelle nomenclatura come nelle idee, e adattare i termini d’uso
alle circostanze ed ai fatti. Con questi principj io credo di essere riescito a
mettere nella classificazioni degli Agrumi un certo ordine, e a renderla
più chiara, e più conforme alla varietà di quello che non abbia fatto l’Autore
della Memoria sugli Aranci inserita nel Tom. 20 degli Annali del Museo di
Parigi stampato nel 1813, cioè a dire due anni dopo il mio Trattato del
Citrus, il quale nella sua Histoire des Orangers pubblicata nel
1808, oltre di aver confuse molte varietà a frutto acido nella classe
dell’Oranger à fruit doux, ha rappresentati e descritti come varietà
quanti individui ha potuto raccogliere anche i più volgari, e ha date
per specie molte varietà ossia molti individui fissati dalla
Coltura, i quali, fra le altre cose, hanno un carattere incompatibile con
quello di specie, cioè a dire la sterilità.
Nel
resto, le definizioni del Sig. Rizzo possono essere più conformi all’uso,
ma non sono nel vero. Egli nella memoria stampata negli Annali del Museo ha
chiamato l’Arancio dolce col nome di Citrus Aurantium, e l’Arancio
forte con quello di Citrus Vulgaris. Da ciò ne verrebbe che
l’Arancio dolce sarebbe un Arancio, e l’Arancio forte non sarebbe che un Cedro
ordinario, mentre la parola vulgaris, quantunque di buon latino,
altro non esprime che una cosa comune.
Io
lascio ai Fisiologi a decidere quale dei due sistemi sia il più filosofico.
(5)
Per rendermi più chiaro e per evitare gli equivoci, ripeterò qui ciò che ho già
detto altrove sul senso che ricevono nel mio sistema, il nome di varietà,
e le parole, fissata dalla coltura.
Gli
Agronomi hanno dato il nome di varietà a quei gruppi di piante le quali
vivono nelle coltivazioni come tanti individui distinti, ma che hanno una
fisonomia comune che le distingue da quelle degli altri gruppi, e che perciò
figurano insieme come famiglie nella specie.
Così
i Peschi Maddalena, i Peri Butirri, le Viti Moscadelle, i Meli Renetti, i
Susini Claudie ec. sono chiamati col nome di varietà e riguardati come
ordini di esseri secondarj, e quasi come sotto-specie.
Io
invece sostengo che questa pretese varietà o sotto-specie altro
non sono che fisonomie fissate dalla coltura. Sostengo che il Pero
Butirro è un individuo della specie del Pero, nato da un seme di Pero come
le migliaja d’altri Peri che vivono o che sono periti, avente come individuo la
sua fisonomia propria, soggetto come individo a correre una vita determinata e
a morire senza potersi riprodurre identico, ma suscettibile di essere
moltiplicato e perpetuato coi processi della coltura siccome è accaduto.
Così
lo chiamo una fisonomia perchè non altro che lo distingua dal comune dei
Peri fuorchè lineamenti proprj alla sua organizzazione individuale che
constituiscono una delle infinite modificazioni colle quali la specie varia i
caratteri generali che la distinguono, modificazioni che hanno ricevuto in
tutti i tempi il nome di fisonomie.
Dico
che è fissato dalla coltura perchè senza di questa egli avrebbe avuta
una vita determinata e sarebbe sparito. È l’uomo che lo ha conservato o col
portar le sue gemme a vivere sopra di un altro Pero col mezzo dell’innesto, o
col dividerlo in parti e farne in apparenza tanti individui isolati viventi
ciascuno separatamente sopra radici avventizie ed annormali, ma aventi tutti ed
ognuno i lineamenti proprj alla gemma primaria, ossia l’individuo embrione da
cui provengono e di cui sono una semplice continuazione come parti di un solo
tutto omogeneo e perciò rappresentato in ciascuna.
Nè
trovo maggior verità nelle definizioni dei Naturalisti. Alcuni si servono della
parola varietà per esprimere gli individui straordinarj che si spiegano
col seme, e gli confondono colle razze e coi mostri, altri gli
applicano ai meticci, altri agli Ibridi, altri finalmente vi
attaccano delle idee vaghe che non sanno determinare. Vedi Decand. Theor. de la Bot. p. 196. Savi, Inst. Bot.
p. 338. Simon-Roxas Clemente: Saggio sulle varietà delle Viti dell’Andalusia
p. 166. ec.
Tutti
però ripetono il nome varietà dalla proprietà, che suppongono nelle
piante alle quali lo danno, di variare i caratteri, sia nei figli colla
riproduzione per seme, sia nell’individuo col subire l’azione più o meno forte,
più o meno prolungata degli agenti atmosferici e della coltura. Vedi Thouin, e
Bosc. Nauveau Cours d’Agric. Sageret.
Pom. Physiol. P. 335. Rosier, Art. Vigne. Chaptal Traité de la Vigne. Poiteau
Annales d’Hort. etc.
Nessuno
di questi sistemi sembra posare sul vero. Qualunque sia la natura e la causa di
queste così dette varietà esse non formeranno mai né un ordine di esseri
composto di individui distinti, nè esseri accidentali essenzialmente variabili
e dipendenti dall’azione degli ambienti che gli circondano. Esse saranno sempre
individui.
Se
le modificazioni che gli caratterizzano non sortono dai lineamenti comuni, o
almeno dalle forme normali, saranno fisonomie (cioè le varietà
degli Agronomi).
Se
una serie di influenze ambientali avrà alterate queste firme, e le avrà
distaccate a quelle del tipo, agendo sui principj della fecondazione
nell’ordine normale saranno razze. Vedi Decand. Theor. de la Bot. p. 204. Physiol. Veg. p.
738. Savi, Instit. Botan. pag. 338, 345.
Se
la combinazione degli elementi sessuali delle razze, e di quelli di
individui distinti avrà complicate queste forme, e le avrà allontanate anche di
più da quelle del tipo saranno incrociamenti meticci, cioè Ibride
di second’ordine dei Botanici. Vedi Dec. Theor. p. 163. e 200.
Se
una sproporzione negli elementi sessuali avrà prodotto un disordine nella
concezione, e si sarà combinato un germe annormale saranno mostri.
Se
finalmente l’incrociamento dei principj sessuali avrà avuto luogo fra specie
diverse, saranno Ibridi.
Sempre
però saranno individui figli di un seme, incapaci di riprodursi identici
col seme, e perciò destinati a morire, o ad essere conservati artificiatamente
coi processi della coltura.
Non
esistono dunque in natura che specie ed individui. Le specie sono
invariabili nei loro caratteri essenziali, ma variano nelle fisonomie
particolari degli individui che le compongono. Gli individui diversificano
tutti tra loro per i lineamenti proprj, ma ognuno è invariabile in se medesimo,
e si conserva intatto in mezzo a qualunque influenza esterna tanto nella sua
vita particolare quanto in quella delle sue frazioni.
Quindi il nome di varietà equivale a quello di fisonomia. Esso non ha rappresentanza nel senso comulativo degli Agronomi, nè in quello eccezionale dei Botanici; ma può essere applicato senza inconveniente agli individui fissati dalla coltura e formati nei gruppi distinti.
Dietro
questi principj io formulerò la sua definizione nel modo seguente. La varietà è
il complesso di piante frazionarie provenienti da un individuo embrione,
aventi con esso una fisonomia comune essenzialmente costante, essenzialmente
invariabile, godenti di una vita indeterminata ma precaria, perchè
rinnovata in ogni suddivisione, sempre senza concezione e senza nascita,
limitata nelle sue frazioni alle fasi ordinarie dell’Individuo vegetale (Decand.
Physiol. p. 458) e nel complesso dipendente dalle cure dell’arte.
Così,
i nomi necessarj per distinguere le diverse figliazioni provenienti dalle specie
si ridurranno a cinque, cioè varietà, (ossia fisonomie) razze,
meticci, mostri, ed Ibridi. I nomi di salvatico o
di domestico potranno conservarsi applicandoli l’uno alle piante
coltivate, e l’altro alle piante dei boschi, ma non potranno conservare l’idea
che vi era stata attaccata dagli antichi, perchè fondata sopra la falsa
supposizione che il seme non producesse che delle piante rustiche, e che le piante
gentili fossero l’effetto della coltura. Quelli poi di sotto-varietà,
(Bosc. Cours. comp. d’Agric.) di specie rustiche, (Sageret. Pom. p. 390
ec.) di specie giardiniere, di alberi franchi ec., resteranno
necessariamente senza senso, perché non hanno rappresentanza in Natura.
(6)
Anch’io sono caduto in un equivoco eguale a quello del Giornalista di Venezia,
attribuendo all’azione del polline le mostruosità che presentano qualche volta
i frutti.
Le
esperienze che io aveva fatte sopra alcune piante a fiore persistente, e il
successo che ne avevo ottenuto mi avevano ispirata una prevenzione così forte
sulla potenza della sostanza fecondante che io aveva attribuito alla sua azione
dei fenomeni che in fatto avevano un’altra causa. Era la prima volta ch’io tentava
delle esperienze di tale natura sopra alberi a frutto, e mi trovavo così in un
terreno nuovo e più difficile, giàcchè fra le altre cose nelle piante a fiore
di ornamento questi organi sono persistenti e le esperienze facili e sicure,
mentre nelle piante fruttifere, essi sono caduchi, e le esperienze
incertissime. Per eseguirle con meno difficoltà avevo fatto venire dalle
pepiniere di Nervi delle piante di Agrumi in vasi, giacchè le piante
gigantesche dei nostri giardini non si prestano a simili operazioni, producendo
ciascuna dei millioni di fiori, e non allegandone che poche migliaja, e si
diede la combinazione che le piante di Nervi erano innestate e appartenevano a
varietà mostruose. Così io presi i frutti che dovevano dare per effetto delle
mie fecondazioni e ne tirai delle conseguenze che parevano giustificate da
osservazioni analoghe di persone rispettabili, e dall’illusione che produce
negli spiriti i più giusti il fenomeno dell’intermittenza. Vedi Teoria
della Ripr. Veg. p. 95.
Il
mio equivoco espresso nella prima parte del Trattato del Citrus stampato
a Parigi nel 1811, fu rilevato da due illustri Botanici, il Sig. Decandolle, e
il Sig. Oscar Leclerc-Thouin; ed io debbo convenir della giustezza delle loro
osservazioni. (Dec. Physiol. Veg. p. 740,
a 742, et Extrait d’une lettre de M. O. Leclerc-Thouin à M. C. sur le Traité du
Citrus par George Gallesio Paris, 1829.)
Il
Sig. O. Leclerc-Thouin ne ha fatte delle altre relative alle mie opinioni sulle
varietà, ma in queste l’equivoco non sta nei principj che aveva
stabiliti, ma solo nella loro applicazione.
Sino
all’epoca in cui io ho pubblicato la mia nuova Teoria, i Fisiologi avevano
attribuite le così dette varietà, egualmente che le alterazioni di ogni
specie che si pronunciano nei vegetabili, all’azione del clima, del terreno,
della coltura, degli innesti, della provignazione, o a dei processi singolari
di seminagioni preordinate col mezzo di innesti sopra innesti e simili
stravaganze: (V. Sageret, Pomol. Physiolog. p.
415. Poiteau, sistema di Van-Mons. Knight. ec.,) nè si erano mai fatta
un’idea chiara di questi fenomeni, raggirandosi sempre in un vago che gli
lasciava nel mistero. Io invece le ho riferite tutte agli accidenti della
concezione, e con ciò credo aver dato nel vero, ma non ho precisate in
quell’epoca le differenze che dividono i diversi fenomeni, e ho troppo
generalizzato il principio.
Doveva
distinguere, come ho poi fatto nella Pomona, le varietà normali dalle
annormali, cioè a dire le fisonomie dai mostri. Con questa
distinzione era sciolto il problema. Le specie hanno cominciato con un tipo,
e questo aveva una fisonomia. I sui discendenti ne hanno tutti una loro
propria, e sempre diversa. È questo un fatto che non ammette questione, e la
ragione di questo fatto è semplicissima. Ogni individuo che viene generato
risulta da una concezione distinta, e ogni concezione ha le sue proporzioni.
Ecco la chiave del mistero: «I figli di un Pesco o di un Ciliegio coltivato
in serra al sicuro del miscuglio di qualunque polline estraneo» avranno
ciascuno una concezione propria; e i principj sessuali, che ne sono gli
elementi, non possono conservare in tutte queste concezioni le proporzioni
medesime. Dunque ognuno farà varietà, cioè a dire ognuno avrà una
fisonomia distinta, ma una fisonomia normale, la quale si avvicinerà più o meno
a quella del tipo e che non presenterà niente di straordinario. Le cause
esterne non vi entreranno per nulla, e tutto sarà l’effetto necessario della
proporzione negli elementi della concezione.
Restava
a conoscere la causa delle differenze che allontanano in un modo straordinario
le fisonomie di certi individui da quelle del tipo, cominciando dalle
deviazioni parziali nelle forme originarie sino a quelle che costituiscono i
mostri. Era questo un mistero nel quale non si poteva penetrare come nel primo
col raziocinio. Bisognava instituire delle esperienze precise per sorprendere
la natura, bisognava cercarne la soluzione nei fatti.
Ecco
ciò che ho tentato di fare. Il risultato dei miei tentativi è ciò che
costituisce la teoria del mulismo pubblicata nel 1811 a Parigi nel
Trattato del Citrus, e riprodotta con alcune aggiunte dai torchj di Pisa nel
1816.
Il
Sig. Decandole ha addottata la maggior parte delle mie idee, e ha segnalato il
mio lavoro come un esempio a seguirsi e a perfezionarsi e il Sig. O.
Leclerc-Thouin ha espressa la stessa opinione per ciò che riguarda l’insieme
della teoria, e limitando i suoi dubbj alle due proposizioni che ho di sopra
indicate. Vedi Decandole, Théorie de la Botan. p. 295, Physiolog. Veg. p.729, e
in altri luoghi, e vedi l’estratto della Lettera del Sig. Thouin già citata.
Onorato
dal suffragio di due fisiologi così distinti io sottometto alle loro
meditazioni le rettificazioni e i perfezionamenti che ho dati al sistema, e che
sono sparsi nei diversi articoli della Pomona e specialmente in questo.
(7)
L’illustre Prof. Cav. Savi è uno dei pochi che riconoscano da un disordine
nella fecondazione dei mostri vegetali, e specialmente i fiori doppj, (Vedi
Instituz. Botan. p. 338), e questa sua opinione è stabilita sopra una serie di
osservazioni proprie che finiscono di sciogliere ogni difficoltà sulla verità
della teoria. Egli però si mostra contrariato in questa sua convinzione dalle
osservazioni microscopiche del Brognart e dell’Amici; e «risultando da queste
che a ciascun ovolo non perviene che un solo tubo pollinico, e non sa concepire
come la maggiore o minore quantità di polline depositata sullo stigma possa avere
dell’influenza sull’embrione». p. 340. Io convengo che è difficile il farsi
un’idea precisa del modo in cui succede la cosa, ma il fenomeno è certo, mentre
io ho ottenuto le cento volte colla semplice cumulazione di polline sopra lo
stesso stigma, molti semi che mi hanno dati dei fiori mostruosi. Prescindendo
poi dalla prova di fatto, io osservo che non ripugna alle scoperte dei due
illustri Fisiologi citati dal Savi che gli atomi contenuti in diversi granelli
di polline possano introdursi in un medesimo tubo e penetrare insieme e in
quantità straordinaria dentro di un ovolo. Ciò ammesso, è chiaro che, se gli
atomi maschili penetrati nell’ovolo non si trovano in proporzione numerica o
dimensionale cogli atomi feminei contenuti nello stesso, la combinazione di
questi due elementi non può essere regolare. Si aggiunga a questo che nello
stato normale, gli atomi di ciascun ovolo debbono avere delle forme preordinate
per combinarsi cogli atomi del polline che era stato destinato per essi. Se a
questi atomi omogenei ne vengono sostituiti degli altri, le di cui faccie non
corrispondono esattamente a quelle degli atomi contenuti nell’ovolo, la
combinazione non può più aver luogo, o deve restar difettosa.
Da
quegli accidenti dunque e dalle diverse proporzioni in quantità e in qualità
più o meno ben combinate nell’operazione della fecondazione si devono ripetere
i fenomeni tutti ch’essa presenta, cominciando dai più semplici quali sono
quelli delle differenze di fisonomia sino ai più complicati come quelli degli Ibridi
e dei mostri.
La
natura nasconde sotto un velo impenetrabile il mistero della generazione, ma si
mostra allo scoperto nel mondo inorganico; e l’uomo, che vede con ammirazione
tutte le figure della Geometria combinate nei cristalli dalla riunione di mollecole
primigenie di forme più semplici,può trasportarsi coll’immaginazione nell’ovajo
di un fiore, ed ivi, applicando alle mollecole elementari del mondo organico le
leggi della cristallizazione, può concepire facilmente i fenomeni meravigliosi
dei mostri e degli Ibridi.
Il
Sig. Decandole concorre nelle mie idee su questo punto, e si fonda precisamente
sopra una Memoria del Sig. Brognart medesimo, nella quale questo Naturalista
dice di aver riconosciuto che i granellini spermatici che formano la parte
attiva della fovilla hanno delle forme diverse, globolose, ellissoidali,
cilindriche ec. e delle grandezze differenti. Dec. Physiol. p. 544, e 546.
Ora, se col
microscopio si giunge a distinguere queste differenze nei granellini pollinici
i quali sono già un composto di atomi elementari, perchè non ne possono
esistere in questi atomi gli stessi, e con ciò renderli più o meno combinabili
e più o meno capaci di comporre certe forme più che certe altre, o di comporne
delle mostruose?
(8)
La Bizzaria è una pianta che presenta riuniti sui medesimi rami delle Arancie
forti schiette, dei Cedrati schietti, e dei frutti misti di queste
due specie.
Dalla
descrizione che ne dà il Nato, pare che fra questi ultimi si trovi anche il
Limone, ma io credo che il Nato abbia preso un equivoco. L’esterno della
corteccia del Cedro ha tanta somiglianza con quello della corteccia del Limone
che è facile prendere l’una per l’altra; e l’interno è così deforme
guazzabugliato nei frutti composti dalla Bizzaria, che è difficile il
ben determinarne i caratteri.
Io
confesso che mi vi sono trovato ingannato egualmente, e ho creduto per qualche
tempo che il limone entrasse anch’esso in questo composto, ma ho poi
riconosciuto che in fatto non vi si trovano combinate che le sole due specie
indicate, cioè Cedro e Arancio forte.
(9)
Nel Regno Animale non si conoscono altri ibridi che quelli dell’asino con la
cavalla, del caprone colla pecora, e del canarino con diversi uccelli, e
nessuno ha una successione. Quello della vacca fecondata dal cavallo è stato
riconosciuto per una favola, e il Samur che si attribuiva a tale unione non è
che il prodotto della cavalla fecondata dall’asino.
Il
Regno Vegetale ne conta un grandissimo numero, e ne abbiamo delle lunghe liste
nelle opere di Linneo, di Koelrcuter, di Sageret. di Knight, di Wlfferbert e di
altri (Vedi Savi, Inst. Bot. e Sageret, Pom. Physiol. p. 551 e 326.) Ma resta a
vedersi se le piante sulle quali hanno operato quei Naturalisti sono specie
o varietà. Il Sig. Decandole ha già emesso questo dubbio nella sua Teoria
della Botanica p. 201, e il Sig. Savi, seguitando l’opinione del Decandole, non
dà a queste pretese ibridi il nome di Ibridi, ma di bastardumi.
Io poi ho dei dubbj sull’essenza di certe piante conosciute da tutti per ibridi
senz’averne alcuna prova, come il Pesco-Mandorlo, l’Albicocco-Susino
e altri, e sull’esattezza delle operazioni, alle quali se ne attribuiscono
alcune altre di formazione recente. (Vedi
Lettre de Thomas Andrew Knight au Secretaire de la Societé d’Horticulture de
Londres sur un Pêcher produit de la semence d’un Amandier lue à Societé le 7
Ottobre 1817, inserita negli Annales de l’Agriculture Française).
Qualunque
però possa essere la natura delle piante che si sono prestate a questi
incrociamenti, e sempre certo che, se sono specie, sono di quelle nelle quali
la natura ha messo un’analogia così decisa che i gruppi nei quali si legano
formano dei generi naturali (Dec. p. 199 e 216), che le convenzioni non
possono dividere; nè esiste ancora un solo esempio provato di Ibridi
bigeneri (Savi, Inst. Bot. p. 266), ossia di fecondazioni eterogenee e
provenienti da famiglie differenti o da generi lontani gli uni dagli altri
nella stessa famiglia. Dec. p. 199.
In
tutti i modi, se questo fenomeno ha luogo, bisogna dire che è senza
conseguenza, perchè nessuno conosce una generazione di Ibridi formanti specie.
Tutti quelli che conosciamo anche di specie affine e vicinissime fra loro, o
sono sterili, o, se hanno qualche seme, questo non partecipa dell’ibridismo del
padre, e, seminato, o produce un mostro sterile, o ritorna ad una delle specie
dalle quali proviene senza miscuglio. Poiret ha sostenuto il contrario: (Encic.
Met. Art. Espece); ma non ha saputo citare un esempio in appoggio della
sua opinione.
(10)
Il Sig. Lecoq ha osservato che ci sono pochissime ibride di piante dioiche, e
che quasi tutte quelle che si conoscono appartengono a piante ermafrodite.
(Dec. Phys. p. 705.) Io non ho fatta alcuna osservazione su questo punto per
ciò che riguarda le vere Ibride, ma per ciò che riguarda i meticci
trovo che la ragione del fatto enunciato è semplicissima.
Nelle
piante ermafrodite ogni fiore forma un sistema nel quale ogni femmina ha i suoi
maschj. Quindi se due fiori pervengono a fecondarsi, la combinazione che ne
risulta esce dallo stato normale e si fa luogo ad un incrociamento che
produce dei meticci.
Le
piante diclinie sono invece nel caso degli animali. Ogni femmina è atta a ricevere
la fecondazione da qualunque maschio della sua specie, perché tutti sono
omogenei, e così in questa classe le concezioni sono ordinariamente normali:
per produrvi un’alterazione che le renda annormali, bisogna che vi si
combini una sproporzione in quantità, giacchè non vi può essere nè in
forme nè in dimensioni. (Vedi Pomona Italiana Fas. 38. Art. Uva di Bizzarria).
(11)
Bisogna fare una distinzione tra le fisonomie normali e le tipiche.
Il Tipo è l’individuo che ha cominciata la specie: quindi egli doveva avere le
forme le più perfette nell’ordine di esseri nel quale si trova. I suoi figli
non potevano essere eguali a lui né fra di loro, perché tutti e ciascuno
provenienti da concezioni distinte ed aventi perciò una fisonomia propria, ma
potevano essere più o meno perfetti, e così più o meno somiglianti al padre,
siccome ne potevano sortire anche di quelli, che per un disordine nella
combinazione de’ principj della loro concezione uscissero dall’ordine normale
ossia da quella regolarità di forma che è propria alla specie.
I
primi formano le fisonomie normali, i secondi le annormali, ma
fra le prime ve ne sono delle più perfette, e sono quelle che più si accostano
al tipo, e delle meno perfette che vi somigliano meno. Le prime sono le fisonomie
tipiche, le seconde le fisonomie comuni. Così le fisonomie
tipiche sono sempre normali, le fisonomie normali non sono
sempre tipiche. Le une e le altre però sono regolari e sono feconde. Le annormali
invece sono mostri che escono dalla specie e sono sterili.
(12)
Chi sa che col tempo non si mettano in questo numero anche il Terebinto e il
Pistacchio? Io sono ancora in dubbio se queste piante formino due specie
distinte, o se sieno razze di una specie sola. Nella prima ipotesi vi
sarebbero a fare delle esperienze interessanti ed io ne ho instituite alcune;
ma, per compirle, si esige più della vita di un uomo.
Credo
di aver verificato che il Pistacchio può essere fecondato dal Terebinto e che i
frutti che ne risultano sono perfetti e nascono; ma bisognerebbe conoscere se
questa fecondità continua nei loro figli e quali ne sono i prodotti.
È
questa un’esperienza che resta ad instituirsi. In tanto però è certo che non
esiste fin ora una specie terza nata da queste due, e fissata col seme.
Nella
storia dell’Accademia delle Scienze di Parigi si trova citato in Pero
misto di Melo, ma è citato come un detto-di-detto (un oui-dire) nè vi è
un documento che lo assicuri. Hist.
de l’Accad. des. Sciences, an. 1711, p. 67.
Il Pesco-Mandorlo
è la sola pianta di questa natura che sia ben constatata ed è la sola che
imbarazzi la questione. Dopo di averla ben studiata io non ardisco ancora
formarmi un’opinione decisa sulla sua origine.
Tre
sono le congetture che si presentano a questo riguardo.
O è
un’ibrida del Pesco e del Mandorlo, o è una fisonomia
nella specie del Mandorlo prodotta da una combinazione normale ma
straordinaria dei principj sessuali nella concezione, o è una specie affine
alle due alle quali somiglia, ma distinta e originaria.
La prima opinione pare la più accreditata, e si appoggia specialmente sopra i caratteri sensibili del frutto. Il nocciolo è osseo come quello del Pesco, e le solcature che lo rigano sono della medesima forma, ma la mandorla che chiude somiglia a quella delle mandorle comuni ed è dolce come esse. Il pericarpo sviluppa una certa carnosità che non è mai nel pericarpo delle mandorle e che ha dell’analogia con quello delle Pesche, ma non ne acquista mai la polposità ed il sugo. Il seme però germina e produce delle nuove piante che conservano nell’insieme i caratteri di quelle dalle quali provengono, e questa fertilità non è conciliabile colla qualità di Ibrida.
La
seconda opinione può trovare del fondamento presso quelli che la riguardano
come una varietà straordinaria nella specie del Mandorlo; può trovare del
fondamento nell’esempio della maggior parte delle piante fruttifere. La
polposità straordinaria del pericarpo è quasi sempre dovuta ad una concezione
eccezionale. Essa è spesso l’effetto del mulismo, ma qualche volta è
l’effetto di una combinazione di mollecole elementari dei due sessi in
proporzioni straordinarie in ambidue ma corrispondenti ed omogenee. Il
Pistacchio gentile è dovuto certamente al seme, e le piante che provengono dai
suoi semi non portano ordinariamente che dei frutti piccioli che non hanno la
mandorla bella e saporita delle varietà fissate dalla coltura. L’Ulivo gentile,
e le tante altre varietà d’Ulivo a frutto grosso e polputo, che si coltivano
provengono dal seme, e le piante che sortano da questi frutti danno quasi
sempre delle olive picciolissime e senza polpa. Il Pero Butirro, il Melo
Renetto sono stati ottenuti dal seme, e i loro grani danno raramente delle
piante a frutto gentile: ne sortono anzi spessissimo delle salvatiche al segno
da dare dei frutti non mangiabili. Perchè dunque una combinazione equivalente
dei principj della concezione non potrebbe aver prodotto nel Mandorlo
quell’eccesso di sostanza nutritiva, che determinato dall’organizzazione nel
pericarpo, le darebbe quella grossezza e quella carnosità che non è propria
degli individui tipici?
L’opinione
che la considera come una specie distinta è quella che pare la meno coerente
all’idea che ci formiamo della specie; ma pure ha anch’essa le sue probabilità.
Il Pesco-Mandorlo
ha della somiglianza col Mandorlo vero, e ha pure qualche cosa del Pesco;
ma si distingue dall’uno e dall’altro in un modo sensibile. I suoi semi sono
fertili e lo riproducono in altrettante fisonomie quante ne germinano, tutte
distinte, ma conservanti tutte i caratteri proprj della pianta madre, cioè mandorla
dolce coperta di un endocarpo osseo e di un pericarpo deisciente composto
di una specie di polpa ambigua e senza sugosità.
Io
posseggo molte piante di Pesco-Mandorlo ottenute dai semi selle varietà
che ho coltivato in istato di innesto. Presentano tutte delle fisonomie
differenti, ma in nessuna si trova nè il Pesco puro nè il Mandorlo
puro. Tutti gli Agronomi parlano del Pesco Mandorlo, e lo dicono
fertile, ma tutti convengono che i suoi semi non ritornano mai nè al Pesco nè
al Mandorlo.
Come
conciliare questi caratteri coll’ibridismo? Essi sono quelli delle
specie, cioè, riprodursi di seme e dare delle varietà, dentro il cerchio dei
caratteri generali che devono essere comuni a tutti i figli di un medesimo
padre.
Un altro fatto viene
in appoggio di questi. Le ibride non sono propagate che dall’industria, e non
si trovano in quantità che nei paesi agricoli. Il Pesco-Mandorlo si trova
sparso dappertutto. Il Sig. Franco Cecardi Negoziante genovese in Aleppo me ne
ha mandati dei noccioli da colà che somigliano intieramente a quelli delle
nostre varietà coltivate, e mi scrive che sono comuni in quel paese ove si
coltivano sotto il nome di Pesca a seme dolce.
Si dice che il Sig. Knight abbia ottenuta
un’ibrida colla fecondazione del Mandorlo col Pesco, e sarebbe interessante il
conoscerne i caratteri. Secondo lui però questa conquista (è questo il
nome che i giardinieri di Harlem danno alle varietà straordinarie de’ Giacinti
che si ottengono dal seme) non sarebbe che un meticcio, giacchè nel suo
sistema, «Il Pesco non è che una varietà perfezionata del mandorlo,
e il Pesco Mandorlo uno degli intermedj di questo perfezionamento.
Quando un’Ibrida è infeconda, dice il Sig. Knight, è una prova che è veramente
Ibrida, cioè che è il prodotto di due piante essenzialmente differenti; e al
contrario quando è feconda e si riproduca di seme pel corso di molte
generazioni, allora non è una vera Ibrida ma solamente il prodotto di due
varietà di una sola o medesima pianta, dal che ne conclude che il Pesco-Mandorlo
potendosi perpetuare colle generazioni non è una vera Ibrida ma una
varietà». Sageret, Pomologie
Physiologique pag. 324.
Io
divido l’opinione del Sig. Knight quanto al principio, ma non nella
conseguenza. Non vi è dubbio che la fecondità esclude l’ibridismo, e, ciò
posto, il Pesco-Mandorlo non potrebbe essere un Ibrida. Sarebbe
piuttosto una varietà, ma in tale qualità non potrebbe distaccarsi tanto
essenzialmente dal tipo, nè riprodurre costantemente col seme le stesse
modificazione fisonomiche: dovrebbe dare in ogni generazione della nuova
varietà e a poco a poco dovrebbe ritornare al tipo. Invece il Pesco-Mandorlo
si perpetua colle generazioni senza variare fuorchè nei lineamenti fisonomici,
e conservando sempre i caratteri essenziali che lo distinguono. Dunque non può
essere varietà nè del Pesco, nè del Mandorlo, nè un intermedio fra i due.
In
questo bivio non resta che la terza opinione ed è quella che il Pesco-Mandorlo
formi una specie primitiva, come le altre due.
(13)
Il Sig. Rizzo nella sua Storia degli Aranci pag. 109, descrive la Bizzarria
come una pianta che produce dei Cedri, delle Arancie dolci, delle
Arancie forti, e dei frutti composti delle tre specie; e si
meraviglia che l’Autore del Trattato sul Citrus dica che le Arancie di questa
qualità sieno sempre a sugo acido, avendo egli riconosciuto che i frutti del
suddetto Autore dei Citrus mandati a Parigi per dipingersi nel 1811, erano
affatto simili a quelli dell’Aurantium callosum multiforme del Ferraris,
il quale ha il sugo dolce.
Io
comincierò per osservare che i frutti di Bizzarria da me mandati a Parigi dal
Sig. Poiteau nel 1811, non hanno che fare coll’Aurantium Callosum del
Ferraris, il quale non era come la nostra Bizzarria un composto di due specie,
ma un semplice Arancio forte i di cui frutti avevano un’escrescenza che gli
rendeva mostruosi.
Aggiungo
poi che, quando anche avessero del rapporto con quello nelle forme, non ne
verrebbe perciò che il loro sugo fosse dolce, come non lo era nemmeno quello
delle Arancie del Ferraris il quale le definisce pulpa alba duriuscola
sub-amara.
Ma,
prescindendo da queste inesattezze di fatto, e dall’inconcludenza del paragone,
e limitandomi a ciò che riguarda la varietà ibrida che si coltiva attualmente
in Europa sotto il nome di Bizzarria, e che è la stessa nata in Firenze nel
1674, e descritta dal Nato, io la sfido a farmene vedere una pianta che produca
Aranci a frutto dolce. Io ho esaminate le Bizzarrie che si coltivano
nelle Aranciere di Parigi, e ho esaminate quelle di Hyeres, di Nizza, del
Genovesato della Toscana, delle Isole Borromee, del Lago di Garda, e delle
Ville della Brenta, e le ho trovate tutte le stesse simili a quelle descritte
dal Nato, dal Manni, dal Redi, e da molti altri, e a quelle che coltivo nei
miei giardini.
Io
non dico che esse presentino in tutto il loro essere quell’eguaglianza costante
di forme che lega nelle altre varietà le piante venute da un primo e solo
individuo. Ciò non può essere in questa, perchè è nella sua essenza di cangiare
continuamente di combinazioni tanto nelle foglie quanto nei frutti, e spiegare
questi cangiamenti senz’ordine e senza costanza ora in un ramo ora in un altro,
variando di gemma a gemma non solo in quelle che si svolgono contemporanee
nell’anno medesimo, ma ancora in quelle che ne provengono per svolgersi nel
successivo, e sempre in modo diverso.
Ma
è appunto questo carattere di variazione continua e di intermittenza che si
mantiene costante e che si ripete in tutte le piante frazionarie, quello che le
rende identiche e che forma la fisonomia dell’individuo. Ora, in mezzo a tante
variazioni non se ne trova mai una che presenti il miscuglio di una terza
specie. Tutte si riducono all’Arancio forte (Bigaradier) e al Cedro (Cédrat) nè
mai mi è riescito di trovarvi l’Arancia a sugo dolce.
Quando
lessi nell’opera del sig. Rizzo che esistevano in Nizza delle Bizzarrie
presentanti questo fenomeno, mi recai in quella Città per riconoscerle, ma non
vi fu Giardiniere che mostrasse di averne contezza, nè il Sig. Rizzo medesimo
riescì a farmele vedere.
Se
esistesse un’Ibrida così singolare sarebbe un fenomeno nuovo che avrebbe già
eccitata la curiosità dei Dilettanti, e l’interesse dei Pepinieristi, e che
meriterebbe l’attenzione dei Fisiologi. Sino a che però il Sig. Rizzo non ce la
faccia vedere, ci sarà permesso di tenerla per favolosa.