PESCO IBRIDO

 

Malus Persica Hybrida, fructu mixto, epicarpo partim glabro partim pubescente, sarcocarpo flavo, succoso, sapido, endocarpo non adhaerenti, semine sterili. Vulgo, Pesco Ibrido. Pesco di Bizzaria.

 

Il Pesco ibrido è uno di quei fenomeni che la Natura mette di quando in quando sotto i nostri occhi per fissare l’attenzione dell’Agronomo sopra il mistero della generazione.

Otto sono le specie che formano il genere Persica. (1) I Botanici antichi le avevano riguardate tutte come varietà. I caratteri principali che le legano insieme sono così decisi, e quelli che le dividono sono così leggieri, che era facile il cadere in quest’equivoco. Se però si avesse avuto la cura di sottoporle alla prova delle seminagioni, si sarebbe riconosciuto che i caratteri che le distinguono sono permanenti e non si confondono mai.

È questa la prima condizione delle specie, e quella che le determina con più sicurezza (2). Nel nostro caso ve ne una seconda, e consiste nell’ordine in cui si mostrano. In qualunque luogo si esamini il Pesco, e qualunque ne sieno le condizioni, ei presenta sempre una divisione primaria, che ne fa due specie principali, suddivise in due secondarie, le quali si dividono di nuovo in due altre, e formano così otto specie distinte, ma disposte quasi a gradini e come subalterne le une delle altre.

Le due prime si distinguono per la buccia, che nel frutto delle une è vellutata, e in quello delle altre è liscia, e costituiscono le due specie conosciute sotto i nomi di Pesche vere, e di Pesche-noci (3).

La seconda divide le une e le altre in Spiccacciole, e Duracine (Pêsches, et Pavies). La terza le divide tutte e quattro in pesche-gialle, e in pesche bianche (Pêsches à chêre jaune et Pêsches à chêre blanche).

Tutte queste specie si riproducono di seme, e conservano costantemente nelle generazioni che si susseguono i caratteri tipici che le distinguono, e tutte si diramano in fisonomie sempre varie e sempre distinte, ma sempre rinchiuse nel cerchio dei caratteri della specie, dalla quale provengono.

Poche piante in natura presentano una distribuzione così simmetrica e disposta in un ordine lineare a graduato così singolare. Io non ne conosco un eguale che nel genere Citrus (4).

Pare che la Natura, per una di quelle bizzarrie, che tengono alla ricchezza inesauribile delle sue forme e delle sue combinazioni, abbia voluto presentare in questi due generi un esempio di quella simmetria graduale e gerarchica che piace tanto all’uomo, e che si incontra così di rado nel mondo organico. I metodisti, legati alle loro abitudini, non si sanno piegare a riconoscerla; e, ragionando nel sistema d’idee adottato dai Naturalisti, non possono concepire un ordine di specie dipendente da un altro. Io convengo che questa disposizione è insolita, e convengo che l’idea della specie non si può combinare con quella di dipendenza: ma se si esamina bene quest’ordine gerarchico nei due generi di quale è questione, si riconosce che la dipendenza che ne ripugna non è che appartenente, mentre esse non procedono le une nelle altre come le razze e le così dette varietà, ma esistono isolate e indipendenti senza mai confondersi l’una nell’altra. Tutte sono feconde, tutte riconoscono la loro origine dalla creazione, e godono tutte della stabilità propria alle specie dei caratteri tipici, e della varietà indefinita che deve distinguere gli individui nelle modificazioni fisonomiche. Esse dunque non escono dall’ordine della Natura, nè il loro modo di essere ripugna all’idea fondamentale dell’unità della specie. La sola differenza che le distingue nel generale delle specie è la suscettibilità di combinarsi tra loro nella riunione dei sessi, e di formare con ciò degli esseri terzi conosciuti sotto il nome di ibridi.

Il Pesco singolare che forma l’oggetto del presente articolo offre una prova di tale privilegio. È questo un frutto che è stato sotto i miei occhi, e posso rispondere delle qualità che lo distinguevano, ma non posso dare la descrizione alla pianta che lo ha prodotto, perchè non sono riescito a rinvenirla. Essa probabilmente è perita senz’essere stata osservata, e perciò senz’essere stata fissata dalla coltura (5). Fortunatamente però ne esiste una consimile in Inghilterra riconosciuta da uno dei più distinti botanici di quel paese, e ne sono esistite alcune altre in Italia, sulle di cui qualità non vi è luogo di dubitare perchè constatate da persone senz’eccezione.

Nel dare la descrizione di quella che ho veduta e che ho fatta figurate nella tavola annessa a quest’articolo, io darò un ragguaglio di ciò che ho potuto raccogliere sopra ciascuna delle altre; e con ciò porrò i miei lettori in istato di formarsi un’idea dei diversi fenomeni dell’ibridismo che si sono fin ora sviluppati nel Pesco.

La prima di cui si conservi memoria è quella descritta dal Lastri in un discorso letto all’accademia dei Georgofili di Firenze, stampato nel Giornale d’Italia n. 32, in data del 27 Novembre 1775, tom. 10, ediz. di Venezia.

Il Lastri racconta che nell’orto della Chiesa Parrocchiale di San Pietro a Lecore situata fuor di Firenze, un pesco di seme e non raggentilito dal nesto diede i suoi primi frutti nel 1770, i quali furono tutti spiccaccioli. Nel 1772 ne diede una gran copia, parte dei quali furono spiccaccioli come i primi, e maturarono sul cominciar di Settembre, e parte maturarono sette in otto giorni dopo, e riuscirono Cotogne bianche (così nel testo, cioè Duracine bianche) le quali non lasciano il nocciolo e di sapore uguale a altre di una pianta di uguale qualità che si trova nell’orto medesimo.

Il Giornalista, nel riportare il fatto raccontato da Lastri, cerca di spiegarlo coll’azione delle polveri fecondatrici dei vicini Cotogni, i quali, trasportati dagli insetti nelle ovaja dei fiori della Spiccacciola devono averle modificate in maniera da cangiarle in pesche Cotogne. Egli fonda questa sua spiegazione sulla teoria dell’ibridismo stabilita da Linneo e sull’esempio dell’Arancio di Bizzarria descritto dal Manni; e con ciò non si allontana molto dal vero. Ma se si esamina bene la cosa, si riconosce che, nell’applicazione dei principj al fatto, egli ha preso un equivoco, mentre ha attribuito al polline de’ fiori del vicino Cotogno ciò che doveva cercarsi nel polline di un Cotogno vivente all’epoca della concezione del germe da cui era provenuta la pianta ibrida.

Il polline dei Cotogni che fiorivano allora poteva penetrare nei fiori della pianta che l’anno avanti aveva dati i frutti spiccaccioli, e poteva combinarvi dei germi ibridi, ma non poteva cangiare le ovaia che formavano il rudimento dei frutti, nei quali si dovevano cangiare. Esse costituivano il talamo in cui il polline estraneo poteva combinarsi colle mollecole femmine che vi erano contenute; e in questo talamo si poteva combinare una concezione annormale che avrebbe dato origine ad un seme ibrido, il quale, diventato pianta, poteva sviluppare il fenomeno in questione.

Ma l’ibridismo della pianta descritta dal Lastri era già nella sua organizzazione, e per ciò doveva ripetersi nella sua concezione. Prodotta da un seme proveniente dal miscuglio dei principj sessuali delle due specie, aveva in se stessa i due moduli sui quali si combinavano le molecole primigenie che si legano in gemme, e queste perciò ora si aprivano in fiori a frutto spiccacciolo, ora in fiori a frutto cotogno, e potevano ancora aprirsi in fiori a frutto misto (6).

Il nostro intelletto non può farsi facilmente l’idea del come succedono queste combinazioni, ma non ripugna a concepirne la possibilità.

Consecrata in questo caso dei fatti, ed esclusa in tutte le altre ipotesi della ragione essa diviene evidenziata nel sistema delle mollecole primigenie, nel quale solo, i fatti, che si offrono alla nostra vista, trovano una spiegazione (7).

Il secondo esempio dei Peschi Ibridi mi viene mostrato in Ferrara dal Sig. Professore Campana al quale fui diretto nel Novembre del 1821, dal di lui cognato il dottor Targioni Tozzetti, il quale mi onorava della sua amicizia, e ai di cui consigli ed aiuto io mi riconosco debitore in gran parte della riescita di questa mia intrapresa.

Il Sig. Campana possedeva la pianta nel suo Giardino. Io non giunsi in stagione da poterne vedere i frutti, ma il Sig. Professore m’assicurò ch’essa produceva ogni anno Pesche-vere e Pesche-noci, gettando irregolarmente e senza sistema molti fiori, alcuni dei quali allegavano delle Pesche pubescenti, ed altri delle Pesche liscie. Io non rammento se mi abbia parlato di frutti misti, nè trovo averne fatta menzione nelle mie memorie.

Un terzo esempio di questo fenomeno esiste in Inghilterra, e mi consta da una lettera dell’illustre mio amico il Sig. Prof. Savi di Pisa, il quale me lo annunziava da parte del Sig. Knight Presidente della Società d’Orticultura di Londra in occasione che gli feci passare per di lui mezzo diversi esemplari della mia Teoria della Riproduzione vegetale.

Io ignoro le particolarità di quella pianta di cui mi fece dar notizia del Sig. Knight senza descriverla, ma mi pare che l’annunziasse come un ibrida del Pesco a frutto pubescente, e del Pesco a frutto liscio. Certamente essa sarà stata moltiplicata in quel paese classico, e col tempo si propagherà presso dei dilettanti, e formerà un monumento prezioso per la storia del Pesco, e per quella dell’ibridismo.

Il quarto ed ultimo esempio che possa offrire ai miei lettori di un fenomeno così interessante è quello che ho avuto sotto i miei occhi nel 1820, e di cui ho conservato la figura nel disegno che accompagna quest’articolo.

Era nel Settembre 1820 in Modena, e visitava i frutti del mercato, quando mi si offerse alla vista una pesca, metà della quale aveva la buccia liscia e lucente come quella delle Pesche-noci, e l’altra metà era vellutata come si vede nelle Pesche-vere. Invano cercai di sapere dalla fruttivendola da chi l’avesse ricevuta e dove ne esistesse la pianta. Essa l’aveva comprata da un contadino che non conosceva mista a molte altre pesche e confusa con esse, e non ne sapeva di più.

Lieto di quest’incontro, la comprai e partì per Bologna dove aveva nel Sig. Luigi Bazoli un disegnatore intelligente capace di renderla con precisione e con verità. Essa fu disegnata il 9 Settembre e ne fu eseguito lo spaccato il giorno 11 successivo alla presenza del mio rispettabile amico il Sig. Contri Prof. di Agraria in quell’Università. Il suo esterno presentava i caratteri delle due specie nel modo più pronunziato. Da una parte la divisione era marcata da una linea ossia da una leggiera solcatura longitudinale, che dal peduncolo andava sino alla punta. Dalla parte opposta la buccia era continua, e le due specie si confondevano insieme degradando l’una nell’altra in un modo regolare e insensibile. Nel tagliarla, la buccia dalla parte liscia resisteva al coltello e quella lanuginosa cedeva senza sforzo. L’interno era più confuso e la separazione delle specie era più equivoca. L’occhio non vi distingueva una differenza che fosse sensibile. La polpa era spiccacciola in entrambi i lobi, gialla, tinta di rosso nella parte interna che abbracciava il nocciolo, al quale però non era attaccata, e dal quale non conservava quasi neppure l’impronta. Il nocciolo era oblungo, compresso, reticolato, asciutto, e così poco aderente alla polpa, che appena conservava nelle incavature che lo solcavano qualche resto dei pochi filamenti polposi che vi si erano introdotti. Per rappresentare nel disegno con maggior esattezza le due diverse specie anche nel loro interno, io feci aprire il frutto in controsenso coll’ajuto del coltello, ossia nella sua circonferenza per largo, ma questa precauzione non produsse l’effetto che ne sperava perchè l’occhio non vi potè distinguere alcuna differenza. Al senso la polpa era tutta egualmente gustosa, delicata come è sempre nelle spiccacciole, sugosa e senza di acido, ma la parte liscia pareva avere una certa maggiore carnosità e un gusto più forte.

Tale era la Pesca Ibrida che ho fatta rappresentare dal Sig. Bazoli, e la cui di figura accompagna quest’articolo. Il suo nocciolo fu seminato nell’Aprile successivo ma non germinò. Io credo che fosse sterile ossia senza mandorla, e mi duole di non averlo aperto per constatare questa circostanza importante per la scienza.

Ecco dunque tre esempj di Ibridismo nelle Pesche, e quattro col Pesco di Londra.

Quello del Lastri era una combinazione di Duracino e di Spiccacciolo sulla medesima pianta e produceva frutti di ambe le specie, ma separati ed aventi ciascuno i suoi caratteri proprj.

Quello di Ferrara presentava un fenomeno consimile a quello dei Lastri, ma le specie che vi si trovavano combinate erano il Pesco vero e il Pesco-Noce.

Quello di Londra pare una ripetizione di quel di Ferrara.

Il Pesco di Modena presenta invece un capriccio più complicato, perchè la combinazione delle due specie si esprimeva in un medesimo frutto.

Nell’insieme di questi quattro individui si trovano compresi i diversi esempj di ibridismo di cui abbia l’idea.

Nessuno però gli riuniva insieme come li riunisce l’Arancio famoso chiamato la Bizzarria (8).

Se si potessero scorrere i campi di Rio della Plata e di molte regioni dell’America, dove i peschi spontanei cuoprono i terreni ancora intatti, o dove nelle colture vivono a migliaja senza che l’innesto ne cangi i caratteri prima che si spieghino, come succede in Europa, forse s’incontrerebbe anche quest’ultimo esempio.

Allora si dovrebbero instituire delle esperienze per decidere la grande questione della sterilità degli Ibridi (9).

I Naturalisti sono ancora divisi su questo punto, e l’illustre Decandole ne propone la soluzione come di un problema. L’esempio del Regno animale, e dei principj di convenienza ed ordine che la natura segue in tutte le sue operazioni lo sciolgono per la negativa. Ma nel Regno Vegetale i fenomeni della generazione sono così complicati che ad ogni passo s’incontrano annomalie difficili da conciliarsi.

Io non credo che possa mettersi in dubbio che non esista in natura una successione di Ibridi divenuta specie, ma parte riconosciuto che vi sono esempj di Ibridi e di mostri che sono fecondi.

Per uscire da questo laberinto bisogna cominciare per distinguere gli Ibridi di specie dagli Ibridi di varietà o di razza, o per meglio dire gli ibridi veri dai meticci.

L’ibridismo di varietà non è un vero ibridismo. È un incrociamento dei sessi di un individuo con quelli di un altro non solo fra individui pianta ma ancora fra individui fiore (10), e da questo incrociamento provengono individui a fisonomie straordinarie che non sono tipiche ma sono normali e per ciò riescono fecondi. L’ibridismo di razze segue le stesse leggi di quello di individui. Subito che l’azione degli ambienti sopra una successione non interrotta di generazioni ha formato una razza, essa spiega lineamenti particolari che si estendono ai principj sessuali, e che, continuano nello stato di cose in cui si sono formati, si fanno permanenti. (Vedi Savi pag. 345, e Pomona Ital. Art. Uva di Bizzaria). Allora, se queste razze si incrociano ne risultano combinazioni ancora più complicate; e i figli che provengono portano fisonomie che si allontanano ancora di più dalle tipiche, ma che sono normali come le prime, e perciò godono anch’esse della fecondità (11).

Ora io credo che la massima parte degli esempj di ibridismo che si citano appartengono a queste due classi di esseri provenienti da tipo comune piuttosto che da specie diverse. Le poche eccezioni che conosciamo si limitano a quelle specie vicine i di cui caratteri sono tanto omogenei che hanno dato luogo a dubitare se sieno specie o varietà. Tali sono gli Ibridi del genere Citrus, quelli del genere Persica e quelli del Cerasus e forse molti altri dei tanti citati dai Fisiologi. (Vedi Decand. Physiol. Veg. p. 698 a 720). Gli Ibridi di Mandorlo e Pesco, di Albicocco e Susino e simili sono ancora a provarsi. Gli esempj che ci sono dati per tali ne offrono a dir vero i caratteri i caratteri ma non esiste un fatto ben constatato che ne costituisca la prova (12).

La questione si riduce dunque agli Ibridi del Citrus e del Persica e a certi mostri, i quali, avendo i caratteri stessi degli Ibridi e un’origine analoga, imbarazzano anch’essi colle anomalie che spiegano. Io ho seguitato per molto tempo i fenomeni degli uni e degli altri, ed ecco il risultato delle mie osservazioni.

L’Arancio di Bizzarria (Citrus Aurantium Indicum limo-citratum Traité du Citrus. n. 29. p. 145) è un’Ibrida evidentissima. I suoi rami producono promiscuamente, e con una irregolarità singolare e capricciosa Arancie-forti (Bigarades), Cedrati, e frutti composti di Arancia-forte e di Cedrato, in proporzioni sempre varie e di forme sempre diverse (13).

I frutti composti sono sempre privi di semi, e perciò muli completi, assolutamente incapaci di riprodursi, ma le Arancie pure, e i Cedrati puri chiudono talora qualche grano.

Io ne ho seminati molti, e mi è riescito di vederne germogliare alcuni di quelli delle Arancie pure, ma le piante che ne sono venute sono riescite Aranci forti, e sembrano ritornate allo stato normale.

L’Arancio bianco, (Citrus Aurantium Sinense fructu variegato. Gal. Traité du Citrus n. 39 p. 165), che si annunzia per un ibrida dell’Arancio dolce e del Limone, portando il frutto in forma d’Arancio, ma col color del limone, listato di striscie al principio verdi, e alla maturità del rosso rancio delle Arancie e con gli spicchi a sugo dolce, contiene quasi sempre dei grani grossi e ben formati, i quali seminati si aprono in un germoglio bianco-giallognolo come il frutto, il quale però non prospera, e che a capo di alcuni mesi finisce per morire.

Gli Aranci a foglia di salice (Citrus Aurantium Indicum Salicifolium, Traité du Citrus p. 130 n. 19), mi hanno date delle piante le cui foglie avevano le foglie di quelle della pianta madre ma che non erano identiche nemmeno in blocco e presentavano delle modificazioni più che fisonomiche. Il loro seme però riproduce le varietà e non ritorna, almeno per la prima generazione, al tipo.

Il Chinotto pare più tosto un mostro che un Ibrido. io ho seminato più volte dei grani del Mirtifoglio, (Citrus Aurantium Indicum caule et fructu pumili myrthifolium. Traité du Citrus n. 22 p. 134) il quale ne abbonda, ed ho ottenute delle piante eguali a quelle che mi avevano fornito il seme. I grani del Chinotto comune sono rarissimi: ne ho rivenuti però qualche volta e gli ho seminati. La maggior parte o non hanno germogliato, o sono periti dopo una vita languida di alcuni mesi. Alcuni pochi sono cresciuti, e hanno sviluppati i caratteri dell’Arancio forte, o delle forme proprie che non sono nè l’uno nè l’altro, e in questo momento giunti già all’età di otto a dodici anni non fruttano ancora.

Due semi di melarosa (Citrus Aurantium Indicum fructu stellato. G. Tr. du C. n. 28, p. 144), che sono riescito a trovare in un grandissimo numero di frutti aperti a tali oggetto, mi hanno date due piante che vivono nel mio giardino e che sono prosperose: ma non somigliano alla pianta madre, e presentano invece nei frutti un esempio di mostruosità di una complicazione straordinaria. La loro forma esteriore e il loro colore si avvicinano un poco a quelli delle melarose, ma sono in generale costate e aperte più o meno sulla cima da dove sbuccia un secondo frutto guazzabugliato, il quale è un composto di frutti imperfetti ed informi, ora intrecciati fra loro, ora chiusi uno dentro dell’altro e in parte sbocciati fuori del frutto principale, sul quale formano come una corona irregolare e capricciosissima.

Tutte queste piante vivono nei miei giardini, e posso farle vedere a chi lo desidera. I fiori mostruosi conosciuti sotto il nome di fiori doppj presentano gli stessi fenomeni. Io non credo che provengano sempre da fecondazioni ibride o da incrociamenti doppi: essi al contrario sono per lo più l’effetto di fecondazioni sproporzionate fra individui della medesima specie e in istato normale. Il loro carattere essenziale è il mulismo, e così possono equipararsi gli Ibridi. Ebbene; anche questi portano qualche volta dei semi. Siccome nello stato normale sono forniti di molti stami, e le loro ovaja contengono molti ovoli, così non tutti abortiscono. Ben sovente in mezzo a dei ciuffi di un tessuto irregolare avente per lo più delle forme petaloidali spiegano qualche antera contenente del polline di una pianta normale, il seme vi è concepito, e allora è fecondo.

Le piante che provengono da questi semi offrono però dei risultati non sempre eguali. Il più sovente esse spiegano qualche mostruosità ora maggiore ora minore ora maggiore di quella del padre, e sono quelli dalle quali si ottengono delle piante a fiore stradoppio (Flore plæno) nel quale gli organi sessuali sono alterati totalmente, e perciò presentano un mulismo completo. Qualche volta però esse ritornano allo stato normale e spiegano dei fiori perfetti, aventi tutti gli organi della generazione come i tipi.

Queste differenze dipendono dagli accidenti della concezione, la quale può essere più o meno regolare nei diversi ovoli di un medesimo fiore in ragione della maggiore o minore omogeneità degli atomi elementari che corrono a combinarvisi.

Io sono persuaso che il Pesco Ibrido, messo all’esperienza, seguirebbe lo stesso sistema. I frutti misti devono essere necessariamente muli, perchè il Pesco non ha che un ovajo e questo in generale non ha che un ovolo, ma i frutti distinti possono essere fecondi. Le Pesche liscie pure possono contenere un grano perfetto; e questo seminato, deve produrre delle piante a frutto liscio. Quelle a buccia vellosa devono dare delle piante di Pesche vere. Così le Spiccacciole e le Duracine devono dare ciascuna delle piante della loro specie respettiva.

Ecco la soluzione del gran problema della sterilità delle Ibride. Le piante che hanno questi caratteri sono necessariamente mostruose. Combinate nella loro concezione del miscuglio di molecole essenzialmente differenti, ma affini, e legate imperfettamente più dalle forze di affinità chimica che da una corrispondenza nelle forme, esse non possono avere una organizzazione perfetta, ma l’hanno tale da goder della vita e da poter segregare nella loro vegetazione un numero di mollecole-modulo delle due specie. Se queste mollecole si trovano riunite negli organi florali vi si combinano come vi si sono combinate quelle che hanno formato l’embrione della pianta madre, ma la loro combinazione si apre in un guazzabuglio ancora più complicato, il quale non può sviluppare gli organi della generazione e che si risolve in un corpo irregolare e spiegazzato, e perciò sterile. Se poi si da il caso che si incontrino nello stesso organo florale le mollecole di una specie sola, allora la combinazione si fa più facilmente, e ne sorte un tutto organico quasi normale nel quale si sviluppano i sessi, e che qualche volta allega dei semi. Questi semi però non provengono che dalla combinazione dei principj omogenei, e per conseguenza non riproducono che la specie che gli ha forniti, e così l’ordine delle generazioni ritorna allo stato normale.

La Natura, inesausta nelle sue combinazioni, ma regolare, ha posto con ciò un confine a quelle aberrazioni preordinate che costituiscono una parte delle ricchezze del mondo organico, e ha assicurato, in tal modo l’inviolabilità delle leggi che lo reggono e la stabilità delle forme fissate dalla Creazione.

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testo trascritto da Francesca De Beni (Genova)

 

(1) Nessuno sin ora ha fatto un genere del Pesco. Linneo lo aveva unito al Mandorlo, e aveva fatto il genere Amigdalus. I Botanici che sono succeduti a Linneo, hanno seguito il suo esempio. Tutti sono stati tratti a questa riunione dall’idea in cui erano che il Pesco non formasse che una specie sola. Ma se si riconoscesse invece che ne fa otto, come io credo di poter dimostrare, allora non vi potrebbe essere difficoltà di dividerlo dal Mandorlo, e farne un genere a parte. Pochi poi seguiranno l’opinione del Sig. Knight il quale pretende che «il Mandorlo comune e il Pesco formino una specie sola, sicchè una coltura conveniente continuata per molte generazioni successive possa cangiare un Mandorlo e un Pesco in viceversa». Vedi Lettera di Tommaso Andrew Knight Presidente della Società di Orticultura di Londra sopra un Pesco prodotto dal seme di un Mandorlo, letta alla Società il 7 Ottobre 1817.

(2) «La costanza dei caratteri negli individui riprodotti per seme è il criterio della legittimtà,» dice l’illustre Cav. Savi nelle sue Instituzioni Botaniche pag. 305. «Ma non bisogna contentarsi di una sola riproduzione. Conviene più volte ripeterla, perché in alcune razze i caratteri spurj non spariscono alla prima.» È questo un canone fondato sull’esperienza e sulla ragione: vi sono però dei fatti che sembrano contradirlo, mentre è certo che tra i Vegetali si formano delle razze che godono di una tal quale permanenza. Questo fenomeno è dovuto all'azione continuata degli ambienti esterni sulle funzioni della vegetazioni e perciò sugli organi e sopra i principj della generazione.

Così esso non dura che quanto durano queste influenze; e, dal momento che cessano, gli organi e la sostanza sessuale si ravvicinano di nuovo alle forme tipiche, e i caratteri spurj spariscono. Ma per giungere a questo risultato, non bisogna, come osserva giustamente il Savi, contentarsi di una sola riproduzione. Bisogna ripetere la prova e variarne le condizioni. A questo proposito si legga la mia Memoria sulla Canapa premiata dalla Reale Società Agraria di Torino, e stampata nel Calendario Georgico della Società nel 1829.

(3) Il Sig. Decandole è stato il primo a riconoscere due specie nel Pesco, cioè la Pesca vellutata (Pêsche veloutée) e la Pesca liscia (Pêsche à fruit lisse). Vedasi la sua Flora Francese. Il nuovo Duhamel ritorna all’antico sistema, e dice che questi caratteri non sono sufficienti a formare una specie naturale, (espèce naturelle. Così nel testo). Io non intendo l’epiteto, perché non concepisco una specie che non sia nella Natura.

Ei perciò le considera come due razze dovute alla coltura. Così, egli riguarda egualmente come razze le Spiccacciole e le Duracine, e chiama Varietà secondarie, tutte le altre modificazioni che si trovano nei frutti di questa pianta. Io mi rimetto ad altra occasione a dimostrare che non vi è regola per distinguere i caratteri specifici dalle modificazioni fisonomiche, mentre se ne incontrano molte fra queste seconde che sono più marcate di certi caratteri, i quali pure distinguono patentemente due specie. La costanza della riproduzione è la sola regola che possa determinare l’importanza dei caratteri. Quanto alle Varietà secondarie si legga la Nota n. 5 di quest’articolo.

(4) Il genere citrus si mostra anch’esso in un ordine lineare e gerarchico come il Pesco. Ei comincia per dividersi in due specie ben pronunciate, cioè in Cedro e in Arancio, e queste due specie si suddividono ciascuna in due altre, cioè, la prima in Cedro e Limone, e la seconda in Arancio dolce e in Arancio forte. Dunque il genere Citrus è formato di quattro specie riunite insieme da caratteri generici comuni, e poi riunite a due a due da caratteri specifici simili. È questa una simetria singolare di cui abbiamo pochissimi esempj, ma è una simetria di fatto; ed è per uniformarmi a questa simetria, e per esprimerla quale si trova in Natura, che nelle definizioni che ho date nel mio Trattato sul genere Citrus delle Specie che lo compongono da me stabilite in quattro, io mi sono servito di una nomenclatura, che, presa nell’uso, pare riunirle in due sole.

Chiunque però osserverà il quadro sinottico nel quale ho disposto il genere secondo il mio sistema, e leggerà con attenzione il resto dell’opera, dovrà riconoscere che non le ho mai considerate come varietà a due sole specie spettanti, ma come vere specie distinte.

Intanto ho conservato il nome principale di Citrus Medica alle due prime, e di Citrus Aurantium alle due seconde (nomi consecrati dal gran Linneo) coll’aggiunta di Cedra e di Limon alle une, e di Indicum e di Sinense alle altre, non perché non conoscessi l’uso e la forza della nomenclatura botanica, ma perché, con queste frasi, io esprimeva la comunione di caratteri, che lega le due divisioni e la differenza che le distingue.

Quando si lavora nella Natura e non sui libri bisogna mettersi al disopra delle convenzioni tanto nelle nomenclatura come nelle idee, e adattare i termini d’uso alle circostanze ed ai fatti. Con questi principj io credo di essere riescito a mettere nella classificazioni degli Agrumi un certo ordine, e a renderla più chiara, e più conforme alla varietà di quello che non abbia fatto l’Autore della Memoria sugli Aranci inserita nel Tom. 20 degli Annali del Museo di Parigi stampato nel 1813, cioè a dire due anni dopo il mio Trattato del Citrus, il quale nella sua Histoire des Orangers pubblicata nel 1808, oltre di aver confuse molte varietà a frutto acido nella classe dell’Oranger à fruit doux, ha rappresentati e descritti come varietà quanti individui ha potuto raccogliere anche i più volgari, e ha date per specie molte varietà ossia molti individui fissati dalla Coltura, i quali, fra le altre cose, hanno un carattere incompatibile con quello di specie, cioè a dire la sterilità.

Nel resto, le definizioni del Sig. Rizzo possono essere più conformi all’uso, ma non sono nel vero. Egli nella memoria stampata negli Annali del Museo ha chiamato l’Arancio dolce col nome di Citrus Aurantium, e l’Arancio forte con quello di Citrus Vulgaris. Da ciò ne verrebbe che l’Arancio dolce sarebbe un Arancio, e l’Arancio forte non sarebbe che un Cedro ordinario, mentre la parola vulgaris, quantunque di buon latino, altro non esprime che una cosa comune.

Io lascio ai Fisiologi a decidere quale dei due sistemi sia il più filosofico.

(5) Per rendermi più chiaro e per evitare gli equivoci, ripeterò qui ciò che ho già detto altrove sul senso che ricevono nel mio sistema, il nome di varietà, e le parole, fissata dalla coltura.

Gli Agronomi hanno dato il nome di varietà a quei gruppi di piante le quali vivono nelle coltivazioni come tanti individui distinti, ma che hanno una fisonomia comune che le distingue da quelle degli altri gruppi, e che perciò figurano insieme come famiglie nella specie.

Così i Peschi Maddalena, i Peri Butirri, le Viti Moscadelle, i Meli Renetti, i Susini Claudie ec. sono chiamati col nome di varietà e riguardati come ordini di esseri secondarj, e quasi come sotto-specie.

Io invece sostengo che questa pretese varietà o sotto-specie altro non sono che fisonomie fissate dalla coltura. Sostengo che il Pero Butirro è un individuo della specie del Pero, nato da un seme di Pero come le migliaja d’altri Peri che vivono o che sono periti, avente come individuo la sua fisonomia propria, soggetto come individo a correre una vita determinata e a morire senza potersi riprodurre identico, ma suscettibile di essere moltiplicato e perpetuato coi processi della coltura siccome è accaduto.

Così lo chiamo una fisonomia perchè non altro che lo distingua dal comune dei Peri fuorchè lineamenti proprj alla sua organizzazione individuale che constituiscono una delle infinite modificazioni colle quali la specie varia i caratteri generali che la distinguono, modificazioni che hanno ricevuto in tutti i tempi il nome di fisonomie.

Dico che è fissato dalla coltura perchè senza di questa egli avrebbe avuta una vita determinata e sarebbe sparito. È l’uomo che lo ha conservato o col portar le sue gemme a vivere sopra di un altro Pero col mezzo dell’innesto, o col dividerlo in parti e farne in apparenza tanti individui isolati viventi ciascuno separatamente sopra radici avventizie ed annormali, ma aventi tutti ed ognuno i lineamenti proprj alla gemma primaria, ossia l’individuo embrione da cui provengono e di cui sono una semplice continuazione come parti di un solo tutto omogeneo e perciò rappresentato in ciascuna.

Nè trovo maggior verità nelle definizioni dei Naturalisti. Alcuni si servono della parola varietà per esprimere gli individui straordinarj che si spiegano col seme, e gli confondono colle razze e coi mostri, altri gli applicano ai meticci, altri agli Ibridi, altri finalmente vi attaccano delle idee vaghe che non sanno determinare. Vedi Decand. Theor. de la Bot. p. 196. Savi, Inst. Bot. p. 338. Simon-Roxas Clemente: Saggio sulle varietà delle Viti dell’Andalusia p. 166. ec.

Tutti però ripetono il nome varietà dalla proprietà, che suppongono nelle piante alle quali lo danno, di variare i caratteri, sia nei figli colla riproduzione per seme, sia nell’individuo col subire l’azione più o meno forte, più o meno prolungata degli agenti atmosferici e della coltura. Vedi Thouin, e Bosc. Nauveau Cours d’Agric. Sageret. Pom. Physiol. P. 335. Rosier, Art. Vigne. Chaptal Traité de la Vigne. Poiteau Annales d’Hort. etc.

Nessuno di questi sistemi sembra posare sul vero. Qualunque sia la natura e la causa di queste così dette varietà esse non formeranno mai né un ordine di esseri composto di individui distinti, nè esseri accidentali essenzialmente variabili e dipendenti dall’azione degli ambienti che gli circondano. Esse saranno sempre individui.

Se le modificazioni che gli caratterizzano non sortono dai lineamenti comuni, o almeno dalle forme normali, saranno fisonomie (cioè le varietà degli Agronomi).

Se una serie di influenze ambientali avrà alterate queste firme, e le avrà distaccate a quelle del tipo, agendo sui principj della fecondazione nell’ordine normale saranno razze. Vedi Decand. Theor. de la Bot. p. 204. Physiol. Veg. p. 738. Savi, Instit. Botan. pag. 338, 345.

Se la combinazione degli elementi sessuali delle razze, e di quelli di individui distinti avrà complicate queste forme, e le avrà allontanate anche di più da quelle del tipo saranno incrociamenti meticci, cioè Ibride di second’ordine dei Botanici. Vedi Dec. Theor. p. 163. e 200.

Se una sproporzione negli elementi sessuali avrà prodotto un disordine nella concezione, e si sarà combinato un germe annormale saranno mostri.

Se finalmente l’incrociamento dei principj sessuali avrà avuto luogo fra specie diverse, saranno Ibridi.

Sempre però saranno individui figli di un seme, incapaci di riprodursi identici col seme, e perciò destinati a morire, o ad essere conservati artificiatamente coi processi della coltura.

Non esistono dunque in natura che specie ed individui. Le specie sono invariabili nei loro caratteri essenziali, ma variano nelle fisonomie particolari degli individui che le compongono. Gli individui diversificano tutti tra loro per i lineamenti proprj, ma ognuno è invariabile in se medesimo, e si conserva intatto in mezzo a qualunque influenza esterna tanto nella sua vita particolare quanto in quella delle sue frazioni.

Quindi il nome di varietà equivale a quello di fisonomia. Esso non ha rappresentanza nel senso comulativo degli Agronomi, nè in quello eccezionale dei Botanici; ma può essere applicato senza inconveniente agli individui fissati dalla coltura e formati nei gruppi distinti.

Dietro questi principj io formulerò la sua definizione nel modo seguente. La varietà è il complesso di piante frazionarie provenienti da un individuo embrione, aventi con esso una fisonomia comune essenzialmente costante, essenzialmente invariabile, godenti di una vita indeterminata ma precaria, perchè rinnovata in ogni suddivisione, sempre senza concezione e senza nascita, limitata nelle sue frazioni alle fasi ordinarie dell’Individuo vegetale (Decand. Physiol. p. 458) e nel complesso dipendente dalle cure dell’arte.

Così, i nomi necessarj per distinguere le diverse figliazioni provenienti dalle specie si ridurranno a cinque, cioè varietà, (ossia fisonomie) razze, meticci, mostri, ed Ibridi. I nomi di salvatico o di domestico potranno conservarsi applicandoli l’uno alle piante coltivate, e l’altro alle piante dei boschi, ma non potranno conservare l’idea che vi era stata attaccata dagli antichi, perchè fondata sopra la falsa supposizione che il seme non producesse che delle piante rustiche, e che le piante gentili fossero l’effetto della coltura. Quelli poi di sotto-varietà, (Bosc. Cours. comp. d’Agric.) di specie rustiche, (Sageret. Pom. p. 390 ec.) di specie giardiniere, di alberi franchi ec., resteranno necessariamente senza senso, perché non hanno rappresentanza in Natura.

(6) Anch’io sono caduto in un equivoco eguale a quello del Giornalista di Venezia, attribuendo all’azione del polline le mostruosità che presentano qualche volta i frutti.

Le esperienze che io aveva fatte sopra alcune piante a fiore persistente, e il successo che ne avevo ottenuto mi avevano ispirata una prevenzione così forte sulla potenza della sostanza fecondante che io aveva attribuito alla sua azione dei fenomeni che in fatto avevano un’altra causa. Era la prima volta ch’io tentava delle esperienze di tale natura sopra alberi a frutto, e mi trovavo così in un terreno nuovo e più difficile, giàcchè fra le altre cose nelle piante a fiore di ornamento questi organi sono persistenti e le esperienze facili e sicure, mentre nelle piante fruttifere, essi sono caduchi, e le esperienze incertissime. Per eseguirle con meno difficoltà avevo fatto venire dalle pepiniere di Nervi delle piante di Agrumi in vasi, giacchè le piante gigantesche dei nostri giardini non si prestano a simili operazioni, producendo ciascuna dei millioni di fiori, e non allegandone che poche migliaja, e si diede la combinazione che le piante di Nervi erano innestate e appartenevano a varietà mostruose. Così io presi i frutti che dovevano dare per effetto delle mie fecondazioni e ne tirai delle conseguenze che parevano giustificate da osservazioni analoghe di persone rispettabili, e dall’illusione che produce negli spiriti i più giusti il fenomeno dell’intermittenza. Vedi Teoria della Ripr. Veg. p. 95.

Il mio equivoco espresso nella prima parte del Trattato del Citrus stampato a Parigi nel 1811, fu rilevato da due illustri Botanici, il Sig. Decandolle, e il Sig. Oscar Leclerc-Thouin; ed io debbo convenir della giustezza delle loro osservazioni. (Dec. Physiol. Veg. p. 740, a 742, et Extrait d’une lettre de M. O. Leclerc-Thouin à M. C. sur le Traité du Citrus par George Gallesio Paris, 1829.)

Il Sig. O. Leclerc-Thouin ne ha fatte delle altre relative alle mie opinioni sulle varietà, ma in queste l’equivoco non sta nei principj che aveva stabiliti, ma solo nella loro applicazione.

Sino all’epoca in cui io ho pubblicato la mia nuova Teoria, i Fisiologi avevano attribuite le così dette varietà, egualmente che le alterazioni di ogni specie che si pronunciano nei vegetabili, all’azione del clima, del terreno, della coltura, degli innesti, della provignazione, o a dei processi singolari di seminagioni preordinate col mezzo di innesti sopra innesti e simili stravaganze: (V. Sageret, Pomol. Physiolog. p. 415. Poiteau, sistema di Van-Mons. Knight. ec.,) nè si erano mai fatta un’idea chiara di questi fenomeni, raggirandosi sempre in un vago che gli lasciava nel mistero. Io invece le ho riferite tutte agli accidenti della concezione, e con ciò credo aver dato nel vero, ma non ho precisate in quell’epoca le differenze che dividono i diversi fenomeni, e ho troppo generalizzato il principio.

Doveva distinguere, come ho poi fatto nella Pomona, le varietà normali dalle annormali, cioè a dire le fisonomie dai mostri. Con questa distinzione era sciolto il problema. Le specie hanno cominciato con un tipo, e questo aveva una fisonomia. I sui discendenti ne hanno tutti una loro propria, e sempre diversa. È questo un fatto che non ammette questione, e la ragione di questo fatto è semplicissima. Ogni individuo che viene generato risulta da una concezione distinta, e ogni concezione ha le sue proporzioni. Ecco la chiave del mistero: «I figli di un Pesco o di un Ciliegio coltivato in serra al sicuro del miscuglio di qualunque polline estraneo» avranno ciascuno una concezione propria; e i principj sessuali, che ne sono gli elementi, non possono conservare in tutte queste concezioni le proporzioni medesime. Dunque ognuno farà varietà, cioè a dire ognuno avrà una fisonomia distinta, ma una fisonomia normale, la quale si avvicinerà più o meno a quella del tipo e che non presenterà niente di straordinario. Le cause esterne non vi entreranno per nulla, e tutto sarà l’effetto necessario della proporzione negli elementi della concezione.

Restava a conoscere la causa delle differenze che allontanano in un modo straordinario le fisonomie di certi individui da quelle del tipo, cominciando dalle deviazioni parziali nelle forme originarie sino a quelle che costituiscono i mostri. Era questo un mistero nel quale non si poteva penetrare come nel primo col raziocinio. Bisognava instituire delle esperienze precise per sorprendere la natura, bisognava cercarne la soluzione nei fatti.

Ecco ciò che ho tentato di fare. Il risultato dei miei tentativi è ciò che costituisce la teoria del mulismo pubblicata nel 1811 a Parigi nel Trattato del Citrus, e riprodotta con alcune aggiunte dai torchj di Pisa nel 1816.

Il Sig. Decandole ha addottata la maggior parte delle mie idee, e ha segnalato il mio lavoro come un esempio a seguirsi e a perfezionarsi e il Sig. O. Leclerc-Thouin ha espressa la stessa opinione per ciò che riguarda l’insieme della teoria, e limitando i suoi dubbj alle due proposizioni che ho di sopra indicate. Vedi Decandole, Théorie de la Botan. p. 295, Physiolog. Veg. p.729, e in altri luoghi, e vedi l’estratto della Lettera del Sig. Thouin già citata.

Onorato dal suffragio di due fisiologi così distinti io sottometto alle loro meditazioni le rettificazioni e i perfezionamenti che ho dati al sistema, e che sono sparsi nei diversi articoli della Pomona e specialmente in questo.

(7) L’illustre Prof. Cav. Savi è uno dei pochi che riconoscano da un disordine nella fecondazione dei mostri vegetali, e specialmente i fiori doppj, (Vedi Instituz. Botan. p. 338), e questa sua opinione è stabilita sopra una serie di osservazioni proprie che finiscono di sciogliere ogni difficoltà sulla verità della teoria. Egli però si mostra contrariato in questa sua convinzione dalle osservazioni microscopiche del Brognart e dell’Amici; e «risultando da queste che a ciascun ovolo non perviene che un solo tubo pollinico, e non sa concepire come la maggiore o minore quantità di polline depositata sullo stigma possa avere dell’influenza sull’embrione». p. 340. Io convengo che è difficile il farsi un’idea precisa del modo in cui succede la cosa, ma il fenomeno è certo, mentre io ho ottenuto le cento volte colla semplice cumulazione di polline sopra lo stesso stigma, molti semi che mi hanno dati dei fiori mostruosi. Prescindendo poi dalla prova di fatto, io osservo che non ripugna alle scoperte dei due illustri Fisiologi citati dal Savi che gli atomi contenuti in diversi granelli di polline possano introdursi in un medesimo tubo e penetrare insieme e in quantità straordinaria dentro di un ovolo. Ciò ammesso, è chiaro che, se gli atomi maschili penetrati nell’ovolo non si trovano in proporzione numerica o dimensionale cogli atomi feminei contenuti nello stesso, la combinazione di questi due elementi non può essere regolare. Si aggiunga a questo che nello stato normale, gli atomi di ciascun ovolo debbono avere delle forme preordinate per combinarsi cogli atomi del polline che era stato destinato per essi. Se a questi atomi omogenei ne vengono sostituiti degli altri, le di cui faccie non corrispondono esattamente a quelle degli atomi contenuti nell’ovolo, la combinazione non può più aver luogo, o deve restar difettosa.

Da quegli accidenti dunque e dalle diverse proporzioni in quantità e in qualità più o meno ben combinate nell’operazione della fecondazione si devono ripetere i fenomeni tutti ch’essa presenta, cominciando dai più semplici quali sono quelli delle differenze di fisonomia sino ai più complicati come quelli degli Ibridi e dei mostri.

La natura nasconde sotto un velo impenetrabile il mistero della generazione, ma si mostra allo scoperto nel mondo inorganico; e l’uomo, che vede con ammirazione tutte le figure della Geometria combinate nei cristalli dalla riunione di mollecole primigenie di forme più semplici,può trasportarsi coll’immaginazione nell’ovajo di un fiore, ed ivi, applicando alle mollecole elementari del mondo organico le leggi della cristallizazione, può concepire facilmente i fenomeni meravigliosi dei mostri e degli Ibridi.

Il Sig. Decandole concorre nelle mie idee su questo punto, e si fonda precisamente sopra una Memoria del Sig. Brognart medesimo, nella quale questo Naturalista dice di aver riconosciuto che i granellini spermatici che formano la parte attiva della fovilla hanno delle forme diverse, globolose, ellissoidali, cilindriche ec. e delle grandezze differenti. Dec. Physiol. p. 544, e 546.

Ora, se col microscopio si giunge a distinguere queste differenze nei granellini pollinici i quali sono già un composto di atomi elementari, perchè non ne possono esistere in questi atomi gli stessi, e con ciò renderli più o meno combinabili e più o meno capaci di comporre certe forme più che certe altre, o di comporne delle mostruose?

(8) La Bizzaria è una pianta che presenta riuniti sui medesimi rami delle Arancie forti schiette, dei Cedrati schietti, e dei frutti misti di queste due specie.

Dalla descrizione che ne dà il Nato, pare che fra questi ultimi si trovi anche il Limone, ma io credo che il Nato abbia preso un equivoco. L’esterno della corteccia del Cedro ha tanta somiglianza con quello della corteccia del Limone che è facile prendere l’una per l’altra; e l’interno è così deforme guazzabugliato nei frutti composti dalla Bizzaria, che è difficile il ben determinarne i caratteri.

Io confesso che mi vi sono trovato ingannato egualmente, e ho creduto per qualche tempo che il limone entrasse anch’esso in questo composto, ma ho poi riconosciuto che in fatto non vi si trovano combinate che le sole due specie indicate, cioè Cedro e Arancio forte.

(9) Nel Regno Animale non si conoscono altri ibridi che quelli dell’asino con la cavalla, del caprone colla pecora, e del canarino con diversi uccelli, e nessuno ha una successione. Quello della vacca fecondata dal cavallo è stato riconosciuto per una favola, e il Samur che si attribuiva a tale unione non è che il prodotto della cavalla fecondata dall’asino.

Il Regno Vegetale ne conta un grandissimo numero, e ne abbiamo delle lunghe liste nelle opere di Linneo, di Koelrcuter, di Sageret. di Knight, di Wlfferbert e di altri (Vedi Savi, Inst. Bot. e Sageret, Pom. Physiol. p. 551 e 326.) Ma resta a vedersi se le piante sulle quali hanno operato quei Naturalisti sono specie o varietà. Il Sig. Decandole ha già emesso questo dubbio nella sua Teoria della Botanica p. 201, e il Sig. Savi, seguitando l’opinione del Decandole, non dà a queste pretese ibridi il nome di Ibridi, ma di bastardumi. Io poi ho dei dubbj sull’essenza di certe piante conosciute da tutti per ibridi senz’averne alcuna prova, come il Pesco-Mandorlo, l’Albicocco-Susino e altri, e sull’esattezza delle operazioni, alle quali se ne attribuiscono alcune altre di formazione recente. (Vedi Lettre de Thomas Andrew Knight au Secretaire de la Societé d’Horticulture de Londres sur un Pêcher produit de la semence d’un Amandier lue à Societé le 7 Ottobre 1817, inserita negli Annales de l’Agriculture Française).

Qualunque però possa essere la natura delle piante che si sono prestate a questi incrociamenti, e sempre certo che, se sono specie, sono di quelle nelle quali la natura ha messo un’analogia così decisa che i gruppi nei quali si legano formano dei generi naturali (Dec. p. 199 e 216), che le convenzioni non possono dividere; nè esiste ancora un solo esempio provato di Ibridi bigeneri (Savi, Inst. Bot. p. 266), ossia di fecondazioni eterogenee e provenienti da famiglie differenti o da generi lontani gli uni dagli altri nella stessa famiglia. Dec. p. 199.

In tutti i modi, se questo fenomeno ha luogo, bisogna dire che è senza conseguenza, perchè nessuno conosce una generazione di Ibridi formanti specie. Tutti quelli che conosciamo anche di specie affine e vicinissime fra loro, o sono sterili, o, se hanno qualche seme, questo non partecipa dell’ibridismo del padre, e, seminato, o produce un mostro sterile, o ritorna ad una delle specie dalle quali proviene senza miscuglio. Poiret ha sostenuto il contrario: (Encic. Met. Art. Espece); ma non ha saputo citare un esempio in appoggio della sua opinione.

(10) Il Sig. Lecoq ha osservato che ci sono pochissime ibride di piante dioiche, e che quasi tutte quelle che si conoscono appartengono a piante ermafrodite. (Dec. Phys. p. 705.) Io non ho fatta alcuna osservazione su questo punto per ciò che riguarda le vere Ibride, ma per ciò che riguarda i meticci trovo che la ragione del fatto enunciato è semplicissima.

Nelle piante ermafrodite ogni fiore forma un sistema nel quale ogni femmina ha i suoi maschj. Quindi se due fiori pervengono a fecondarsi, la combinazione che ne risulta esce dallo stato normale e si fa luogo ad un incrociamento che produce dei meticci.

Le piante diclinie sono invece nel caso degli animali. Ogni femmina è atta a ricevere la fecondazione da qualunque maschio della sua specie, perché tutti sono omogenei, e così in questa classe le concezioni sono ordinariamente normali: per produrvi un’alterazione che le renda annormali, bisogna che vi si combini una sproporzione in quantità, giacchè non vi può essere nè in forme nè in dimensioni. (Vedi Pomona Italiana Fas. 38. Art. Uva di Bizzarria).

(11) Bisogna fare una distinzione tra le fisonomie normali e le tipiche. Il Tipo è l’individuo che ha cominciata la specie: quindi egli doveva avere le forme le più perfette nell’ordine di esseri nel quale si trova. I suoi figli non potevano essere eguali a lui né fra di loro, perché tutti e ciascuno provenienti da concezioni distinte ed aventi perciò una fisonomia propria, ma potevano essere più o meno perfetti, e così più o meno somiglianti al padre, siccome ne potevano sortire anche di quelli, che per un disordine nella combinazione de’ principj della loro concezione uscissero dall’ordine normale ossia da quella regolarità di forma che è propria alla specie.

I primi formano le fisonomie normali, i secondi le annormali, ma fra le prime ve ne sono delle più perfette, e sono quelle che più si accostano al tipo, e delle meno perfette che vi somigliano meno. Le prime sono le fisonomie tipiche, le seconde le fisonomie comuni. Così le fisonomie tipiche sono sempre normali, le fisonomie normali non sono sempre tipiche. Le une e le altre però sono regolari e sono feconde. Le annormali invece sono mostri che escono dalla specie e sono sterili.

(12) Chi sa che col tempo non si mettano in questo numero anche il Terebinto e il Pistacchio? Io sono ancora in dubbio se queste piante formino due specie distinte, o se sieno razze di una specie sola. Nella prima ipotesi vi sarebbero a fare delle esperienze interessanti ed io ne ho instituite alcune; ma, per compirle, si esige più della vita di un uomo.

Credo di aver verificato che il Pistacchio può essere fecondato dal Terebinto e che i frutti che ne risultano sono perfetti e nascono; ma bisognerebbe conoscere se questa fecondità continua nei loro figli e quali ne sono i prodotti.

È questa un’esperienza che resta ad instituirsi. In tanto però è certo che non esiste fin ora una specie terza nata da queste due, e fissata col seme.

Nella storia dell’Accademia delle Scienze di Parigi si trova citato in Pero misto di Melo, ma è citato come un detto-di-detto (un oui-dire) nè vi è un documento che lo assicuri. Hist. de l’Accad. des. Sciences, an. 1711, p. 67.

Il Pesco-Mandorlo è la sola pianta di questa natura che sia ben constatata ed è la sola che imbarazzi la questione. Dopo di averla ben studiata io non ardisco ancora formarmi un’opinione decisa sulla sua origine.

Tre sono le congetture che si presentano a questo riguardo.

O è un’ibrida del Pesco e del Mandorlo, o è una fisonomia nella specie del Mandorlo prodotta da una combinazione normale ma straordinaria dei principj sessuali nella concezione, o è una specie affine alle due alle quali somiglia, ma distinta e originaria.

La prima opinione pare la più accreditata, e si appoggia specialmente sopra i caratteri sensibili del frutto. Il nocciolo è osseo come quello del Pesco, e le solcature che lo rigano sono della medesima forma, ma la mandorla che chiude somiglia a quella delle mandorle comuni ed è dolce come esse. Il pericarpo sviluppa una certa carnosità che non è mai nel pericarpo delle mandorle e che ha dell’analogia con quello delle Pesche, ma non ne acquista mai la polposità ed il sugo. Il seme però germina e produce delle nuove piante che conservano nell’insieme i caratteri di quelle dalle quali provengono, e questa fertilità non è conciliabile colla qualità di Ibrida.

La seconda opinione può trovare del fondamento presso quelli che la riguardano come una varietà straordinaria nella specie del Mandorlo; può trovare del fondamento nell’esempio della maggior parte delle piante fruttifere. La polposità straordinaria del pericarpo è quasi sempre dovuta ad una concezione eccezionale. Essa è spesso l’effetto del mulismo, ma qualche volta è l’effetto di una combinazione di mollecole elementari dei due sessi in proporzioni straordinarie in ambidue ma corrispondenti ed omogenee. Il Pistacchio gentile è dovuto certamente al seme, e le piante che provengono dai suoi semi non portano ordinariamente che dei frutti piccioli che non hanno la mandorla bella e saporita delle varietà fissate dalla coltura. L’Ulivo gentile, e le tante altre varietà d’Ulivo a frutto grosso e polputo, che si coltivano provengono dal seme, e le piante che sortano da questi frutti danno quasi sempre delle olive picciolissime e senza polpa. Il Pero Butirro, il Melo Renetto sono stati ottenuti dal seme, e i loro grani danno raramente delle piante a frutto gentile: ne sortono anzi spessissimo delle salvatiche al segno da dare dei frutti non mangiabili. Perchè dunque una combinazione equivalente dei principj della concezione non potrebbe aver prodotto nel Mandorlo quell’eccesso di sostanza nutritiva, che determinato dall’organizzazione nel pericarpo, le darebbe quella grossezza e quella carnosità che non è propria degli individui tipici?

L’opinione che la considera come una specie distinta è quella che pare la meno coerente all’idea che ci formiamo della specie; ma pure ha anch’essa le sue probabilità.

Il Pesco-Mandorlo ha della somiglianza col Mandorlo vero, e ha pure qualche cosa del Pesco; ma si distingue dall’uno e dall’altro in un modo sensibile. I suoi semi sono fertili e lo riproducono in altrettante fisonomie quante ne germinano, tutte distinte, ma conservanti tutte i caratteri proprj della pianta madre, cioè mandorla dolce coperta di un endocarpo osseo e di un pericarpo deisciente composto di una specie di polpa ambigua e senza sugosità.

Io posseggo molte piante di Pesco-Mandorlo ottenute dai semi selle varietà che ho coltivato in istato di innesto. Presentano tutte delle fisonomie differenti, ma in nessuna si trova nè il Pesco puro nè il Mandorlo puro. Tutti gli Agronomi parlano del Pesco Mandorlo, e lo dicono fertile, ma tutti convengono che i suoi semi non ritornano mai nè al Pesco nè al Mandorlo.

Come conciliare questi caratteri coll’ibridismo? Essi sono quelli delle specie, cioè, riprodursi di seme e dare delle varietà, dentro il cerchio dei caratteri generali che devono essere comuni a tutti i figli di un medesimo padre.

Un altro fatto viene in appoggio di questi. Le ibride non sono propagate che dall’industria, e non si trovano in quantità che nei paesi agricoli. Il Pesco-Mandorlo si trova sparso dappertutto. Il Sig. Franco Cecardi Negoziante genovese in Aleppo me ne ha mandati dei noccioli da colà che somigliano intieramente a quelli delle nostre varietà coltivate, e mi scrive che sono comuni in quel paese ove si coltivano sotto il nome di Pesca a seme dolce.

 Si dice che il Sig. Knight abbia ottenuta un’ibrida colla fecondazione del Mandorlo col Pesco, e sarebbe interessante il conoscerne i caratteri. Secondo lui però questa conquista (è questo il nome che i giardinieri di Harlem danno alle varietà straordinarie de’ Giacinti che si ottengono dal seme) non sarebbe che un meticcio, giacchè nel suo sistema, «Il Pesco non è che una varietà perfezionata del mandorlo, e il Pesco Mandorlo uno degli intermedj di questo perfezionamento. Quando un’Ibrida è infeconda, dice il Sig. Knight, è una prova che è veramente Ibrida, cioè che è il prodotto di due piante essenzialmente differenti; e al contrario quando è feconda e si riproduca di seme pel corso di molte generazioni, allora non è una vera Ibrida ma solamente il prodotto di due varietà di una sola o medesima pianta, dal che ne conclude che il Pesco-Mandorlo potendosi perpetuare colle generazioni non è una vera Ibrida ma una varietà». Sageret, Pomologie Physiologique pag. 324.

Io divido l’opinione del Sig. Knight quanto al principio, ma non nella conseguenza. Non vi è dubbio che la fecondità esclude l’ibridismo, e, ciò posto, il Pesco-Mandorlo non potrebbe essere un Ibrida. Sarebbe piuttosto una varietà, ma in tale qualità non potrebbe distaccarsi tanto essenzialmente dal tipo, nè riprodurre costantemente col seme le stesse modificazione fisonomiche: dovrebbe dare in ogni generazione della nuova varietà e a poco a poco dovrebbe ritornare al tipo. Invece il Pesco-Mandorlo si perpetua colle generazioni senza variare fuorchè nei lineamenti fisonomici, e conservando sempre i caratteri essenziali che lo distinguono. Dunque non può essere varietà nè del Pesco, nè del Mandorlo, nè un intermedio fra i due.

In questo bivio non resta che la terza opinione ed è quella che il Pesco-Mandorlo formi una specie primitiva, come le altre due.

(13) Il Sig. Rizzo nella sua Storia degli Aranci pag. 109, descrive la Bizzarria come una pianta che produce dei Cedri, delle Arancie dolci, delle Arancie forti, e dei frutti composti delle tre specie; e si meraviglia che l’Autore del Trattato sul Citrus dica che le Arancie di questa qualità sieno sempre a sugo acido, avendo egli riconosciuto che i frutti del suddetto Autore dei Citrus mandati a Parigi per dipingersi nel 1811, erano affatto simili a quelli dell’Aurantium callosum multiforme del Ferraris, il quale ha il sugo dolce.

Io comincierò per osservare che i frutti di Bizzarria da me mandati a Parigi dal Sig. Poiteau nel 1811, non hanno che fare coll’Aurantium Callosum del Ferraris, il quale non era come la nostra Bizzarria un composto di due specie, ma un semplice Arancio forte i di cui frutti avevano un’escrescenza che gli rendeva mostruosi.

Aggiungo poi che, quando anche avessero del rapporto con quello nelle forme, non ne verrebbe perciò che il loro sugo fosse dolce, come non lo era nemmeno quello delle Arancie del Ferraris il quale le definisce pulpa alba duriuscola sub-amara.

Ma, prescindendo da queste inesattezze di fatto, e dall’inconcludenza del paragone, e limitandomi a ciò che riguarda la varietà ibrida che si coltiva attualmente in Europa sotto il nome di Bizzarria, e che è la stessa nata in Firenze nel 1674, e descritta dal Nato, io la sfido a farmene vedere una pianta che produca Aranci a frutto dolce. Io ho esaminate le Bizzarrie che si coltivano nelle Aranciere di Parigi, e ho esaminate quelle di Hyeres, di Nizza, del Genovesato della Toscana, delle Isole Borromee, del Lago di Garda, e delle Ville della Brenta, e le ho trovate tutte le stesse simili a quelle descritte dal Nato, dal Manni, dal Redi, e da molti altri, e a quelle che coltivo nei miei giardini.

Io non dico che esse presentino in tutto il loro essere quell’eguaglianza costante di forme che lega nelle altre varietà le piante venute da un primo e solo individuo. Ciò non può essere in questa, perchè è nella sua essenza di cangiare continuamente di combinazioni tanto nelle foglie quanto nei frutti, e spiegare questi cangiamenti senz’ordine e senza costanza ora in un ramo ora in un altro, variando di gemma a gemma non solo in quelle che si svolgono contemporanee nell’anno medesimo, ma ancora in quelle che ne provengono per svolgersi nel successivo, e sempre in modo diverso.

Ma è appunto questo carattere di variazione continua e di intermittenza che si mantiene costante e che si ripete in tutte le piante frazionarie, quello che le rende identiche e che forma la fisonomia dell’individuo. Ora, in mezzo a tante variazioni non se ne trova mai una che presenti il miscuglio di una terza specie. Tutte si riducono all’Arancio forte (Bigaradier) e al Cedro (Cédrat) nè mai mi è riescito di trovarvi l’Arancia a sugo dolce.

Quando lessi nell’opera del sig. Rizzo che esistevano in Nizza delle Bizzarrie presentanti questo fenomeno, mi recai in quella Città per riconoscerle, ma non vi fu Giardiniere che mostrasse di averne contezza, nè il Sig. Rizzo medesimo riescì a farmele vedere.

Se esistesse un’Ibrida così singolare sarebbe un fenomeno nuovo che avrebbe già eccitata la curiosità dei Dilettanti, e l’interesse dei Pepinieristi, e che meriterebbe l’attenzione dei Fisiologi. Sino a che però il Sig. Rizzo non ce la faccia vedere, ci sarà permesso di tenerla per favolosa.