PESCO
SPICCACCIOLO BIANCO AGOSTENGO
o
BURRONA BIANCA
Persica iulodermis, flore brevipetalo,
fructu medio, æstivo; epicarpo pubescente, albo, maculisque ex rubeo violaceo
velato; sarcocarpo albo, liposteo, delicatissimo, in ore liquescente, succo
grate acido. Vulgo, Pesca Spiccacciola Bianca Agostenga, o Burrona
Bianca.
La
Burrona bianca è la delizia degli oltramontani; è una varietà che matura in Agosto,
e succede immediatamente alle Maddalene gialle e bianche, e alle Pesche
Moscadelle.
Il suo fiore è
brevipetalo. Il frutto, più o meno grosso secondo le località e la coltura, è
però sempre uno de’ più belli nella classe delle Spiccacciole bianche, e il più
bello fra le precoci.
La buccia è bianca,
velata nella parte battuta dal sole di qualche macchia di rosso paonazzo più o
meno sfumato, che la distingue dalle specie gialle, nelle quali il rosso è più
roseo, e spicca assai meno.
La polpa è bianca,
gentile, e di una pasta finissima, e non adere punto al nocciolo, ma se ne
spicca nell’aprirla, e si scioglie in bocca in un sugo grazioso, abbondante, e
un poco acidulo.
I pomologi
forestieri la vantano come la migliore delle Pesche, e i gustaj dell’alta
Italia concorrono cogli Oltramontani in questa opinione.
I dilettanti dei
paesi meridionali non sono del medesimo parere, e preferiscono le Spiccacciole
gialle del Luglio e dell’Agosto.
I primi sono
incantati dalla delicatezza, che distingue la polpa della Burrona bianca,
e trovano che l’acidulo del suo sugo, lungi di essere ingrato, serve invece a
dargli del rilievo.
I secondi sono
ributtati da quest’acido, e preferiscono il dolce delle spiccacciole gialle, e
la maggior consistenza della loro polpa, che trovano più morbida quantunque
meno liquescente. Io ho esaminate le une e le altre in molti paesi diversi, e
ho esitato lungo tempo a decidermi fra le due.
Quando ho gustate
per la prima volta le Burrone bianche a Parigi, sono stato incantato dalla loro
delicatezza, e sono rimasto indeciso fra quelle e le gialle; ma quando poi
ritornato in Italia, le ho avute insieme nel mio giardino, e le ho gustate nel
medesimo tempo, allora mi sono avveduto che la quistione dipende molto dai
gusti, e che hanno ciascuna delle qualità proprie, che non ammettono il
confronto.
Osserverò solo, che
la Burrona bianca non può gareggiare colle gialle, che quando è
nel suo punto di perfezione: in istato di natura, essa vi è sempre inferiore:
condotta dall’arte, pare, che si ammigliori in modo da piacere anche di più ai
palati ricercati. Forse per questa ragione le Burrone bianche riescono
meglio nei paesi ove si coltivano per lusso, che in quelli ove il Pesco viene
spontaneo, e prospera senza cura.
Difatto esse si
trovano in abbondanza a Parigi, ove si dividono in molte varietà, senza però
offrire altre differenze fra loro, che delle gradazioni leggierissime di forma
e di colore, e alcune più rimarchevoli di grossezza e di precocità nella maturazione.
L’Italia interna è
ricchissima di questo genere. In Piemonte vi si incontrano di preferenza alle
gialle, e vi sono coltivate a spalliera come si usa a Parigi; quindi non si
trovano che nei giardini dei dilettanti: sono più abbondanti e più belle sulle
rive dei laghi, e diventano comuni nella Terra-ferma-veneta e nella Lombardia.
A Mestre, a Verona,
nel Parmigiano, nel Ferrarese, e in tutto il rimanente del paese, che resta fra
l’Appennino e l’Adriatico sino in Ascoli, le Burrone bianche vi sono a
millioni, e vi spiegano tanta bellezza e tanta bontà sotto tutte le forme
proprie a questa specie, e senza esigere altre cure, che una coltura ordinaria,
che pochi le distinguono in varietà, confondendosi generalmente sotto il nome
comune di Burrone bianche, aumentato tutt’al più dall’epitteto di
Verona, di Mestre, ec. o di altri luoghi ove si trovano in maggior
quantità o di maggior bellezza.
La Toscana ne
produce delle bellissime, ma non si trovano che nei giardini dei dilettanti, i
quali le distinguono in varietà come i Francesi, e le battezzano egualmente o
con dei nomi locali, o con quelli degli Oltramontani.
Ne ho veduto anche
in Roma, ove si riuniscono i frutti dei tanti paesi che la circondano, e dove
perciò vi si trova di tutto; esse non vi ricevono in generale che il nome
comune di Pesche Burrone.
Il territorio di
Napoli non produce che delle Pesche gialle; può darsi che qualche dilettante ne
coltivi anche delle bianche, ma non vi sono comuni.
Nel Genovesato vi
sono state introdotte da poco tempo, ma cominciano ad estendersi, e i contorni
della città ne sono ripieni. La Riviera le conosce appena o punto. Io ne ho
molte piante, fatte venire da Torino, da Milano e da Chambery, e ne sono
contento; ma ho osservato che esigono assolutamente una località di giardino,
un terreno grasso e umido, e moltissime cure: con queste precauzioni esse danno
dei frutti squisiti; ma se sono abbandonate a se stesse, come si fa colle
gialle, esse si snaturano, e i loro frutti restano mediocri.
È questa la vera
ragione che ne ha ritardata la propagazione nei paesi meridionali; ora però che
i progressi della civilizzazione e del lusso hanno risvegliato il gusto per i
piaceri ricercati, e raffinata l’agricoltura, ogni proprietario cerca di
arricchire il suo Pomario di frutti nuovi, e non isdegna come una volta di
spendere molto in un coltura più studiata, per variare il più che è possibile i
suoi godimenti.
Così la Burrona
Bianca ha preso posto anche fra noi a lato della Gialla, e i
coltivatori instruiti riescono a portarla alla perfezione anche nei nostri
climi, mediante una potatura più calcolata, e un diradamento più abbondante.
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testo
trascritto da Rafaello Bisso (Genova)