PESCO DURACINO BIANCO TARDIVO
o BIANCONE
DI VERONA
A. Persica Iulodermis, flore parvo,
pene apetalo, fructu maximo, serotino, villoso, pulpa alba, nucleo adherente;
epicarpo albescente, aliquando leviter colorato; sarcocarpo albo, succoso,
delicatissimo, in ore liquescente, succo leviter acidulo, gustu gratissimo.
Vulgo, Duracina Bianca Tardiva, o Biancona di Verona.
Persica
dura, carne candida, aliquando ex-albo-subrubente. C. B. Pin. 440. Tournef. I. R. H.
Duracina
Alba. Tabern. Icon. 996.
Pavie
Blanc. Pavie Magdaleine. Duham. N. 35.
Newington (Peac
de) Forsyth.
Biancona.
Quadri della R. Villa di Castello. Quadro 7. N. 35.
La Duracina Bianca tardiva, conosciuta in
Lombardia sotto il nome di Biancona di Verona, è una delle pesche più
preziose che si coltivino.
I suoi fiori sono
piccioli, quasi apetali, e coloriti di un rosso chiarissimo: spuntano in
abbondanza nelle piante giovani e allegano con facilità, ma nascono rari nelle
piante vecchie, e la loro allegazione è meno sicura.
L’albero è vigoroso,
ingrossa assai, e dura molto. Io ne ho veduti di quelli che avevano 30 anni, e
il di cui tronco aveva dieci oncie di diametro (20 centimetri).
Il frutto è uno dei
più grossi nella specie. Ne ho raccolti nel mio Pomario più d’uno che pesavano
18 oncie, peso di Genova: i comuni sono del peso di 8 a 12 oncie.
La loro buccia è
bianca, qualche volta sfumata di rosso nel lato battuto dal Sole, coperta di
una lanugine leggiera e finissima, e non difficile a staccarsi dalla polpa,
sebbene di sua natura aderente, siccome duracina; ma è forte, aspra, e non
lascia gustare tutta la squisitezza di questo frutto quando si mangia senza
levarla.
La polpa è duracina
e aderente al nocciolo, ma il suo tessuto non è carnoso e compatto come nelle
altre duracine: è molle, gentile, e pieno di sugo, sicchè quando si mangia non
si distingue dalla polpa delle spiccagnole, che per un poco meno di morbidezza,
compensata però da un’abbondanza di sugo, che la rende gentile e liquescente.
Il colore della
polpa è bianco, all’eccezione di una zona presso al nocciolo, ove è ondata di
rosso, e il suo gusto segue la natura di questa specie: è grazioso, senza avere
lo zuccherino delle gialle, ed è rilevato da un acidulo leggiero, che lo rende
ancora più grato.
La maturità di
questa Pesca anticipa o ritarda secondo le località, e anche secondo gli
individui quando è moltiplicata di seme; ma nel carattere della varietà essa è
tardiva.
L’ho mangiata a
Verona, a Milano, e sulle rive dei Laghi Lombardi dal principio alla fine di
Settembre. Nel mio Pomario ne raccolgo delle bellissime sino alla metà di
Ottobre.
È su questa varietà
che ho instituite molte delle mie esperienze sopra la riproduzione di seme: ne
ho ottenute moltissime piante con questo metodo, e ne sono sempre riesciti dei
peschi a frutto bianco, grosso, delicato, succosissimo, ma aderente al
nocciolo, e somigliante a quello che mi aveva forniti i semi, e solo con delle
differenze nel volume e nell’epoca della maturità, qualità che hanno
deteriorato in alcuni individui, e migliorato in altri.
Questo risultato non
videsi alterato giammai nè dalla precauzione di seminarne alcuni colla polpa,
ed altri col puro nocciolo, nè da quella di seminare i frutti prodotti da un
innesto vivente sopra un piede di specie diversa. Si veda su di ciò la mia Teoria
della Riproduzione Vegetale, pag. 54.
È difficile il poter
decidere se questa varietà sia coltivata in Oltramonti, e molto più il
determinare il suo nome.
Tutti i Pomologi
parlano della Duracina bianca, ed io l’ho trovata in tutti i paesi ove
si coltiva il Pesco, e ne ho vedute da per tutto moltissime razze. Nessuna però
mi ha presentato i due caratteri che distinguono quella di Verona sopra delle
altre, cioè la delicatezza della polpa e la grossezza, e aggiungerò ancora la
facilità di distaccar la buccia dalla polpa.
Nel resto, essa
appartiene alla classe delle Duracine bianche, e non la credo dovuta in
origine che al seme di una varietà di questa specie forse già ingentilita,
modificato di nuovo nella sua concezione, e portato dalle circostanze della
fecondazione ad un massimo ingentilimento.
Le Duracine bianche
le troviamo descritte e figurate da tutti i Pomologi, ora come precoci, ora
come tardive, ora di un volume, ora di un altro, ma sempre aventi una buccia
aspra e tenace, una polpa gentile e aderente al nocciolo, ma sugosa, e di un
gusto acidulo, e grazioso; e queste qualità, portate ad un grado di massima
perfezione, e modificate vantaggiosamente in qualche cosa, sono quelle che
caratterizzano la nostra Biancona.
Il Tournefort, in
seguito ai Botanici che lo hanno preceduto, registra le Duracine bianche fra le
varietà del Pesco, sotto il nome di Persica dura, carne alba. Il Duhamel
le descrive al N. 9. sotto il nome di Pavie blanc; Pavie Magdaleine,
non dovendosi mettere nella classe delle bianche, come si è fatto da alcuni, la
Pavie de Pomponne, descritta al N. 35, e portata nel nuovo Duhamel al N.
37.
Forsyth ne annovera
diverse varietà. Una di queste matura sul principio di Settembre, e la chiama Newington
printaniere, o Newington de Smith: un’altra matura sul fine del
mese, e la chiama la Vieille Pêche Newington. Egli le descrive
ambedue come Duracine bianche, e sembra che le riguardi come un frutto
di moltissimo pregio. Non so intendere perchè egli aggiunga a queste una terza
razza che considera come una verietà della vecchia Newington, e a cui dà il
nome francese di Pavie de Pomponne, già consecrato da Duhamel alla Duracina
gialla. Se questa è bianca come le due prime, è quella sola che si può
rapportare alla nostra Biancona, giacchè nel clima di Londra essa deve
avere necessariamente un po’ meno di grossezza.
Tutti gli altri
Pomologi, siano Inglesi, siano Tedeschi, si ripetono su questo punto, e
descrivono delle Duracine bianche. Non ne trovo però alcuna nelle loro opere
che sia caratterizzata in maniera per potersi rapportare alla Veronese.
Già abbiamo
osservato che la grossezza, e una delicatezza di polpa che non si trova nel
generale delle Pesche duracine, sono i due caratteri che distinguono la nostra Biancona:
essi non prendono forse in nessun luogo lo sviluppo che acquistano nel
Veronese. In quel paese se ne vedono delle bellissime, e in una quantità
prodigiosa. Tutti coloro che hanno avuto luogo a mangiarne, o che ne hanno
tirate le piante nei loro pomari convengono di questo, ed è perciò che è
conosciuta in tutta la Lombardia sotto il nome di Biancona di Verona.
Nè siamo solo noi
Italiani che le troviamo tali: anche gli Oltramontani spassionati, e
osservatori, che hanno avuto occasione di trovarsi in Verona nella stagione
delle pesche, e di gustarne, convengono di queste qualità. Ne abbiamo una prova
nella testimonianza di uno dei più illustri Agronomi Francesi (M: Bosc),
il quale all’art. Pêcher del Diz. d’Agric. stampato a Parigi nel 1809,
confessando che le Duracine del clima Italiano sono migliori di quelle
di Parigi, dice di aver mangiato a Verona delle Pavies, in paragone delle
quali la Pavie de Pomponne, tanto distinta nelle Tavole francesi per la sua
grossezza, non sarebbe che un aborto.
Ora questa varietà
si è estesa nel Milanese e specialmente a Varese, e sulle rive del Lago
Maggiore e dei Laghi contigui, da dove se ne provvedono i mercati di Pavia e di
Milano. Ne ho mangiate pure delle squisite alle Isole Borromee, alla tavola del
Sig. Conte Vitaliano Borromeo, culto amatore delle scienze, e sommo Botanico,
il quale me ne favorì alcune del peso di oncie 15. Esse erano state prodotte
nei giardini di Lesa, amenissimo Borgo, situato sulla sponda del Lago, in
faccia all’Isola-bella, e famoso per la coltura dei peschi, la quale vi forma
un oggetto di speculazione importantissimo, e dove il Sig. Cav. Visconti dice
di averne raccolte del peso di oncie 18.
Non ne ho mai vedute
nè in Toscana, nè in Genova, ma ne abbiamo molte in Finale, ove io ho riunite e
le antiche piante, che ho trovate fra i nostri Amatori, e quelle che ho portate
da Milano, senza potervi riconoscere differenza. La facilità con cui prosperano
nei nostri giardini, mi fa credere che verrebbero egualmente in tutti i paesi,
ove potessero godere di un clima dolce, come è quello del Veronese, e una
coltura di orto. Ciò deve eccitare gli Amatori a propagarle, essendo senza
contrasto una delle migliori varietà di questo prezioso genere di frutti e per
la bontà, e per la bellezza.
La sola forse che rivaleggi
con questa, e che vi somigli sotto diversi aspetti, è la Duracina gialla,
che i Genovesi chiamano Gialla Agostenga, e che risponde alla Giallona
di Verona dei Lombardi, e alla Grande Cotogna dei Toscani. Essa
prende la stessa grossezza della Biancona, e la sua polpa è quasi
egualmente gentile e liquescente, ma è più precoce, e in vece dell’acido delle
pesche bianche, ha il dolce proprio delle cotogne; quindi essa è da molti
preferita alla Biancona. Io non deciderò fra le due, dipendendo la
preferenza dalla diversità dei gusti: ma farò osservare che queste due varietà
sono quelle che meritano il primato sopra tutte le pesche, perchè riuniscono
insieme e il sapore delle duracine, e la delicatezza delle spiccagnole, e vi
aggiungono di più una grossezza straordinaria, ed un’abbondanza di sugo che non
si trova in alcun’altra.
È inutile il far
parola della coltura di queste varietà. Chiunque conosce la natura del Pesco,
sentirà facilmente che il terreno proprio per la Biancona è solo il Giardino.
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testo
trascritto da Piero Belletti (Torino)