P. Pyrus Pompeiana, fructu æstivo, magno, campaniformi,
irregolari; epicarpo glabro, flavescente, maculaque purpurea velato; sarcocarpo
firmo, sapidissimo, succo gratissimo. Vulgo, Pera Campana.
Pompeiana
cognomine mammosa. Plin. Lib. 15.
Il Pero Campana è una delle varietà di
Peri le più estese, e una delle più pregiate per la sua fecondità e per la
bontà de’ suoi frutti.
L’albero viene
grandissimo, e spiega una testa rotonda regolare ed estesa.
I rami sottili,
lunghi, e flessibili, pendono tutti all’ingiro, e gli danno una fisonomia che
gli è particolare, e che lo distingue da tutti gli altri Peri.
La foglia, che è
portata da un peduncolo lungo e sottile, è quasi tonda, liscia, e di un verde
chiaro.
Il fiore si apre in
cinque petali grandi, larghi, e coloriti di un bianco sfumato di rosso, ed allega
facilmente.
Il frutto, molto
grosso nei paesi meridionali,e un poco meno nei paesi freddi, è fatto come a
campana, ma non è regolare; poichè ha un collo che ingrossa nell’avvicinarsi al
picciuolo, e sul quale si stende qualche volta con una prolungazione di polpa,
e ha la cima che degrada verso la corona, ove forma quasi una punta, ma molto
ottusa. Il corpo del frutto è rigonfio irregolarmente, e, per servirmi delle
espressioni di Plinio, è come mammellato.
La sua buccia sempre
liscia e giallognola è interrotta sovente da una grande macchia di rosso, che
nei luoghi aprichi viene vivissimo, e che ne cuopre qualche volta quasi la
metà.
La sua polpa è
croccante, di una fibra grossolana, ma gustosa, e che abbonda nella maturità di
un sugo saporitissimo.
Queste Pere non
maturano che sul declinare della state. Possono esser colte prima della piena
maturità, e serbate nella paglia: ed allora sviluppano un sugo più abbondante,
e una polpa più delicata, ma maturano quasi tutte assieme. Se poi si lasciano
perfezionare sull’albero, la loro manutenzione è più graduata, e durano più a
lungo, ma la polpa resta più rigida o si fa cotonosa, e se ne guastano molte
cadendo spontaneamente dall’albero. Il ripiego migliore è quello di farle
maturar sulla paglia, raccogliendole in due o tre riprese per graduarne la
maturazione.
Pochi Peri offrono
un prodotto così abbondante e così lucrativo. Se il soggetto, sul quale si
innesta, è un pero di seme (Pero d’armello) il Pero Campana fa una
crescenza prodigiosa. Nel Genovesato se ne vedono delle piante, che sembrano
quercie. Ne ho misurate alcune, il di cui tronco ha la circonferenza di due
metri, e la testa, che ha un giro proporzionato, s’innalza a 12 e 15 metri,
I suoi rami non sono
folti, perchè lunghi sottili, e a gemme assai distanti fra loro, e perciò non
portano la quantità di frutti che si vedono nei Peri a messe moltiplici e a
gemme frequenti e rapprossimate; ma la grandezza degli alberi, e la grossezza
delle Pere supplisce a questo svantaggio; sicchè il raccolto di un Pero Campana
nei paesi meridionali giunge qualche volta a 20 e 30 rubbi di Genova, ciascuno
dei quali equivale a otto kilogrammi di peso decimale.
Oltre di ciò, le
Pere Campane sono un frutto di serbo. Durano molto nel magazzino, e reggono ai
trasporti. Quindi sono assai ricercate nel commercio, e si pagano bene.
La loro coltura non
è diversa da quella degli altri peri. Amano i terreni di pianura; ed è nelle
vali, o nei seni terrosi delle colline che vengono della grandezza accennata.
La loro vita è
lunghissima, e non sono soggetti a inconvenienti particolari. La sola malattia
seria, a cui soggiacciono i frutti, è quella dell’annebbiamento. Quando ne sono
attaccati essi perdono tutto il loro pregio e per la deformità che ricevono
dalle macchie nere che cuoprono la buccia, e che la cangiano in quei punti in
una specie di crosta inorganica, e per la degradazione della loro polpa, che
resta in quella parte dura e legnosa, e nel rimanente granellosa, asciutta, e
di poco sapore.
Nè si conosce
rimedio ad un male, che pare prodotto dall’azione del Sole del mezzogiorno, il
quale, sorprendendo la rugiada sul frutto nella forza del suo dardeggiare, ne
brucia la buccia, e ne disorganizza il tessuto.
Il solo mezzo di
renderlo meno frequente, o meno dannoso, è quello di scegliere per la
piantagione delle località ben ariose ed esposte al Levante; perchè, se sono
ariose, il moto dell’aria asciuga i frutti prima che sieno colti dal Sole, e se
sono esposte a Levante, i raggi di quest’astro non li colpiscono che nel loro
spuntare quando non sono ancora tanto cocenti, e la loro azione, essendo più
graduata, resta meno dannosa.
La Pera Campana
è una delle pere più conosciute, e si trova in quasi tutti i paesi.
I suoi nomi però
diversificano infinitamente, in particolar modo in Italia.
I Toscani la
conoscono sotto il nome di Pera Campana. Forse esso è dovuto alla
somiglianza delle sue forme con questo instrumento. Qualunque però ne sia
l’origine, questo nome era già ricevuto ai tempi del Gran Duca Cosimo Terzo.
Difatto, ei si trova segnato alla figura che risponde alla Pera Campana
de’ nostri tempi nei quadri della R. Villa di Castello, e si trova adottato dal
Micheli nei suoi manoscritti.
I Bolognesi la
chiamano Pera Battochia. Anche fra di loro questo nome non è moderno: io
lo trovo nella Dendrologìa dell’Aldrovandi, il quale annovera la nostra pera
fra le varietà del Bolognese, e la figura alla pag. 425. Quest’Autore, seguendo
la manìa di quei tempi per l’erudizione ricercata, ripete l’etimologia del
volgare Battochio dal latino Batiocus, nome antico di un vaso da
vino, a cui suppone possa assomigliare. Ma pare più verisimile che venga
dall’italiano Batocchio che è sinonimo di Battaglio, e che
significa il pendolo con cui si suonano le campane. Esso difatto ha una grande
somiglianza colle forme di questa pera, e doveva facilmente prestarsi alla
metafora, poichè è noto che nel rinascimento dell’agricoltura le somiglianze di
forme con qualche oggetto comune, hanno servito quasi dapertutto a fissare i
nuovi nomi dei frutti, dopochè nelle irruzioni dei Barbari si erano perduti gli
antichi.
È forse in seguito a
quest’andamento naturale dello spirito umano, che i Genovesi le hanno dato il
nome di Pera Zuccotta per l’analogia che ha la sua polpa con quella
delle zucche. Così nel Vogherese e vicinanze è detta Pera Zucchè, ed è
conosciuta sotto quello di Pera Zucchetta in Faenza e in altri paesi
della Romagna.
Non è che nel
Piemonte, nel Milanese, e nel Veneziano che è conosciuta generalmente sotto il
nome di Pera Buoncristiana.
Pare che quest’ultimo nome sia ora il più generalizzato, quantunque ei sia il più arbitrario e il più vago. Esso non è adottato solamente in una gran parte d’Italia, ma è quasi il solo che sia ora ricevuto fra gli oltramontani.
I Francesi sono
stati forse i primi a servirsene. Io non so se esso sia stato applicato sin da
principio alla varietà di cui trattiamo, e ne dubito assai. Ma so ch’esso è ora
il solo ricevuto in tutta la Francia per esprimere la nostra pera, non solo dai
Pomologi e dai Pepinieristi, mai dai fruttivendoli e dai contadini.
Duhamel, che lo
applica a quattro varietà differenti, distingue quella di cui è questione
coll’epiteto di Gracioli. La Quintinie, che non ne aveva descritto che
tre, si era limitato a chiamarlo Bonchrétien d’été dando alle altre due
il nome di Bonchrétien d’Automne, e di Bonchretien d’Hyvers. Ora
non si usa più dai Pepinieristi e dagli amatori che il nome di Bonchretien,
colla sola aggiunta di estivo o di vernino per distinguere le due sole varietà,
alle quali è rimasto applicato.
La Germania pure ha
adottato questo nome quasi generalmente per esprimere la nostra pera, ed è ora
il solo che si trovi nei Pomologj di quella nazione: ma non è già esso il vero
nome nazionale, e sicuramente ne ha molti particolari, che però non si conoscono
che dai contadini e dai fruttivendoli delle rispettive provincie.
Difatto: La piazza
di Vienna è piena di Pere Campane, e non vi è alcuno fra i venditori o
fra i compratori che le conosca sotto il nome di Buoncristiane. Esse si
vendono sul mercato sotto il nome locale di Pere Blutzer, (Blutzer
Biern) forse a causa della somiglianza che hanno le sue forme con una
specie di bottiglia di terra, chiamata Blutzer, in cui si conserva la
birra.
È vero che questo è
un nome volgare confinato alle botteghe dei fruttivendoli e alle capanne dei
contadini, poichè i Pepinieristi e i Pomologi non etichettano il nostro pero
che col nome di Buoncristiano espresso in parole tedesche (Guten:
Cristien Biern).
Ma ciò appunto prova che i Pomologi di quei paesi, volendo rapportare tutti i loro frutti a quelli di Duhamel, come si è fatto con Linneo per le specie nei sistemi di Botanica, hanno adottato i nomi della sua Pomologia riguardandoli come tecnici, senza curarsi dei nomi locali che hanno considerati come volgari; nomi però ch’esistono, e che sono molto diversi da quelli dei Francesi.
Nè può essere
altrimenti trattandosi di un frutto la cui cultura è estesa in tutta la
Germania, e che perciò di deve supporre di un’introduzione antichissima. Tutti
i mercati sono pieni di queste pere: esse formano da pertutto un oggetto di
commercio per i fruttisti e vi sono riguardate come una delle varietà più
preziose e più ricercate. La differenza del clima la modifica un poco in quei
paesi, ma non già tanto da non riconoscerla facilmente per la stessa che si
coltiva in Italia.
I frutti, a dir
vero, vengono un poco meno grossi, ma conservano le medesime forme, e solo ne
differiscono nell’aspetto esteriore della buccia, che resta un poco verdastra,
nè si colorisce dal lato del Sole del bel corallino, che distingue della
Toscana e del Genovesato. La loro polpa è pure la stessa che nei nostri; e se
ha forse un poco meno di zuccherino, è in vece più sugosa, e di una pasta più
delicata e più gentile.
L’epoca della
maturità presenta anch’essa una picciola differenza tra le Buoncristiane
d’ Italia, e quelle dei paesi oltramontani, poichè in quelli, essa è più
ritardata, trovandosi queste pere nel mercato di Vienna nei mesi di Settembre e
di Ottobre, ciò che non succede fra noi dove maturano tutte dal principio alla
fine di Agosto. Ma questa è una delle variazioni che si osservano in quasi
tutti i frutti nel cangiare di clima e di località; ed è forse uno dei fenomeni
che hanno dato luogo a molti equivoci, e che hanno fatto moltiplicare falsamente
le varietà.
Majer descrive
questa Pera nella sua Pomona Franconica al n. 113. e la chiama Bon-chrestien
d’été gracioli, nome tratto da Duhamel, il quale, come abbiam veduto, gli
dà quest’epiteto per distinguerlo dagli altri due Buon Cristiani da state. La
figura che ne dà il Pomologo Tedesco non è riconosciuta così subito da un
Italiano, perchè non ha il colore delle nostre Campane; differenza che nasce in
parte dall’imperfezione di quelle stampe, che non sono colorite con molta
verità, e in parte dalla diversità reale di colore che queste pere hanno in
questi paesi; ma le forme e le dimensioni del frutteto, e la descrizione da cui
è accompagnato, non lasciano dubbio sull’identità della razza.
Non trovo egualmente
facile il distinguerla nella Pomona di Merlet. Quest’autore descrive una
ventina di pere col nome di Buoncristiane; e in tanta molteplicità di
razze certamente vi si deve trovare la nostra Campana, ma è un poco
difficile il precisare a qual corrisponda.
Il Belgio coltiva
pure il Pero Campana, che i suoi Pomologi conoscono anch’essi sotto il
nome di Buoncristiano. Knoop ne descrive due varietà come la Quintinie,
e le distingue in estiva, ed in autunnale. Io credo che non sieno in sostanza
che una sola, non presentando altra differenza nei loro caratteri che quella di
una maturità più o meno precoce, cosa, che come abbiamo osservato, è dovuta
così spesso alle località.
Nel resto, la
descrizione di Knoop combina perfettamente con i caratteri delle nostre Campane.
Egli vanta queste Pere come un frutto eccellente; ma dice che in quei paesi vi
si perfezionano molto raramente attesa la rigidezza del clima, e si lagna che
vi sono soggette all’annebbiamento; ma aggiunge che quando i tempi le
favoriscono, e che perciò vi si perfezionano, i dilettanti che le conoscono
bene, le stimano come delle razze più preziose della stagione.
L’Inghilterra
anch’essa conta la Buoncristiana estiva fra le migliori pere dei
suoi pomarj. Tutti i suoi Pomologi la descrivono sotto il medesimo nome, e le
figure che ne danno, sebbene non colorite con verità, la fanno però riconoscere
per tale. Io la trovo in Forsyth, il quale la decanta come una pera piena di
sugo e di un sapore profumato e che matura in Settembre; e la trovo nella
Pomona Britannica, che la figura al n. 2. e la celebra come una pera squisita.
Non dubito che anche
in Inghilterra essa avrà un’infinità di nomi diversi usati dal popolo: ma
siccome gl’Inglesi hanno esteso da lungo tempo fra loro lo studio della
pomologia, ed hanno preso per norma il Duhamel, così essi ancora hanno adottato
il nome di quest’autore come il solo tecnico, sopprimendo i nomi locali, che
per la loro molteplicità avrebbero fatta una gran confusione.
Ecco appunto ciò che
succede in Ispagna, ove per mancanza di Scrittori di Pomologia i nomi delle
frutte sono ancora nella lingua del popolo. Tutte le Provincie ne usano uno che
è proprio al paese, e che non è inteso nei paesi vicini. Esso è preso ben
sovente dal luogo ove il frutto è più coltivato, o da dove, o da dove lo riceve
il commercio, ma al di là di poche miglia esso varia in un modo singolare. Così
in Andalusìa la nostra Pera è chiamata Pera de Priego, perchè da un
paese di questo nome è portata in Malaga e a Cadice. Chi sa quanti altri ne
riceverà nelle numerose Provincie di quella vasta penisola!
Io non so se questo
frutto si coltivi fuori d’Europa. Probabilmente sarà conosciuto in Grecia, e
nelle coste Asiatiche del Mediterraneo, poichè il clima si presta alla di lui
coltura. Ma senza dubbio esso era conosciuto dagli Antichi, e pare che si possa
rapportare alla Pera Pompeiana di Plinio. Io mi riservo ad estendermi su
tale questione quando avrò a trattare del Buoncristiano da Inverno.
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testo
trascritto da Angela Comenale Pinto (Recco, Genova)