P. Pyrus Buon-Cristiano, fructu
hiemali, maximo irregulari; epicarpo scabro, e viridi-lutescente;
sarcocarpo granoso, succo dulcissimo. Vulgo, Buon-Cristiana da Inverno.
Pero
Buon Christiano; Porta. Pomarium, pag. 93.
Poires de Bon Chrestien. Caroli Stephani. Seminar. p. 68.
Bon Chrétien. Olivier des Serres, p. 612.
Pero
Buon Christiano. Gallo. Parimenti vi è il Pero Buon
Christiano che per essere così buono crudo come cotto, quasi ognuno ne
ha nei suoi giardini. Giornata 5. p. 107.
Bon-Chrètien
d’Hiver. Pyrus fructu maximo, pyramidato-truncato, partim citrino, partim
dilute-rubente, brumali. Duham.
n. 87. pl. 45.
Bon-Chrètien d’Hiver. Knoop. p. 88.
Bon-Chrètien d’Hiver. Variorum.
Buon-Cristiana.
Quadri della R. Villa di Castello. Quad.
2. n. 19.
La Buon Cristiana vernina è una delle Pere
più vantate dagli Scrittori di frutti, ma non lo è ugualmente dai Pomologi
pratici.
La pianta, se è
innestata sopra di un soggetto forte, si innalza piena e rotonda.
Il fiore è
abbondante e di un’allegagione facilissima.
Il frutto è
grossissimo, campaniforme, compresso alla corona, largo alla base, irregolare
nella sua superficie, la quale ora si rileva, ora s’incava, e che finisce in un
collo grosso, corto, ed ottuso in cui è impiantato il picciuolo.
La sua buccia è
grezza, ruvida, verdastra quando si coglie, e nella maturità di un giallo
sparuto, che, secondo Duhamel, si colora qualche volta di rosso da un lato.
La polpa croccante,
grossolana e granellosa, è saporitissima, e piena di un sugo dolce e grazioso.
Questa Pera si
raccoglie sul finire di Settembre, e dura sino alla fine di Aprile. È raro che
marcisca nella dispensa, ed è raro che ammezzi, ma la sua maturità è lenta e
difficile, ed è un frutto più proprio per le composte, che per essere mangiato
crudo.
Poche Pere hanno la
celebrità della Pera Buon-Cristiana, e poche vi corrispondono meno colle
loro qualità reali.
Il Ruellio è stato
il primo a descriverla, ed è stato in ciò copiato da Carlo Stefano e dal Porta.
Questi Scrittori ce
la rappresentano come un frutto prezioso per la delicatezza della polpa e per
l’abbondanza del sugo, e ne attribuiscono l’introduzione nei Pomarj di Napoli
al Re Carlo Ottavo di Francia, il quale, secondo Ruellio, ve la fece portare
nel 1495, senza che dal suo testo si possa inferire da dove l’abbia tirata.
Ecco come si esprime
Carlo Stefano.
«Pyra itaque omnium
nobis gratissima sunt, quæ vulgo Bon-Christiana cognominantur, Poires de Bon
Chrestien: non ab hoc solum quod in eximia suavitate librale pondus
acquent; sed quia tantum sunt teneritudinis, ut gustatu vel ipso ore et tantum
primoribus labris statim eliquescant, et perennent, gestatumque tolerent.
Primum quidem Neapolim usque delata Carolo Octavo ibi res gerente, a felici
illa Campania». (sic) Seminar. et Plant. p. 68.
Il Porta poi la
descrive come segue.
«Id genus puto
Neapoli dictum Pero Buon Cristiano. Inter cætera nostræ Campaniæ
præstantissimum, suavitate eximia, magnitudine et teneritate tanta, ut gustatu
vel ipso ore liquescat, perennat, gestatumque tolerat, hyeme crudum coctumque
mandimus, utique esui peroptimum, ægris innoxie præbetur, edomita acerbitate
mitescit, Neapolim delatum a Carolo Octavo hic res gerente, a nostra felici
Campania his dotibus adoptatum». Porta, Pomar. p. 93.
Questi passi ci
provano che ai tempi di Carlo Stefano o del Porta, ossia verso la metà del
secolo 16.° (1520 a 1540) si coltivava in Francia ed in Italia una varietà di
Pere distinte per la loro grossezza, dotate di una polpa liquescente e di un
gusto soavissimo, suscettibili di trasporto e di durata, e buone egualmente si
crude che cotte.
Tali qualità sono
confermate da un passo curioso di un antico Scrittore, il quale, nella
descrizione che fa della Francia parlando della Turena, dice che le Pere Buon-Cristiane,
che vi si coltivavano, erano così soavi, che il Papa, a cui furono regalate, le
mangiò avidamente coi Cardinali convitati, e ne fu così contento che non volle
che si esigesse da quel Vescovo alcun dritto per le Bolle. Ecco il suo testo:
«In Turonibus (Turena) Pyra Boni-Christiani adeo suavia ut Pontifex maximus ad
se missa cum Cardinalibus convivis avide commederit, nec quidquam accipi a suis
voluerit pro bullis a designato Turonensium Episcopo». Papirius Masso, p. 65.
Tutto questo è
d’accordo ancora colla descrizione che ne fa Olivier de Serres, il quale nel
suo Teatro di Agricoltura, annovera la Buon-Cristiana da Inverno come la
migliore delle Pere Vernine. Ecco le sue parole: «Voilà
une grande partie des noms des Poires ... mais peu sont reconnus d’un bout de
ce Royaume à l’autre, à scavoir la Bon-Chretien, et la Bergamote, leur exquise
bonté leur ayant aquis reputation ... On remarque celà, que des Poires d’Esté
l’honneur est donné à la Dorèe, de celles de l’Automne à la Bergamote, et de
l’Hyver à la Bon-Chretien». Theatr. d’Agric. p. 62.
Ma chi potrà
riconoscere delle qualità così preziose nella Buon-Cristiana de’ nostri
tempi?
Quella che io
descrivo, e che ho figurata nella Tavola annessa a quest’articolo è il frutto
di una pianta, che ho fatta venire da Chambery. Esso combina precisamente con
quelli di un’altra pianta che mi è venuta da Montpelier, e non differisce punto
dai frutti di Buon-Cristiano che ho gustati a Parigi, a Vienna, a
Torino, a Milano, a Piacenza, a Firenze, e in tutti gli altri luoghi ove si
coltivano i frutti di Oltramonte.
Da per tutto la
Pera, che si conosce attualmente sotto il nome di Buon-Cristiana vernina,
è una Pera di una grossezza straordinaria, di una somma durata, di un sugo
dolcissimo, ma di una polpa grossolana, granellosa, e senza delicatezza.
Essa è descritta
press’a poco nella stessa maniera dal Duhamel, il quale, lodandola come un buon
frutto quando è prodotto da una pianta adulta, sana e ben coltivata, confessa però
che la sua polpa è spesso grossolana e granellosa e sempre croccante
(cassante).
Anche Knopp dichiara
che nei Paesi-bassi essa non è buona che a farsi cuocere, e non potendo
combinare questa mediocrità di fatto colla riputazione che gode in Francia, o
per meglio dire presso i Pomologi, ne attribuisce il difetto al clima del
Belgio, ove, secondo lui, non acquista la perfezione di cui la crede
suscettibile.
Ora, come conciliare
le qualità della nostra Buon-Cristiana con quelle che le attribuiscono
il Ruellio, il Porta, Carlo Stefano, Papirio Masso, ed Olivier de Serres?
Una discordanza di
caratteri così decisiva ci indica chiaramente che la Buon-Cristiana di
quei Scrittori era un frutto ben diverso da quello che noi conosciamo
attualmente sotto questo nome.
Sarebbe forse quella
la San Germana de’ nostri tempi, o la Pera Spina? Oppure sarebbe
essa nei diversi Autori che la descrivono una diversa razza di Pere particolare
a ciascuno, e da per tutto distinta in quei tempi col medesimo nome?
Io non credo dovermi
ingolfare in congetture, il di cui scioglimento sarebbe altrettanto difficile
quanto privo di utilità. Osserverò solo che le varietà, che i Pomologi
Oltremontani descrivono sotto il nome di Buon-Cristiano, sono
moltissime.
Merlet ne annovera
una ventina: è vero che la Quintinie, seguitato dalla più parte dei moderni, le
riduce a tre, cioè una da State, una d’Autunno, ed una d’Inverno: ma queste
sono precisamente le stesse conosciute da noi, e non hanno alcuno dei caratteri
che i Pomologi anteriori attaccano a questo nome. Non si ha che ad esaminare le
descrizioni di la Quintinie, di Duhamel, di Mayer e degli altri Scrittori
recenti, e si vedrà che la Buon-Cristiana da State è la nostra Pera
Campana; e quella d’Inverno è la nostra Buon Cristiana, figurata
nella tavola annessa e descritta qui sopra.
Molti Scrittori si
sono divertiti a rapportare il Buon-Cristiano ai diversi Peri degli
Antichi, ed altri a ricercare l’etimologia di questo nome.
Io ho esaminate con
cura, e ho ripetuto le loro ricerche, ma mi sono convinto che altro non sono
che congetture fondate sopra di rapporti vaghi e senza base.
Mayer trova le Buon-Cristiane
nelle Voleme di Catone, che si credono le stesse delle Crostuminie
di Virgilio, e ciò sopra il semplice dato della grossezza: gravibusque Volemis.
Virg. Georg. 2. v. 37.
Dalechamp le vuole
le Pompeiane di Plinio, altri le Dolabelliane, le Regali,
le Regulari, ecc.
Tutti questi
confronti però posano sovra dati estremamente leggieri ed equivoci, giacchè le
descrizioni degli Autori Latini non consistono che in qualche epiteto nudo e
spesso applicabile egualmente a moltissime varietà.
D’altronde come mai
ricercare nei Peri dei Latini una varietà ancora equivoca fra noi, una varietà
che figura nei nostri Scrittori sotto tante forme diverse, una varietà che
nella storia dei frutti si ridurrebbe ad un nome, se non lo avessimo ora
applicato d’accordo ad una varietà vivente?
Nè si troverà un
maggior interesse nelle ricerche che si sono fatte sull’etimologia del suo
nome: il Caseneuve, il Menage, Merlet e Parcirole si sono occupati di
quest’argomento, ma le loro etimologie sono così stiracchiate e così vaghe, che
io credo inutile il riportarle.
Limitiamoci noi
adunque a determinare cosa s’intenda ai nostri tempi da’ Coltivatori e da’
Pepinieristi sotto il nome di Pero Buon-Cristiano da Inverno, e quali
siano le qualità di questa varietà.
Egli è ciò che ho
cercato di fare colla figura che ne ho data, e colla descrizione che
l’accompagna.
L’una e l’altra sono
d’accordo con quelle di Duhamel, e cogli esemplari che si coltivano nei nostri
giardini e in quelli d’oltramonte.
Possono esse quindi
servire di guida agli Amatori per distribuirli nelle loro collezioni, e per dar
loro nei Pomarj il posto che loro appartiene.
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testo
trascritto da Vitaliano Biondi (Reggio Emilia)