PERO ANGELICO
P. Pyrus Angelica, fructu autunnali,
mædio, oblongo; epicarpo flavescente, maculisque rubentibus puntato; sarcocarpo
tenero, succoso, gustu gratissimo. Vulgo, Pera Angelica.
Pyra
Angela. Aldrov. Dendr. pag. 388.
Pera
Angelica. Quadri di frutti della Real Villa di Castello. N.
10.
Il
Pero Angelico è una delle varietà più preziose del suolo Italiano.
I suoi rami si
elevano dritti, e gli danno una forma piramidale.
La sua foglia,
picciola e liscia, ha la forma di un cuore rovesciato, di cui la punta serve di
base, e nella cui parte superiore s’impianta il picciuolo.
Il fiore è formato
di petali larghi e bianchi, e allega facilmente, quando non è abbruciato dalle
nebbie.
Il frutto è oblongo, tondeggiante sulla corona, poi rilevato irregolarmente, e degradate in seguito in un collo, che gli dà la vera forma della pera.
La sua buccia è
giallognola nella maturità, ma sfumata di un rosso vinoso, che nel lato del
Sole si spiega in tante macchiette rotonde punteggiate di grigio, che risaltano
singolarmente, e che la distinguono da tutte le altre pere conosciute.
La polpa è bianca,
gentile, butirrosa insieme e croccante, e piena d’un sugo abbondante e
saporito, che la rende graziosa, e la fa gareggiare colle pere più squisite.
La Pera Angelica
comincia a maturare sul finir di Settembre, continua tutto l’Ottobre, e qualche
volta giunge ancora alla metà di Novembre. Ne ho mangiate a Milano anche in
Decembre, ma ciò è raro, e forse fu dovuto alle circostanze di qualche località
particolare del Veronese, da dove provenivano.
Le sue belle forme e
il suo colorito, graziosamente rilevato dalla punteggiatura singolare, che lo
distingue, la mettono nel primo rango fra le Pere. Ma ciò che la rende più
preziosa è la sua bontà: non conosco altre pere che vi possano stare al
confronto fuor che la Butirra bianca e la Passatutti: esse sono
le sole che la superino in sapore e in delicatezza, ma l’eguagliano appena in
abbondanza di sugo e in durata.
L’Angelica succede
alle Pere Spadone; è contemporanea per un certo tempo delle Butirre
bianche Autunnali, delle Butirre grigie e delle Pere Pistacchine,
e precede le Spine, le Luise, le Bergamotte, le Passatutti,
le Spadone d’Inverno o S. Germane, e le Virgolose.
La sua grossezza ordinaria è quella dell’individuo, che si è figurato, ma ne ho vedute delle molto più grosse nel Modenese, in Bologna, e nelle Marche. Alcuni pretendevano che esse constituissero una varietà particolare. Io però ho trovato in tutte le medesime forme, la medesima pasta, e lo stesso gusto, ciò che mi fa credere che questa grossezza sia piuttosto l’effetto del clima e del terreno, che una differenza di varietà.
Pochi Peri sono così
fertili come l’Angelico: esso di fatto provvede per più mesi le piazze
dei paesi ove è coltivato, e somministra una quantità immensa di frutti anche
al commercio. Pare però che nei luoghi marittimi ei sia soggetto alle nebbie.
Nel mio Pometo il suo fiore non allega sempre felicemente, e i suoi frutti sono
qualche volta annebbiati.
L’Italia è
ricchissima di queste Pere: le ho trovate in abbondanza nella piazza di Roma,
ove vi sono portate dalla Sabina, e dall’Umbria: esse continuano a vedersi in
tutta l’alta Toscana, e cuoprono per molti mesi in Autunno il mercato di Firenze.
Chi crederebbe che
esse siano sconosciute nel Pisano, nel Lucchese e nel Pesciatino, paesi così
vicini ai sopraccennati, e così fertili in ogni specie di frutti?
Eppure non ve l’ho
mai vedute, quantunque abbia passati due Autunni in quei contorni, ove mi sono
occupato quasi esclusivamente a ricercarne, e studiarne i prodotti.
Il Genovesato non le
conosceva nemmeno pochi anni sono: esse vi si coltivano ora, ma solo da alcuni
amatori, e vi sono un frutto di nuovo acquisto.
Usciti dal
Genovesato, non si trovano più pere Angeliche sino ai confini dello
Stato Veneto. Sono conosciute nel Piemonte, nel Monferrato, nelle ricche
colline dell’Oltrepò, e persino nel Siccomario, che è il Pomaro del Milanese.
Quelle, che si vedono nella piazza di Milano, vi sono portate dal Veronese, e
se qualche amatore le coltiva nella bella Brianza, o nei paesi deliziosi, che
circondano i due laghi, ciò non è che da poco tempo.
Il Bresciano è il
primo paese ove la Pera Angelica ricomparisca sul mercato: essa diventa
abbondantissima nel Veronese, nel Vicentino, nel territorio di Treviso, e nel
Padovano, ma vi perde il suo nome, e lo cangia in quello di Pero Fico.
Egli è perciò sotto
tale denominazione che si conosce dai fruttaioli di Milano, e da quelli di
Venezia, ove però è alternato con quello di Angelica.
Dal Padovano questa
varietà si estende nel Pollesine e nel Ferrarese, ma in nessun luogo è tanto
comune quanto nel Piacentino, ove riprende il nome di Angelica, e nel
Modenese, ove cangia in quello di Pero Cedro.
In tutti questi
paesi vi è di un’abbondanza straordinaria, e vi prospera tanto, che vi prende
sovente una grossezza doppia della comune.
Tale egualmente si
vede nel Bolognese, nella Romagna, e nelle Marche, ma non più sotto il nome di Pero
Cedro: riprende dapertutto il nome di Pera Angelica, meno nel
Faentino, ove lo cangia in quello di Pera Limona.
La coltura del Pero
Angelico è antichissima in Italia. L’Aldrovandi nella sua Dendrologia
lo annovera fra i peri del Bolognese; e sebbene scrivendo in latino, si
serva del nome di Pyra Angela, pure non vi resta luogo a dubitare della
sua identità colla nostra Angelica, perchè la figura, che ne ha data, vi
risponde perfettamente.
Forse che l’Angela
dell’Aldrovandi era la Citria del Celidonio, e la Limonia
del Tanara. Abbiamo veduto che questi nomi sono dati anche attualmente a
questa pera, il primo nel Modenese, e il secondo nel Faentino.
Io non trovo il nome
di Angelica nelle giornate del Gallo, ma lo trovo nei manoscritti del Micheli,
e nei quadri di frutti della R. villa di Castello, ove essa è figurata al N.
10. e dove si riconosce per l’Angelica de’ nostri tempi.
Non è così facile a
decidere se essa sia conosciuta dagli Oltramontani. Il suo nome si trova in
tutte le Pomone: ma non è certo che le descrizioni, e le figure, che lo
accompagnano, non corrispondono sempre alle qualità, che distinguono la Pera Angelica,
che si coltiva in Italia.
Il primo scrittore
in cui si incontri il nome di Pera Angelica è il Bauchino,
copiato poi e citato dal Tournefort: ma le sue descrizioni non combinano
colle qualità dell’Angelica Italiana. Essa non può caratterizzarsi fructu
parvo coloris obturioris, come l’Angelica parva N. 46. di Bauchino,
nè fructu flavo aromatico subausteno, come l’Angelica magna N.
49. di questo autore.
Io mi trovo nello
stesso imbarazzo per rapportarla alle Pere Angeliche di Duhamel: quanto
a quella, che questo Pomologo distingue coll’epiteto di Bordeau, non vi
è bisogno di analizzarne la descrizione per riconoscerla come un frutto
diverso: la figura che l’accompagna ne testifica la differenza. Quanto poi all’Angelique
de Rome, che non è figurata, non si può rapportare alla nostra, poichè è
descritta come una Pera vernina, che matura in Decembre, Gennajo e Febbrajo.
Nè per determinare
le mie idee su di ciò io mi sono limitato al solo esame delle Pomone nel
silenzio del gabinetto: io ho cercato a rischiarar questo dubbio, nel lungo
soggiorno che ho fatto in Francia, coll’esame materiale de’ frutti di quei
mercati, e di quelli degli amatori: ma non mi è mai stata presentata una Pera,
che rispondesse all’Angelica Italiana. Lo stesso mi è accaduto in
Vienna, ove non ho trovato che la varietà di Duhamel.
Esse sono le sole
che s’incontrino nelle Pomone Inglesi. Io le trovo descritte in Milleredin
Forsitk. In questi autori non solo esse conservano il nome Francese, ma vi sono
dichiarate come Pere vernine e mangiabili in Febbrajo ed in Marzo. La Pomona
Herfordiensis, la Britannica, e la Londinensis non ne hanno neppure il nome.
Tali pure sono le Angeliche
della Pomona Austriaca. Essa ne figura una alla tavola 157, e copia il nome, e
la descrizione del Pomologo Francese. È quella la sola, ch’io abbia potuto
trovare a Vienna nei Pomarj di Schoenbrun, e presso gli altri pomologi.
Si osserverà
facilmente la stessa cosa nella Pomona Franconica di Mayer. Questo autore
descrive una Pera Angelica, e la pone fra le Pere croccanti nella quarta
famiglia; ma la figura e la descrive in modo, che si riconosce anche essa per
l’Angelique de Bordeaux dei Francesi.
Quella di Knoop
presenta più di analogia di qualunque altra coll’Angelica Italiana. È
vero che quest’Autore non la riguarda come un frutto di pregio, cosa che non
combinerebbe; ma ciò può derivare da difetto di clima, perchè quello del Belgio
non si presta, siccome lo confessa l’Autore, alla sua perfezione.
La sola fra le pere
delle Pomone Oltramontane, che trovi corrispondere all’Angelica
Italiana, è la Die Sorellen Birn di Sicler. Essa si riconosce specialmente
nelle due figure che si trovano alla tavola 15. N. 119. le quali presentano le
medesime forme e le punteggiature rosso-brune, che formano uno dei caratteri
più distintivi dell’Angelica Italiana.
Da tutto questo mi
pare di poter conchiudere che la nostra Angelica può essere conosciuta
da qualche Pomologo al di là delle Alpi, specialmente dopo che il Sig. Martin
Bourdin si è dato a raccogliere nelle sue pepiniere alcuni frutti Italiani; ma
che però essa forma una varietà diversa dalle Angeliche di Duhamel, e
che per conseguenza noi possiamo arricchirci reciprocamente, facendone il
cambio.
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testo
trascritto da Oriana Porfiri (Urbaisaglia, Macerata)