MELO
CARPENDOLO
P. Malus Carpendolo
fructu brumali spherico, in basim compresso; epicarpo e-viridi ferrugineo,
in maturitate crispo; sarcocarpo carnoso, tenero, sacharato, gustu gratissimo.
Vulgo, Mela Carpendola.
Capenduta.
De Courpendu. Carlo Stefano. Pomar. p. 53.
Itali
Calamila. Idem.
Veneti
Calamania. Id.
Poma
Capendue. Ruellius.
Canamele. Porta, pag. 71.
Court-pendu. Olivier de Serres, p. 609.
Curtipendula. J.
Bauhin. T. 1. p. 21.
Curtipendula
Gallorum. C. B. P. 433.
Pomi
Calamani. Gallo, Giornata 5. p. 108.
Capendinum minus quod Curtio Capenduum. Jonst.
Capendu.
Duham. n. 38. pl. 13
Courpendu. Link p. 13. n. 108. Lüeder, p. 30. 11. 31. Geofroy,
Mat. Med. n. 1200. Batty Langley. Pom. pl. 75. f. 1. Munckhausen. T. 3. p. 316. Manger, n. 76. p. 46.
Pomi di Campania. Gmelin.
Curpauda grigia. Quadri della
R. Villa di Castello, Quad. 9. n. 16
Curtipendolo. Nome in uso in Italia
scrivendo.
Carpendù. Nome volgare del Piemonte e del
Genovesato.
Il Melo Carpendolo è uno dei Meli più
apprezzati nella classe delle Mele a polpa carnosa. Forma un albero alto,
ramoso, e rotondo, che si carica regolarmente di fiori, e gli allega
facilmente.
Il frutto ha una
grossezza media: è compresso alla base, e non è rilevato alla corona: ha una
forma regolare semisferica, e pende da un picciuòlo
corto e sottile.
La
buccia è verdastro-ruginea, qualche volta sfumata di rosso ma di rado, liscia
quando si coglie, ma che si aggrinza nella maturità, senza cangiar di colore.
La polpa
è carnosa, ma fina, tenera, delicata, e dolcissima: il suo punto di maturità è
indicato dall’aggrinzamento della buccia, e in questo caso la sua polpa divien
floscia, e cede al tatto senza ammaccarsi, ciò che è l’effetto d’una specie di
elasticità che le è propria in questo stato, e che la rende delicatissima: il
sugo è grazioso, aromatico, e senza vena di acido.
Pochi
Meli godono la riputazione del Carpendolo.
Io non
ardirei decidere se fosse coltivato da’ Latini. Gli eruditi, che vogliono
trovare nei Geoponici antichi tutto quel che si conosce da noi, lo hanno
rapportato al Melo Cestiano di Plinio.
Non
credo però che vi sia alcun dato plausibile per istabilire un tale rapporto.
Ciò che è
sicuro si è che questo nome è conosciuto da molti secoli dai nostri Geoponici.
Il
Ruellio è il primo che lo nomini, e Carlo Stefano dopo di lui ne dà una
descrizione esattissima: non se ne trova cenno nel Porta, che ha scritto poco
dopo, se pure non vi è designato sotto un nome diverso.
Si trova
però menzionato costantemente da tutti i Botanici che sono venuti in appresso
dal Ruellio ai Bauchini, e da tutti i Pomologi tanto Francesi, quanto Inglesi e
Tedeschi, quantunque le loro descrizioni non combinino sempre fra di esse, come
non combina quella di Duhamel coi caratteri della Carpendola dei nostri Pomarj.
Non è
perciò che questo frutto non sia antichissimo anche in Italia, e forse tanto
antico quanto in Oltramonti.
Basta
leggere la descrizione che ne fa Carlo Stefano per riconoscere che ai suoi
tempi esso era coltivato in Roma, ed in Bologna sotto il nome di Mela
Calamila, e in Venezia sotto il nome di Mela Calamanna, ciò che
farebbe congetturare che fosse la Mela Cannamele del Porta.
Ecco il
passo di Carlo Stefano.
«Pomorum
omnium quae apud nos reperiuntur, longe commendatissima sunt quae vulgo Capenduta vocantur; de
Courpendu: fortassis Curtipendia sive Curtipenda apellanda, a
pediculi e quo dependent brevitate, ut ipsi veluti arbori in haerere videantur,
et e ramis sine pediculo prodire. Itali Calamila appellant quasi omnium
optima praesertim circa Romam et Bononiam. Nam Veneti corrupte Calamania
vocant. Saporis sunt admodum jucundi et odoris gratissimi, in tanta suavitate
minime fugacia, magnitudine media, colore, cum maturuerunt, luteo». Pomar. p.
53.
Di fatto anche al
presente i Veneziani la conoscono sotto il nome di Calamanna, nome che
si trova pure nel Gallo, il quale la vanta come una delle Mele più delicate e
di maggior durata.
Devo solo osservare
che in alcuni paesi del Veneziano questo nome è dato alla nostra Poppina,
e che in alcuni altri l’ho trovato applicato ancora alla Renetta.
I Toscani però
conservano quello di Carpendola, o Curtipendola, e nei quadri
della R. Villa di Castello, vi si ritrova al n. 16. sotto il nome di Curpanda
grigia.
Che che ne sia però
del Carpendolo dei nostri antichi Pomologi, è sempre certo che quello
che conosciamo al presente sotto questo nome è uno dei Meli più apprezzati, e
più comuni in tutta l’Italia settentrionale, e specialmente nel Piemonte, ove
non è podere che non lo conti fra i frutti prediletti del suo Versiere, e dove
si trova in profusione in tutti i Mercati.
È vero che non è
così comune nell’Italia meridionale, cioè da Nizza sino a Napoli, perchè in
questi paesi si coltivano a preferenza le Mele a polpa croccante, come sono le Mele
Carle, le Mele Lazzerole, le Mele Francesche, e simili: ma è
certo però che è conosciuto anche in quesi paesi, nei quali, se vi si coltiva
poco, vi è ciò non ostante in abbondanza, vendendosi in tutti i Mercati come un
frutto proveniente dalle Valli Settentrionali dell’Appennino.
Il Gmelin dice di
averlo trovato in Roma sotto il nome di Pomo di Campania.
Io l’ho trovato
quasi da per tutto sotto quello di Carpendolo.
Gli Amatori
cominciano a coltivarlo anche fra noi: io ne posseggo diverse piante che ho
tratte dal Piemonte, le quali mi producono benissimo, e i loro frutti sono
tanto buoni quanto quelli dell’Appennino.
Gli eruditi hanno
voluto cercare l’etimologia del nome Carpendolo, ed hanno creduto trovarla
nella dimensione del suo picciuolo, scegliendo fra le diverse modificazione che
ha ricevute questo nome nei tanti paesi ove è in uso, quella di Curti-pendolo
o Court-pendu.
Ma chi conosce come
si formano i nomi presso del popolo si convincerà facilmente che questa è una
congettura, che non ha fondamento, mentre il picciuolo della Carpendola
non è certo più corto di quello della massima parte delle altre Mele.
La Carpendola
è senza contrasto una delle migliori fra le Mele.
Io la
riguardo come la prima dopo la Renetta nella classe delle Mele a polpa
carnosa, siccome la Carla è la prima fra le Mele a polpa croccante.
È un
frutto che dura tutto l’Inverno, e che è buono egualmente e per mangiarsi
crudo, e per farne delle composte.
La sua
coltura non differisce da quella degli altri Meli. È una varietà gentile che
non si ottiene che coll’innesto, e questo si pratica sopra il Melo spontaneo o
sopra il Cotogno: il primo è preferibile per avere degli alberi a gran
prodotto, come il secondo lo è per le piante nane, e per quelle tenute a
spalliera.
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testo trascritto da Anna Ferro (Borgosesia, Vercelli)