MELO
CARLO
o MELO
FINALINO
P. Malus Finariensis
fructu brumali turbinato, suavissime odorato, epicarpo glabro nitido partim
flavescente partim eleganter rubente maculisque ochraceis demum consperso,
sarcocarpo albo delicato, gustu gratissimo. Vulgo, Mela Carla.
Il Melo di Finale, detto ancora Melo
Carlo, è una varietà indigena nel Territorio di Finale in Liguria, ove è
stata ottenuta di seme.
L’Albero
in gioventù è di forma piramidale, ma si sparge nella vecchiezza, e si forma
quasi a foggia di globo.
La
foglia è larga, di un verde vivo di sopra, e di sotto di un vellutato fino e
bianchiccio.
Il
Fiore è bianco, leggermente variato da una sfumatura di color di rosa.
Il
Frutto regolarmente turbinato, qualche volta orbicolare, ha una grossezza più
che mezzana nella specie delle Mele. La sua buccia è liscia, tinta nel fondo di
un giallo cereo, che la rende come lucente, e di aspetto elegante.
La
polpa finissima, brillante alla vista, morbida al senso, e nello stesso tempo
croccante, è fragrante, saporita, e sugosa.
Il
torso formato, come nelle altre Mele, di cinque cellule membranose, racchiude
dei semi bislunghi, appuntati, coperti di una scorza cartilaginosa, e
contenenti una mandorla bianca, e leggermente amara.
La Mela
Carla si raccoglie sul finir di Settembre, e si serba sino alla primavera,
maturando gradatamente, e successivamente nella stagione invernale. Essa ha il
vantaggio sopra le altre Mele vernine, di esser mangiabile e grata, sino dal
primo momento che si raccoglie, e di sviluppare consecutivamente nel diversi
gradi della sua maturità delle qualità differenti, che le danno un pregio
diverso. In Ottobre è di un verdastro giallognolo, coperta da un lato di un bel
rosso di rosa, a polpa croccante, piena di sugo e di un sapore forte. Essa
sviluppa in Novembre una fragranza che assomiglia un poco a quella
dell’Ananasso, e la sua polpa prende un sapor più gentile. In seguito il color
verdastro si volta in un bel giallo cereo, e si cuopre sovente di qualche
macchia di ruggine pallida: il rosso diviene allora meno vivo, o si perde, e
l’odore svanisce o resta appena sensibile: la polpa diventa morbida senza
cessare di essere fina, e non perde del suo sapore che al ritorno della
primavera.
A
quest’epoca la Mela Carla si risente del movimento della natura, e sebbene si
conservi mangiabile anche sino all’autunno successivo, diviene però
raggrinzita, ed insipida.
È
sicuro che la Mela Carla è la migliore di tutte le Mele. Io non ne conosco
alcuna che l’eguagli in bellezza, in delicatezza di polpa, in finezza di
sapore, ed in fragranza. Essa propriamente è fatta per mangiarsi cruda, ma non
lascia di essere eccellente anche cotta, e nel Genovesato se ne fa grand’uso
per gli ammalati, cuocendola lentamente sulla brace. Il più singolare però dei
pregj di questa Mela si è quello di esser propria a farne dei gelati, che
prendono il gusto dell’Ananasso al segno di fare illusione. Basta per ciò il
disfarla e unir la sua pasta a un poco di buccia di Limone. Ho avuta
l’occasione di farla conoscere a Parigi a molti dei più illustri Pomologi di
quella città, e tutti hanno convenuto della sua preminenza sopra qualunque
delle Mele conosciute.
Si
è tentato di naturalizzare questa varietà in diversi paesi, ma non se ne
conosce ancora bene il risultato. È stata mandata al Re di Spagna Carlo III.
dal Conte Prasca di Finale, e vive nei Pomarj di Aranjuez. Io ne ho mandati dei
saggj e degli innesti a Vienna a S. A. I. l’Arciduca Ranieri, e credo che si
trovi a Schöembrun. Ne sono state spedite pure delle piante a Milano, a Napoli
e a Parigi, ed hanno già cominciato a dare dei frutti. Si pretende però che in
nessun luogo questa Mela venga così perfetta come nel paese, ove è indigena:
ciò che è certo, si è, che in Finale solamente essa è coltivata in grande, e
che da questo solo paese se ne fa un commercio, provvedendosene tutto il
Genovesato, Nizza, Marsilia, Barcellona, Cadice.
Da
alcuni anni essa vive in Toscana, e se ne possono vedere delle piante in
Firenze presso il Sig. Giovanni Fabroni Direttore di quella Zecca, a
Montefoscoli nelle belle coltivazioni dell’illustre Professore Vaccà, a Pisa
nell’Orto Bottanico, e nel Giardino della casa Lomellini in via della Faggiola.
Ama
questa pianta un clima piuttosto dolce, ma non troppo marittimo, ed in Finale
stesso non prospera bene se non che nell’interno delle vallate. I frutti che si
raccolgono nel pendio opposto dell’Appennino verso il Piemonte, sembrano avere
una polpa meno delicata e meno fragrante. Essi hanno la maturità più ritardata,
siccome quelli che vengono in Napoli vi riescono, a quanto si dice, un frutto
Autunnale.
Viene
bene nei terreni umidi, egualmente che negli asciutti; ma nei primi i frutti
acquistano un maggior volume, a scapito del gusto e della fragranza, e nei
secondi queste qualità non si sviluppano che in frutti più piccoli: un mezzo
fra i due estremi si è quello che è preferibile.
La
coltura, che si dà a questo Melo, è la medesima che si esige per i Meli delle altre
razze. Si innesta sopra il salvatico in tutti i modi conosciuti: se il soggetto
sottoposto all’innesto è di una certa forza, il domestico cresce prestissimo, e
dà dei frutti sino dal secondo anno. Il maggior nemico di questo Melo è un
Bruco, che corrode l’interno del fusto. Esso si scuopre facilmente dalla
segatura di legno che esce dal foro che vi ha lasciato, e allora si uccide
introducendo una verga in questo foro e spingendola sino al punto ove si trova
l’insetto. Con questo mezzo la pianta è salvata.
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testo
trascritto da Giacomo Nervi (Toirano, Savona)