FIORE DEL LAZEROLO

 

Il Lazerolo è una delle poche fra le piante fruttifere che la Natura ha dotato di una fiorazione successiva, procedente cioè da un germoglio novello, e preceduta perciò dalla fogliazione.

Quindi le gemme, che guarniscono i rami, sono tutte foglifere; nate nella primavera antecedente nelle messe dell’anno, cresciute nella state, e perfezionate nell’autunno, esse sbocciano sul finir dell’inverno, ma si aprono tutte in germoglio.

Così il Lazerolo comincia a verdeggiare prima di sbocciare un sol fiore, e forma la primizia dei giardini colla sua fogliazione, nel medesimo tempo che il Mandorlo ne forma il primo ornamento colla sua fioritura.

Le foglie del Lazerolo sono già spiegate in Febbrajo: in Marzo il germoglio si distende, e nell’Aprile si converte in una messa di due a cinque nodi guarniti di foglie e di gemme, e termina in punta con un gruppetto di bottoncini che si aprono in fiore, e allegano sul finire del mese. Tale è l’economia della fiorazione del Lazerolo, il quale perciò si distacca in questo interamente dalla massima parte delle piante fruttifere, e diversifica in qualche circostanza anche dalla Vite. Nell’una e nell’altra i fiori sono prodotti dalla messa novella, e le gemme che si formano per la vegetazione dell’anno successivo sono tutte ramifere: ma la messa della Vite getta il grappolo in una gemma laterale, e continua ad allungarsi, nel mentre che il Lazerolo finisce la messa col fiore. Da questo ne vengono i tralci lunghissimi con cui lussureggia la Vite, e i ramicelli sempre corti che distinguono il Lazerolo; siccome nasce da questo la disposizione angolare di questi ramicelli che sortono sempre da un lato, e che perciò formano un angolo col ramo in cui sono impiantati, e danno ai rami del Lazerolo una forma di zigzag che lo singolarizza.

La fioritura del Lazerolo è dunque l’ultima, all’eccezione di quella della Vite, nella classe delle piante fruttifere a foglia caduca, e precede quella delle piante a foglia persistente, come l’Arancio e l’Ulivo: essa si spiega sul finire dell’Aprile, e riesce più piacevole nel mezzo del verde che ricuopre la pianta.

Pochi alberi hanno una fiorazione così costante e una fioritura così felice: se la pianta è situata in un terreno adattato, quasi ogni messa porta in punta il suo corimbo, e molte hanno di più dei corimbi secondarj o dei fiori isolati nelle gemme che precedono la terminale; e se non è disturbata da qualche straordinaria meteora, questi fiori allegano quasi tutti.

Ogni corimbo contiene da tre a quattro fiori, portati da un picciuolo più o meno lungo, il quale sorte o immediatamente dall’ascella di una foglia, o da un gambo comune che forma la cima della messa, e che si suddivide in più gambi che hanno quasi il carattere di tanti pedicelli secondarj. Questi picciuoli sono dritti, legnosi, articolati alla loro inserzione sulla messa, e formanti una continuazione di tessuto col calice che vi è sovrapposto. Quindi essi sono caduchi, e quando il frutto giunge alla maturità, le nervature che gli legano alla messa si contraggono, le articolazioni si sciolgono, si staccano spontanei, e cadono insieme al frutto che reggono, nel mentre che invece il calice è persistente, nè si stacca dal peduncolo che lo porta, senza l’azione di una violenza esterna.

Il fiore è composto di cinque petali bianchi, di 15 a 20 stami, e di un pistillo diviso in due, che perisce nell’allegagione. Il calice su cui posa tutto quest’apparato, è quello che diventa frutto, ed è dentro di questo calice che si chiude l’ovaio. Quindi quando il fiore è allegato, ha l’apparenza di un fiore fallito, perchè non presenta che un picciuolo verde che finisce in una testa piatta come la testa di un chiodo, senza offrire alcun indizio di ovaio, e coperta solo dal resto degli stami e dei pistilli, che vi rimangono sopra secchi e senza vita: ma la persistenza di quest’organo secondario e dipendente, rassicura l’agricoltore. Quando il fiore non allega, il picciuolo che lo porta avvizzisce, si contrae nelle articolazioni che lo attaccano alla messa, e cade, perchè la Natura che lo ha destinato a sostenere il frutto, lo abbandona dal momento che questo perisce. Se ciò non succede, è segno che quest’organo non è ancora inutile al voto della Natura, e che il fiore che portava è allegato, perché non si dà vita in quest’organo senza che esista un embrione crescente, che è quello per cui è formato, e per cui vegeta. Di fatto la testa piatta, che sormontava questi picciuoli, comincia tosto ad ingrossare, e in pochi giorni essa presenta un corpo carnoso, ovale al di sotto, concavo in cima, e coronato da un disco quinquefido, che è il resto del calice, e che forma col tempo la corona del frutto.

Tale è l’economia della fiorazione del Lazerolo: essa è tanto diversa da quella delle altre piante fruttifere, che meritava d’essere specialmente conosciuta, ed è perciò che abbiam creduto di dovervi consecrare quest’articolo.

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testo trascritto da Piero Belletti (Torino)