FIORAZIONE del GIUGGIOLO (1)

 

La Fiorazione non è la stessa in tutte le piante, e pare che in generale i caratteri che la distinguano si riducano a due, sui quali ho stabilita una divisione coi nomi di fiorazione immediata, e di fiorazione successiva.

La fiorazione immediata è quella delle piante che svolgono il fiore nella gemma dell’anno antecedente, cioè a dire nella gemma che si è formata col formarsi del ramo nella primavera precedente, che è cresciuta nella state, e che maturata nell’inverno si trova preparata alla produzione da una vita di un anno.

La fiorazione successiva invece è quella dei vegetabili, i quali non preparano nei rami che devono continuare la pianta per l’anno successivo che delle gemme ramifere, ma che producono le gemme fiorifere nei rami nuovi dell’anno, e le svolgono subito e le allegano e le portano a frutto.

Nella prima classe si incontrano la maggior parte degli alberi fruttiferi come il Pero, il Melo, il Ciliegio, il Pesco e cento altri.

Nella seconda si trova la Vite e poche altre piante più singolari come il Lazzerolo e il Fico.

Il Giuggiolo non appartiene nè all’una nè all’altra di queste due divisioni.

Ei getta in primavera nei nodi, ma getta egualmente e nei nodi di formazione nuova dell’anno, e nei nodi di formazione antica che suddividono i rami delle cacciate antecedenti, e di più le messe che sbuccia sono di due sorti.

Le une sono legnose e hanno i caratteri delle ramificazioni ordinarie che accrescono annualmente gli alberi: sono grosse, cilindriche, liscie, prima verdognole, poi di un rosso bruno, piegate a zig-zag, e divise in nodi spessi e guarniti di due spine ineguali, una lunga e quasi diritta, e l’altra corta e ricurva: queste messe seguono press’a poco la medesima economia delle messe ramifere delle altre piante, ma sortono di rado, e non se ne contano annualmente che una o due per branca, ossia per ramo principale, e ben sovente nessuna.

Le altre sono fogliacee, e sono quelle che cuoprono l’albero, lo rendono fosco e fronzuto e servono alla fruttificazione. Nell’anno della cacciata, esse si svolgono sui nodi che si vanno formando nei rami nel loro allungarsi, e hanno per nutrice una foglia, e per custodi due spine. Negli anni successivi esse spuntano nei nodi delle cacciate anteriori, ove sono nate e perite le loro sorelle del primo anno sopra una protuberanza legnosa che contiene le gemme estinte degli anni antecedenti, e nascono a fascetti di  due, tre, e quattro per gruppo. La forma e la fisonomia che presentano le confonde con i ramicelli, e tutti le considerano per tali: sono composte di un nervo lungo, sottile, verde-biancognolo, diviso in nodi alterni come i rami, e guarnito in ciascun nodo di una fogliola ovale-oblunga, liscia, verde, rilevata da tre nervature e leggiermente dentellata nel lembo, e nella cui ascella si formano le gemme fiorifere, nello stesso modo che si formano nei nodi delle messe ramose. Queste gemme si svolgono in tanti bottoncini picciolissimi giallicci, qualche volta solitarj, più spesso riuniti a due e più insieme, ed attaccati al petiolo comune della foglia con dei peduncoletti appena visibili. Aperti in fiore, presentano la forma di una stelletta piatta giallognola, contenente un calice quinquifido, colorato interiormente e tagliato a lobetti puntuti, sul quale si spiegano cinque petaletti picciolissimi, concavi, inseriti fra le divisioni del calice, più stretti e un poco più lunghi delle divisioni medesime, e dentro questi cinque stami opposti ai petali, sostenuti da dei filamenti più corti di essi, sormontati da antere rotonde e circondanti un pistillo impiantato nel mezzo di un disco carnoso, orbicolare, e colorato, con un ovaio superiore insenato nel disco e finito da due stili corti astimmati ottusi, il quale ovaio si converte in una drupa ovale e rotonda contenente sotto una polpa carnosa un nocciolo biloculare a logge monosperme.

Tali sono i fiori del Giuggiolo e le foglie fiorifere che li portano: esse sortono in Aprile, si allungano in Maggio, sbocciano i fiori in Giugno, allegano in Luglio, e gli maturano in Settembre; e sino a qui, queste foglie somigliano a tanti ramicelli, e seguono l’economia ordinaria di tali organi, come nelle altre piante.

Ma nel venir dell’inverno esse spiegano dei caratteri che lor sono proprj, e che nell’escluderle dalla classe dei rami le fanno passare in quella delle foglie.

Le messe delle altre piante formano di loro natura una continuazione della sostanza legnosa e del tessuto corticale dell’albero, e perciò sono persistenti, nè si possono distaccare che colla violenza. Nel Giuggiolo le messe di cui parliamo non tengono alla protuberanza legnosa da cui escono che pel mezzo di alcuni nervetti interni, che ve le attaccano, ma che sono divisi da una articolazione somigliante a quella del petiolo delle foglie ordinarie, la quale interrompe la continuazione del tessuto, dimodochè quando questi nervetti che le alimentano si disseccano, esse si staccano senza lacerazione, e cadono.

La cicatrice della loro inserzione resta sulla protuberanza che le portava, e ne aumenta il volume; ma si dissecca come quella delle foglie degli altri alberi, ed ha al suo lato le nuove gemme che si sono formate sotto la protezione della messa che ha fruttato nell’ascella del suo gambo, e che, cresciute nella state e da essa nutrite, compariscono già mature nell’autunno, e rinnovano poi nella successiva primavera il corso naturale della vegetazione fruttifera di questa pianta.

In tal modo, la protuberanza che la natura ha messa nei nodi fra le due spine va ingrossando ogni anno, e forma col tempo un tubercolo legnoso e rilevato che contiene le cicatrici secche delle gemme estinte degli anni antecedenti, e le nuove gemme che vi si formano ogni anno, e continua con tale sistema a rinnovare nel medesimo punto senz’allungarsi la vegetazione annua dell’albero sino ch’ei vive.

Ed ecco la ragione per cui il Giuggiolo ha una crescenza così lenta. Egli fruttifica ogni anno sul medesimo luogo, e può lussureggiare di una fogliazione ricchissima e di una fruttificazione abbondante senza crescere una linea in lunghezza.

La crescenza in dimensione è riservata ai rami propriamente detti, e dei quali abbiamo già fatto cenno. A questi è confidata dalla natura la prolungazione annuale dell’albero, ma la semplice sua prolungazione, poichè senza di essi egli vegeta e si cuopre di frondi e di frutti per un tempo indefinito.

Quindi i veri rami non sortono annualmente che in pochissimo numero, e in certe annate non ne sorte alcuno. Ordinariamente essi escono dalle punte delle grosse branche più forti, e specialmente dalla centrale, più di rado dalle laterali, e qualche volta ancora dal legno come i rami succhioni; ma io ho veduto alcune di queste branche vegetare per molti anni e fruttificare senza mai mettere un ramo. Quando li mettono, essi sortono con molta forza, e si suddividono nell’allungarsi in molte branche; ingrossano straordinariamente nell’anno medesimo della cacciata, e si guarniscono subito ai nodi di gemme e di foglie fiorifere che compiscono nella state medesima tutta la rivoluzione delle altre.

Tale è l’economia vegetale di questa singolarissima pianta. I Botanici avevano ben osservato che vi è una differenza fra le messe conservatrici che prolungano l’albero, e le messe produttrici che portano i frutti; ma le avevano considerate ambedue come rami, non accordando il carattere di foglie che alla fogliole laterali, nell’ascella delle quali sbucciano i fiori, senza far caso di quelle più grosse che nascono nell’anno della cacciata sui nodi del ramo in proporzione che si formano, le quali sono sfuggite intieramente alla loro osservazione, siccome si riconosce particolarmente nella descrizione che ha data di questa pianta il Sig. La Marc nell’Enciclopedia Metodica.

Se avessero osservato che le messe conservatrici che sortono di tempo in tempo dai rami sono le sole che sieno persistenti e che prolunghino la pianta, nel mentre che le altre sono caduche, si sarebbero allora avveduti che le prime constituiscono i veri rami, e che le seconde altro non sono che foglie composte, le quali, per una singolarità rimarchevole, sono dotate di gemme fruttifere nell’ascella delle loro fogliole, e mettono in esse i loro fiori.

Questo carattere forma un’eccezione nel sistema generale della vegetazione, ma non è meno reale per ciò; ed è altrettanto più da rimarcarsi, in quanto che porta seco delle altre eccezioni, che distinguono in diversi altri punti la vita vegetale del Giuggiolo. Le più singolari sono quelle che concernono l’economia della gemmazione.

Tutte le piante rinnovano annualmente la loro testa; e il punto legnoso che ha frondeggiato in un anno, resta nudo nel successivo, o serve solo di base alla prolungazione ramosa, destinata esclusivamente alla nuova fogliazione o all’emissione del fiore.

Il Giuggiolo non segue questo sistema che negli anni che precedono la pubertà. Appena la sua testa è compiuta e i suoi rami sono capaci di fruttificare, egli arresta la sua crescenza, o la limita a pochi punti dell’albero, e ristringe la sua vegetazione a mettere delle frondi e dei frutti. Così la testa dell’albero non si rinnova mai intieramente, nè in una volta: essa si estende a riprese e lentamente, e invece la porzione che ha frondeggiato nei primi anni della sua virilità continua a frondeggiare sino alla morte, e le foglie fruttifere che si rinnovano ogni anno, come quelle delle altre piante, escono sempre nel medesimo punto, e guarniscono sempre il medesimo ramo e il medesimo nodo.

Quando dico che escono sempre nel medesimo punto, non intendo già di parlare di un punto matematico, ma di un punto fisico che cresce ogni anno in grossezza, e che si cangia col tempo in un tubercolo ovale molto grosso, sul quale si generano ogni anno delle nuove gemme a lato di quelle che si sono allungate in foglia, e vicine alle già estinte che l’hanno portata negli anni antecedenti, e di cui restano le cicatrici.

Ed ecco un’economia tutta propria nella natura e nelle funzioni delle gemme. I rami del Giuggiolo non portano mai gemme fruttifere: esse si formano ogni anno nell’ascella delle fogliole della foglia che si spiega in primavera, e mettono immediatamente il fiore, e perciò non sono mai nè cieche nè infeconde, perchè si aprono appena nate, allegano sempre, e non vivono al di là della maturità dei frutti.

Le gemme ramifere invece si formano, come nelle altre piante, nei nodi del ramo, e conservano per molti anni la facoltà di sbocciare e di allungarsi in ramo, ma non hanno un’uscita annuale, nè sono necessarie alla vita dell’albero. Le gemme fogliacee sono le sole essenziali nel Giuggiolo, e la loro uscita è periodica, ma si acciecano col compimento della fruttificazione, e si riproducono sullo stesso punto da se medesime, come fanno le gemme dei bulbi di cui seguono l’economia sui rami, nel medesimo modo che quelle lo fanno nella terra.

Io non so se esista altra pianta dotata di una fiorazione così singolare. Forse si troverà eguale o consimile nelle altre specie di Giuggioli riportate dai Botanici, e poco conosciute perchè non ancora introdotte in Europa. Tra noi non ne conosco che una sola che vi abbia dell’analogia, ed è quella di una varietà di Ciliegio, fenomeno ancora più strano, e che deve imbarazzare i Fisiologi. Il Ciliegio progressifloro è quello che presenta questa singolarità. Esso è dotato di un doppio sistema di fiorazione, e dopo di aver gettati dei fiori nelle gemme dell’anno antecedente, i quali maturano nel tempo in cui si aprono quelli degli altri Viscioli, ne getta degli altri nei nodi della cacciata dell’anno in proporzione che si formano nel suo allungarsi, e li mette sulla punta di una sorte singolare di ramicelli che vi si svolgono e che somigliano in ciò alle foglie fiorifere del Giuggiolo, e che come quelle sono caduchi.

Se il Ciliegio progressifloro formasse una specie, il fenomeno non sarebbe che singolare, ma formando esso una varietà del Visciolo, è difficile il concepire come possa deviare così fortemente dai caratteri normali della specie, e prenderne uno tutto nuovo e così contrario a quelli del tipo. Pure non vi è dubbio che il progressifloro è figlio del Visciolo, e che perciò i suoi caratteri non possono essere che modificazioni di quelli di questa specie di Ciliegio.

Non vi sarebbe che l’ibridismo che potesse toglierci dall’imbarazzo in cui ci mettono questi fatti; ma nulla annunzia in questa pianta l’influenza di un miscuglio straniero, nè si conosce una specie con tali caratteri che abbia affinità col Visciolo.

Quali dunque saranno le cause che danno luogo a questa singolare deviazione? Certamente esse stanno nella natura e nelle circostanze delle molecole elementari che costituiscono i sessi, e negli accidenti della loro combinazione. Noi non ne possiamo conoscere nè i modi nè le leggi, ma abbiamo in questi fatti un esempio della latitudine accordata dalla natura alle modificazioni, a cui possono essere soggetti i corpi organizzati nella loro riproduzione per seme.

 

(1) I Botanici hanno distinti due fenomeni nel fatto della vita dei fiori, e Linneo gli ha espressi con due parole diverse. Il primo è il tempo dell’emissione dei fiori, ed è stato chiamato col nome di Fiorescenza (Efflorescentia). Il secondo è il modo con cui i fiori sono impiantati sul ramo, e questo ha ricevuto il nome di Infiorescenza (Inflorescentia). «Efflorescentia est tempus mensis quo singulæ species plantarum primos flores ostendunt». Lin. Phil. Bot. p. 272. … «Inflorescentia est modus quo flores pedunculo plantæ annectuntur quem modum florendi dixere antecessores». Lin. Phil. Bot. p. 112.

Ne restavano altri due, cioè l’atto dell’emissione dei fiori e della loro apertura, e il sistema che segue la pianta nella loro formazione relativamente alle altri parti della vegetazione e al suo insieme.

Il primo avea un nome nella lingua sociale ed è quello di Fioritura. Il secondo non ne avea alcuno nè nella lingua sociale, nè in quella della scienza. Io dunque ho dovuto formarmelo ed ho scelto quello di Fiorazione.

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testo trascritto da Piero Belletti (Torino)