FIORE del CILIEGIO AMARENO

o VISCIOLINO

 

Il Fiore dei Ciliegi presenta sempre gli stessi caratteri botanici tanto nelle due specie primitive (Ciliegio e Visciolo), quanto nelle razze secondarie, che si sono formate successivamente, mediante l’azione replicata degli agenti meteorologici sopra gli elementi della concezione. Così egli è sempre lo stesso e nelle Duracine e nelle Tenerine, nei Visciolini e nei Viscioloni. In tutti egualmente ei consiste in una corolla quinquepetala sostenuta da un calice quinquefido, nel cui centro sorge un ovaio circondato da 20 a 30 stami, il quale si cangia dopo la fecondazione in una drupa sugosa contenente un nocciolo osseo in cui si trova il seme. Le differenze che colpiscono l’occhio quando si osservano i fiori di queste piante diverse consistono nei rami o nella disposizione delle gemme.

Nel Visciolone i rami sono corti, duri, irti, e a nodi rapprossimati; quindi i fiori sono disposti intorno al ramo a gruppetti così vicini tra loro, che si formano come a mazzetto.

Nel Visciolino invece i rami sono lunghi, sottili, flessibili e divisi in nodi molto distanti gli uni dagli altri; e i fiori, restando separati dall’intervallo dei lunghi internodj, compariscono rari, e divisi. Nell’uno e nell’altro però essi conservano le medesime forme, sortono egualmente dalle gemme dell’anno antecedente, si aprono nella stagione medesima e allegano presso a poco nel medesimo tempo.

Il mulismo è il solo stato che porti eccezione a questa regola: i mostri che ne provengono sono tutti diversi tra loro anche nei caratteri essenziali: esseri accidentali e irregolari, combinazioni fortuite dovute al disordine, e che non si sostengono che per la sola forza di affinità, essi non svolgono nè possono svolgere che forme abbozzate e bizzarre: quindi i loro caratteri variano secondo che variano le proporzioni e gli accidenti dei principj elementari che gli combinano. Io ne ho veduti dei diversissimi, e più se ne vedrebbero se l’innesto non ne sopprimesse la massima parte.

Il Ciliegio Progressifloro (cerasus semper florens. L.) ne offre un esempio nella singolarità della sua fiorescenza. Nelle piante in istato normale è immediata e simultanea: nel Progressifloro invece essa è di due sorta: i primi fiori si aprono simultaneamente in Primavera nella gemma dell’anno antecedente come in tutti i ciliegi ordinarj, ma sono seguiti da una seconda emissione di fiori più piccioli, che sortono dalle gemme di certi ramicelli singolarissimi, i quali si spiegano coi primi fiori, si allungano gradatamente, e mettono successivamente e progressivamente per più mesi dei fiori continui, che nascono e allegano in tempi e stagioni diverse, e cadono poi coi ramicelli che gli portano, i quali nella loro inserzione nel ramo sono articolati come le foglie. È questa una mostruosità di una natura ben strana, ma è una mostruosità individuale, che si moltiplica solo per suddivisione col mezzo dell’innesto, e che è accompagnata ordinariamente dalla sterilità.

Molti altri esempj e sempre varj ne presentano i Ciliegi a fiore mostruoso: ho veduto delle piante che producevano i fiori a corolla verde, formata di petali numerosi diseguali e quasi fogliacei, portanti pochi stami di grandezza maggiore degli stami ordinarj e un ovaio informe; e ne ho vedute delle altre, i di cui fiori consistevano in una moltiplicità di petali bianchi, occupanti tutto il disco del calice senza alcuno stame e senza pistillo.

Il Sig. Turpin, nel descrivere i Ciliegi a fior doppio che ornano i giardini di Parigi, dice che presentano nel Ciliegio proprio (Merisier) in luogo di pistillo due foglie libere, laminate, dentate, verdi, e la di cui nervatura mediaria nell’allungarsi al di là del disco rappresenta lo stilo, e termina con uno stigma obliquo laterale ed esteriore. Nel Visciolo invece (Cerisier) l’individuo di Parigi si mostra più complicato, e sembra appartenere alla classe dei fiori proliferi, mentre spiega nel mezzo un articolo assifero finito in due foglie riunite, intorno alle quali sortono degli stami rudimentali e dei petali spiegazzati, e nel cui centro s’innalza un secondo articolo che produce una sola foglia terminata come la prima da uno stigma.

Diverse ancora sono le mostruosità del Cerasus polygyna, del Multiplex, del Persicifolia, del Sessiliflora descritte da Decandolle nel suo Prodromus, e diverse saranno sempre quelle che andranno comparendo di tempo in tempo se si moltiplicheranno le piante di seme.

Tutti questi capricci, che non sono proprj nè al Ciliegio nè al Visciolo, e che possono svolgersi indifferentemente nell’uno e nell’altro, sono tutti individuali e diversi fra loro, perchè non sono caratteri appartenenti alla specie, ma forme fortuite dovute alla mostruosità originaria del germe da cui proviene la pianta che le svolge. Ed ecco una delle difficoltà che imbarazzano di più nel sistema delle trasformazioni per eccesso di nutrizione, egualmente che in quello delle trasformazioni per spossamento o per tendenza a ritornare alla loro prima destinazione.

Se i fiori tutti fossero l’effetto di una sorte di spossamento necessario ai fini che la Natura si propone negli estremi germogli, mediante il quale gli stessi organi che si sviluppano in messe ed in foglie, si cangiano poi in petali, in stami, in pistilli, e sopra gli stami, per uno spossamento ancora maggiore in antere, come lo pretende il mio illustre amico, il Sig. Turpin, nella sua bella Opera dell’Iconografia Vegetale; e se le mostruosità che si sviluppano in questi fiori fossero dovute alla tendenza naturale che hanno i due sistemi di organi che costituiscono il fiore a ridivenir quelli che compongono le gemme dei germogli di continuità (Icon. Veg. p. 112 e 113), queste trasformazioni, invece di essere sempre diverse, sarebbero al contrario uniformi e regolari, e seguirebbero delle leggi determinate.

Ma noi vediamo che le piante nate perfette sviluppano tutte costantemente i germogli da una determinata sorte di gemme, e i fiori da un’altra sorte diversamente conformata, e gli sviluppano sempre con caratteri uniformi, regolari e simmetrici, nel mentre che invece le piante nate mostruose gli sviluppano ciascuna con un sistema proprio e di forme diverse più o meno capricciose, ma sempre confuse e irregolari.

Mi rincresce di non poter essere d’accordo in questo punto con un Botanico così distinto; ma la mia ragione non giunge a concepire come mai un organo, le forme del quale sono determinate primigeniamente, possa cangiarle nel prolungarsi. Se è accordato, come credo, che la prolungazione che ha luogo nella vita vegetale, mediante la nutrizione, altro non è che un’assimilazione di elementi omogenei ai moduli già esistenti nel punto di prolungamento, come mai si potrà concepire che possa questa prolungazione svilupparsi in forme nuove che non hanno alcun principio? Sono idee che implicano contradizione; nè si intenderà mai da alcuno come nello stato normale per la sola forza di una nutrizione soprabbondante (Turp. p. 113, 114) le fogliole del calice di certe rose si sviluppino in foglie composte somiglianti a quelle situate al di sotto nei rami, e che i filetti degli stami, allargandosi ed affamando le antere, di cui producono l’aborto (e ciò per eccesso di nutrizione), divengono altre foglie corollari chè doppiano i fiori: ma si intenderà facilmente, come nella concezione, una sproporzione degli elementi sessuali possa alterare la combinazione normale di un germe, e ridurla ad una composizione mostruosa legata solo dalle forze di affinità, e i di cui prodotti di loro natura mostruosi egualmente, non svolgono nè possono svolgere che delle forme capricciose, diverse sempre in ciascuna combinazione, e quasi sempre accompagnate dalla sterilità.

Si sono già create tante ipotesi per ispiegare questo mistero, e se ne potranno crear delle nuove; ma, in ultima analisi, dopo aver errato di sistema in sistema bisognerà finalmente posarsi nella teoria del mulismo. (1)

Quand’ancora essa non si riconoscesse ridotta ad una verità matematica dalle esperienze che ho istituite a questo proposito, e che ho esposte nella prima parte del mio Trattato sul Citrus, essa resterebbe sempre una verità razionale, perchè è la sola che presenti una connessione regolare di cause e di effetti, la quale soddisfà l’intelletto, e lega insieme i fenomeni con i principj.

 

(1) Il sistema delle mostruosità per eccesso di nutrizione era stato adottato dai Fisiologi, e si trova consecrato in molti articoli del Nuovo Corso completo di Agricoltura stampato da Deterville a Parigi nel 1809, il quale contiene il deposito delle cognizioni umane sulla fisiologia vegetale a quell’epoca; ma, dopo la pubblicazione della mia Teoria del Mulismo, ei pareva abbandonato; e i più illustri Botanici hanno chiamata l’attenzione dei Fisiologi sulle mie idee, siccome apparisce specialmente da diversi articoli inseriti nel Nuovo Dizionario di Scienze Naturali stampato a Parigi, e da un’osservazione che il più grande de’  Botanici, il Sig. Decandolle, ha inserita a questo proposito nella sua Teoria della Botanica (pag. 199).

Il signor Turpin è stato fra i pochissimi che hanno persistito nell’antica opinione; e nella sua Iconografia Vegetale l’ha complicata con una teoria tutta nuova, senza combattere la mia, quantunque non gli fosse ignota, avendogli io fatto omaggio del mio libro quando lo pubblicai, ed essendosi trovato presente nel 1810 quando ebbi l’onore di sviluppare le mie idee all’Instituto di Francia.

Più generosa è stata la condotta di un illustre fisiologo Italiano, che ha persistito egualmente nella sua opinione. Il Sig. Professore Pollini, dissentendo dei miei principj, gli ha combattuti francamente in una Lettera che ha diretta al nostro comune amico, il Conte Rizzo Patarol di Venezia, e che fu pubblicata nella Biblioteca Italiana di Milano. Egli ha fondati i suoi raziocinj sopra l’esempio di alcune piante a fior doppio che ha osservate nei luoghi ove erano state fatte delle carbonaie; e vedendo un effetto vicino ad una causa, ha creduto di poterli legare insieme senza riempire l’intervallo che gli separava, e senza far calcolo delle altre cause e degli altri effetti che vi si incontrano uniti.

Se avesse potuto asserire che i fiori della maggior parte delle piante che vegetano presso le carbonaie diventano doppj, e che ciò non ha luogo giammai nelle piante che vivono in luoghi sterili, il suo argomento, sebbene di semplice induzione, avrebbe potuto avere una qualche forza: ma non solo egli si è limitato a ristringere il fenomeno a pochi casi, ma non ha detto mai di aver verificata la natura dei fiori che avevano preceduti i doppj nelle piante ove li aveva osservati, per poter essere sicuro, che prima dell’eccesso di nutrimento che avevano ricevuto da quel carbone, esse gli sviluppassero semplici. Senza provare questo stato di normalità anteriore della pianta, è impossibile lo stabilire la pretesa trasformazione, o per meglio dire, la sostituzione dei doppj a quelli che sino a quell’epoca erano usciti semplici. Le piante osservate, potevano essere nate con quella disposizione alla mostruosità, e aver dati i fiori doppj prima che fosse fatta la carbonaia vicina; e in quel caso il carbone non ne sarebbe stato la causa.

Io non so cosa si possa rispondere a questo ragionamento, nè come si possa declinare dalla grande obbiezione che presenta l’inefficacia degli ingrassi i più concentrati, che l’industria dei giardinieri impiega giornalmente colle piante di ornamento senza che mai si sia ottenuto con questo mezzo un solo fior doppio, nel mentre che tanti se ne sviluppano anche senza coltura.

Quando si passa dall’esame dei fatti all’esame dei raziocinj la questione diventa ancora più semplice. Per metterla nel suo vero giorno bisogna distinguere l’idea di aumento in sviluppo da quella di sostituzione di organi. L’eccesso di nutrizione può produrre il primo, e in questo caso un fiore di un millimetro di dimensione potrebbe acquistarne due, continuando però a sviluppare lo stesso numero di petali, la stessa quantità di stami e il suo pistillo; tutte queste parti ne risentirebbero dell’aumento di nutrizione, e si avrebbe un fiore di una grandezza straordinaria, ma non cangerebbe però di natura, e sarebbe sempre semplice. Il fenomeno della doppiezza presenta invece una vera sostituzione di un organo ad un altro: gli stami e il pistillo spariscono in tutto o in parte, e sono rimpiazzati da un’emissione di tessuto vegetale che varia in ogni individuo, e che per lo più prende la forma di petali. Ora, la surrogazione di un corpo, avente un’organizzazione determinata, ad un altro tutto diverso, non può essere chiamata col nome di sviluppo, nè può esser mai attribuita ad un aumento di nutrizione.

Se il sistema della nutrizione non regge nè in fatto nè in raziocinio, tanto meno potrà sostenersi quello dello spossamento, e meno ancora quando si presentano riuniti, come nelle opere del Signor Turpin (Annales du Museum d’Hist. Nat. et Iconographie Vegetale).

Il ripetere tutte le forme possibili da un unione di glandolette similari, (la globuline) e pretendere che queste si trasformino, senza esservi condotte da una legge di natura determinata e attiva, in tanti organi tutti diversi, cangiando sempre senza regola, o per eccesso di nutrizione, o per spossamento, o per caso, è un dare un’anima alla materia, è un attribuirgli una potenza organizzatrice che Iddio non ha accordata nemmeno agli esseri intelligenti.

Se ciò potesse aver luogo, la Natura tutta sarebbe un mostro, e non vi sarebbe più nè specie, nè generi, nè caratteri determinati nel regno organico.

Per evitare questo disordine il Creatore ha limitata la causa delle mostruosità alle combinazioni irregolari degli elementi sessuali, e ha condannati i suoi prodotti alla sterlità: è questo uno dei tratti che mostrano più particolarmente la saviezza della creazione, e l’ordine ammirabile che regna nelle sue operazioni.

______________________

testo trascritto da Mimma Pallavicini (Donato, Biella)