FIORE
del CILIEGIO PROPRIO
La
Fiorazione del Ciliegio proprio non presenta le differenze che distinguono
quella del Ciliegio Visciolo, nè segue nelle modificazioni a cui è
soggetta, i caratteri della fruttificazione.
Ad eccezione delle
diversità secondarie che riguardano le dimensioni e il colorito, il fiore del Ciliegio
proprio si ripete cogli stessi caratteri in tutte le razze che ne
derivano.
Quindi noi ci
limiteremo a dar la figura del fiore del Graffione, che è la principale
di queste razze, sicuri che i Pomologi troveranno in esso tutto ciò che
riguarda la fiorazione della specie.
Il Ciliegio
proprio è diviso dagli Agricoltori in quattro diversi ciliegi, che alcuni
riguardano come specie distinte, ma che in sostanza portano i caratteri di razze
costanti, ossia di fisionomie di famiglia.
Le due prime
comprendono le Ciliegie conosciute in Italia sotto i nomi di Duracine e
di Tenerine, o più generalmente di Graffioni e di Lustrine,
altrimenti dette anche Acquaiole.
Esse corrispondono
ai Bigareaux e alle Guignes dei Francesi, e sono considerate,
anche in Francia come due divisioni del Merisier (ciliegio proprio).
Le Duracine
si distinguono per la consistenza della loro polpa, che è dura, carnosa e
dolcissima. Le Tenerine invece contengono una sostanza molle ed acquosa
che è più gentile, ma che ha meno sapore. Queste qualità variano all’infinito
nei diversi individui che nascono di seme, e formano una gradazione di varietà
che si avvicinano nei loro estremi, ma che appartengono sempre o all’una o
all’altra delle due razze principali, e che perciò sono sempre classate o fra
le Duracine o fra le Tenerine: In mezzo a tutte queste modificazioni
una se ne osserva, che presenta qualche importanza, e che dà luogo ad una
suddivisione; è dessa il colore del frutto. In generale il rosso è il colore
esteriore della Ciliegia tanto nella Graffione che nelle Lustrine,
e il bianco è il color della polpa; ma esistono delle varietà nelle une e nelle
altre, che sono nere all’esterno e all’interno; e sebbene ve ne sieno anche fra
queste delle intermedie, il color principale però conserva sempre un certo
dominio, e ne fissa la classe.
Quindi il Ciliegio
proprio resta diviso in quattro razze conosciute sotto i nomi di Graffioni
rossi e Graffioni neri, e di Lustrine rosse e Lustrine
nere.
Non si può fare una
classe a parte nè delle Ciliegie bianche, nè delle gialle: esse
hanno la polpa bianco-giallognola come le rosse, nel mentre che le nere
hanno nera anche la polpa e il sugo che contiene. Il color della buccia è
variato nelle bianche dall’azione diversa del Sole, e nelle gialle
da un’organizzazione propria originaria nel seme; ma queste differenze non sono
che intermedie fra gli estremi, e non oltrepassando i caratteri principali
della razza ne formano evidentemente delle dipendenze. È
questa la classificazione naturale del Ciliegio: essa è fondata sopra il
frutto, perchè è il frutto che presenta dei caratteri assai costanti e assai
decisi per servire di distinzione. Il fiore non vi entra per nulla: è lo stesso
in tutte le razze, nè ha alcun rapporto colle differenze che distinguono i
frutti: noi dunque lo esamineremo in genere.
Il Ciliegio è
munito di due sorta di gemme, le une a rami e le altre a fiori.
Le gemme a rami si svolgono in un germoglietto composto di un gruppo di
foglie, il quale, se è nelle punte, si allunga in messa, ed è destinato alla
continuazione dei rami, e se è nei nodi laterali ingrossa senz’allungarsi, e si
lega in legno per servire alla fruttificazione futura, ma in questo caso non
forma che un solo nodo e quasi senz’internodio.
Le gemme a fiori
sono tutte laterali, e circondano il ciuffetto fogliaceo prodotto dalla gemma a
rami e che termina tutte le messe dell’anno antecedente. Queste gemme si aprono
in un pedicello da cui escono uno, due, tre o più fiori portati ciascuno da un
picciuoletto lungo e sottile, e composti di un calice quinquefido, di una
corolla divisa in cinque petali bianchi, e di un pistillo circondato da venti a
trenta stami, il quale si cangia in una drupa acquosa a noce subrotonda che ne
forma il frutto: esse, compita la loro destinazione, spariscono, e non lasciano
che una cicatrice appena visibile nel punto in cui erano situate. Gli Agronomi
Francesi ne annoverano una terza specie, che distinguono col nome di Gemme
foglifere (boutons a feuilles),
perchè suppongono che non producano che sole foglie. Io confesso che non sono
riescito a scuoprirle, e penso che coloro che hanno creduto di vederle, abbiano
preso per tali i ciuffetti fogliacei che escono dalle gemme laterali, i quali,
non formando che un solo nodo, si allungano così poco, che sembrano semplici
aggregati di foglie piuttosto che germoglj.
Ciò che mi conferma
in questa supposizione è il vedere che il Sig. Bosc, che stabilisce questa
terza specie di gemme, incontra poi in un altro equivoco, il quale è appunto la
conseguenza di questo. Egli asserisce che i fiori del Ciliegio proprio (merisier) si sviluppano sul legno di
due anni, e che quelli del Visciolo (cerisier)
sortono dal legno dell’anno antecedente (nouveau
cours complet d’agriculture &c. art. cerisier).
Ora, per ammettere
un tale supposto, bisogna dimostrare che il punto da cui sbucciano le gemme
a fiori appartenga al ramo vecchio, e che non esista intermediariamente un internodio
(meritallo del sig. du petit-thouars)
appartenente all’ultima cacciata, e guarnito di un nodo gemmifero.
Chiunque però vorrà esaminare con attenzione il fenomeno, riconoscerà
facilmente l’esistenza di questo corpo intermedio, e si convincerà che è un
vero ramicello, quasi applicato al legno, perchè formato nell’anno
antecedente dal piede del ciuffetto fogliaceo che guarniva quel nodo, avente
tutti i caratteri di ramo, e portante un gruppo di gemme corrispondente alle
foglie che lo coronavano.
In principio di
economia vegetale le gemme di ogni sorta si formano ciascun anno nei nodi della
cacciata, e si aprono poi nel successivo per compiere la loro destinazione,
Questo sistema non ha eccezione nemmeno nelle piante a fiorazione successiva,
come la Vite, il Fico, il Lazzeruolo, ec. perchè in queste, sebbene una parte
delle gemme della cacciata si apra subito in fiori o in feminelle,
le gemme ramifere però si van perfezionando nella state, nell’autunno e
nell’inverno, e sbocciano poi nella primavera successiva o si accecano. Sta
dunque in massima che la cacciata dell’anno è destinata a preparare quella del
successivo, e che ogni gemma nasce in primavera, si perfeziona dalla state
all’inverno, e si sviluppa nella primavera successiva, senza mai protrarre la
sua vita come gemma al di là delle tre stagioni.
Quelle che si
sviluppano, se sono ramifere, si stendono in messe e persistono,
e se sono fiorifere o periscono subito, o si convertono in frutti che
vivono: ma i nodi sui quali si erano formate, perdono intieramente la facoltà
di riprodurne delle nuove in quanto alle fiorifere, e non conservano
quella di metterne delle ramifere che per eccezione, e in seguito di un
rigurgito di vegetazione. Sono in questo caso le gemme che producono i rami
succhioni, e quelli che sbocciano in tutti i sensi nei rami o nel tronco
quando è reciso al di sopra. Io non saprei ben determinare se questi getti
sieno tutti embrioni fissi provenienti da punti vitali ordinarj
che la Natura ha messi nei nodi e che vi restano inattivi sino a che una
forza qualunque gli determini a sbucciare, o se siano il prodotto di punti
vitali avventizj, che si formino alla circostanza anche negli internodj
quando i sughi riproduttivi si trovano determinati forzatamente in quel luogo.
Dirò solo, che la facoltà di cui godono le piante fruttifere di svolgere delle
gemme nei rami di più anni è limitata alle sole gemme ramifere. Ho
vedute delle albicocche e delle mele situate sul tronco nudo dell’albero
crescere e maturare, ma ho riconosciuto che la gemma che le aveva prodotte, era
sempre figlia di un picciolo germoglio uscito l’anno antecedente dal legno, e
appena visibile, perchè composto di un solo nodo e di un cortissimo internodio.
L’ulivo è fra le
poche piante che conservano, dormenti, delle gemme fiorifere,
perchè conserva per due anni le foglie che le alimentano, ma la loro vita non
eccede che di pochi mesi quella di queste foglie; e se non si sviluppano nel
secondo anno, cioè a dire, poco dopo la caduta della foglia che le
accompagnava, si obliterano, e perdono la facoltà di germogliare, Quelle poi
che hanno fiorito restano cieche appena che è caduto il fiore o il frutto, e il
nodo che le portava non ne mette mai più. È questo ciò che ho veduto. Lascio
poi agli Agricoltori Botanici a ripetere le mie osservazioni, e a giudicarle.
Nel resto i fiori
del Ciliegio, precedono la fogliazione: si aprono in Marzo, e quando le
foglie cominciano a distendersi, già sono allegati, e abbandonano la loro
corolla. È rarissimo che il Ciliegio manchi di gemme fiorifere, ed è
raro che non alleghino: la sola varietà che faccia eccezione a questa regola,
per ciò che riguarda l’allegazione, è il Ciliegio a fior doppio: ma è
questo un mostro che esce dall’ordine della Natura: io mi riservo a parlarne
nell’articolo del fiore di Visciolino.
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testo trascritto da Roberta e Alessandro Tortonese (Sant’Olcese,
Genova)