FICO FETIFERO

o FICO DALL’OSSO

 

Ficus carica sativa, bifera, folio sæpius quinque-lobato, Grosso oblongo pyriformi fæmineo sterili, cortice partim ex-rubro nigricante, partim virescente, sæpe in se ipso confuse reflesso, monstruoso, Ficu aliquando simplici aliquando grossis simili, magnitudine minori, pulpa dulci melliflua. Vulgo, Fico Fetifero, o Fico dall’Osso.

 

Il Fico Fetifero è un frutto che riunisce alle qualità di un buon fico, uno dei fenomeni più curiosi del mulismo.

La pianta è bifera. Sul cominciar della primavera le gemme che si sono formate nel ramo dell’anno antecedente, si aprono parte in messe e parte in frutti.

Le messe si allungano in rami, e si guarniscono nei nodi di nuove gemme e di piccioli fichi che vanno a maturar nell’autunno. I frutti invece ingrossano subito, e maturano dei fichi estivi, ossia dei fioroni.

Il Fiorone del Fico dall’osso è un frutto più grosso del fiorone del Fico nero, e più picciolo di quello del Datto: è oblungo, campaniforme, terminato da una coda lunga e sottile, coperto di una buccia nericcia, rigata longitudinalmente da una quantità di coste rilevate, e contenente dentro di sè un corpo carnoso, della stessa natura del fico, spuntante fuori della corona, e che sembra un fico che sta per uscire dall’altro.

È questo il ricettacolo stesso del fiorone, che si ripiega al didentro, ove cresce, e cerca di svilupparsi, ma che, potendolo, vi forma come un fico spiegazzato e irregolare, il quale si mostra all’orifizio della corona, che in questo caso è straordinariamente grande, e come aperto.

La polpa di questo fiorone è composta, come negli altri fichi muli, d’un inviluppo carnoso pieno di miele, e impiantato internamente all’intorno di una quantità di filetti polposi, portanti in punta un granellino vuoto: è dolce e saporita, e fornisce in Agosto dei frutti pregiati quanto i Fichi neri e i Dotti.

I secondi Fichi non si distinguono dai primi che per la grossezza, che è sempre minore di quella dei fioroni. Nel resto essi hanno le medesime forme e il medesimo gusto, e presentano gli stessi fenomeni.

Il più singolare fra questi è quello di dare dei frutti di due sorta: gli uni sono semplici, campaniformi, coperti di una buccia verde-giallognola, e striata di violaceo: gli altri sono divisi in due, uno dei quali sembra uscire dalla bocca dell’altro, e aventi perciò due colori diversi. Gli uni e gli altri sono privi di corona sull’occhio, cioè a dire, mancano di quel giro squammoso che distingue in quasi tutte le varietà l’occhio del fico, e così questo resta come aperto, e forma quasi un buco nel quale si distingue un ripiegamento interno della parte carnosa del ricettacolo, la quale in alcuni è internata nel buco, e vi forma come un concavo, e in altri si contropiega e si mostra all’orifizio dell’occhio quasi un secondo fico che stia per sbocciare dal primo.

I Fichi semplici sono più piccioli, e non annunziano alla vista il fenomeno che contengono, a meno che non si osservino dalla parte dell’occhio: ma i fichi doppj lo annunziano colla loro forma che offre l’aspetto di due fichi, uno sbocciato dal seno dell’altro e lo contengono poi come i semplici nell’incavatura dell’occhio, ossia della corona.

La prima porzione del ricettacolo, che comincia al picciuolo, e termina alla metà del frutto, è del colore del fico semplice, verdastro-giallognola e screpolata, e finisce con un giro squammoso che abbraccia la seconda porzione, e che sembra un’espansione delle squamme della corona.

La seconda porzione, che comincia dalla metà del frutto, e termina coll’occhio, è più grossa, rigonfia verso la cima, ove s’appiattisce, e coperta di una buccia nero-violacea, che fa un contrasto grazioso con quella dell’altra porzione.

Tali sono all’esteriore i caratteri dei due Fichi che compongono il Fico Fetifero: essi si somigliano ancora di più nell’interno. Quando si aprono, si trova che esiste in ambedue sotto dell’occhio un corpo carnoso, che è una prolungazione del ricettacolo ripiegato al didentro, e rivolto in maniera che la sua parte esterna, ossia la buccia, resta interiore, e ne forma il concavo, e la parte interna che contiene la polpa resta rovesciata, e ne forma l’esteriore.

Non è, come si è creduto, un secondo fico che sbuccia dal primo, ma una prolungazione del primo ripiegata entro se stessa, e che, tendendo a crescere e a svilupparsi, e non potendolo, forma come un fico spiegazzato e irregolare, e sembra un aborto.

La polpa di questo corpo informe, che è rivolta al di fuori, si combacia con quella del resto del ricettacolo, ed è quasi priva di granelli, e poco polputa, ed è della stessa natura di quella del resto del frutto. I filetti che la compongono sono sottili, delicati, involti in un miele rossiccio che gli cuopre, e gli rende morbidi, dolci e saporiti.

Non tutti però questi fichi sono sempre mostruosi, nè la proporzione fra i mostruosi e i semplici è sempre la stessa: essa varia di ramo in ramo, e di anno in anno; e lo stesso ramo che in un’annata si cuopre di Fichi Fetiferi, non produce nell’anno seguente che dei Fichi semplici.

Così si osserva una grande varietà anche nelle forme: tanto il fico esterno quanto l’interno, presentano in quasi ogni individuo delle combinazioni particolari che si somigliano tutte, ma che non sono mai identiche, variando continuamente o nella proporzione fra l’uno e l’altro, o nel modo con cui si abbracciano, o negli altri accidenti della loro complicazione.

Ecco i veri fenomeni che presenta il Fico dell’osso, e che si vedono ancora in alcune altre piante. Essi non erano mai stati osservati con esattezza, e perciò erano stati rappresentati diversamente da quello che sono, e avevano ricevuti dei nomi improprj.

In generale, il corpo carnoso formato nel fico dal ripiegamento del ricettacolo in se medesimo, era stato preso per un altro fico rinchiuso nel primo, e così era stato chiamato col nome di Fico fetifero, nome che si dava dagli agronomi a tutti i frutti, che presentano una mostruosità consimile tanto negli agrumi che in altre piante. Io ho verificato che non ve ne è alcuno che contenga realmente un frutto dentro dell’altro, e che in tutti, il fenomeno è semplicemente apparente e prodotto sempre da un’espansione straordinaria del pericarpo, che ripiegato entro se stesso per effetto di un’organizzazione difettosa, e non potendosi estendere, si guazzabuglia confusamente, e vi svolge un corpo informe e spiegazzato che ha l’apparenza di un frutto abortito.

Tale si trova in alcuni Cedri Muli dei così detti Cedri della China (citrus medica cedra fructu monstruoso. gall. N. 5) nei limoni descritti dal Volcamerio e dal Ferraris sotto il nome di fetiferi e in molti altri. (hesperides j. b. ferrarj, pag 403. volcamerius, hesp. norimberg, etc.)

In tutti si riconosce un’esuberanza di materia vegetativa organizzata irregolarmente e procedente dalla natura del germe che ha data origine alla pianta.

In nessuno si scuopre la concezione di un germe dentro dell’altro, nè la fusione di due germi distinti in una sola massa composta, siccome si è creduto da alcuni fisiologi. (sageret, pomologie physiologique. p. 564. 570. 571. seg.) Sono questi fenomeni, di cui non si ha esempio nella storia dei frutti, e ai quali però non si possono assegnare le piante in questione. La vera causa di queste mostruosità sta nella sproporzione delle molecole elementari sessuali che si combinano nella concezione del germe. Niente di più naturale che un fiore, composto di un ovaio ricco di molecole elementari feminee e rigurgitante di vigore, assorba con avidità le molecole elementari del maschio che si presentano al suo contatto. Se queste gli pervengono con esuberanza, e di forme e dimensioni non interamente consimili, le proporzioni della natura ne devono restar alterate, e non si può più far luogo a combinazioni regolari. Si legano allora delle molecole senza una corrispondenza intiera e si legano confusamente: le forze dell’affinità le combinano in tutti i punti, nei quali combaciano; ma essendovene ancora di quelli che non combinano, l’incastro non può aver luogo in tutte le parti, e ne risulta un guazzabuglio che si apre alla vita a malgrado della mostruosità della sua composizione, ma che non può combinare le parti sessuali, e che perciò ha sempre per carattere la mancanza di fecondità, e per conseguenza un’esuberanza di sostanza vegetativa che tende a svolgersi in qualunque maniera, e che si svolge a capriccio.

Il frutto della Ficaia si presta più di qualunque altro a tali deviazioni dell’ordine normale della generazione. Il talamo di questa specie di frutto è un ricettacolo chiuso nel quale si contiene una quantità grande di fiori di ambi i sessi che non possono dissiparsi all’esterno. Egli nel medesimo tempo può ricevere il poline dei fiori di un altro ricettacolo, perchè la Natura vi ha praticato sulla cima un occhio pel quale si introducono con facilità gli insetti, e con essi il poline dei ricettacoli dai quali sortono.

Ed ecco riunite tutte le condizioni le più proprie per far luogo alla combinazione di un germe mostruoso, il quale poi, confidato alla terra, deve spiegarsi e si spiega in una pianta mula che sorprende colle sue anomalíe e coi suoi capricci.

Le esperienze che io ho fatto sui fiori, e che ho pubblicate nella mia Teoria della riproduzione vegetale non lasciano dubbio sulla verità di questi fatti; e il sistema che ne risulta spiega in un modo luminoso il mulismo dei fiori e dei frutti e i fenomeni che lo accompagnano, e così quelli del Fico fetifero. Resta solo a spiegarsi l’irregolarità di questi fenomeni e la loro incostanza.

Si concepisce con facilità come i principj elementari dei sessi destinati per la loro forma respettiva ad incastrarsi gli uni negli altri e a fare un solo tutto si perdino senza combinazione ogni qual volta sieno alterate le proporzioni necessarie pel perfetto loro combaciamento.

Si concepisce come, nel caso che queste proporzioni non sieno alterate che leggiermente, e solo in quantità o in dimensione, il loro incastro avendo luogo in gran parte, si possano ancora combinare degli esseri organici capaci di vita sebbene mostruosi.

Si concepisce ancora come in questa combinazione sforzata ed imperfetta, gli organi della generazione, sia perchè si compongano di molecole proprie esigenti un’omogeneità totale, sia per altre cagioni, debbano essere i più ritrosi a legarsi e perciò i più frequenti a mancare.

Si concepisce finalmente, come, mancando gli organi della riproduzione, la sostanza destinata ad esservi elaborata e ad esserne emessa debba sfogarsi in qualche altro modo, e svolgendosi in altre parti contigue, formi la doppiezza dei fiori e la mostruosità dei frutti e altri scherzi simili.

Ma non si comprende come un germe concepito in questo modo e portante un’organizzazione mostruosa, possa produrre dei fiori e dei frutti di forme fra loro diverse, e variarli e alternarli a capriccio, e sospenderne e riprenderne la produzione ad intervalli lunghi ed indeterminati. È questo un mistero che la sagacità e le meditazioni del filosofo non giungeranno forse a spiegare giammai. Pure tali fatti si presentano sovente ai nostri occhi, ed è ben certo che sono sempre compagni del mulismo e che perciò devono essere prodotti dalle medesime cause.

Così l’Arancio di Bizzaria (citrus aurantium indicum limocitratum. gall. n. 29.) produce dei cedri puri, (citrus medica cedra etc. v. gall. n. 1.) delle Arancie-forti pure (citrus aurantium indicum vulgare fructu acido. gall. n. 17.) e dei miscugli dei due variati in cento forme diverse, e gli produce senza regolarità, sbocciando nei medesimi rami un fiore di cedro dalla messa ove è uscito il fiore d’Arancio o di Bizzaria, e così viceversa cangiando ogni anno di produzione e di capriccio.

Ho osservato lo stesso disordine nei Limoni cornicolati (aurantium cornicolatum. gall. p. 169.) nell’Arancio violetto (citrus aurantium indicum ... fructu violaceo. gall. p. 27.) e in due Bizzarie singolari che ho ottenute di seme, cioè nel Limone tubercolato e nella Melarosa fetifera. Così nei fiori di giardino si vedono spesso variare da un anno all’altro i colori, i quali ricompariscono in seguito o restano stazionarj per molti anni, e che qualche volta si spiegano ancora in modo diverso in due fiori contemporanei usciti sul medesimo ramo.

Ciò succede spessissimo nelle Viole o Garofani e nelle Ortensie, che alcuni giardinieri hanno preteso di render cerulee con delle inaffiature artificiali, ma che lo vengono da se medesime cangiando il ceruleo in rosso e il rosso in ceruleo e nelle sue gradazioni senz’alcun artificio, e solo in virtù dell’organizzazione primitiva che ha ricevuta questo mulo nella sua concezione e in certe date località e circostanze.

Anche la doppiezza, ossia la trasformazione delle parti sessuali in petali, è soggetta a delle variazioni. Io che l’ho ottenuta tante volte in diverse specie di fiori, cumulando una quantità di polini diversi in un solo ovaio, ho osservato che neppure essa è costante, vedendosi qualche volta delle piante, che hanno dati per molti anni dei fiori doppj, insemplicire improvvisamente e darne dei semidoppj, o anche degli intieramente semplici: ma ho rimarcato che appunto dalle ovaia di questi semplici straordinarj, e più ancora dai semidoppj si ottengono colla cumulazione dei polini i semi più singolari di varietà stradoppie, e specialmente i proliferi. Ora, se quest’incostanza di organizzazione e di forme è sempre compagna delle mostruosità che produce la sproporzione degli elementi sessuali, essa ne deve essere egualmente un effetto.

Vi sono dei Fisiologi (sageret, pomologie physiologique, pag. 565 etc.) che la deducono dal principio dell’Atavismo, e credono che certi caratteri che si manifestano improvvisamente nella fruttificazione di una pianta che non gli aveva mai offerti antecedentemente, siano dovuti allo sviluppo di una qualità propria ad un avo o a bisavo restata occulta sino a quel momento, ma conservata intatta a traverso di tante generazioni.

È questa una teoria che a priva vista ha qualche cosa di specioso: ma se si mette alla prova di un’analisi severa, si riconosce facilmente che non può essere conciliata colla ragione.

È difficile il concepire cosa sia questa sostanza avita, e come possa esistere occulta, e perciò in istato di non combinazione in un germe che non passa tutto fatto di pianta in pianta, ma che si concepisce ex novo ogni volta per una combinazione di principj elementari determinati, e molto meno come si svolga poi e si assimili all’embrione, modificandolo nella sua essenza, e ritorni a sparire e ricomparire a capriccio. Sono idee che lo spirito non può cogliere, perchè implicano contradizione.

Se però si spogli l’ipotesi di simili astrazioni, e si riduca a termini più semplici e più conformi alla vera teoria della generazione, allora l’atavismo può essere ammesso, e sino ad un certo segno anche spiegato.

Due sono le sorta di piante alle quali si è applicato tale sistema, le varietà cioè, e le ibride.

Noi intendiamo per ibride le piante che provengono dalla combinazione di due specie diverse nella concezione, come sono fra gli animali il prodotto del cavallo e dell’asino, e fra i vegetali il Pesco Mandorlo, l’Arancio di Bizzaria, e forse alcuni altri.

In queste, perchè si faccia luogo all’atavismo, bisogna che si dieno delle ibride di ibride, nè credo che ve ne sia ancora alcun esempio: se ne esistessero, la seconda generazione porterebbe il miscuglio di quattro diversi caratteri, perchè esistenti già tutti quattro nei due autori ibridi; e quest’atavismo costante e uniforme, si perpetuerebbe colle medesime leggi in tutte le generazioni senz’interruzione e senza capriccio.

È dunque nelle varietà che bisogna esaminar l’atavismo.

Io intendo per varietà gli individui di una medesima specie che si producono in ogni generazione, mediante l’unione de’ sessi, e che non si conservano nè si moltiplicano che con i mezzi artificiali che la natura ha lasciati a disposizione dell’arte.

Le differenze, che distinguono le varietà o sono regolari, e si riducono a semplici fisonomie, o sono mostruose, e allora sono irregolarità di cui si può cercare la causa, ma che non possono essere dimostrate, perchè ciò che è fuori regola, non può essere spiegato colle regole.

L’atavismo nelle fisonomie pare riconosciuto da tutti: esso però non è che la disposizione naturale di un corpo organizzato a ripetere nella generazione dei figli le combinazioni che hanno avuto luogo in quella del padre o dell’avo, senza però ch’esse possano essere mai nè necessarie nè identiche.

Così le proporzioni dei principj sessuali che si combinano nel fiore di un Fico bianco, dal quale in regola non nascono che delle ficaie a frutto bianco, possono dar esistenza a una ficaia a frutto nero o rosso, e differente dal padre in molti accidenti.

Questa nuova fisonomia combinata in questo nuovo individuo, si ripete ordinariamente nei figli, senza risentirsi di quella dell’avo, ma può pure variare per effetto di una nuova proporzione negli elementi della concezione, e può ritornare ai colori del padre e a quelli dell’avo, o distaccarsene ancora maggiormente, o mischiarsi col colore di un fratello o di un cugino, e formar dei composti più o meno nuovi secondo che il caso e le circostanze ne dispongono le proporzioni.

In questi casi è probabile che i principj elementari che combinano i germi, omogenei in tutti gli individui di ogni specie nella sostanza e nelle forme, si distinguano poi in ciascuno per le dimensioni, e concorrano con tale differenza a quella varietà infinita di combinazioni che caratterizzano gli esseri organici.

Quando si verifica il concorso di questa seconda causa di complicazioni, l’organizzazione del padre può avere una grande influenza sopra le differenze di dimensione nei principj elementari che combinano il figlio, e per esso in quei del nipote, e conservare così delle fisonomie di famiglia, e dar luogo poi coi loro incrociamenti a quella specie di falso ibridismo che è stato confuso col vero, prendendo le razze per specie, e di cui abbiamo degli esempj interessantissimi nelle belle e delicate esperienze del Sig. Duchesne sulle Fragole, del Sig. Koclreuther sulle Nicotiane, del Sig, Sageret sui Meloni, e dei Sigg. Knight e Herbert sopra altre piante.

Tutto questo però esclude l’esistenza nel germe o nella pianta che ne proviene, di una sostanza qualunque isolata o di qualunque qualità occulta, e riduce il fenomeno ai veri principj.

I mostri escono di loro natura da queste teorie, perchè essendo effetto del disordine, non possono essere ricercati nell’ordine; ma è dimostrato che dipendono tutti o dall’alterazione delle proporzioni fra i sessi nella loro concezione, o da differenza di forme nei principj elementari quando si tratta di specie diverse, o da differenza di dimensioni quando si tratta di varietà.

Sono queste le tre vere cagioni di questi fenomeni. Non mi tratterrò a confutare l’opinione di coloro che attribuiscono le mostruosità vegetali a cause estranee alla loro organizzazione originaria, quali sono l’epoca della seminagione, e i differenti processi della coltura (sageret, pomol. physiol. p. 559).

Io ho già dimostrata la debolezza di tale sistema nel mio Trattato sulla riproduzione vegetale, e ho stabilita la mia nuova teoria in un modo decisivo coll’applicazione che ne ho fatta agli agrumi nel mio Trattato sul citrus, e al Fico nella parte scientifica della Pomona.

È vero che malgrado l’evidenza dei miei raziocinj, l’opinione contraria si riproduce ancora da uomini dotti e nel seno di Società scientifiche di prima sfera, e che vi si riproduce con un apparato più scientifico, sostituendo al sistema della fecondazione quello meno romantico di un estensione di tessuto di una madre che precede, e spiegando la mancanza di organi sessuali, e la soprabbondanza di altre parti colla creazione di una suscettibilità al cangiamento tendente a far divenir gli organi suddetti quello che sono in fondo, cioè delle foglie sforzate (reduites), e delle gemme terminali prodotte per estensione dai tessuti proprj della pianta madre. (Si veda annales d’horticulture de paris, livraison 37, settembre 1830, pag. 144, 152, 153, etc.). Ma è vero pure che nessuno sin ora si è accinto a confutare quanto ho pubblicato io su questo argomento. Sino a che non si distrugga la verità dei fatti che ho esposti, e che formano la base dei miei principj, il mio sistema resterà sempre il più semplice, e il solo capace a spiegare i misteri delle mostruosità vegetali.

Il  Fico fetifero è conosciuto in Piemonte sotto la denominazione di Fico dall’osso: ei deve questo nome alla durezza della porzione ripiegata al di dentro, la quale, essendo formata per la maggior parte di buccia, e non acquistando mai la maturità del resto del frutto, ha dato luogo a vedervi una certa analogia col nocciolo dei frutti, il quale nella lingua volgare, riceve il nome di osso.

Il fenomeno che presenta questa pianta, può avere influito ad estenderne la coltivazione presso i curiosi, ma vi hanno avuto parte ancora sicuramente le sue qualità, come frutto. Malgrado la sua mostruosità ei contiene una polpa gentile e saporita, e gareggia coi migliori fichi del Piemonte. Si trova quasi da per tutto sul pendìo meridionale delle Alpi, e specialmente in Saluzzo, da dove io ho avuta la pianta che coltivo in Finale.

Il Beccafico (motacilla ficedula. lin.) si piace in tutti i fichi, e non credo che abbia alcuna preferenza per il fetifero. Ciò non ostante, avendo trovato uno di questi uccelli sopra i suoi rami, quando ne faceva eseguire il disegno, ho profittato della circostanza per farvelo dipingere. Dopo di aver fatto conoscere gli insetti che vivono su questa pianta, era ben giusto che dicessi una parola di un uccello che se ne pasce senza gran danno, e che ha preso il nome dal suo gusto per i fichi.

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testo trascritto da Marisa ed Elvio Corti (Roncaglia, Alessandria)