FICO BROGIOTTO NERO

o BROGIOTTO FIORENTINO

 

Ficus Carica, unifera, serotina; folio trilobato, aliquando integro, lobis obtusis; ficu magno, spherico, in vertice compresso, faemineo, sterili, cortice nigro-violaceo, polline albo asperso, in maturitate lacero, pulpa crassa, rubescente, melliflua, gustu gratissima. Vulgo Brogiotto nero Fiorentino.

Ficos AfricanasCat. cap. 8. p. 11.

Africanae (Fici). Varr. Sic genera ficorum Africana. De Re Rust. I.  1. e 41. p. 66.

Africanae (Fici) Columella. Serendae sunt autem precipueAfricanæ. De Re rust. I. 5. e. 10. n. 199.

Fici Africani. Plin. lib. 15. e. 18.

Brogiotti. Celid. Brogiottorum (species) quos ita dictos crederem prae summa sui dulcedine ab ambrosia. Deorum cibo, quasi ambrosiottos, et conveniunt cum Eumoniis Athenæi. Aldrov. p. 430.

Bruschiotti. Tanara in Aldrov. p. 431.

Brigioti. Mathioli. Sopra Diosc. lib. 1 cap. 146.

Brogiotti. Micheli. Manusc. n. 298. e 363. Ficus sativa fructu maiori, turbinato, sessili, purpure-rubente, cute lacera, intus rubente.

Brogiotti. Quadri di frutti della R. Villa di Castello n. 21.

Brugiotti Neri. Trinci Agric. Sperim.

Brogiotti. Ficus spherico-plano fructu maiori, cortice admodum crasso, latuco, bresilici seu moscati coloris, veluti polline asperso albo punctato, carne granata rubra. Cupan. Hort. Cathol.

Grosse Bourjasotte. Ficus sativa. Fructu atro-rubente, polline caesio asperso. Tournef. I. R. H. p. 662.

Grosso Figuo Barnisoto, ou Bouriansoto. Garid. Hist. des Plant. p. 176.

Figue Barnissote, ou Grosse Bourjassote. Bern. I c. T. 1. p. 68.

Figue Barnisote. Roz. Dict. 4. p. 623.

Grosso Figuo Barnissoto, ou Bourjansoto. Ficus sativa, foliis trilobis, margine undulatis, lobis obtusis; fructibus sphærico-planis, atro-rubentibus. Nouv. Duham. Var. 17. pl. 59.

 

Il Brogiotto nero Fiorentino è uno dei Fichi i più conosciuti e i più pregiati.

Dotato di una vegetazione vivacissima ei forma uno degli alberi più grandi nella specie dei Fichi. I suoi rami tortuosi e brancuti portano un gran numero di messe che si allungano poco, ma che si cuoprono di nodi rapprossimati, e guarniti di un fogliame ricchissimo. Questa disposizione particolare gli dà una testa piena ed estesa, che non si eleva molto, ma che si dilata assai all’intorno, e scende talora sino al suolo.

Le foglie, di una grandezza mezzana, sono spesso intere, e i  loro lobi, regolarmente terni, sono sempre corti ed ottusi. Esse si tingono di un verde bruno-cinereo, che le distingue da quelle delle altre ficaie.

I frutti sbocciano nell’estate dalle gemme della messa novella in proporzione che si formano, e maturano continuamente e successivamente in Autunno dal principio di Settembre sino a tutto l’Ottobre.

La loro grossezza è quella dei Fichi più belli. Compressi alla corona, e rilevati dal lato opposto in un collo appena sensibile, in cui è impiantato il picciòlo, offrono una forma larga ed appiattita, ma aggraziata.

Prima di maturare, la loro buccia è di un verde cinereo, ed è listata da una quantità di coste rilevate, che la tagliano dalla base alla cima quasi come una canocchia: esse spariscono a poco a poco nell’avvicinarsi alla maturità, e la buccia, che diventa bruno-violacea, quasi si eguaglia; conservandone appena una traccia leggiera in alcune striscie verdastre, che però non sono continuate e che muoiono a poche linee di lunghezza.

Questa buccia, che non si mangia, sebbene composta di un tessuto di fibre carnose che sono tenere e saporite, avvolge la membrana grassa e delicata che forma la polpa del fico e che chiude i filetti polposi e il miele rosso e denso, che ne constituiscono il pieno: essa si screpola nella maturità, e lascia comparire il bianco della polpa interiore, il quale lista il frutto a striscie longitudinali ed ineguali.

È difficile colle parole il dare un’idea della squisitezza di questo frutto: essa non può essere rappresentata che dal palato. Noi osserveremo solo che il Brogiotto Fiorentino sarebbe il migliore dei Fichi, se non gli fosse disputato il primato dal Brogiotto Genovese.

I palati più ricercati sono ancora divisi fra queste due varietà. Esse sono egualmente polpose, egualmente delicate, e il loro mele è così dolce, che niente lo può eguagliare: ma nel Nero questo mele è più saporoso, e la sua dolcezza è più vellicante. Quella del Bianco invece pare più gentile, e di un gusto più delicato. Il Nero sodisfà più facilmente, e il Bianco, di cui si può mangiare con più d’intemperanza, lascia nel palato meno sazietà. Questa differenza di qualità lascia divisi fra loro i golosi, i quali si dividono fra l’uno o l’altro, secondo la natura dei loro gusti. Coloro che amano uno zuccherino più concentrato pendono pel Fiorentino, e quelli che preferiscono un sapore men vellicante ma più gentile, danno la palma al Genovese.

Pare che questa disputa esistesse già ai tempi di Plinio. Il Naturalista Latino dice che i Fichi Affricani, i quali rispondono ai nostri Brogiotti neri, erano da molti preferiti a tutti i Fichi d’allora; ma osserva che la cosa era ancor contrastata: De africanis quas multi preferunt cunctis, magna quaestio est: e sebbene non c’indichi quali fossero i loro rivali, pure si deve credere che altri non potessero essere che i Brogiotti bianchi descritti da Plinio sotto forma di Pompeiani, e dipinti come i migliori tra i Fichi.

Il Brogiotto Fiorentino è conosciuto in quasi tutti i Paesi ove il clima si presta alla coltura dei Fichi. Gli antichi lo chiamavano Fico Affricano. Catone lo mette fra i migliori Fichi dei suoi tempi, e dopo di lui è vantato da Varrone e Columella. Plinio dice che da molti è giudicato il migliore di tutti i Fichi, e aggiunge che essendo stato portato in Italia dall’Affrica vi ha ricevuto il nome dal paese donde è venuto.

Esso si trova vantato egualmente da tutti gli scrittori moderni, ma nella sovversione generale delle lingue e delle cose esso ha cangiato di nome come tutti gli altri frutti.

Il suo nuovo nome non si trova ancora in Crescenzio, ma ciò non deve sorprendere perchè quest’Agronomo non è disceso alla distinzione delle varietà. Si trova però in Aldrovandi, che è stato il primo in Europa ad immaginare una Pomona, e che lo celebra come uno dei Fichi più squisiti, derivandone il nome dall’Ambrosia dietro l’autorità di un Geoponico Inedito Bolognese, di cui rapporta le parole (Celidonius). Nè può esservi equivoco nell’identità della razza, poichè essa si trova anche adesso in Bologna sotto il medesimo nome, e che il Tanara, citato dall’Aldrovandi suddetto, lo adottò egualmente, e solo con una leggera alterazione di ortografia che lo cambia in Bruschiotto. Il Mattioli, che lo annovera tra i migliori Fichi della Toscana, lo chiama Brigioto; e il Micheli, nel suo Libro de’ Frutti, che si servivano a’suoi tempi alla tavola del Granduca, lo dice Brogiotto. Esso si trova figurato nei Quadri di frutte, di cui il Granduca Cosimo III. avea ornata la R. Villa di Careggi, i quali si conservano ora nella sala della R. Villa di Castello, e vi è notato col nome di Brogiotto; nome che conserva nell’Agricoltore sperimentato del Trinci, il quale scriveva in Pistoja sulla metà del Secolo XVIII, e nell’Orto Cattolico del Cupani stampato in Napoli nel 1696.

Nessuno di questi Autori gli dà l’epiteto di Fiorentino, ma questo ora è adottato da tutti i coltivatori Italiani per distinguerlo da alcune altre varietà, che hanno usurpato nell’uso il nome di Brogiotto Nero, e che sono molto mediocri.

Anche i Francesi hanno estesa nelle loro Provincie meridionali la coltura di questo Fico. Tournefort lo registra fra le varietà della Provenza sotto il nome volgare di Grosse Bourjassotte, e lo rapporta a quello del Cupani: Garidel dopo di lui lo descrive con molta esattezza, e gli dà il nome volgare di Grosso Figuo Barnisotto, o Bourjansoto. Rozier e Bernard ne parlano anch’essi come di un Fico molto pregiato, e il nuovo Duhamel ne dà egualmente la descrizione e la figura.

È vero che non si trova nel Duhamel originale, nè in alcuna delle Pomone oltramontane; ma quei scrittori non si occupano che di Fichi di paesi ove questa specie è esotica affatto, e dove vive in uno stato artificiale. Quindi non potevano parlare del Brogiotto Fiorentino, il quale non vive e non si perfeziona che nei climi di una temperatura moderata.

L’Italia è piena di questi Fichi. Essi riescono a perfezione in tutta la Riviera di Genova, e vi maturano dei frutti squisiti.

Continuano nella Toscana, e si distinguono in Pisa e nei piani di Firenze.

Ne ho mangiati degli eccellenti nell’Umbria e specialmente in Foligno, e gli ho trovati in Roma, e nella Sabina: gli credo conosciuti anche nel Regno di Napoli, e nella Sicilia, trovandoli descritti dal Cupani nel Catalogo delle Piante del Principe della Cattolica in Palermo.

Finalmente essi passano al di là dell’Appennino, ed io gli ho trovati nell’Abruzzo, nelle Marche, nella Romagna e nelle Legazioni sino a Bologna, ove però cominciano a perdere della loro bontà, e dove maturano difficilmente.

Io credo che si coltivino ancora nello Stato Veneto; ma non gli ho mai veduti nel Milanese, nel Parmigiano, nel Monferrato, nel Piemonte, e nel pendío settentrionale dell’Appennino Ligure. Il clima di tali paesi è già troppo freddo per questo Fico.

Il Brogiotto Fiorentino si accomoda a tutti i climi di una temperatura media: ma ama il suolo grasso e frescoso e pare che preferisca i paesi e  le località umide ai luoghi secchi e asciutti.

Esso intristisce nella collina, e vi produce dei frutti piccioli, magri e di un sapore caustico; ma se è posto nei giardini e presso le case, ei lussureggia di una vegetazione straordinaria, e fa dei frutti squisiti e grossissimi.

Non vi è forse pianta che abbia meno bisogno di Sole di questa. Posta nei cortili, ove appena vi penetra qualche raggio, essa cresce bellissima, e vi matura dei frutti eccellenti.

La sua cultura è semplicissima. Essa consiste tutta a sceglierle un suolo discretamente leggiero, e provvisto di umidità nella state; nel resto, questo Fico non esige alcune concimatura poichè le sue radici, estremamente vivaci ed attive, vanno a cercarsi il nutrimento sotto le case, sotto il suolo delle strade, e sino nei fiumi. Io ne ho trovate in un torrente che era alla distanza di cinquanta metri dalla pianta a cui appartenevano.

Nella maggior parte dei paesi marittimi il Brogiotto non è mai sottoposto a potatura. Alcuni vi levano qualche ramo interiore, e altri vi rompono in Autunno le messe minori, che circondano la messa principale del ramo. Questa pratica non è malintesa, poichè concentrando il nutrimento di tre a quattro messe in una sola, ne migliora i frutti, e ne facilita lo sviluppo e la maturazione. Vi sono dei paesi nei quali si usa scapezzarlo quando comincia ad invecchiare, per farli gettare dei nuovi rami che hanno più forza e fanno dei frutti migliori; ma quest’uso, che riesce in certi luoghi, è pericoloso in genere, perchè qualche volta la pianta soffre il rigurgito dei sughi, e perisce.

Il Brogiotto Nero non produce fioroni. Una sol volta io ne ho veduto uno, il quale avea questo carattere, essendo uscito dalla gemma dell’anno anteriore; nella forme però era eguale ai Fichi autunnali.

Il Fico del Brogiotto Nero è eccellente a mangiarsi fresco, ma perde le sue qualità e si dissecca. In questo stato, esso non conserva punto di polpa, e rimane vuoto come i Fichi maturati coll’olio. È difficile lo spiegare questo fenomeno.

Nel resto, noi rimandiamo i lettori ai dettagli sulla coltura della specie, che si troveranno nel Trattato del Fico.

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testo trascritto da Alessandra Guigoni (Elmas, Cagliari)