COCCINIGLIA DEL FICO

COCCUS FICUS CARICÆ. LIN.

 

Tutte le piante hanno i loro insetti destinati a vivere in esse, e a pascersi del loro prodotto.

Il Cactus è l’abitazione della Cocciniglia, l’Arancio del Coccus Hesperidum; l’Ulivo ne mantiene più specie; e il Fico, destinato a nutrirne due, provvede all’uno coi sughi della corteccia e delle foglie, e all’altro col seme che si chiude nel frutto.

Nel nostro trattato sul Fico abbiamo fatta la storia di ambidue, e nell’articolo del Caprifico abbiamo descritto quello del frutto, e ne abbiamo data la figura. Restava a rappresentare quello che vive sui rami, e che si nutre dei sughi che circolano nella pianta. I lettori lo riconosceranno nella tavola che accompagna il presente articolo.

Essa presenta un ramicello di Fico coperto di questi insetti, con alcuni di essi separati, altri al loro stato naturale, altri ingranditi col microscopio.

Il Sig. Dott. Carlo Passerini, Conservatore dell’I. Museo di Storia Naturale di Firenze, e dottissimo Ornotologo, ha gentilmente prestato l’opera sua, come naturalista, onde facilitare alla Sig. Isabella Bozzolini l’esatta esecuzione di questa tavola, ch’essa ha disegnata da un ramicello di Fico Dottato, colto nel Giardino del Sig. Profess. Gazzeri nel 1825.

Non ripeterò quanto ho già detto su questo proposito nella parte scientifica. I lettori avranno osservato in quell’articolo, che la Cocciniglia del Fico è un insetto proprio di questa pianta, e che non esiste che in essa. Avranno veduto che la madre, che vive attaccata al ramo del Fico, mette fuori in Maggio le sue ova che si schiudono in altrettanti insettini, i quali si spargono sopra tutta la pianta, vi si fissano, la succhiano, vi si riproducono e moiono.

Aggiugnerò ora che la morte di una madre è rimpiazzata da centinaia di figli; e così di generazione in generazione con tanta fecondità, che in pochi anni tutta la superficie dell’albero ne resta coperta. Quando si arriva a questo punto è difficile il praticare il rimedio, che suggerisce la natura, di fregare i rami con un pannolano per ammazzarli. È un’operazione dispendiosa e quasi impraticabile, perchè non è possibile il poter giungere cola mano a passare i rami più lontani, specialmente se si tratta di piante grandi e distese.

Il rimedio dello scapezzamento dell’albero, che è il solo che resti in questa estremità, priva il coltivatore del prodotto di molti anni, ed è pericoloso per la pianta, e spesso mortale. Quindi il ripiego il più prudente è quello di prevenire il progresso della malattia, diradando i rami del Fico quando principia ad esserne infetto, e liberandolo dai pochi insetti che cominciano a distinguersi prima che vi si moltiplichino troppo. Quando si trascura questa precauzione, il male fa dei progressi spaventosi; esso si rende estremo in due a tre anni, e si attacca ancora alle piante vicine.

Io ho cercato di scoprire il modo con cui questi insetti passano da un albero all’altro, nè mai ho potuto conoscerlo. Suppongo che i maschi sieno provvisti di ali come in altre specie, e che vadano girando per l’albero a fecondare le femmine; ma queste sono fisse sulla corteccia. Quando l’uovo si schiude, i figli si muovono e corrono lungo i rami per prendervi un posto: una volta però che si sono attaccati in un punto, più non si staccano: ivi si nutrono, crescono, sono fecondati, e depositano le ova, che si schiudono sul luogo medesimo sotto la coperta della madre, che muore riducendosi in una pellicola arida, e rinnovano poi le rivoluzioni delle generazioni precedenti.

In seguito a questo sistema di vita e di propagazione è difficile concepire come possa aver luogo il passaggio da una pianta infetta alle altre intatte. Forse che, in mezzo a tante femmine fisse, la natura ne ha creato qualcheduna fornita di ali come i maschj. Forse che qualche ovo, che cade nel suolo, schiude delle Cocciniglie, che trovandosi fuori del luogo ove possono vivere, si strascinano a poco a poco al piede d’una pianta vicina ove si stabiliscono stipiti di nuove generazioni. Tutte queste sono congetture; ma il fatto del passaggio è sicuro, e la natura deve aver provveduto al modo di farlo succedere. Esso era necessario per la conservazione della specie. Senza il passaggio da un albero all’altro vi sarebbe stato pericolo di vederla estinta, sia per la guerra che prova per parte dell’uomo, sia per un effetto naturale del deperimento degli alberi nei quali ha cominciato. Con questo trapasso essa si conserva e si moltiplica. Ma nel facilitare questa moltiplicazione, la natura avrebbe ella preparata invece la distruzione dei Fichi?

Chi ha avuto luogo di osservare la rapidità con cui si propaga quest’insetto una volta che si è stabilito in un albero, e il modo con cui lo succhia, deve essere sorpreso che a quest’ora non abbia invaso quante piante esistono in natura. Ma Iddio nella sua infinita sapienza ha provveduto alla conservazione di tutto

Dopo un certo periodo di stagioni propizie agli insetti, ne comparisce sempre qualcheduna che gli distrugge. Nella state del 1826, la massima parte dei fichi in molti luoghi della Toscana e del Genovesato erano coperti di Cocciniglie. L’inverno del 1827, le ha distrutte in maniera che più non se ne distinguono. I geli si sono uniti alle pioggie, e le madri, che avevano sfuggito nell’inverno il rigore del freddo, hanno veduto una parte dei teneri figli staccati dalla corteccia e portati via dalle acque dirotte e frequenti della primavera.

Con questa alternativa di contrarietà e di favore la natura mantiene nel mondo fisico quel giusto equilibrio, mediante il quale tutti gli esseri vivono gli uni alle spese degli altri senza distruggersi mai, e senza eccedere quella savia proporzione stata determinata nel principio dall’infinita sapienza del Creatore.

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testo trascritto da Marco Chiletti (Calci, Pisa)