CILIEGIO
PROGRESSIFLORO
P.
Cerasus Visciola, caule humili; ramis longioribus; flagellis deorsum
pulchrependentibus; floratione foliatione succedente, in æstatem progrediente,
et cum fruttificatione contemporanea; fructa parvo, spherico; epicarpo
rubescente; sarcocarpo molli, aquoso, succo acido. Vulgo, Ciliegia
Progressiflora.
Cerasus sativa æstate continue florens ac frugescens,
Cerise de la Toussaint, de la Sainte Martin, Tardif. Duham. n. 9. pl.
7. p. 178.
Cerise tardive ou de la Toussaint. Cerasus sativa æstate
continue florens ac frugescens.
Mayer. Pom Franc.
Prunus semper florens. Decand. F. F. n. 3783.
Cerasus semper florens. Cerisier toujour fleuri. Nuoveau Duhamel Art. Cerisier Tab. 9.
Giottier de la Toussaint, ou de septembre, ou tardif. B. Nouveau cours comp. d'Agric. Art. Ceris. p. 271.
Il Ciliegio Progressifloro è una delle
varietà più straordinarie, che presenti la storia dei frutti.
Se si osserva il suo
albero si riconosce per un Visciolino: il tronco picciolo e basso, i
rami lunghi e sottili, la foglia minuta e ovale, tutto imita in quella pianta
la fisonomia del tipo dei Viscioli.
Ma, nel presentare i
caratteri generali, che lo assegnano a questa specie, egli ne sviluppa dei
nuovi e particolari a lui solo, i quali non solamente lo distinguono dal Visciolino,
ma lo distaccano ancora sotto molti rapporti dalle specie tutte dei nostri
Ciliegi.
I Ciliegi sono
piante a fiorazione immediata, e le loro gemme si aprono tutto o in
fiori senza foglia, o in messi che non portano fiori.
Il Progressifloro
invece porta tre sorta di gemme.
Le prime sono fiorifere e laterali, e queste sbocciano, come negli altri Ciliegi, nei nodi della messa dell'anno antecedente a lato della cicatrice della foglia caduta, e all'epoca stessa in cui si aprono quelle degli altri Viscioli, e perciò precedono la foliazione: esse sono poche, e producono un fiore, che allega in un frutto della forma, della grossezza, e del gusto delle Viscioline comuni, il quale matura al medesimo tempo di quelle, e costituisce la prima generazione di questa pianta.
Le seconde sono
ramifere, e per lo più terminali; e queste si aprono in messe sempre
persistente e munite di gemme dormienti e di foglie della grandezza ordinaria
di quelle del Visciolino, e non si distinguono dalle messe di questo
tipo, che per la loro straordinaria lunghezza, e per una flessibilità
singolare, che le rende pendole come quelle del Salice Babilonico.
Le terze finalmente
sono ramifere anch’esse, ma le messe in cui si aprono sono madri di una seconda
generazione di fiori, che le cuoprono di frutti a tutte le età, e poi caduche.
Ed è in queste che
consiste principalmente la singolarità del Progressifloro, e quella
frondosità, che lo rende così fosco, e che fa un contrasto aggradevole col
bianco de’ fiori, e colle diverse gradazioni del colorito de’ frutti.
Difatto, tutto è
straordinario in questa terza specie di messe.
Esse escono come le
prime (le fiorifere) dalle gemme laterali del ramo dell'anno precedente, ed
escono presso a poco nel tempo stesso delle ramifere; ma sono più sottili e più
corte delle terminali, sono divise in tre a otto nodi guarniti di fogliette più
piccole di un terzo delle foglie della messa principale, e sono finite da uno o
più fiori, i quali sono portati da un peduncolo sottilissimo e lungo, e si
cangiano in un frutto tondo, un poco più piccolo di quello del Visciolino,
colorito di un rosso leggiero ma totale, e contenente una polpa acquea,
amarognola, acidula, e un nocciolo bianco a mandorla amara.
È raro che questi
fiori si sviluppino nelle gemme intermedie della messa: essi sono
ordinariamente il prodotto della gemma terminale e dell'altra atigua: e, sebben
qualche volta geminati, sono per lo più solitarj.
Egli è perciò che la
loro nascita e il loro sviluppo, invece di essere quasi contemporanei come
negli altri ciliegi, sono successivi e progressivi come nei fichi: le messe,
che gli portano, quantunque sboccino quasi allo stesso tempo, si allungano pure
in proporzioni diverse; e siccome i fiori escono quasi sempre dalle gemme
terminali, così essi non spuntano mai regolarmente al medesimo tempo, ma a poco
a poco, e in ragione dell'allungamento di queste messe, allungamento, che
continua tutta la primavera, e non finisce che sul cader della state.
Quindi questo
Ciliegio offre lo spettacolo di una pianta coperta nel medesimo tempo e per più
mesi di fiori e di frutti, gli uni appena allegati, gli altri coloriti del
rosso-bianco che precede la maturità, ed altri finalmente del tutto rossi e
maturi.
Questo spettacolo
però non dura al di là del mese di luglio: all’avvicinarsi dell'autunno la sua
vegetazioni si rallenta, e cessa col venire dell'inverno: la pianta si spoglia
allora e di frutti e di foglie, e non offre più in ottobre che dei rami nudi, e
senza vegetazione sensibile.
Tali sono i veri
fenomeni della fiorazione di questo Ciliegio, e tale è la continuità
di fioritura, ond’ebbe il nome di semperflorens.
Questa fioritura
però non è tale in fatto da potergli meritar questo nome nella lingua della
scienza: quindi ho creduto di doverlo abbandonare come poco esatto, e vi ho
sostituito invece quello di Progressifloro, che mi è sembrato più
proprio ad esprimere la singolare vegetazione, che lo distingue.
Ma non è già questa
specie di continuazione di fioritura, nè la sua singolare contemporaneità
colla fruttificazione, che constituisca il carattere più straordinario di
questa pianta.
Essa presenta due
altri fenomeni, che sono molto più interessanti del primo.
Uno riguarda il suo modo
di fiorazione, il quale la distacca dalla classe dei Ciliegi, e la porta in
quella della Vite.
L'altro riguarda la
natura della messe fruttifere, le quali hanno un carattere particolare, che non
si vede che nei Giuggioli.
Gli agricoltori
distinguono due modi di fiorazione, i quali, o si trovano separati, o si
combinano uniti nelle piante, e che possono servire in Pomologia a determinare
la classe a cui appartengono gli alberi fruttiferi.
Il primo modo di fiorazione è quello delle piante, che gettano i fiori nelle gemme dell’anno antecedente, come il Pesco, il Susino, l'Albicocco, il Mandorlo ec; l’altro è quello delle piante, che li portano nelle gemme, che si formano nella messa novella, come il Lazzerolo, e la Vite ec.
Ora, la fiorazione
del Ciliegio è della prima classe, e quella della nostra singolare varietà e
della seconda.
Nel Ciliegio
Progressifloro le gemme, che guarniscono il ramicello, che si è formato
l’anno antecedente, sono quasi tutte ramifere: le fiorifere (meno un
piccolissimo numero, che appena di avverte) non si trovano che nei nodi delle
messe novelle uscite in primavera; ed è da queste che provengono i frutti
numerosissimi, che lo cuoprono nella state.
Il secondo fenomeno
si presenta nella natura delle messe laterali, che producono i frutti
nell’allungarsi. Già abbiamo osservato che nella messa della gemma terminale, e
qualche volta ancora quella di alcune delle gemme contigue, è un getto
fogliaceo, che si allunga in un ramicello guarnito di gemme destinate alla
vegetazione futura, e che non si sviluppano mai nell’anno stesso in cui si
formano: queste seguono l'andamento ordinario della messe ramifere degli altri
Ciliegi: ma le messe laterali offrono un andamento tutto diverso: esse si sviluppano
in un filamento sottile e legnoso, che si divide nell’allungarsi in due o più
branche, guarnite di fogliette più picciole che quelle dei rami, e di gemme in
parte stazionarie o dormienti, e in parte fiorifere, e che finisce in uno o più
fiori terminali, che allegano e maturano gli uni prima e gli altri dopo dei
laterali.
Questa produzione
ramosa non ha però i caratteri proprj dei rami: essa non vive che per tre, o
quattro mesi; nasce, si allunga, produce dei fiori e matura dei frutti, ma,
compite queste operazioni, avvizzisce, si dissecca, e cade; nè vi resta di
questi falsi rami all’avvicinar dell'autunno che la cicatrice nel punto da dove
sono sbocciati.
Nessuna pianta in
natura offre un carattere uguale fuori che il Giuggiolo: ed è il solo, che
abbia due specie di messe, e in cui le messe fruttifere periscano ogni anno
appena compita la loro destinazione; ed è il solo che abbia due specie di
foglie come il nostro Ciliegio, le une più grandi, che guarniscono i rami
persistenti, e le altre più piccole, che si trovano nelle messe caduche da dove
sbocciano i fiori.
Certamente egli è
sorprendente che un carattere cosi raro nella storia dei vegetabili si trovi in
una varietà appartenente ad una specie così distaccata da quella a cui esso è
proprio, e colla quale non ha alcuna analogìa.
Quest’aberrazione
capricciosa della natura, la quale però non esce dal cerchio delle leggi
naturali generali alle quali è soggetta la vegetazione, è una prova
dell'infinità di combinazioni, alle quali può dar luogo la diversa proporzione
dei principj, che concorrono a formare l’organizzazione primitiva degli esseri.
Il Botanico però non
passerà così leggiermente sopra di queste messe singolari: per poco che ne
esamini la forma e i caratteri emetterà forse un dubbio sulla loro natura, ed
esiterà a conservarle nel rango di produzioni ramose.
L’esilità del loro
tessuto, e la natura quasi erbacea delle loro fibre sembrano avere più di
analogia coi peduncoli comuni dei fiori a grappolo, che coi rami; e le
fogliette, che si sviluppano all’inserzione di ogni gambo fiorifero, mostrano
piuttosto i caratteri di brattee che di foglie.
Io emetto questa mia
congettura come un’idea che interessa la scienza; ma non mi estendo a
svilupparla perchè sarebbe un uscire dai limiti di un articolo destinato alla
descrizione della varietà sotto i rapporti pomologici piuttosto che sotto le
mire di fisiologia vegetale o di botanica; siccome non mi attesto neppure a
determinare il significato di molte parole che ho dovuto formarmi, o di cui ho
dovuto modificare il senso, rimettendo per questo i lettori al fascicolo della
parte scientifica che riguarderà la Terminologia Pomologica.
Passerò invece ad
esaminare la storia di questo Ciliegio, e la sua coltura.
Il Ciliegio
Progressifloro è una varietà sconosciuta agli antichi: non se ne trova il
minimo cenno in Catone, nè in Plinio, nè in alcun altro dei geoponici latini:
lo stesso silenzio si osserva in tutti gli agronomi, che hanno scritto al di là
di un secolo: Crescenzio, Aldrovandi, Carlo Stefano, Herrera, Agostino Gallo,
Micheli, nessuno dice parola; ed il Mattioli, che è il primo fra tutti i
moderni che sia entrato nel dettaglio delle varietà dei Ciliegi, non descrive
di straordinario che le Racemose, le quali si riconoscono e dalla
tradizione e dalla tavola, per una razza molto diversa da questa, siccome ne
sono diverse le Ciliege fogliate di Tournefort (Cer. fr. ser. cum
ped. long. fol. Tourn. p. 626.) e quelle di Duhamel, (T. 1. n. 6. p, 174.)
e le molte altre tardive e grappolate, che si trovano in altri pomologi.
Il primo scrittore
che abbia parlato della nostra varietà è il gran Duhamel: egli registra al N.
10. pl. 7. sotto il nome volgare di Cerisier de la Toussaint; ma
l'accompagna con una frase latina, in cui è definita con tutta la giustezza; e
la descrizione, che ne fa in seguito, combina in modo colla definizione latina,
e colla verità, che non lascia dubbio sulla sua identità.
Io credo bene che
questo sommo pomologo, non potendo veder tutto con i suoi occhi, abbia confusa
la nostra varietà con una analoga, che si conosce sotto il nome di Ciliegio
Serotino, (Cerisier de la Toussaint: Cerisier de la S. Martin:
Cerisier tardif. Roz. Dic. 2. p. 645. pl. 25.) poichè ne accumula insieme
le proprietà, e ne registra i nomi come sinonimi. Egli cerca difatto di
combinare queste diverse denominazioni col far osservare che il Progressifloro
(Cerasus æstate continue florens ac frugescens Duh. n. 9. pag. 178.)
quando è piantato in una spalliera esposta al nord non matura i suoi frutti che
in novembre: Ma io sospetto che, essendogli state presentate delle Ciliegie in
autunno senza averne veduta la pianta, le abbia credute quelle del Progressifloro
come la varietà più tardiva che conosceva, e che perciò di due varietà ne
abbia fatta una sola, poichè ne esiste in fatto un'altra, che matura i suoi
frutti in autunno senza però avere alcuno dei caratteri singolari del Progressifloro;
ed io ne ho veduta una pianta in Piacenza, alla quale ho colte della Visciole
assai grosse ed anche aggradevoli al gusto nel mese di ottobre.
Dopo di Duhamel
sembra che il Progressifloro sia stato per molto tempo perduto di vista.
Io non lo vedo
ricomparire che nelle opere dei botanici più recenti, alcuni dei quali lo
confondono, come il Duhamel, col Ciliegio serotino, (Nouveau Cours.
d'Agric. T. 3. Art. Cerisier p. 271.) e che per la maggior parte lo registrano
sotto il nome di Cerasus semper florens. Tutti però lo accennano appena
senza entrare in alcun dettaglio sulla sua storia. Willdenow lo crede una
specie ibrida nata dalla combinazione di due razze diverse, ma non ne indica la
provenienza; e Delongchamp nel suo Nouveau Duhamel pare che
divida la sua opinione senza dirne molto di più, e solo osserva che non si vede
nei giardini, e che se ne ignora l’origine.
Nè la loro
congettura è senza fondamento.
La pianta, i fiori,
e i frutti del Progressifloro, hanno tutti i caratteri del Ciliegio
Visciolo: non ne differiscono in altra cosa, che nella singolare proprietà
di portare la massima parte delle gemme fiorifere in una messa novella e
caduca, che sviluppandole in un ordine graduato, le rende successive, e di una
fioritura e fruttificazione prolungata e progressiva.
Questa proprietà,
sconosciuta nei ciliegi comuni, ha qualche cosa di analogo coi fenomeni che si
osservano nelle due specie affini, che i botanici conoscono sotto i nomi di Cerasus
Padus, e di Cerasus Mahaleb, poichè queste piante, invece di gettare
i fiori nelle gemme dell’anno antecedente, come i Ciliagi, gli sviluppano solo
nelle gemme nuove, che si formano nella messa caduca dell'anno, alla quale si è
dato il nome di grappolo, ma che in sostanza è un ramicello come quello di Progressifloro,
essendo anch'essa guarnita di foglie.
Ora, la combinazione
di queste due specie non potrebbe aver data origine ad una terza, avente in sè
la fisonomia del Visciolo e la fiorazione del Padus?
È vero che nè il Visciolo,
nè il Padus non offrono il fenomeno dello sviluppo graduato e
progressivo dei questi fiori per un tempo così prolungato.
Ma queste
modificazioni particolari, che distinguono la figlia dai genitori, potrebbero
ben essere l'effetto naturale della complicazione dei due principj diversi dai
quali riceve l'origine, essendo riconosciuto che in natura il risultato di
queste combinazioni eterogenee è sempre nuovo, e presenta ordinariamente dei
fenomeni di una qualità particolare, i quali non somigliano a quelli che gli
hanno preceduti.
Queste osservazioni
non lasciano di avere un certo grado di probabilità fondata sulla ragione: ma è
egli necessario ricorrere ad una tale ibridismo per ispiegare l'origine di una
pianta che non si distacca dalle sue congeneri che per certi caratteri proprj,
ma secondarj, che non ne cangiano la sostanza?
Io ho veduto molti
di questi capricci operarsi dal solo fatto di un'organizzazione irregolare
combinatasi nel germe al suo concepimento.
È certo che
l'influenza di una fecondazione estranea è uno degli agenti principali, ai
quali si devono queste modificazioni di organizzazione nei germi; ma, è essa la
sola?
Delle osservazioni
più accurate potranno col tempo decidere la questione, o almeno portare un poco
più di luce sulle cause di questi fenomeni.
Frattanto io invito
i botanici a tentare una, che credo di molta importanza, quella, cioè, di
conoscere la natura delle piante, provenienti dai semi di questa singolarissima
ibrida.
Sin ora noi non
coltiviamo il Progressifloro che nello stato di pianta innestata.
Certamente, esso e stato ottenuto di seme; e forse la prima pianta, che ha data
origine a quelle che esistono, possedeva la proprietà ordinaria del Visciolo
spontaneo, quella cioè di moltiplicarsi per pollone: ma, o sia per mancanza
di avvertenza nei primi che devono averla propagata, o per impazienza di aspettare
il tardo prodotto dei polloni, essa non si trova ora nei nostri giardini che
vivente sopra un piede non suo.
Tutti i Ciliegi sono
adattati a ricevere l'innesto di questo Visciolo, e tutti i modi
d'innesto sono praticabili per propagarlo, ma il più sicuro è quello
dell'innesto a marza che si fa in primavera, e che manca di rado.
Questo Ciliegio non
può presentare alcun interesse per le delizie del palato, ma tiene uno dei
primi posti fra le piante di ornamento.
La disposizione
dell'albero che imita così bene il Salice babilonico, e che unisce alla
frondosità di tanti rami pendenti con profusione il rilievo dei fiori e dei
frutti, i quali ne rompono il verde col loro colorito, e che si prolungano per
tanto tempo, lo fanno figurare con distinzione in un giardino.
Nè le Ciliegie figurano meno aggradevolmente in una mensa, poichè vi rappresentano la primavera in mezzo alle uve ed ai fichi, dolci ma tristi forieri della stagione dei geli.
Tutte queste
prerogative mettono il nostro Ciliegio nel numero delle varietà che devono
entrare nella collezione di un Pomologo.
Sin ora pare che non
dia stato coltivato che negli orti botanici ed è raro pure in questi: si
potrebbe però coltivare con successo anche nei frutteti, e ne abbiamo una prova
nelle bellissime piante che li vedono nella campestre delizia di Sig. Marchese
Ippolito Durazzo in Voltri, e nel magnifico giardino del suo Zerbino in Genova.
Io debbo alla
gentilezza del Sig. Marchese Marcello di lui figlio il bel ramo che ho fatto
disegnare per la Pomona e i prosperosi individui, che abbelliscono ora la mia
villa di Finale, sui quali ho avuto campo di ripetere a mio agio le
osservazioni, che già aveva cominciate relativamente a questa interessantissima
varietà.
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testo
trascritto da Alberto Olivucci (San Leo, Pesaro Urbino)