Enrico Baldini
Università di Bologna, Dipartimento di Colture Arboree
Tra Esperidi e Pomona: Giorgio Gallesio e la ‘Scienza dei
frutti’
Nell’ambiente scientifico
moderno Giorgio Gallesio deve meritata fama soprattutto alla sua monumentale Pomona Italiana1 pubblicata
a dispense tra il 1817 e il 1839. In realtà, il formale esordio di Gallesio
quale cultore della ‘Scienza dei Frutti’ risale al 1811, quando egli,
trovandosi a Parigi a rappresentare il Dipartimento di Montenotte alle nozze di
Napoleone Bonaparte con Maria Luisa d’Austria, poté anche seguire di persona la
stampa del suo Traité du Citrus2 presso l’‘imprimerie‘ di Pierre Didot l’aîné, purtroppo con una veste tipografica non
adeguata alla rilevanza scientifica dell’opera.
Il
contributo di Gallesio alla tassonomia degli agrumi
Il Traité du Citrus (fig. 1) era stato concepito come prima tappa di
un vasto e suggestivo progetto citrologico. In
quest’opera Gallesio, ispirandosi alla sua teoria
della riproduzione vegetale esposta nel primo capitolo,3 ordinò con nuovi criteri le classificazioni
dei precedenti citrologi e, discriminando gli Aranci dolci (Melangoli) da
quelli amari (Citrangoli), portò a quattro le specie del genere Citrus (C. Medica Cedra, C. Medica Limon, C. Aurantium Indicum e C.
Aurantium Sinense) ripartendo fra esse, in chiave di affinità filogenetica,
varietà, ibridi, forme chimeriche e mostruosità.
In merito ai criteri di classificazione
adottati Gallesio lasciò scritto quanto segue:4
“Il genere che i Botanici hanno distinto col
nome di Citrus e che nella lingua
sociale in Italia riceve il nome di Agrumi è uno dei
pochi che siano veramente naturali. Le specie che lo compongono sono tutte così
legate da caratteri comuni da formare un vero gruppo, cioè
una di quelle associazioni alle quali la scienza ha dato il nome di generi.
Quindi il modo di rappresentarlo con più verità e con più metodo era quello di
un albero, ed è appunto in forma di albero che
l’abbiamo figurato, ed è nelle ramificazioni di quest’albero che abbiamo
distribuito le sue discendenze. Il ceppo rappresenta il genere e porta così il
nome di Agrumi. Il genere è diviso in due grandi
branche che si dividono ciascuna in due secondarie perché è questa la divisione
che egli ha in natura. Arancio e cedro sono le prime
due branche che offrono gli Agrumi; arancio forte e arancio dolce, cedrato e
limone sono le secondarie che, suddividendole, formano quattro specie. E’ questa
una simmetria che s’incontra di rado nel regno vegetale, ma lo è di fatto; essa imbarazza i Botanici metodisti, ma non
arresta il Filosofo: è in Natura e forma perciò la base naturale e necessaria
della classificazione di questo genere.”
Questo originale ordinamento
tassonomico trovò così espressione in una sorta di albero
genealogico di araldica ispirazione (fig. 2), unica deroga alla sobrietà di
un’opera peraltro priva di illustrazioni.
Gallesio dedicò il secondo
capitolo del Traité du Citrus ai
caratteri tassonomici discriminanti che riassunse in un ‘quadro
sinottico’ dove evidenziò le differenze tra i germogli, le foglie, i fiori e i
frutti delle quattro specie considerate. Queste ultime furono poi diffusamente
e dettagliatamente descritte nel terzo capitolo, insieme alle rispettive
varietà, agli ibridi, alle mostruosità e a un gruppo
di ‘Agrumi delle Indie’ mutuati dall’erbario cartaceo del famoso naturalista
olandese Giorgio Everardo Rumph nel corso del suo lungo soggiorno nell’isola di
Amboina.5 Gallesio destinò infine il quarto
capitolo alla storia e alle origini degli agrumi, rivendicando, fra l’altro, ai
Liguri la priorità dell’introduzione degli Aranci dolci in Italia e dando prova
di una non comune conoscenza delle pertinenti fonti bibliografiche.
Scarsi sono gli elementi
utili a ricostruire come e quando Gallesio avesse elaborato
il terzo capitolo del Traité du Citrus,
cioè quello specificamente tassonomico. E’ indubbio che egli si dedicò al difficile compito della descrizione dei vari tipi
di agrumi fino dagli inizi del secolo, verosimilmente avvalendosi di quella
banca del germoplasma che egli aveva costituito nella sua ‘villa sperimentale
dell’Aquila’ in quel di Finale e integrando i risultati delle osservazioni di
campo con diligenti ricerche bibliografiche tanto più apprezzabili quando si
considerino le difficoltà che esse dovettero allora comportare.6
Gallesio aveva
originariamente previsto di fare seguire entro breve tempo al Traité du Citrus un secondo tomo nel
quale si era ripromesso di trattare della coltivazione degli agrumi nel mondo,
delle principali loro malattie e dei danni del gelo, allora molto frequenti e calamitosi data l’ampia diffusione della coltura
al di fuori del suo ecosistema naturale. Questo secondo tomo avrebbe
dovuto essere poi completato anche da un atlante citrografico
impreziosito da trenta tavole a colori.7 La stampa
di queste due opere venne però sempre rinviata, forse perché Gallesio si era
nel frattempo trovato coinvolto, oltre ogni sua aspettativa, nella compilazione
e nella stampa della Pomona Italiana,
e forse anche perché egli dovette essere verosimilmente rimasto sconcertato
quando, nel 1818, Antoine Risso e Antoine Poiteau pubblicarono la loro
monumentale Histoire et culture des
Orangers8 alla quale peraltro egli si era rifiutato di collaborare. Nel 1824, comunque, Gallesio era sembrato finalmente deciso a mettere
in cantiere ‘il secondo volume dei Citrus [...] per
dare uno sfogo alle premure di Milord Bristol’ 9 ma, all’atto pratico, non ne fece di nulla.
Nel 1839 egli pubblicò invece, repentinamente e senza alcun nesso apparente con
le opere programmate, un estemporaneo saggio in folio di dodici pagine, intitolato Gli agrumi dei giardini botanico-agrarii di Firenze (fig. 3),10 nel quale aveva inteso ordinare,
sempre secondo i principi della teoria della riproduzione vegetale, le specie e
le varietà coltivate nei Giardini Granducali di Firenze,11 convinto che esse rappresentassero quanto di
meglio poteva offrire il germoplasma del tempo ‘purgato da tante volgari e
inconcludenti varietà e da tante inutilità introdotte senza ragione nei
giardini’.12 Anche in questa pubblicazione unico
complemento iconografico fu l’albero genealogico degli agrumi riproposto in una
versione italiana e con alcuni aggiornamenti suggeriti dagli studi nel
frattempo condotti. In questo stesso saggio Gallesio reiterò l’annuncio della
prossima pubblicazione del secondo tomo del Traité du Citrus e dell’atlante
citrografico: un duplice impegno, che, ancora una volta, non poté onorare a
causa della sua improvvisa scomparsa avvenuta, pochi mesi dopo, a Firenze.
Della lunga e infausta
gestazione di queste due opere rimaste inedite vi è traccia nell’Archivio
Gallesio-Piuma di Genova in numerose carte manoscritte13 e, quel che più conta, nelle trentadue
splendide tavole a colori14 che Gallesio aveva
commissionato, tra il 1811 e il 1834, a vari artisti francesi e
italiani: Antoine Poiteau e François Turpin, Domenico e Francisca Del Pino,
Rachele Cioni e Isabella Bozzolini.16
Un epistolario e altri
inediti manoscritti del medesimo archivio15 hanno
recentemente consentito di ricostruire le vicende di questi disegni e, in
parte, anche quella del secondo tomo del Traité
du Citrus, in un tentativo di recupero che solo in parte ha reso giustizia
e merito al complessivo progetto citrografico di Giorgio Gallesio.17
Nell’intento di strutturare nel modo più semplice e chiaro l’ordinamento
tassonomico degli agrumi, Gallesio addivenne ad alcuni compromessi sistematici
collocando, ad esempio, tra gli Aranci e i Limoni anche il Pummelo, il
Bergamotto, il Chinotto mirtifolio, il Mandarino, le Limette e il Melangolo a
foglia bilobata, cioè il Citrus histrix,18 che le moderne classificazioni considerano
invece come specie a sé stanti.
Grazie al supporto di appropriate ipotesi filogenetiche Gallesio riuscì
comunque a ordinare un gran numero di varietà e di ibridi interspecifici19 secondo un sistema gerarchico assai semplice e
innovativo:20
“La natura ha creato i generi
che formano altrettante famiglie distinte l’una dall’altra per particolari
caratteri. Essa ha poi creato le specie che formano altrettante branche
nell’ambito delle famiglie alle quali appartengono avendo in comune alcuni
caratteri. Il mescolamento delle specie nella riproduzione sessuale ha dato
origine agli ibridi che partecipano alle caratteristiche delle specie da cui
derivano e tendono a essere sterili. Il rimescolamento
e la reciproca proporzione dei principi riproduttivi di più individui della
medesima specie hanno dato origine alle varietà.”
Gallesio non trascurò
ovviamente le forme teratologiche, quali la famosa Bizzarria descritta nel 1674
da Pietro Nati22 o gli agrumi digitati, fetiferi o deformi
dei citrologi del XVII e del XVIII secolo21; ma, a differenza degli studiosi che lo avevano
preceduto, non cedette alla seduzione delle arcane e affascinanti mostruosità,
e, con scientifico distacco, si limitò ad inquadrare e integrare i biotipi aberranti
nel suo sistema di classificazione, imputando la loro origine a generiche
anomalie della fecondazione capaci di provocare malformazioni e sterilità:23
“L’azione irregolare e
forzata di un principio sull’altro durante la fecondazione, sia nell’ambito di
una specie che tra specie differenti, porta alla formazione dei mostri che sono
sistematicamente sterili e debbono essere perciò propagati
per talea o per innesto.”
Nel Traité du Citrus la descrizione dei singoli agrumi inizia sempre
con un breve sommario latino, con l’indicazione dei sinonimi, e con ampi
riferimenti bibliografici per proseguire poi, in francese, con la descrizione
del portamento dell’albero, dei caratteri dei fiori, delle foglie e dei frutti
e per terminare infine con considerazioni filogenetiche e colturali.
Il Cedro della China (fig.
4), ad esempio, viene
descritto, alle pagine 100-102, tra
gli ibridi di cedro x arancio nei termini seguenti:
‘Citrus
medica cedra fructu monstruoso aurantiato, cortice crasso mucronato, medulla
exigua, seminibus carente.
Cédrat monstrueux ou Cédrat de la Chine; Cedro della
China; Cedro aranciato.
Citrus medica tuberosa: Poncire (Desfont. Tab. de l’Ec. de
Bot. p. 138);
Limon citrata monstrosa sive scabiosa (Fer. f.
337); Citrus medica fructu oblongo majori
mucronato, cortice crasso rugoso (Miller § 1); Lima Romana (Volc. part. 2, p. 159), Lima verrucosa (Id. p. 162).
La pianta ha rami corti e
contorti, appiattiti all’ascella delle foglie, con nodi ravvicinati recanti
grosse gemme. Le foglie, provviste di un grosso picciòlo, sono carnose,
verdi-scure, ovali, con apice ottuso.
I fiori hanno una corolla rossastra all’esterno e sono riuniti in mazzetti. È
fra i più grossi cedrati: il frutto ha una circonferenza che può raggiungere i
settanta centimetri; è tendenzialmente arrotondato, con apice poco appuntito e
leggermente incavato. La buccia è esternamente piuttosto
irregolare, tubercolata e di colore
arancio chiaro; l’albedo, che compone la maggior parte del frutto, è bianco, spesso e coriaceo; la polpa è scarsa,
acida e sempre priva di semi. Questo Cedro viene
propagato per innesto, anche se le sue margotte radicano facilmente. In Liguria è coltivato quasi
esclusivamente dai vivaisti e dagli amatori. Se ne può ammirare un esemplare
nel Giardino Botanico di Parigi.’
Analoghi criteri tassonomici vennero adottati anche per gli altri agrumi e nella Pomona Italiana.
Il
contributo di Gallesio alla pomologia e all’ampelografia
Nel 1816 Gallesio si
avventurò in un’altra e assai più impegnativa impresa tassonomica, cioè nella descrizione sistematica delle piante da frutto e
dei vitigni coltivati in Italia: un’iniziativa pomologica e ampelografica
concepita in modo da trascendere le divisioni politiche del tempo e tale da
competere, sul piano scientifico ed editoriale, con le analoghe opere
pubblicate, fino dalla seconda metà del XVIII secolo, nelle ‘nazioni
oltremontane’.24
Il 5 settembre 1816 Giorgio
Gallesio stipulò dunque con l’editore pisano Giovanni Rosini un accordo nel
quale vennero fissati i parametri tecnici e le
previsioni finanziarie per la pubblicazione a dispense (fig. 5) della predetta
opera, alla quale fu imposto il titolo di
Pomona Italiana.25 La tiratura dei previsti 160
esemplari dell’edizione venne affidata al tipografo Niccolò Capurro di Pisa,
mentre al botanico Gaetano Savi fu chiesto di fungere da ‘correttore e
assistente alla stampa’; Gallesio si riservò invece i compiti della promozione
dell’opera e della distribuzione delle relative dispense.26
Un anno dopo il fiorentino
Niccolò Palmerini, allievo di Raffaello Morghen, entrò nella ‘società della
Pomona’ come co-finanziatore e come consulente artistico: un compito molto
importante, trattandosi di assicurare all’iniziativa editoriale i più bravi
pittori naturalistici e i più capaci incisori del tempo e di guidarli poi nel
loro delicato e impegnativo lavoro.
Secondo il Manifesto,27 stampato per far conoscere l’opera e
guadagnare ad essa il maggior numero possibile di sottoscrittori (i cosiddetti
‘Associati’), la Pomona Italiana
avrebbe dovuto articolarsi in una parte descrittiva e illustrativa
(quarantacinque o quarantasei dispense in
folio, sfascicolate, contenenti ciascuna quattro ‘articoli’ e quattro
tavole a colori) e in una parte scientifica, da stampare dapprima in una
edizione ‘comune’, riservata agli Associati e da ristampare poi, una volta
completata l’opera, in una edizione ‘di lusso’ che avrebbe dovuto integrare le
dispense e le illustrazioni già distribuite. A sua volta la parte scientifica
avrebbe dovuto contenere un Trattato
elementare di Pomologia e una serie di “trattati particolari di tutte le
specie di fruttiferi coltivate in Italia, colla loro storia, la loro coltura e
i loro usi, e colla classificazione delle loro varietà.”
Gli editori della Pomona Italiana avevano confidato di
portare a termine l’impresa nell’arco di una decina d’anni. In realtà essa ne
richiese più del doppio: nel 1820 erano infatti
disponibili soltanto quattro capitoli del primo fascicolo della parte
scientifica, cioè il Trattato del fico,28 e le prime cinque dispense di quella
descrittiva-illustrativa; altre dieci di queste dispense uscirono prima del
1826 e così via fino al settembre 1839, quando finalmente comparve la
quarantunesima dispensa che fu però anche l’ultima per la sopraggiunta
scomparsa di Gallesio. Le ulteriori dispense non
furono mai pubblicate.29 Ugualmente inediti rimasero il Trattato elementare di Pomologia e gli
altri ‘trattati particolari’ della parte scientifica: quello del Ciliegio, di
cui nel 1820 Gallesio aveva preannunciato l’imminente stampa (fig. 6),30 quello del Lazzeròlo, rimasto invece
manoscritto nell’Archivio Gallesio-Piuma di Genova31 e quello della Palma, parte del quale
conservata invece, insieme a numerose altre carte, fra i Gallesio’s Manuscripts della biblioteca di Dumbarton Oaks a
Washington D.C.32
La Pomona
Italiana risulta di fatto composta da
centocinquantasei ‘articoli’ e da centosessanta splendide tavole a colori,
disegnate e stampate senza un ordine prestabilito via via che Gallesio trovava
‘i fiori e i frutti in stato di perfezione’.
La lentezza editoriale della Pomona italiana non mancò di provocare
perplessità e ripensamenti tra gli Associati, preoccupati di avere sottoscritto
un’opera probabilmente destinata a rimanere incompleta. Gallesio si affrettò a
tranquillizzarli con le seguenti giustificazioni:33
“Una infinità
di circostanze hanno contrariato il mio impegno, e non hanno lasciato
progredire l’edizione con quell’attività che avrei desiderato, ma non l’hanno
mai sospesa. Oltre a dei dissesti particolari di malattie domestiche, io ho
dovuto superare ostacoli impreveduti, e difficoltà senza numero, parte delle
quali nascevano dalla natura stessa dell’opera. Se non avessi avuto altro
oggetto che di fare una speculazione libraria, essa sarebbe già molto avanzata,
e gli Associati avrebbero un gran numero di fascicoli; ma il mio scopo era di
dare all’Italia un’opera degna di lei e capace di rivalleggiare con quanto
esiste di più bello fra le altre Nazioni, e con questa vista io non dovevo
cercare che la perfezione.”
Fra le cause dei ritardi vi
fu dunque la necessità, da parte di Gallesio, di acquisire una solida
conoscenza del patrimonio frutticolo e viticolo italiano per poterlo poi
descrivere con scientifica cognizione di causa. Il 2 settembre 1839 egli
spiegava infatti agli Associati della Pomona Italiana che la sua posizione era
stata sostanzialmente diversa da quella dei pomologi che lo avevano preceduto,34
“...i quali abitanti tutti di
città metropoli, potevano conoscere anticipatamente il numero delle varietà che
avevano a descrivere e figurare, perché si trovavano già per la
maggior parte raccolte dai pepinieristi e dai giardinieri.”
e aggiungeva:
“io invece mancava di tutto
questo: l’Italia non ha una città centrale ove si riconoscano tante risorse; le
sue ricchezze pomologiche, sparse qua e là nelle
provincie, non erano mai state riunite in un punto come quelle d’Oltremonti;
insomma, io entrava in un campo tutto nuovo, senza precedenza e privo delle
risorse delle arti indispensabili alla sua esecuzione.”
Fu così che, dopo avere concluso una breve carriera diplomatica e avere accettato
dal governo sabaudo una carica pubblica poco gratificante ma anche poco
gravosa, presto abbandonata per dedicarsi a tempo pieno alla sua prediletta Pomona, Gallesio avviò un sistematico e
impegnativo processo di acculturamento tassonomico nell’unico modo che gli era
possibile, cioè visitando, stagione dopo stagione e anno dopo anno, le campagne
e i mercati delle varie regioni italiane alla sistematica ricerca di notizie e
di riscontri sui frutti e sulle uve meritevoli di essere descritte e figurate.35 Nelle sue esplorazioni scientifiche Gallesio
percorse così più volte i medesimi itinerari: in Toscana (1815, 1816, 1817,
1819, 1820, 1824, 1825, 1826, 1833, 1839), in Piemonte (1823, 1828, 1831), nel
Lombardo-Veneto (1821, 1824, e 1831), nello Stato pontificio (1820, 1824, 1833,
1839), spingendosi, nel 1824, fino a Roma, Napoli e Caserta. Questi viaggi,
inizialmente caratterizzati da un interesse prevalentemente frutticolo
assunsero, dal 1834 in poi, cioè con il procedere
della pubblicazione delle dispense della Pomona
Italiana, una connotazione più spiccatamente ampelografica.
I ponderosi otto tomi
manoscritti dei Giornali di Agricoltura e dei Viaggi, che Gallesio volle
rimanessero, dopo la sua morte, presso l’Accademia delle Scienze di Torino e
alcune loro parti rimaste invece nell’Archivio Gallesio-Piuma di Genova e nella
biblioteca di Dumbarton Oaks, testimoniano l’enorme impegno scientifico posto
da Gallesio alla base del suo monumentale elaborato pomologico e ampelografico
e, al tempo stesso, ci illuminano sulle metodiche del suo approccio alla
‘Scienza dei Frutti’.
Per descrivere le singole
varietà Gallesio non utilizzò schede distinte in modo da collazionarvi tutte le
pertinenti notizie e osservazioni. Nei Giornali
dei Viaggi (cit.) le notizie raccolte sono invece riportate a guisa di
diario e quindi in ordine cronologico. Gallesio si soffermò poi raramente a
disegnare il profilo dei frutti che andava descrivendo (fig.7) o a riprodurre
le caratteristiche delle foglie ‘per impressione al naturale’, una tecnica da
lui stesso descritta in una carta oggi conservata nell’archivio di Famiglia a
Genova: due espedienti che avrebbero invece potuto
tornargli utili per i successivi confronti tassonomici. Gallesio si preoccupò
invece di ottenere dagli artisti suoi collaboratori il massimo risultato in
termini non solo estetici ma anche di rigore scientifico e di realismo
artistico.
Nei Giornali dei Viaggi le osservazioni relative alle
singole varietà sono concise ma stilate con pittorica precisione: per esempio,
la Pera Angelica, una delle varietà più estesamente trattate nella Pomona Italiana, vi è così descritta:
“Genova, 14 settembre 1817: il pero Angelico è
campaniforme, di buccia gialla, spesso tinta di rosso da un lato e punteggiata
come le pere Reali. La sua polpa è bianco-giallignola, meno fina di quella dei
Buré ma più succhiosa, un po’ granellosa vicino al torsolo. La sua forma è irregolare,
a protuberanze irregolari come il pero Sucotto da state (pero Campana), dal
quale differisce molto essendo l’Angelico molto più
picolo. E’ un pero prezioso per la sua bontà e per la staggione in cui matura,
cominciando apena in settembre e durando, mi dicono, tutto ottobre.
Firenze, 22 ottobre 1819: la pera Angelica comincia ad essere rara ma si trova ancora nelle botteghe dei
fruttaroli di prima sfera; è la stessa che ho trovato a Parma, Piacenza, Modena
e Bologna, ora col nome di Angelica, ora di Zuchero-manna. Nel Modenese ne ho
viste di grossissime. Tutte però si distinguono per la macchia di rosso-vivo
che le cuopre da un lato e che è punteggiata di tante punte cinericcie che, sul
resto della buccia, apena si riconoscono e che sulla macchia sono invece
rilevate in modo straordinario.
Roma, 10 ottobre 1820: la pera Angelica è la più comune e una delle
più stimate. La sua forma è fiaschiforme, tondeggiante alla corona, legermente
rilevata nel mezzo, degradante con grazia e in proporzione verso il peduncolo
che è piuttosto longo e sotile. La sua grossezza varia. La sua buccia è di un
bel verdognolo che si volge al giallo nella maturità e che è coperto da un lato
da una larga velatura di rosso-sfumato che si adensa al centro e che è
punteggiato da un rosso-vinoso carrico che la distingue da tutte le altre pere.
La sua polpa è bianca, fina, butirrosa insieme a
liquescente, e con un poco di croccante e il suo sugo è abondante e saporito.
Io non andrò a metterla in paragone della pera Butirra ma dopo di quella la
pera Angelica merita il primo posto: la sua polpa non
ha la dilicatezza della Butirra ma ha una finezza straordinaria che la scioglie
in un sugo saporitissimo e abondante sensa che cessi di avere un poco di
croccante. E’ vero che talvolta si trova un poco aspra
e che facilmente diviene mezza, ma se è mangiata nel suo punto essa è squisita
e le supera tutte. Io non so se convenga lasciarla maturare alla pianta o
raccoglierla acerba per farla maturare in casa. So che da Piacenza a Roma ho
sempre trovato la piazza piena di pere Angeliche acerbe e mature e che le ho
sempre mangiate squisite.”
E in un appunto autografo
senza data, conservato nell’Archivio Gallesio-Piuma di Genova, (fig.8), viene così discussa la possibile corrispondenza di questa varietà
con la ‘Pyra Angela’ di Aldrovandi e la ‘Limonia’ del Tanara36:
‘Pyra Angela. Aldrov. Dendr. Pag.
385. L’Aldrovandi ha lasciata nella sua Dendrologia la
figura della Pera Angela, ma non ne ha data la descrizione. La figura però
risponde colle Angeliche dei nostri tempi. Forse che l’Angela dell’Aldrovandi
era la Citria del Celidonio, la Limonia del Tanara, poiché anche adesso in
molti paesi della Lombardia l’Angelica è conosciuta sotto il nome di Pero Cedro
come in Modena.’
Questi appunti,
opportunamente rielaborati e integrati da note fenologiche e colturali e da
raffronti tassonomici, assunsero poi la veste definitiva della versione che,
corredata da una elegante tavola a colori (fig. 9),
cosi compare nella Pomona Italiana:
“Pyrus Angelica, fructu autunnali,
maedio, oblongo, epicarpo flavescente, maculisque rubentibus punctato;
sarcocarpo tenero, succoso, gustu gratissimo. Vulgo, Pera Angelica, Pyra Angela, Aldrov. Dendr.,
pag. 388 Pera Angelica, Quadri di frutti della Real Villa di Castello, n. 10
Il Pero Angelico è una delle varietà più preziose del suolo
Italiano. I suoi rami si elevano dritti, e gli danno una forma piramidale. La
sua foglia, picciola e liscia, ha la forma di un cuore rovesciato, di cui la
punta serve di base, e nella cui parte superiore s’impianta il picciòlo. Il
fiore è formato di petali larghi e bianchi, e allega facilmente, quando non è
abbruciato dalle nebbie. Il frutto è oblongo, tondeggiante sulla corona, poi
rilevato irregolarmente, e degradante in seguito in un collo, che gli dà la
vera forma della pera. La sua buccia è giallognola
nella maturità, ma sfumata di un rosso vinoso, che dal lato del Sole si spiega
in tante macchiette rotonde, punteggiate di grigio, che risultano
singolarmente, e che la distinguono da tutte le altre pere conosciute. La polpa
è bianca, gentile, butirrosa insieme e croccante, e
piena di un sugo abbondante e saporito, che la rende graziosa, e la fa gareggiare
colle pere più squisite.
La Pera Angelica comincia a
maturare sul finir del Settembre, continua tutto l’Ottobre, e qualche volta
giunge ancora alla metà di Novembre. Ne ho mangiate a Milano anche in Decembre,
ma ciò è raro, e forse fu dovuto alle circostanze di
qualche località del Veronese, da dove provenivano.
Le sue belle forme, e il suo
colorito, graziosamente rilevato dalla punteggiatura singolare, che la
distingue, la mettono nel primo rango tra le Pere. Ma
ciò che la rende più preziosa è la sua bontà; non conosco altre pere che vi
possano stare al confronto fuor che la Butirra
bianca e la Passatutti che sono
le sole che la superino in sapore e in delicatezza, ma l’eguagliano appena in
abbondanza di sugo e in durata.
L’Angelica succede alle Pere
Spadone; è contemporanea per un certo tempo delle Butirre bianche Autunnali,
delle Butirre grigie e delle Pere Pistacchine, e precede le Spine, le Luise, le Bergamotte, le Passatutti, le Spadone d’inverno
o S. Germane e le Virgolose.
La sua grossezza ordinaria è
quella dell’individuo che si è figurato, ma ne ho vedute delle
molto più grosse nel Modenese, in Bologna, e nelle Marche. Alcuni
pretendevano che esse constituissero una varietà particolare: io però ho
trovato in tutte le medesime forme, la medesima pasta e lo stesso gusto, ciò
che mi fa credere che questa grossezza sia piuttosto l’effetto del clima e del
terreno che una differenza di varietà.
Pochi Peri sono così fertili
come l’Angelico; esso, di fatto, provvede per più mesi le piazze dei paesi dove
è coltivato, e somministra una quantità immensa di frutti anche al commercio.
Pare però che nei luoghi marittimi ei sia soggetto alle nebbie. Nel mio Pometo
il suo fiore non allega sempre felicemente e i suoi frutti sono qualche volta annebbiati.
L’Italia è ricchissima di
queste Pere: le ho trovate in abbondanza nella piazza di Roma, ove vi sono
portate dalla Sabina e dall’Umbria; esse continuano a vedersi in tutta l’alta
Toscana, e cuoprono per molti mesi in Autunno il mercato di Firenze. Chi
crederebbe che esse siano sconosciute nel Pisano, nel Lucchese e nel
Pesciatino, paesi così vicini ai sopraccennati, e così fertili in ogni specie
di frutti? Eppure non ve l’ho mai vedute, quantunque abbia passati
due Autunni in quei contorni ove mi sono occupato quasi esclusivamente a
ricercarne e studiarne i prodotti. Il Genovesato non le conosceva nemmeno pochi
anni sono; esse vi si coltivano ora, ma solo da alcuni
amatori, e vi sono un frutto di nuovo acquisto. Usciti dal Genovesato, non si
trovano più pere Angeliche sino ai
confini dello Stato Veneto. Sono sconosciute in Piemonte, nel
Monferrato, nelle ricche colline dell’Oltrepò e persino nel Siccomario,
che è il Pomaro del Milanese. Quelle che vi si vedono nella piazza di Milano vi sono portate dal Veronese, e se qualche amatore le
coltiva nella bella Brianza o nei paesi deliziosi che circondano i due laghi,
ciò non è che da poco tempo. Il Bresciano è il primo paese dove la Pera Angelica ricomparisca
sul mercato; essa diventa abbondantissima nel Veronese, nel Vicentino, nel
territorio di Treviso e nel Padovano, ma vi perde il suo nome e lo cangia in
quello di Pero Fico. Egli è perciò sotto tale denominazione che si conosce
dai fruttaioli di Milano o di Venezia, ove però è alternato con quello di Angelica. Dal Padovano questa varietà si estende nel
Pollesine e nel Ferrarese, ma in nessun luogo è tanto comune quanto nel
Piacentino, ove riprende il nome di Angelica e nel
Modenese, ove cangia in quello di Pero Cedro.
In quasi tutti questi paesi
vi è di un’abbondanza straordinaria, e vi prospera tanto che vi prende sovente
una grossezza doppia della comune. Tale egualmente si vede nel Bolognese, nella
Romagna e nelle Marche, ma non più sotto il nome di Pero Cedro: riprende
dappertutto il nome di Pera Angelica, meno nel Faentino, ove lo cangia in
quello di Pera Limona.
La coltura del Pero Angelico
è antichissima in Italia. L’Aldrovandi, nella sua Dendrologia, lo annovera fra
i peri del Bolognese e, sebbene, scrivendo in latino, si serva del nome di Pyra
Angela, pure non vi resta luogo a dubitare della sua identità colla nostra
Angelica perché la figura che ne ha data corrisponde perfettamente. Forse
l’Angela di Aldrovandi era la Citria del Celidonio e
la Limonia del Tanara. Abbiam veduto che questi nomi sono dati attualmente a questa pera, il primo nel Modenese e il
secondo nel Faentino. Io non trovo il nome di Angelica
nelle ‘Giornate...’ del Gallo, ma lo trovo nei manoscritti del Micheli e nei
quadri di frutti della R. villa di Castello, ove essa è figurata al n. 10 e
dove si riconosce per l’Angelica dei nostri tempi.
Non è così facile a decidere
se essa sia conosciuta dagli Oltramontani. Il suo nome
si trova in tutte le Pomone, ma è certo che le descrizioni e le figure che lo
accompagnano non corrispondono sempre alle qualità che distinguono la Pera
Angelica che si coltiva in Italia. Il primo scrittore in cui s’incontri il nome
di Pera Angelica è il Bauchino,37 copiato poi e citato dal Tournefort, ma le sue
descrizioni non combinano con quella dell’Angelica italiana. Io mi trovo nello
stesso imbarazzo per rapportarla alle Pere Angeliche di Duhamel: quanto a
quella che questo Pomologo distingue coll’epiteto di Bordeau, non vi è bisogno
di analizzarne la descrizione per riconoscerla come diversa. Quanto
poi all’Angelique de Rome non si può rapportarla alla nostra perché è descritta
come una Pera vernina che matura in Dicembre-Febbrajo. Né per
determinare le mie idee su di ciò io mi sono limitato al solo esame delle
Pomone nel silenzio del gabinetto; io ho cercato a
rischiarar questo dubbio, nel lungo soggiorno che ho fatto in Francia,
coll’esame materiale de’ frutti di quei mercati e di quelli degli amatori ma
non mi è mai stata presentata una Pera che rispondesse all’Angelica Italiana.
Lo stesso mi è accaduto a Vienna ove non ho trovato
che la varietà di Duhamel che è la sola che s’incontra nelle Pomone inglesi.
Tali sono pure le Angeliche della Pomona Austriaca. Si osserverà facilmente la
stessa cosa nella Pomona Franconica di Mayer. Quella di Knoop presenta più di analogia di qualunque altra all’Angelica Italiana. La
sola fra le pere delle Pomone Oltremontane che trovi corrispondere all’Angelica
Italiana è la Die Sorellen Birn di Sicler38 che presenta le medesime forme e le
punteggiature rosso-brune che formano uno dei caratteri più distintivi
dell’Angelica Italiana.
Da tutto questo mi pare di
poter concludere che la nostra Angelica può essere
conosciuta da qualche Pomologo al di là delle Alpi, specialmente dopo che il
Sig. Martin Bourdin si è dato a raccogliere nelle sue pepiniere alcuni frutti
Italiani; ma che però essa forma una varietà diversa dalle Angeliche di
Duhamel, e che perciò noi possiamo arricchirci reciprocemente facendone il
cambio.”
Analoghe descrizioni, più o
meno ampie e dettagliate, figurano negli altri articoli della Pomona Italiana.
Fedele ai principi della
teoria della riproduzione vegetale Gallesio ritenne che, come per gli agrumi,
anche le varietà dei fruttiferi e della vite derivassero unicamente dalla
propagazione gamica poichè:39
“...il seme perpetua la
specie ma è la fonte della varietà; esso produce di preferenza varietà
inferiori alla pianta madre ma a volte anche di più fini e raramente delle
mostruose; non esce mai dalla specie, a meno che la fecondazione di una specie
estranea non gli dia il germe di un ibrido.”
Gallesio non concepì infatti che nuove varietà potessero provenire anche da
mutazioni gemmarie nel corso della propagazione agamica, cioè per talea o per
innesto, e, anche per le forme chimeriche, quali il Pesco Ibrido e l’Uva
Bizzarria, egli attribuì la loro eziologia a ‘irregolari combinazioni degli
elementi seminali’ durante l’embriogenesi dei loro capostipiti; così come a
turbe riproduttive egli attribuì anche la formazione dei teratologici frutti
del Fico fetifero40 o dello ‘spadice di datteri
mostruoso raccolto in una Palma vivente alla Pietra, vicino a Finale’;41 con felice intuizione egli sostenne invece
l’ascendenza interspecifica del Pesco-Mandorlo e delle Ciliege Marasche42 e descrisse il comportamento ereditario della
Pesca Carota, una singolare varietà a polpa rossa, ormai praticamente
scomparsa,43 affermando che quando questa era
propagata per seme, ‘variava e perdeva il suo colore’. La sessualità e i
particolari meccanismi dell’impollinazione e della fecondazione furono infine
puntualizzati con dovizia di dettagli e con acuto realismo negli articoli sul
Pistacchio, sul Carrubo, sulla Palma, sul Castagno e soprattutto sul Fico e il
Caprifico.
Nella Pomona Italiana sono descritte ventuno varietà di Fico, altrettante
di Pero, otto di Melo, due di Lazzeròlo, ventinove di Pesco, nove di Ciliegio,
due di Mandorlo, cinque di Albicocco, dieci di Susino,
ventisei di Vite, e inoltre il Melograno, il Carobbo (Carrubo), l’Olivo, il
Castagno e la Palma dattilifera:44 in senso assoluto, dunque, un numero
assai consistente, ma in realtà appena un decimo di quello dei frutti e delle
uve citati negli appunti dei Giornali dei
Viaggi.45
Gallesio ebbe chiaro l’arduo
problema delle sinonimie e delle omonimie, peraltro già affrontato a proposito
degli agrumi. Nell’inedito Trattato del
Lazeròlo, egli così scriveva:
“La diferenza dei nomi è
sovente la causa di queste stravaganze. Sulla fede dei cattaloghi io ho fatto
venire più d’una volta da paesi lontani delle piante che poi ho trovato eguali
a quelle che possedevo e qualche volta ne ho trovate nei miei viaggi delle
nuove che non avrei mai domandate perché nei cataloghi
vi figuravano con dei nomi già conosciuti fra noi e rapresentanti delle razze
diverse che possedevo.”
Nel Manifesto del Trattato della Vite (fig.10)46 stampato nel 1833 per divulgare una speciale
edizione di otto dispense ampelografiche, Gallesio
aveva poi manifestato la convinzione che fossero sufficienti appena trentasei
tavole per ‘abbracciare quanto di più prezioso potesse allora offrire
l’ampelografia italiana’.
Con la limitatezza dei mezzi
d’indagine disponibili Gallesio affrontò il problema come meglio poté, cioè confrontando gli esemplari delle collezioni che aveva
istituito nelle sue proprietà terriere di Finale, ma soprattutto affidandosi a
quell’acuto intuito tassonomico che aveva acquisito e affinato studiando
comparativamente le varietà via via incontrate nel corso delle sue
peregrinazioni scientifiche.47
Conclusioni
Agli inizi del secolo XIX gli
alberi da frutto, emarginati dal giardino paesaggistico in via di espansione, erano alla ricerca di un nuovo assetto negli
ordinamenti colturali scaturiti dalla rivoluzione agricola iniziata nella
seconda metà del Settecento.48 Giorgio Gallesio intervenne quindi
con grande tempestività e in modo provvidenziale nel codificare la memoria
storica e i lineamenti tassonomici del patrimonio frutticolo italiano,
altrimenti condannato all’oblìo.
Certo, egli fu uno studioso
autodidatta, tenace e volitivo ma purtroppo incapace di rendersi conto della imponenza del suo progetto scientifico e del tempo
occorrente per realizzarlo. In realtà, il Traité
du Citrus, Gli Agrumi dei Giardini
Botanico-agrarii di Firenze, il Trattato
del Fico, la stessa Pomona Italiana
sono la parte emergente di un gigantesco iceberg la cui parte sommersa è
costituita da una massa ingente di documenti ancora inediti, custoditi negli
archivi di Torino, di Genova e di Washington: una trama preziosa che integra le
opere a stampa in un unico, grande disegno tassonomico
che proietta in una nuova e inaspettata dimensione il profilo di Giorgio
Gallesio quale cultore della ‘Scienza dei Frutti’.
Ma, al di
là della sua valenza storica e documentaria, l’opera di Gallesio è anche
di grande attualità: essa costituisce infatti un punto di riferimento
fondamentale per tutti coloro che oggi guardano alle relitte risorse genetiche
della vecchia frutticoltura come a una preziosa riserva di caratteri
bioagronomici potenzialmente suscettibili di recupero e di valorizzazione e
comunque meritevoli di essere difesi dall’erosione operata dal tempo.
Note e riferimenti
bibliografici
1 Gallesio G., Pomona
Italiana, Pisa, Tip. Niccolò Capurro, 1817-1839. Per le
attestazioni tributate a Gallesio cfr.: Ferraro
C., Giorgio Gallesio (1772-1839):
vita, opere, scritti e documenti inediti, cap. 12, Firenze, Acc. dei Georgofili, 1996
2 Gallesio G., Traité du Citrus, Paris, Impr. de P. Didot l’aîné, 1811
3 “Questo complesso di osservazioni mi hanno suggerito un certo numero di
conclusioni che, nel loro insieme, formano la teoria che sta alla base del mio
sistema di classificazione degli agrumi”. (Gallesio
G., Traité du Citrus, Préface,
pp. X-XI). Il primo capitolo descrive anche parte degli esperimenti che
Gallesio aveva condotto sulla ereditarietà dei
caratteri nella propagazione gamica. La teoria della riproduzione vegetale fu
pubblicata nel 1814, arricchita di nuove osservazioni e di nuove esperienze e
in tedesco (Theorie der vegetablischen
Reproduktion), dall’editore viennese Stocholzer von Hirschfeld e, due anni
dopo, in un’ulteriore edizione italiana (Teoria della riproduzione vegetale)
presso N. Capurro di Pisa.
4 Gallesio G., Considerazioni
preliminari, ms. s.d. in Archivio Gallesio-Piuma,
Genova
5 Rumph G. E., Herbarium Amboinense, Amsterdam , apud M. Uytwerf, 1741-50
6 Nella prefazione
del Traité du Citrus (pp. VIII e IX)
vengono citate le principali opere citrografiche consultate da Gallesio, in
particolare: J. B. Ferrari, Hesperides, sive de Malorum aureorum cultura
et usu, Romae, 1646; J. Commelyn,
Nederplanze Hesperides..., Amsterdam,
1676; F. van Sterbeck, Citricultura, Antverpen, 1712; C. Volkamer, Nürbergische Hesperides,... Nürnberg, 1708-1714
7 “Questo volume sarà seguito
da un atlante che conterrà trenta tavole a colori delle quattro specie, di un
gran numero di ibridi e delle varietà più
interessanti. [...] Detto atlante costituirà il terzo volume che mi riservo di
pubblicare con maggiore respiro.” (Gallesio G., Traité du Citrus, Prefazione, p. XIV)
8 Risso A. & Poiteau A., Histoire
et culture des Orangers, Paris, Impr. Hérissant le Doux, 1818. Come si evince da una lettera
scritta da A. Poiteau il 23 gennaio 1915 (in Archivio Gallesio-Piuma, Genova),
Gallesio era stato invitato a collaborare con Risso nella preparazione di
un’unica grande citrologia
9 Gallesio G., Giornale
di Agricoltura e dei Viaggi, 1 agosto 1924. Ms. presso
Accademia delle Scienze di Torino. Lord Bristol era Frederick William
Harvey marchese di Bristol, insigne sottoscrittore inglese della Pomona Italiana
10 Gallesio G., Gli
agrumi dei giardini botanico-agrarii di Firenze, Firenze, tip. Allegretti,
1839. Nell’ archivio Gallesio-Piuma di Genova esiste anche un’
inedita traduzione manoscritta in francese di questo saggio
11 Il Giornale dei Viaggi di Gallesio riporta, in data 22 ottobre 1819,
un inserto nel quale sono elencati e sommariamente descritti trentuno agrumi
raffigurati in una delle tele di Bartolomeo Bimbi (cfr. Baldini E. et al., in Agrumi, frutta e uve nella Firenze di Bartolomeo
Bimbi, pittore mediceo, Firenze, F. & P. Parretti Grafiche, 1982), ora
conservate nella villa medicea di Poggio a Caiano. Alla fine di gennaio
dell’anno successivo Gallesio visitò le aranciere di Boboli nelle quali
svernavano gli agrumi in vaso e stilò una dettagliata descrizione di alcune varietà di Arancio (Gallesio G., I
Giornali dei Viaggi, 24 gennaio 1820)
12 Gallesio G., Gli
agrumi dei giardini... cit.
13 Storia degli agrumi (versione italiana del capitolo IV del Traité du Citrus); Des gelées des orangers (rassegna cronologica di memorabili gelate
e descrizione degli effetti dei freddi invernali e primaverili sulle piante e
sul loro prodotto, pp. 23); Des insectes
des agrumes, Morfée (notizie sulla cocciniglia e sulla fumaggine, pp. 2); Traité du Citrus, 7bre 1830 (notizie su
di un occasionale ritrovamento di alcuni limoni
contenenti semi pregerminati che Gallesio affidò alla pittrice piemontese
Bianca Milesi in Mojon perchè li disegnasse; altri manoscritti sulla fisiologia
degli agrumi, ecc.
14 Disegni originali di agrumi conservati nell’archivio Gallesio-Piuma di Genova:
Cedro della China (A. Poiteau, 1811);
Cedratello di Firenze (A. Poiteau, 1811);
Peretta di S. Domenico (A. Poiteau, 1811);
Peretta di S. Domenico (D. Del Pino, 1821); Limone dolce (A.
Poiteau, 1811); Limone cedrato fusiforme (A.
Poiteau, 1811); Limone da premere ordinario (D.
Del Pino); Limone del mercato (F. Del Pino, 1834); Limoncello di Napoli (P.J.F. Turpin, 1811); Limoncello di Napoli (D. Del
Pino, 1821); Ballottino di Spagna (A.
Poiteau, 1811); Pomo di Paradiso (A.
Poiteau, 1811); Limone bergamotto (A.
Poiteau, 1811); Limone multiforme o digitato (A.
Poiteau, 1811); Limone bizzarria (D.
Del Pino, 1826); Citrangolo o Margheritino (F. e D. Del Pino, 1829);
Melarancia (F. Del Pino, 1834); Arancio
riccio o Bouquetier (A. Poiteau, 1811);
Chinotto mirtifolio (A. Poiteau, 1811 e D. Del
Pino, 1826); Arancio turco (A. Poiteau, 1811); Pomo
d’Adamo etichettato Pompelmousse (A. Poiteau, 1811); Arancio violetto (A. Poiteau, 1811 e D.
Del Pino, 1821); Melarosa a
foglia di cedro (A. Poiteau 1811 e D. Del Pino,
1821); Melarosa a foglia d’arancio (A.
Poiteau, 1811); Fiori di Melarosa (D.
Del Pino); Melarosa fetifera (D. Del Pino, 1828); Citrangolo
bizzarria (A. Poiteau, 1811 e D. Del Pino, 1821); Melangolo a
frutto gentile o lustrato (D. Del Pino,
1828); Lumia aranciata (I. Bozzolini,
1821); Arancio bianco (D. Del Pino); Arancio bianco (R.
Cioni); Cocciniglia degli agrumi (D.
Del Pino, 1832). Le lastre di rame pronte per la stampa di questi disegni
furono ritrovate, dopo la morte di Gallesio, a Firenze, nella villa del conte
Bertolini che le aveva avute in consegna (cfr. Fumi
A., Inventario
di tutti gli oggetti appartenenti alla Pomona Italiana trovati in essere questo dì 4 dicembre 1839’, in Archivio
Gallesio-Piuma, Genova
15 Questo epistolario
consta di quattro lettere scritte a Gallesio dal pittore naturalista parigino
Antoine Poiteau in data 18 maggio 1811, 29 gennaio 1812, 2 marzo 1812 e 23
gennaio 1815 e delle minute delle relative risposte di Gallesio in data 3
ottobre 1811, 10 dicembre 1814 e 27 giugno 1816. Nell’archivio genovese sono
conservati anche i calchi dei primi quattordici disegni inviati nel 1811 e
inviati da Poiteau a Gallesio affinchè potesse
giudicare la loro impostazione prima del loro completamento
16 Baldini E. e Tosi A., Scienza
e arte nella Pomona Italiana di Giorgio Gallesio, Firenze, Accadenia dei
Georgofili, 1994
17 Baldini E., Gli agrumi
di Giorgio Gallesio, Atti V° Coll. Int.le “Gli agrumi nella storia, nella
letteratura e nell’arte”, Pietrasanta, 13-14 settembre 1995 e L’atlante citrografico di Giorgio Gallesio,
Acc. dei Georgofili, Firenze, 1996
18 Nel 1831 Gallesio visitò
l’Orto Botanico di Torino per osservare il Melangolo a foglia bilobata, famosa
varietà conosciuta dai Botanici sotto il nome di Citrus histrix e caratterizzata da una eccezionale
ampiezza delle appendici peziolari. Gallesio dissentì dagli studiosi che
avevano classificato questo agrume, oggi noto anche
sotto il nome di Papeda di S. Maurizio, come una specie a sé stante.
19 Gallesio descrisse i seguenti agrumi: Citrus
Medica Cedra (Citronier,
Cedrato): 1. C.M.C. fructu oblongo, crasso, eduli,
odoratissimo, Citronier des Juifs; Cedro degli Ebrei, Pitima (1811; 1839);
2. C.M.C. fructu maximo Genuensi, Citronier à
gros fruit; Cedrone, Cedro a frutto violetto (1811; 1839); 3. C.M.C. fructu parvo Salodiano, Citronier de
Salò, Cedrino, Cedro del Garda (1811) e C.M.C.
calice monstruoso, Citronier
couronné, Cedro coronato (1839) ; 4. C.M.C. flore semi-pleno, Citronier à fleur double, Cedro
a fiore semi-doppio (1811; 1839); 5. C.M.C. fructu
monstruoso aurantiato, Cédrat monstrueux, Cedro della China (1811; 1839);
6. C.M. Aurantiata, Cédrat à fruit doux (1811) e C.M.C. fructu pyriformi, Cédrat à
forme de poire; Peretta di S. Domingo (1839); 7. C.M.C. limoni-folio Florentinum, Cédrat de Florence, Petit Poncire
(1811), e C.M. Florentina, Cédrat de
Florence, Cedratello di Firenze (1839); 41. C.M. Foetifera, Citronier fétifère, Cedro
fetifero (1839); 42. C. Multiformis,
Citronier corniculé, Cedro multiforme (1839). Citrus Medica Limon (Limonier, Limone): 8. C.M.L.. fructu ovato, crasso et grate acido (1811) e C.M.L. fructu rotundato (1839), Limonier de Gênes, Limone Bignetta; 9. C.M.L. fructu ovato, cortice glabro, tenui, medulla acidissima (1811) e C.M.L. fructu glabro (1839), Limonier à
fruit fin, Lustrat, Limone lustrato; 10. C.M.L. medulla acido
carente, Limonier à fruit doux, Limone a sugo dolce (1811; 1839); 11. C.M.L., flore semipleno, Limonier à fleur
semi-double, Limone a fiore semi-doppio (1811; 1839); 12. C.M.L. fructu citrato, oblongo, cortice rugoso, crasso et eduli (1811) e C.M.L. cortice crasso et eduli (1839),
Poncire d’Espagne, Limon-cédrat, Limone cedrato; 13. C.M.L. fructu citrato, ovato, cortice glabro, cibatu, gratissimo (1811) e
C.M.L. cortice eduli (1839), Poncire de St. Remo, Poncire de Paradis,
Limone a buccia dolce; 14. C.M.L. Aurantiata,
fructu ovato, croceo, medulla dolcissima,
Lime sucrée, Limetta (1811; 1839); 15. C.M.L. Aurantiata, fructu parvo, suavissime odorato, vulgo
Bergamotte (1811) e C.M.L.
odoratissima (1839), Lime Bergamotte, Bergamotto; 16. C.M.L. Aurantiata, fructu parvo (1811) e C.M.L. fructu minimo (1839), Lime de Naples à petit fruit,
Limoncello di Napoli; 43. C.M.L. vulgaris, Limone da premere (1839); 44.
C.M.L. inermis, Limonier sans épines, Limone
senza spine (1839). Citrus Aurantium Indicum (Bigaradier, Citrangolo): 17. C.A.I. vulgare, medulla
acida, Bigaradier, Citrangolo, Arancio forte (1811; 1839); 18. C.A.I. flore semipleno,
Bigaradier à fleur double, Citrangolo a fiore semidoppio (1811; 1839); 19.
C.A.I. salicifolium,
Oranger à feuille de saule, Citrangolo salicifolio (1811; 1839); 20. C.A.I. crispofolium
multiflorum, Bouquetier, Riche dépouille, Citrangolo a mazzetto (1811;
1839); 21. C.A.I.
caule et fructu pumilo, Oranger nain, Petit Chinois, Nanino da China (1811;
1839); 22. C.A.I. caule et fructu pumilo
myrtifolium, Oranger nain à feuilles de myrte, Chinotto mirtifolio (1811; 1839); 23. C.A.I. medulla dulcacida, cortice crasso et
amaro (1811) e C.A.I. acido carente (1839), Bigaradier à fruit doux, Citrangolo dolce; 24. C.A.I. fructu magno, cortice crasso subdulci, medulla acida, Bigaradier
à écorce douce (1811) e C.A.I. fructu variegato, Bigaradier
Turc, Citrangolo variegato (1839); 25. C.A.I. citratum, fructu magno (1811) e
C.A.I. folio amplissimo (1839), Lumie orangée, Citrangolo folle; 26.
C.A.I. fructu maximo, citratum, vulgo Pomum Adami (1811) e C.A.I. fructu maximo (1839), Lumie d’ Espagne, Pomme d’ Adam, Pompoléon, Pomo d’Adamo; 27. C.A.I. fructu violaceo, Bigaradier à fruit violet,
Citrangolo violetto (1811; 1839); 28. C.A.I.
fructu stellato, Bigaradier à fruit étoilé, Citrangolo Melarosa (1811;
1839); 29. C.A.I. limo-citratum,
Bigaradier limo-citré à fruit mélangé ou la Bizarrerie, Citrangolo di Bizzarria
(1811; 1839). Hybrides, Ibridi:
45. C. Pomum Adami crispofolium,
Ballotin d’Espagne, Pomo d’Adamo a mazzetti (1839).Citrum Aurantium Sinense
(Oranger à fruit doux, Melangolo):
30. C.A.S. vulgare, fructu globoso,
cortice crasso, Oranger à fruit doux où de Portugal, Melangolo a buccia
grossa (1811; 1839); 31. C.A.S. fructu
globoso, cortice tenuissimo, Oranger de la Chine, Melangolo a frutto
gentile (1811; 1839); 32. C.A.S.
Hierochunticum, fructu sanguineo, Oranger à fruit rouge, Melangolo a sugo
rosso (1811; 1839); 33. C.A.S. pumilum
fuctu dulci, Oranger nain à fruit doux, Melangolo Mandarino (1811; 1839);
34. C.A.S. fructu oliviforme, dulci
medulla et cortice, Oranger à fruit oliviforme à écorce et jus doux (1811)
e C.A. Otahitensis, Oranger d’Otaiti,
Melangolo d’Otaiti (1839); 35. C.A.S.
flore semipleno, Oranger à fleur double, Melangolo a fiore semidoppio
(1811; 1839); 36. C.A.S. fructu dulci,
cortice eduli, Oranger à fruit et écorce douce (1811) e C.A. dioecia, Oranger de Portoricco, Melangolo maschio (1839); 37.
C.A.S. Decumanum, fructu omnium maximo,
medulla dulci, Oranger Pompelmous,
Melangolo Decumano (1811; 1839); 38. C.A.S.
limnoniforme, Lime à fleur d’orange (1811) e C.A.S. limoniformis, Lime orangée, Lumia (1839); 39. C.A.S. folio et fructu variegato,
Oranger à fruit blanc, Oranger panaché, Melangolo bianco (1811; 1839); 40. C.A.S. Turcicum, folio angusto, maculato, fructu
oblongo, Oranger turc à feuille et fruit panaché (1811) e C.A. inermis, Oranger sans épines,
Melangolo senza spine (1839); 46. C.A.S.
anoxidum, Oranger à fruit doux, Melangolo vernino (1839); 47. C.A. Hystrix, Limetta auraria, Melangolo a
foglia bilobata (1839); 48. C.A.S.
apyrinum, Oranger sans pepins, Melangolo senza semi (1839)
20 Gallesio G., Traité
du Citrus,cit., p. 50
21 Nati P., Florentina
phytologica observatio de Malolimonia Citrata-Aurantia Florentinae, vulgo
Bizzarria, Florentiae, Typis Hippolytis De Nave, 1674
22 Cfr. nota.6
e anche: Baldini E., Polimorfismo e teratologia dei frutti nel
genere Citrus: riscontri storici e attualità biologiche, Atti Acc. delle Scienze dell’ Istituto di Bologna, Cl. Sci. Fisiche, s. XIV, t. IV, 1988-89, pp.
127-161; Freedberg D., Baldini E.,
The paper museum of Cassiano dal Pozzo:
Citrus fruit, London, Harvey Miller Publ., 1997
23 Gallesio G., Traité du
Citrus, cit., p. 51
24 Langley B., Pomona,
London, 1729; Knoop J.H., Pomologia, Leeuwarden, 1758; Kraft J., Pomona Austriaca. Wien, 1772-96; Mayer
J.P., Pomona Franconica,
Nürnberg, 1776-1801; Christ J.L., Der Baumgaertner auf dem Dorfe,
Frankfurt, 1792; Sickler J.V., Der teutsche Obstgaertner, Weimar,
1794-1804; Henderson P., Pomona, London, 1808; Knight T.A., Pomona Herefordiensis, London, 1811; e soprattutto: Duhamel du Monceau H., Traité des Arbres Fruitiers, Paris, 1768
25 Conto o quadro
preventivo delle spese fatte o da farsi per l’edizione della Pomona Italiana...(5 settembre 1816), ms. in
Archivio Gallesio-Piuma, Genova
26 “...ma ho di mira di far
associati, e regolo tutti i miei passi dietro a questo scopo.” G. Gallesio al cugino Tommaso Litardi, da Napoli il 28 ottobre 1824,
in Otto lettere di G. Gallesio pubblicate da F. Bariola,
Firenze, 1893
27 Manifesto della Pomona Italiana, ossia trattato degli Alberi
Fruttiferi contenente la descrizione delle migliori varietà di frutti coltivate
in Italia, colla loro classificazione, la loro descrizione e la loro coltura,
accompagnato da figure disegnate dal vero e preceduto da un Trattato elementare
di Pomologia. Questo manifesto fu stampato a Pisa del 1816 presso la tipografia di
Niccolò Capurro e successivamente a Roma (1820) e a
Como (1821). Esemplari sono stati rintracciati presso l’ Accademia
delle Scienze di Torino, presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara e presso la
Biblioteca dell’Orto Botanico di Torino
28 Gallesio G., Pomona
Italiana, parte scientifica, fascicolo primo contenente il trattato del Fico,
Pisa, N. Capurro, 1820
29 In una lettera inviata da
Firenze il 18 marzo 1839 al cugino Tommaso Litardi (in Archivio di Stato di Imperia, fondo Littardi) Gallesio aveva scritto, a
proposito della Pomona Italiana:
‘L’opera sarà compita col f.lo 46. Io non lascio la
Toscana se non è pubblicato. I miei materiali sono tutti pronti e non manca che
il tempo materiale per l’esecuzione delle miniature. Spero però di riescire a
farle eseguire anche queste dentro il 1840.’ Secondo l’
‘inventario post-mortem di tutti gli oggetti della Pomona Italiana’, compilato da Amerigo Fumi il 3 dicembre 1839 e
conservato nell’ Archivio Gallesio-Piuma di Genova, le dispense ancora inedite
erano invece soltanto quattro (cfr. Baldini
E., Tosi A., Scienza e Arte ...,
cit., pp. 32-34)
30 In una lettera del 18
giugno 1820 (Archivio di Stato di Imperia, fondo
Littardi) Gallesio ragguagliò il cugino Tommaso Littardi sulla prossima stampa
del Trattato del ciliegio, il cui
manoscritto non è però tra le carte dell’ Archivio Gallesio-Piuma di Genova
dove sono conservati solo frammentari appunti di quest’opera rimasta inedita
31 Fra le carte dell’ Archivio Gallesio-Piuma di Genova figura il
manoscritto autografo e una trascrizione d’ altra mano del Trattato del Lazzeròlo articolato in quattro capitoli (Classificazione,
Storia naturale, Storia del Lazzeròlo, Coltura ed uso del frutto) e sicuramente
afferente, insieme al Trattato del Fico
(cit..) alla ‘parte scientifica’ della Pomona
Italiana. La trascrizione di questo trattato, curata da E. Baldini, è stata
testè pubblicata a cura della Accademia dei Georgofili
di Firenze e presentata da F. Scaramuzzi in questo convegno
32 Insieme ad
altri documenti numerose carte dei Giornali
dei viaggi sono conservate in un fondo intitolato Gallesio’s Manuscripts presso la biblioteca di Dumbarton Oaks a
Washington D.C. . Per quanto riguarda le Palme si veda, in questo convegno, la
relazione di Luigi Viacava
33 ‘Ai Signori Associati l’ Autore’, inserto
a stampa della Pomona Italiana, o.c.
34 Gallesio G., Trattato del Fico, cit., Prefazione
35 Gallesio G., I
giornali dei viaggi, trascrizione, note e commento di E. Baldini, Firenze,
Accademia dei Georgofili, 1995
36 Aldrovandi U., Dendrologiae,
Naturalis scilicet Arborum Historiae Libri Duo, Bononiae, Typis J.B.
Ferronij, 1668. Tanara V., L’economia del cittadino in villa. Bologna,
per gli eredi del Dozza, 1658
37 Bauchino: Bauhin G., Pinax theatri botanici sive index in Theophrasti, Dioscoridis, Plinii
et botanicorum qui à seculo scripserunt opera plantarum circiter sex millium,
Basileae, J. Regis, 1623
38 Sic. L’iniziale del nome
della varietà è errata trattandosi della pera Forellen, così come
errato è il nome dello studioso che è Sickler (cfr. nota
24)
39 Gallesio G., Traité du
Citrus ,cit.
art. V
40 “Il ricettacolo si ripiega
al didentro, ove cresce e cerca di svilupparsi, ma non potendolo vi forma come
un fico spiegazzato e irregolare, il quale si mostra all’orifizio della corona
che in questo caso è straordinariamente grande e come aperto” (Gallesio G., Pomona Italiana, o.c., art. Fico
fetifero)
41 ‘Questo
spadice consisteva in un gruppo di molti grappoli di datili simili a grappoli
d’uva a grani estremamente fitti, piccioli, lisci di fuori e vuoti dentro’ (Gallesio G., Giornali di Agricoltura e dei Viaggi, 2 giugno 1836)
42 “Infinite varietà legano
il Ciliegio Visciolino al Visciolone. Esse soffrono delle infinite, piccole
modificazioni nelle diverse razze che si formano continuamente dai semi e
conservano tutti i tratti principali della fisionomia comune.”
(Gallesio G., Pomona Italiana, cit., art. Ciliegio Visciolo)
43 La Pesca Carota è oggi
conservata, sotto il nome di Sanguigna, nelle collezioni varietali dell’ Istituto per la propagazione delle specie legnose del
Consiglio Nazionale delle Ricerche
44 Albicocche: Alessandrina a mandorla
amara, Alessandrina bianca a mandorla dolce, di Germania, Lucente, Susina. Castagna: Marrone. Cilegie: Acquaiola, Duracina gialla, Duracina rossa, Napoletana,
Progressiflora, Susina, Visciola, Viscolina, Visciolona. Fichi: Albo, Brianzolo, Brogiotto
bianco, Brogiotto nero, Caprifico, Cuore, Datto, Dottato, Fetifero, Gentile,
Melograno, Monaco, Paradiso, Pissalutto, Portoghese, Regina, S. Piero,
Verdeccio, Verdone, Vezzoso. Giuggiole:
a frutto oblungo, a frutto tondo. Lazzeròle:
Bianca, Rossa. Mele:
Astracan, Borda, Carla, Carpendola, Lazzeròla, Panaja, Pupina, Renetta bianca.
Melograno: a frutto gentile. Olivo: Gentile. Pere: Allora, Angelica, Brutta e buona
di Giavenne, Bugiarda, Buon Cristiano vernina, Butirra bianca, Butirra grigia,
Campana, del Duca, Limone, Luisa, Martin secco, Moscatellina,
Passa-tutti, Perla, Pistacchina, Reale, Spadona, Spadona vernina, Spina,
Virgolata. Pesche: Alberges, Biancona
di Verona, Burrona bianca, Burrona massima di Savona, Carota, Ciliegia,
Damaschina burrona, Damaschina durona, Duracina bianca estiva, Giallona di
Verona, Ibrida, Maddalena bianca, Maddalenina, Mela, Moscatella, Moscadella
burrona, Natalina, Nocciolina bianca, Pesca-noce a frutto violetto, Pesca-noce
duracina bianca, Pesca-noce spiccagnola bianca, Pesca-noce spiccagnola gialla a
buccia paonazza, Pesco-mandorlo, Pesco-mandorlo a frutto gentile, Poppa di
Venere, Reale, Spiccacciola gialla a buccia paonazza, Vaga-loggia duracina,
Vaga-loggia spiccagnola. Pistacchi:
Gentile, Vero spontaneo. Susine: Basiracatta,
Buon boccone, Catalana, Claudia, Damaschina estiva, Damaschina settembrina, del Vecchietti, S. Caterina, Scaudatella, Verdacchia. Uve: Albarola, Aleatico, Barbera,
Barbarossa, Barzemina, Bizzarria, Brachetto, Canaiola, Claretta di Nizza, Colorino, Crovino, d’ Acqui, di Caneto, Fuella, Lacrima,
Moscadella nera, Piccolito, Pignola, Rossana, Rossese, Salamanna, Sangioveto,
Spana, Trebbiana fiorentina, Vermentino, Vernaccia, Trifera. (Gallesio G., Pomona Italiana, o. c.)
45 Gallesio G., I
giornali dei Viaggi. (Trascrizione, note e
commento di E. Baldini), Accad. dei Georgofili,
Firenze, 1996
46 Nel 1833 Gallesio e
Palmerini contemplarono la possibilità di porre in commercio otto dispense
ampelografiche. Un esemplare del relativo ‘Manifesto’ (Trattato della vite e specialmente delle uve e dei vini italiani)
si trova nell’ Archivio Gallesio-Piuma di Genova
47 Il problema delle
sinonimie viene oggi validamente affrontato con sofisticati
metodi biometrici o, con più affidabilità, monitorando il DNA con marcatori
molecolari (isoenzimi, RAPD, microsatelliti) che consentono di discriminare la
variabilità fenotipica, indotta dai fattori ambientali, da quella genotipica
determinata dalle differenze del codice genetico
48 Baroni G., Ricasoli B., Relazione
intorno alla memoria intitolata ‘Dei frutti’ del Sig. Giovanni Baroni, in:
Letture, memorie, rapporti e discussioni pubbliche, Accad. dei
Georgofili, Firenze, ms. 76, 1163, 1840