ULIVO GENTILE

 

Olea sativa italica, trunco maximo procerissimo, flagellis longissimis pendulis, folio amplo elissoidali, floribus racemosis numerosissimis, fructu maedio, oleo dulci ex-luteo albescente lenissimo. Vulgo, Ulivo Gentile. Correggiolo, Frantoio, Razza, Tagliasca, Lavagnina, Lucchese, Olivier de Grasse, Olivier pleureur.

 

Il primo Ulivo che ha cominciata la specie era un individuo distinto da tutti gli individui della sua discendenza, come il primo uomo era distinto dagli uomini che gli sono succeduti. Egli doveva avere ed aveva una fisonomia propria che non si può più ripetere e ogni individuo della sua discendenza ne deve avere egualmente una sua particolare.

È la scelta delle fisonomie che più convengono ai bisogni dell’uomo, ossia degli individui ch’esse distinguono, che forma la ricchezza dell’Agricoltura.

Tutti modellati sopra un tipo comune, devono aver tutti dal più al meno la prerogativa di produrre dell’olio, ma non possono averla tutti nel medesimo grado, nè quest’olio può essere in tutti della medesima perfezion relativa. La loro costituzione organica stabilisce essa pure delle altre differenze che devono influire sulla loro importanza agricola. Prodotti egualmente dalla combinazione di due principj omogenei ma diversi, si risentono necessariamente non solo delle differenze individuali di questi principj, ma ancora delle diverse proporzioni colle quali essi concorrono a formarli. Così sortono dal medesimo albero dei semi più o meno ben organizzati, e di un’organizzazione infinitamente variata, e perciò le piante che svolgono sono tutte diverse. Le une si distinguono per la robustezza del tessuto o per la facilità di svilupparsi e di crescere; altre per una fecondità naturale che risponde con generosità alle cure della coltura: in talune si incontra della precocità nella fioritura o nella maturazione dei frutti, in altre finalmente una disposizione particolare per l’allegagione. Tutte presentano delle particolarità non solo nelle loro forme e negli accidenti della loro vita, ma ancora nelle forme e negli accidenti che distinguono i frutti e la loro sostanza. La Natura fa pompa in questo di una ricchezza di modificazioni indefinita, e ogni seme ne presenta una nuova. Tocca all’uomo a scegliere quelle che più convengono ai suoi bisogni e fissarle. Iddio gliene ha dati i mezzi, accordando alle piante la prerogativa preziosa di poter essere suddivise indefinitivamente, e di vivere nelle loro parti separatamente sia col mezzo degli  innesti, sia con quello delle radicazioni; e ha dato così all’agricoltura il modo di moltiplicare l’individuo quasi tanto facilmente quanto la natura moltiplica le specie e renderlo immortale. L’uomo industrioso ne ha profittato e ha scelto, ma non sempre colla medesima intelligenza e colla stessa fortuna. Delle accidentalità hanno determinato ordinariamente le prime scelte, e queste perciò sono state numerose, indeterminate e imperfette. Bisogna procedere a delle scelte secondarie: è questo lo scopo della scienza agricola nello stato di raffinamento a cui è stata portata dalla civilizzazione e dall’opulenza.

Le varietà coltivate dell’Ulivo sono moltissime, e tutti i paesi ne hanno delle proprie: quelle però che hanno qualche merito si trovano estese in grandi gruppi e dominano sopra le altre. L’Italia ne presenta diverse, e l’Ulivo Gentile primeggia su tutte. A questo noi consacriamo il presente articolo.

L’Ulivo Gentile è il più vigoroso e il meglio costituito di tutti gli Ulivi coltivati. L’organizzazione intima del suo tessuto e le disposizioni che vi ricevono i sughi che vi sono elaborati determinano in tutte le sue parti uno sviluppo così felice, così rapido e così rigoglioso che in pochi anni si fa un albero vegeto, maestoso e di una fecondità prodigiosa.

Il tronco s’innalza retto con una messa principale, e si guarnisce lateralmente di un gran numero di rami che lo foggiano quasi a globo. I ramicelli che sortono dai rami principali sono sottili, lunghi, flessibili, e a nodi distanti, caratteri che li rendono pendoli come quelli del salice babilonico e che concorrono ad accrescere la frondosità naturale della pianta. La lunghezza di questi ramicelli che si accumulano l’uno sopra l’altro, aumenta in un modo sorprendente il numero delle gemme fruttifere, e porta la produzione a delle proporzioni che superano quelle di tutte le varietà conosciute. Le foglie grandi ed ellissoidali si distinguono per un verde tenero quando si spiegano, e poi per un verde forte che è rilevato dal bianchiccio della pagina inferiore, e che dà all’albero un aspetto di frondosità che fissa e colpisce. Le gemme si aprono in grappoletti di cinque a tredici racimoli portanti dei fiori grandi, distinti e ben formati, e di un’allegagione così facile che ne restano ordinariamente da uno a tre per grappolo e qualche volta sino a undici. Il frutto è ovale e di una bella grossezza: la sua buccia, in principio verde, poi bianchiccia, indi rossiccia, finisce per volgersi in nero e avvolge una polpa molle e gentile che produce un olio finissimo, il più bianco e il più delicato di tutti gli olj conosciuti.

Tale è l’Ulivo Gentile che i Fiorentini chiamano ancora Coreggiolo e Frantoio, e che forma la varietà dominante in Italia da Nizza sino a Viterbo. Il suo ascendente sopra le altre varietà è fondato in ispecial modo sopra tre proprietà ben constatate, cioè: Primo. In una forza di vegetazione che accelera il suo sviluppo e lo porta a dimensioni straordinarie. Secondo. In una fecondità naturale che si sostiene nelle località le più difficili, e che lo rende di un prodotto ricchissimo e quasi sicuro. Terzo. Nella qualità del suo olio che è il più gentile di tutti gli olj conosciuti.

Primo. Poche piante godono della vegetazione vigorosa dell’Ulivo Gentile, ossia di quelli alberi che provengono dall’individuo di seme che ha cominciata la varietà (1) e che lo rappresentano, perchè ne conservano i caratteri. Ognuno intende che questo primo individuo non può più esistere, dovendo essere perito per vecchiezza e che quelli che esistono adesso sono lo sviluppo successivo e replicato di gemme provenienti originariamente dal primo, e viventi da se stesse, o in polloni, o in  radicazioni o in  innesti. In questi tre stati esse conservano sempre la vigoria originaria quantunque non si spieghi eguale in tutte perchè, non trovando in tutti un eguale alimento, non può avere un eguale attività. Quella che gode vivendo per innesto sopra un piede non suo è la più pronunziata possibile quando il piede su cui vive proviene immediatamente di seme, ed è proporzionata alla forza del piede quando questo è un pollone. Dopo gli innesti viventi sopra soggetti di seme lo stato più prospero di questa pianta è quello di pollone proveniente da piede di Ulivo Gentile; e sotto questo nome io non intendo solo la gemma sviluppata sul ceppo e staccata in istato di pianticella, ma quella ancora che si sviluppa dopo il distacco da un pezzo di ceppo posto a radicare separatamente e che riceve il nome di ovolo. In alcuni paesi si moltiplica ancora per radicazioni sieno in forma di margotte o in forma di talee ma in questo stato è meno prospera e gli alberi che ne provengono restano sempre più piccoli.

Tutto questo è per la grande ossatura dell’albero. Quanto ai ramicelli dell’anno ossia alle messe fruttifere, la vigoria che distingue la varietà si conserva la stessa in tutti gli stati, salvo sempre le modificazioni delle località e della coltura. Nessuna fra le varietà coltivate getta con tanto vigore quanto questa. Se è ben nudrita le messe si allungano ogni anno da numero venticinque a numero sessanta centimetri e portano da numero ventiquattro a numero cinquanta gemme. Quando queste messe sono spossate dal frutto, sortono nei rami delle messe novelle che suppliscono alla loro debolezza e invitano l’agricoltore a sopprimerle: se poi la loro soppressione è ardita e senza risparmio allora sbucciano in quantità dei secchioni di numero quaranta a numero ottanta centimetri i quali si fanno fruttiferi in uno o due anni e ringioveniscono il ramo. In tutti i casi e in tutti i tempi la vegetazione di quest’ulivo è viva, impaziente e ricchissima e se è provocata dall’ingrasso e dal taglio essa porta le dimensioni e il prodotto di quest’albero a proporzioni ignote nella specie.

Tali sono le piante straordinarie che si vedono in Provenza, nel contado di Nizza e nella Liguria occidentale. Il nuovo Duhamel ne cita una esistente a due leghe di Terrascon i rami della quale si stendono a nove in dieci piedi dal tronco, e dice che appartiene alla varietà conosciuta sotto il nome di Olivier pleureur, ossia all’Ulivo Gentile. Io non so se sieno di questa qualità le piante di tre a cinque piedi di diametro citate dal Sig. Bernard di Marsiglia, nè la pianta descritta da Bouche nella sua storia di Provenza, la quale conteneva nel suo interno vuoto, una ventina di persone, ma so che le piante più grandi che abbia incontrate nei miei viaggi sono tutte di Olivo Gentile. Io citerò quelle che si vedono nei piani di Villafranca, ove ra le altre ne ho rimarcata una in un podere del Generale Miollis a Berlogo, la quale ha una circonferenza di palmi 32 a fior di terra, e di palmi 22 (metri cinque e mezzo) presso la ramificazione, e che produce da otto a dieci rubbi di olio, e citerò il Piano di Berio al Porto Maurizio, ove sopra trecento circa piante, ne ho fatte misurare più di 50, aventi un’altezza di palmi cento (metri 25) a centoventi, e che davano l’una per l’altra circa un barile d’olio. Molte se ne mostrano in Ventimiglia, a Taggia, e a Diano che rivaleggiano con quella di Villafranca e che superano quelle di Berio.

I San-Remaschi ne vantano pure un gran numero. L’Ulivo di Pescio è una pianta che ha una circonferenza di palmi trentuno (metri 7,75) e si pretende che abbia già dato da undici a dodici rubbi d’olio (un Chilogrammo, o Cantaro decimale). Ve ne è uno al Capo che non gira che palmi 20 ed è così florido che nell’annata produce più di due barili d’olio. Il famoso Ulivo della Colla è un gruppo di rimesse che sortono dal ceppo di un piede reciso e che si aprono in un giro di rami che hanno già dati tre barili d’olio.

Tutte queste piante appartengono alla varietà Tagliasca che è l’Ulivo Gentile dei Toscani. Le più grosse sono innestate sopra piedi di seme come quella di Villafranca nella quale si riconosce il luogo ove comincia l’innesto, e ciò può aver influito sulla loro grossezza, ma ve ne sono molte che provengono da pollone e che sono Tagliasche di ceppo. D’altronde non so se il piede di seme abbia mai dato dimensioni così grandi agli innesti di alcun’altra varietà. Sotto questo nome io intendo sempre di parlare di quelle fisonomie fissate dall’Agricoltura e moltiplicate in gruppi di individui provenienti da un solo, poichè è nei possibili che il seme ne produca delle più vivaci ancora, ed è certo che nei paesi ove si trovano dei boschi di ulivi salvatici (di seme) s’incontrano degli alberi di dimensioni enormi, e che non è difficile che sorpassino quelle delle piante più grandi dell’Ulivo Gentile. Erano forse di questa natura gli Ulivi miliarj di Plinio, i quali davano sino a mille libbre di olio. Le nostre piante più gigantesche non giungono a questo prodotto. Il Sig. Bernard dice, che in Provenza se ne trovano alcune che danno sino a 250 libbre di olio, e l’Abate Loquez citato dal nuovo Duhamel dice, che a Nizza se ne vedono molte capaci di lib. 200, e una di lib. 300. Il barile Genovese essendo del peso di rubbi 7½ ossia di lib. 187½ di Genova a libbre 3 per chilogramma, le piante di San Remo capaci di due barili d’olio ne danno in peso lib. 375, e quello della Colla libbre 563.

È questo il maximum della produzione conosciuta dell’Ulivo Gentile, e certo non se ne trovano esempj in alcun altro degli ulivi coltivati; ma non è sopra piante straordinarie che si deve giudicare della varietà. Bisogna vederla nell’insieme delle grandi piantazioni, nel totale dell’albero e nelle proporzioni che passano fra la sua testa e il suo tronco. Tutte queste cose parlano all’occhio al solo entrare in uno dei nostri uliveti. Il numero grandissimo dei ramicelli, la loro lunghezza e la quantità di gemme che portano, tutto annunzia una ricchezza di produzione che supera le proporzioni ordinarie. Basti l’osservare che un solo ramicello porta talvolta sino a mille fiori. Io chiamo ramicello la messa della Primavera allungata nella State e nell’Autunno, maturata nell’Inverno, e divenuta fruttifera nella Primavera seguente. Questi ramicelli sono ordinariamente della lunghezza di 25 a 40 centimetri: vene sono dei più corti, ma ve ne sono pure dei più lunghi, e i corti sono sovente guarniti di getti laterali che gli rendono tripli e quadrupli, e allora il numero delle gemme che portano è molto maggiore di quello dei lunghi. Io ne ho esaminati moltissimi e ho riconosciuto che i ramicelli semplici di un albero vigoroso sono guarniti regolarmente di 12 a 14 nodi, ciascuno dei quali porta due grappoletti di fiori, e ho riconosciuto che ogni grappoletto è composto di 9 a 13 racimoletti portanti ciascuno da 3 a 5 fiori. Ora prendendo la media di 10 per i racimoli e di 3 per i fiori che portano, avremo sopra 24 grappoletti una somma di 720 fiori per ramicello. Questo numero si accresce quando vi sono delle gemme dormenti nel ramo di due anni, giacchè l’Ulivo ha la proprietà singolare di sbocciare dei fiori anche sulle gemme prive di foglie e di dare due raccolte in una. I fiori non allegano tutti e ne perisce un gran numero anche dopo la spurga: si può contare però sopra uno a due per grappoletto, compenso fatto fra i grappoletti che falliscono e quelli che ne allegano tre e quattro, e così sopra 24 a 36 olive per ramicello. Io ne ho vedute più volte delle ciocche di 5, di 7, e persino di 11.

Questa disposizione all’allegagione è forse dovuta ad una forza particolare dell’organo fiorifero, poichè è certo che in questa varietà è più grande che negli altri Ulivi, e ha un ovaio più grosso e degli stami più abbondanti di polline. Forse due altre circostanze concorrono ad assicurarla, cioè la quantità dei fiori i quali sortono a lunghi grappoli e la precocità della loro uscita, precocità che gli mette al sicuro contro l’azione disseccante delle arie calde ed asciutte del Giugno sempre mortali pel fior dell’Ulivo.

Secondo. Nell’economia ordinaria della vegetazione si potrebbe credere che una ricchezza di produzione così grande non dovesse ripetersi sovente. Difatto l’Ulivo Gentile ha anch’esso i suoi riposi, ma sono meno frequenti di quelli degli altri ulivi. Quella forza di vegetazione, che sviluppa con tanta abbondanza nei rami un supplemento sicuro di messe avventizie per rimpiazzare i ramicelli spossati dal frutto, si estende ancora alle gemme fiorifere, le quali prorompono immancabilmente in fiori solo che non sieno arrestate o dal frutto pendente che chiama a sè tutta la vita vegetale, o da un difetto massimo di nutrimento o di temperatura. Quindi ei non si arresta che nell’anno del raccolto, ma se l’ingrasso e la sfrondatura gli sono profusi, allora ei rompe l’economia ordinaria dell’alternativa e replica le annate. Io ho veduto più volte delle piante rese rigogliose dalla coltura prolungare le messe nello stesso tempo che si vestivano di fiori, e nell’anno successivo cuoprirsi di nuovi fiori nel prolungamento poco dopo la raccolta del frutto o anche a frutto pendente. Questi prodigi di fecondità non si vedono che nell’Ulivo Gentile, e gli sono così naturali che la coltura può ripeterli a piacere senza spossarlo ed aumentando invece contemporaneamente la sua testa e il suo tronco.

Tale è l’economia di questa pianta quando è favorita da una temperatura elevata, nè si potrebbe aspettare che la conservasse al confronto delle varietà meno rigogliose nei climi un poco rigidi. Pure nessuna varietà si presta come questa alle situazioni le meno temperate quantunque sia la più dilicata e quella che risente di più dell’azione del gelo. Sembra questo un paradosso, e non è che la conseguenza naturale delle leggi della fisica: tutto il problema sta nella spontaneità della sua vegetazione. Come i suoi organi sono per disposizione naturale pieni di vita così ei non ha bisogno di un impulso straordinario di calore per isvilupparla ed espanderla. Quindi noi vediamo l’Ulivo Gentile vivere in istato di piena floridezza nel fondo delle vallate che formano i controforti dell’Appennino come Sospello, la Pieve di Albenga, Pontremoli ec. nel mentre che le altre varietà e specialmente la Colombara vi vegetano appena e sono quasi sterili, e lo troviamo più florido d’ogni altro nelle colline del Fiorentino e in tanti altri luoghi della Toscana ove il clima è molto rigido e l’ambiente marino molto lontano e dove non riconosce altra rivale che la Moraiola. La temperatura di queste località non è abbastanza alta per eccitare la vita nelle varietà a tessuto compatto e dotate di un’organizzazione di vasi meno sensibili, ma lo è abbastanza per mantenere e dar tuono a quella di una pianta il di cui tessuto leggiero e flessibile ha una disposizione singolare ad assorbire dalla terra e dall’aria e ad espellere i sughi che assorbe per riceverne degli altri. Ora questo suo stato di vita continua, e la vivacità stessa di questa vita è appunto ciò che la rende più sensibile all’azione del gelo. Siccome il freddo non agisce che sopra i fluidi, così è innocuo alle piante quando non ne contengono e le offende al contrario in proporzione che ne hanno di più. Ecco la ragione per cui l’Ulivo Gentile è quello che soffre maggiormente nei grandi geli, ed è quello nello stesso tempo che vegeta meglio e frutta con più facilità nei climi i meno caldi.

Terzo. La qualità del prodotto forma la terza prerogativa che distingue l’Ulivo Gentile: il suo olio è il più fino e il più delicato degli olj conosciuti.

Tutti convengono della superiorità degli olj di Lucca, del Pisano e di quelli della Liguria Occidentale sopra gli olj di qualunque altro paese. Si è attribuito questo vantaggio all’influenza del clima e colle cure e diligenze alle quali si estrae. Tutto questo concorre ad aumentare la sua bontà, ma il suo merito dipende principalmente dalla qualità delle olive. Il clima vi concorre, ma in senso inverso di quello che si crede, perchè più il clima è caldo meno l’olio è fino. Quanto alla pulizia e alle diligenze colle quali si estrae, è certo che vi concorrono in modo assoluto, mentre, qualunque sia la qualità delle olive non si avrà mai olio fino se non sono macinate appena colte e se non si escluderà l’acqua calda dai molini come si fa nella costa Ligustica. Ma, a dati uguali, l’Oliva Gentile darà sempre un olio più fino della Colombaia (Genovesato), della Moraiola (Toscana), della Rosciola (Frascati ec.), della Cajanne (Provenza), o di qualunque altra. Io non appoggerò questa asserzione sopra le esperienze speciali che ho instituite su quest’oggetto: osserverò solo che ne abbiamo due prove ben concludenti nella superiorità degli olj genovesi su quelli di Provenza, e nell’inutilità degli sforzi fatti dai proprietarj locali o dagli speculatori genovesi per portare gli olj delle Calabrie e del Levante alla perfezione dei nostri.

È noto a tutti che nel mezzodì della Francia la fattura dell’olio è stata portata ad un grado massimo di perfezione. Le opere di Rosier, di Amoreux, di Bernard e di tanti altri ne sono un testimonio. Eppure il gusto fino dei Francesi e specialmente die Parigini preferisce l’olio Nizza, di Diano e di Porto Maurizio agli olj di Provenza e di Linguadoca. Gli olj d’Aix godono una riputazione perchè, essendo fatti di olive non ben mature, conservano un gusto pronunciato di oliva che piace a molti, ma i veri conoscitori gli trovano meno dilicati di quelli della Liguria: così il commercio ricerca questi ultimi di preferenza ad ogni altro; e il loro prezzo è sempre molto maggiore di quello degli altri olj.

Negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi del corrente si è tentato di ottenerne degli eguali colle olive delle Calabrie, della Sardegna e del Levante.

Diversi Proprietarj istruiti hanno chiamato in quei paesi dei gombaroli genovesi, e molti vi sono andati spontaneamente per speculazione e vi hanno portati i nostri metodi; ma i loro tentativi hanno trovato un’ostacolo insormontabile nella qualità di quelle olive, e il loro successo si è ridotto a migliorare quelli olj, i quali non erano prima che olj da fabbrica, e sono riesciti colle loro cure olj mangiabili.

Gli intelligenti sostengono che, indipendentemente dalla qualità delle olive, il clima ardente di quelle regioni si opporrebbe ad ottenere degli olj perfetti. Io ne convengo: l’olio fino non si ottiene che dall’oliva appena matura, la quale conserva ancora la sua acqua di vegetazione. Quando l’azione del calore atmosferico comincia a ristringerla l’olio si risente di quell’influenza e prende il rinforzato.

Così noi distinguiamo gli olj del Gennajo e del Febbrajo da quelli del Marzo e dell’Aprile, e quelli di questi due mesi dagli olj di Maggio e di Giugno. I primo si chiamano Olj rossi perchè sortono da olive ancor liscie, e ritengono un poco della sostanza rossa della polpa non ancora prosciugata dal Sole. Sono questi gli Olj sopraffini. I secondi si chiamano Olj bianchi perchè essendo estratti da olive stramature, ristrette dal calore e spesso raggrinzate, sortono spogli da qualunque parte polposa e sono bianchissimi, ma non hanno la delicatezza dei primi e si chiamano Olj mangiabili, o mezzo-fini. Da questi fatti ne segue che l’olio di qualunque oliva sarà migliore se sia estratto nei mesi invernali e non nella state, e così se sarà prodotto in paesi di una temperatura mediocre e non bruciata. Ma resterà sempre vero che a dati eguali, quelli che si ottengono dall’Ulivo Gentile saranno più fini di quelli delle altre varietà conosciute.

È difficile il determinare il paese ove ha cominciato questa preziosa varietà. Chi potesse scorrere l’Asia e osservare le coltivazioni con occhio accostumato a veder questa pianta e a distinguerne i lineamenti potrebbe forse scuoprire il punto da quale è partita.

Nella mancanza di dati positivi per determinarlo, io mi limiterò a delle congetture, e presenterò il quadro dello stato attuale della sua coltura nella nostra Italia e nelli altri paesi che ho visitati.

L’Ulivo Gentile è sconosciuto nella Spagna. Io ho girata l’Andalusia, il regno di Murcia, di Granata e di Valenza, e ho attraversata la Catalogna nè ho potuto riconoscerlo in alcuna delle varietà che formano quelle immense colture.

I magnifici Ulivi di Segorve nel Valenziano sono i soli che vi somigliano avendo una testa  piena e frondosa e una vegetazione vivacissima, ma non sono identici col nostro, e l’olio che producono è molto inferiore.

Gli Ulivi della Catalogna somigliano più a quelli dell’Andalusia che a quelli del Valenziano, e si possono rapportare alle Colombaje della provincia di Albenga nel Genovesato.

Il Rossiglione, la Linguadoca, e la Provenza hanno delle varietà proprie che formano il grosso delle loro colture, nè l’Ulivo Gentile può essere contato in questo numero in que’ paesi che comincia a comparire. Io a dir vero non l’ho veduto che nel territorio di Antibo ove è misto col Blanquettier, ma dove è coltivato in gruppi non indifferenti sotto il nome di Cailletier, e poi nella bella conca di Grasse ove è quasi esclusivo e dove non riceve altro nome che quello generico di Olivier, ma leggo nel nuovo Duhamel che è coltivato in Linguadoca sotto il nome di Cormaou o Corniaou, e conosciuto in Provenza sotto quello di Olivier pleureur, e più specialmente di Olivier de Grasse.

Il territorio di Nizza è il paese dell’Ulivo Gentile. Ivi egli si trova quasi esclusivo, e vi prende delle dimensioni gigantesche. Il nome di nostrale che gli è dato dai Nizzardi è una prova che vi è naturalizzato da lunghissimo tempo e che non vi è stato introdotto secondariamente da paesi circonvicini. Io vi ho vedute delle piante magnifiche, specialmente nel territorio di Villafranca, ove riceve il nome di Oliole e dove pare che sia antichissimo. Molte varietà si mischiano a questa nel territorio di Monaco e in quello di Mentone, ma ritorna a diventar esclusiva in quello di Ventimiglia: colà l’Ulivo Gentile comincia a prendere il nome di Tagliasca o Taggiasca, nome che conserva in tutta la costa occidentale della Liguria e che pare debba ripetersi dalla città di Taggia, presso la quale se ne vedono delle piantate antichissime, e dove può esserne cominciata la coltivazione per i Genovesi.

Il dominio delle Taggiasche continua quasi senza rivali sino alla valle di Andora, e rende celebri gli olj di Ventimiglia, Taggia, San Remo, Porto-Maurizio, Oneglia e Diano.

In Andora la Tagliasca principia a trovarsi mischiata colle Colombare, le quali continuano quasi sole sino a Noli, ma da qualche tempo le va scacciando e prende il loro posto, giacchè, a malgrado delle prevenzioni locali, è stato riconosciuto che la Colombaja quantunque produca un’oliva un poco più oleosa, è però meno feconda specialmente lontana dal mare, e il suo olio è meno fino.

Il paese che resta fra Noli e Rapallo non è dei più oleiferi e presenta un misto di varietà diverse fra le quali primeggiano le Pignole (Morajole) e le Mortine; ma appena si passa il capo di Portofino l’Ulivo Gentile riprende il suo predominio e diventa quasi esclusivo nelle belle colline di Chiavari e in quelle di Lavagna, paese che gli dà il suo nome.

La Lavagnina è un’oliva che si tiene per privilegiata anche nella Liguria Orientale, e se l’olio che produce in quel littorale non gode la riputazione di quelli di Nizza e di Diano ciò si deve attribuire al modo difettoso di estrarlo piuttosto che al terreno o alla varietà.

La Lunigiana è ricca di questi Ulivi, ma non vi si conoscono più coi nomi di Tagliasche o di Lavagnine. Essi vi ricevono il nome di Razzole, nome che conservano nel Carrarese e nel Massese, ove si trovqano mischiate a diverse altre varietà e specialmente alle Filandre colle quali si confondono facilmente, attesa la lunghezza e la flessibilità dei ramicelli di questa varietà singolare, i quali però si distinguono da quelli del Gentile per una sottigliezza straordinaria che assomiglia a dei fili, e per il loro frutto che è più picciolo, meno oleoso e di olio meno fino.

Diventano più rare nel Pietra-Santino ove regnano le Morajole, ma riprendono la loro primazianell’entrar nel Lucchese ove si coltivano sole e dove danno quell’olio prezioso che gira in tutta la Germania e vi gode la riputazione del primo olio del mondo. Così esse non vi ricevono alcun nome particolare, e si chiamano Olive Lucchesi come in Nizza si dicono Olive nostrali, e a Grasse Oliviers.

Le Colline Pisane sono piene di questi Ulivi, ma non vi sono soli: quindi vi ricevono il nome particolare di Razzi, per distinguerli dai Frantoi, dai Gremignoli, dai Grassai, e dai Trilli che vi si trovano frammisti, ma sono solo le Razze che formano gli uliveti magnifici di Calci e di Buti nei quali si raccoglie l’olio prezioso che fa la riputazione degli olj Pisani.

Il resto della Toscana conta l’Ulivo Gentile come la principale delle sue varietà: egli ha una rivale nella Morajola, ma gli intelligenti convengono che vi è superiore per tutti i riguardi. Il suo nome continua a cangiare cangiando di paese. Quello di Ulivo Gentile, che è il più proprio di tutti è il meno usato: io non l’ho trovato che in pochi luoghi nei contorni di Firenze. I più comuni sono quelli di Frantoiana e di Coreggiola. Il primo l’ho trovato in molti luoghi del Valdarno e fra gli altri a Bibbiani e a Settignano, ma è un nome che dà luogo a degli equivoci perchè a Pisa e altrove è usato per indicare una varietà tutta diversa. Quello di Coreggiola è più esteso sebbene sia meno significante. Io l’ho trovato a Fiesole e in molte delle belle colline che circondano la città di Firenze. Ei si stende in tutto il Sanese, nella Val d’Elsa, a San Gimignano e nel Volterrano: in alcuni luoghi è cangiato in quello di Pendolaio (a Colle).

Appena passato San Quirico la Coreggiola prende il nome di Crognola. Così è denominata sulle rive del Lago di Bolsena, a Montefiascone e a Viterbo, ma cangia di nuovo passando nell’Orvietano. In quel bello e fertile territorio l’Ulivo Gentile prende il nome di Raja o Raggia, il quale è forse una corruzione di quello di Razza usato nelle colline Pisane. Pare che l’Orvietano sia il punto ove finisce la coltura di una varietà così preziosa. Io l’ho ricercata inutilmente nell’Aretino, nelle colline che circondano il Lago di Perugia, nello Spoletano, a Narni, a Tivoli, a Frascati, e nel resto dello Stato Romano tanto sul Mediterraneo che sull’Adriatico.

Mi è stato assicurato che nei poderi dei Principi d’Oria in Albano si coltivi l’Ulivo d’Oneglia ivi portato dal Padre Gandolfi, e questo non può essere che l’Ulivo Gentile. Ma sembra che non si sia esteso molto fuori da quel luogo. Io lo credo ignoto nel Regno di Napoli e nella Sicilia. Certamente non si trova in alcuno degli Uliveti che si incontrano da Gaeta a Salerno, e dalle relazioni che mi sono procurate da persone che lo conoscono di pratica non si trova nelle Calabrie, nè in alcun altro di queipaesi eminentemente oleiferi. Egli è rinchiuso fra la Provenza e il Lago Perugino e forma le coltivazioni più rinomate della Liguria e della Toscana. Sono queste le regioni dell’Ulivo Gentile. In alcune la sua coltura è recente, in altre è antichissima, in nessuna è indigeno, mentre se fosse indigeno la sua coltura avrebbe un centro, e pare invece che ne abbia due. Quale è dunque il suo paese originario, e quando è venuto fra noi? Ecco due questioni che presentano un qualche interesse e molte difficoltà: io mi riservo ad esporre le mie idee su questo punto in un altro lavoro. Per ora osservo soltanto che vi sono due punti nei quali la sua coltura si mostra antichissima e quasi esclusiva. Sono questi il Pisano e il Nizzardo. Gli Uliveti di Calci e di Buti attestano un’antichità difficile a calcolarsi: quelli di Nizza e più specialmente i piani di Villafranca presentano degli alberi che annunziano dei secoli. Da quanto si trova negli antichi scrittori pare che ai tempi di Roma la Toscana non possedesse ancora l’Ulivo, ma il Muratori ha trovato negli Archivj Pisani dei documenti dai quali risulta che nel secolo nono l’olio formava già uno dei prodotti più importanti dell’agricoltura di quel paese.

Pare che si possa dire lo stesso del territorio di Nizza. Non troviamo indizio di Ulivi in tutto ciò che ci resta sul Cemelion o Cemeneleum, che era l’antica capitale del Nizzardo, nè sulla Nicea che gli è succeduta, ma troviamo che il Portus Herculis, che è il Frassineto dei Mori, e la Villafranca dei moderni era conosciuto nel medio evo sotto il nome di Olivula o Portus Olivulae. Non si può supporre che questi due paesi abbiano tirati i loro primi Ulivi dal Lazio, dall’Umbria, o dal Regno di Napoli, perchè le varietà di quei luoghi sono tutte diverse. I marini che ho consultati dicono che l’Ulivo Gentile non si trova nè in Grecia nè in Africa. Quante circostanze per far congetturare che sia venuto dalla Palestina!

Se alcuno dei nostri marini avvezzo a veder la Tagliasca nei poderi paterni, e a riconoscerla e distinguerla a colpo d’occhio si occupasse di questo esame nei viaggi che fanno in Levante, la mia congettura potrebbe acquistare un certo grado di dimostrazione o svanire. Qualunque però possa essere la sua origine, l’Ulivo Gentile sarà sempre il Re degli Ulivi, e meriterà di essere propagato di preferenza ad ogni altro.

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testo trascritto da Maria Chiara Basadonne (Ronco Scrivia, Genova)

 

(1) A scanzo di equivoci debbo avvertire anche una volta che per varietà intendo sempre la successione delle piante provenienti da una prima pianta di seme e formanti come una famiglia per la comunione dei caratteri e lo stato di esistenza isolata in cui vivono.