PISTACCHIO
VERO SPONTANEO
Pistacia foliis impari-pinnatis,
foliolis ovatis a 5 ad 5 jugis, floribus divisis, calice quinquifido in
masculis, trifido in fœminis, corolla semper nulla, stilo trino, fructu drupaceo
monospermo. Vulgo, Pistacchio salvatico, o Pistacchio vero
spontaneo.
I Pistacchi, che Jussieu ha posti nella
famiglia delle Terebintacee, e che nel sistema Linneano appartengono
alle Dioecie Pentandrie, si dividono in tre specie conosciute sotto i
nomi di Pistacchio vero, di Terebinto, e di Lentisco. La
prima è la sola che produca un frutto aggradevole ricercato dal lusso, ed è
quella perciò che forma l'oggetto del presente articolo. Noi l'esamineremo nel
suo stato normale, in quello stato cioè che costituisce la specie.
In un altro articolo
daremo la descrizione della varietà gentile che fornisce i pistacchi del
commercio, e forma l'oggetto delle coltivazioni della Sicilia.
Il Pistacchio
è dioecio: in ambi i sessi la pianta si sparge in rami aperti e sottili, che
sulla punta si aprono in germoglio, e che svolgono i fiori sulle ultime gemme
della cacciata di Estate. Nel maschio, i fiori, disposti in grappoli divisi in
racemi ascellari, consistono in un picciolo calice quinquefido, e in cinque
stami sormontati da antere tetragene, le quali si svolgono in un polline
giallo, denso e abbondantissimo. Nella femmina il calice è diviso in tre parti,
e circonda un ovaio superiore, il quale, mediante la fecondazione, si cangia in
una drupa secca, ovoidale o sferica, contenente una mandorla monosperma e
verdastra, la quale, constando di un principio farinoso e di un olio grasso e
dolce, riesce gradevole al gusto, e si mangia in più modi sotto il nome di Pistacchio.
Le foglie sono alate
con impari, e le fogliole che le compongono variano in numero secondo i diversi
individui, e anche nell'individuo medesimo fra il tre e l'undici, dovendosi
riguardare i pari come effetto d'aborto. Esse sono, ora oblunghe e puntate, ora
ovali e ottuse, e cangiano ancora nella grandezza e nelle diverse gradazioni
del verde che le colora, ma non oltrepassano mai nell'uno e nell'altro i limiti
fissati alla specie.
In ambi i sessi i
fiori precedono la fogliazione: escono in quantità nell’Aprile, ed escono
sempre nelle ultime gemme laterali della cacciata dell’anno antecedente, e
allegano in Maggio. I maschi si cuoprono di polline, lo emettono, e cadono con
tutto il grappolo. I feminei si aprono a riceverlo, e se sono fecondati,
allegano e persistono. Sono questi i caratteri botanici che distinguono
specialmente i Pistacchi. Essi però ne presentano degli altri che
chiamano l’attenzione dei fisiologi, perchè consistono in un’economia di
vegetazione propria solo a questa specie. La Primavera è per tutte le piante
l’epoca della germogliazione. Il sugo ascendente, che la precede nei Pistacchi
come negli altri alberi, si presta all’innesto a marza; ma questo primo
movimento è breve e quasi insensibile, essendo subito seguito da un’effusione
generale di sugo, che nella sua soprabbondanza, spargendosi fra il libro e
l’alburno, non solo fornisce allo sviluppo dei fiori e all’allungamento dei
germogli, ma serve ancora e nel medesimo tempo, all’aumento degli strati
corticali e legnosi.
Quindi il Pistacchio
si presta all’innesto a gemma sino dal primo aprirsi della
germogliazione, perchè in esso la corteccia si stacca sino d’allora dal legno,
cosa, che nelle altre piante fruttifere ha luogo solamente sul principio della
State, quando la nuova testa dell’albero è compita, ma non vi si presta più
dopo la fioritura, perchè il sugo, entrato a separare queste due parti del tabo
vegetale, vi si addensa allora e le riattacca. In questo modo il Pistacchio
compisce in tre a quattro mesi la rivoluzione periodica di vita che le altre
piante non compiscono che in tre stagioni: e per una singolarità da rimarcarsi
ne ricomincia una seconda sul cadere di Luglio, che finisce come negli altri
alberi a foglia caduca coll’entrar dell’Inverno. In questo secondo periodo di
vegetazione si eseguiscono con più successo gl’innesti a scudetto e ad anello
perchè in esso il movimento è più forte, e il sugo più abbondante e più
organizzato, sicchè le gemme innestate muovono subito, si distendono, e
maturano prima dell’abbandono delle foglie come tutti gli altri getti
dell’albero.
La doppia cacciata
del Pistacchio accresce i suoi rami in lunghezza, ma non influisce sulla
sua fruttificazione: essa, a dir vero, è molto abbondante, mentre ogni ramo
getta più grappoli, e questi sono composti di molti racemi, portanti un
grandissimo numero di frutti, la cui allegazione non dipende che
dall’abbondanza maggiore o minore del polline che gli feconda, ma la loro
crescenza e la loro maturazione seguono gli stessi periodi degli altri frutti
autunnali. Il fiore nasce ed allega in Aprile, acquista la sua grossezza dentro
del mese di Agosto, e compisce la piena maturità in Settembre. Giunto a questo
stato, la membrana che avvolge il nocciolo in cui è rinchiusa la mandorla perde
il suo colore rossiccio, e si avvizza, e il frutto abbandona la pianta.
Raccolto dall’uomo, o gli serve di cibo, sia nel suo stato naturale come
frutto, sia accomodato come condimento o come confetto: o confidato alla terra
germina al ritornare della Primavera, e ripete una pianta della specie della
madre, ma con una fisonomia propria che la distingue dai suoi fratelli.
Se il Pistacchio
è seminato subito dopo la sua caduta dall’albero, l’umidità della terra
conserva la sua vitalità, ma non la sveglia. La Natura ha riservato al calore
della Primavera il potere di mettere in moto i principj di vita che ha posti
nei semi; ma per conservare questi principj bisogna garantire la mandorla
dall’azione dell’irrancidimento a cui va soggetto l’olio che essa contiene, e
non vi è mezzo migliore della terra. L’azione dell’aria altera con facilità
quest’olio, e allora il Pistacchio perde la facoltà di germinare: è questa la
ragione per cui ne nascono così pochi quando non si seminano freschi. La
germinazione del Pistacchio è ipogea: i suoi cotiledoni servono a
nutrire il germe, ma succhiati da lui perdono la loro sostanza e disseccano.
Una radichetta
bruna, rotonda, indivisa, sorte dal punto di riunione dei cotiledoni, e si
dirige al basso. La piumetta che si spiega in senso opposto, presenta nel suo primo
sviluppo, uno stelo erbaceo triangolare e bianchiccio, molto più grosso della
radichetta, il quale all’uscir di terra si tinge in verde, si arrotondisce,
prende la forma conica impicciolendosi nell’allungarsi, e finisce in due
fogliette opposte, rotonde, cartilaginose, che si distendono a poco a poco
assottigliandosi in foglie naturali, e che sviluppano dal punto della loro
unione un filetto rossiccio finito in un nodo da cui parte un secondo stelo
dello stesso colore, e che forma perciò il primo internodio della pianta (Meritallo
del Sig. du Petit: Thouars). Cresce in questo modo il Pistacchio per quasi
un mese allungandosi per lo più in due a cinque internodj, e poi si arresta. In
questo stato di sospensione in crescenza, il tessuto che si è disteso,
s’impingua e si consolida, e le gemme, solo abbozzate, si legano e maturano:
ciò succede tra il Giugno e il Luglio. Giunti verso la metà di questo mese la
gemma terminale che si era fermata per maturare, muove di nuovo come in
Primavera e si apre in una seconda cacciata che si arresta in pochi giorni, e
che, acquistando nel restante dell’Estate la maturità delle prime, finisce
all’avvicinarsi dell’Inverno per abbandonar le sue foglie come le altre, e
riposare sino alla Primavera. Tale è il Pistacchio in natura, e tali
sono le proprietà generali che lo caratterizzano.
Infinite però sono
le fisonomie che variano gli individui componenti la specie, non nascendone mai
due eguali, e cangiando all’infinito a seconda delle combinazioni delle
mollecole elementari dei sessi nella concezion di ciascuno. Io non so se
esistano in Europa delle Pistacchiere di piante spontanee (arbres francs). Quelle che si coltivano
in Sicilia sono tutte innestate sul Terebinto (pistacia terebinthus; lin.), ed appartengono tutte ad un individuo,
che un seme costituito più felicemente dei semi ordinarj ha sviluppato nel suo
clima nativo, e che producendo un frutto più gentile di quello dei Pistacchi
comuni, è stato conservato dall’arte, e moltiplicato coll’innesto: ma è certo,
che nei paesi ove la specie è originaria, i Pistacchi si propagano di seme, ed
ivi ogni pianta che nasce ha delle fattezze sue proprie. Poche forse
eguaglieranno nella gentilezza del frutto quella che ci ha conservata la
coltura, ma ne potrebbe nascere più d’una che la sorpassasse. Il caso, che
produce le combinazioni sessuali, è quello a cui si devono queste generazioni
straordinarie: il volerle predisporre con delle seminagioni calcolate, siccome
ha preteso di fare il Sig. Vans-Mons nei Peri, è un vero paradosso.
La stessa pianta co’
suoi semi produce degli individui di cento forme diverse, e molto diverse le
une dalle altre. Come dunque riconoscere in tanti effetti così contraddittorj
fra loro una causa diretta a produrne un solo?
Il Pistacchio che
ha fornito il ramicello figurato nella Tavola che accompagna questa descrizione
è un individuo nato di seme che vive in Savona nel giardino del Sig. Cav.
Picco, e che ha più di 80 anni. È una pianta femmina, ma per una singolarità
rarissima, mette sulla cima dei fiori maschili, e produce perciò dei frutti
fecondi. Essi si distinguono dai Pistacchi del commercio perchè sono più
piccoli e più rotondi, ma la mandorla che chiudono è un vero pistacchio, e ha
il medesimo colore e il medesimo gusto del Pistacchio Gentile. Io ne ho seminati
alcuni i quali hanno germinato, e in questo momento ne ho due piante già molto
belle: non vi è dubbio che i loro frutti saranno diversi da quelli della pianta
madre, nè vi sarebbe da sorprendersi se fossero anche più grossi: ma chi
oserebbe mai calcolare le fisonomie opposte ora in meglio, ora in peggio, che
potranno venire da essi e qual industria mai potrebbe predisporle? La mia villa
sperimentale contiene tre altre generazioni di Pistacchi seminati in diverse
epoche con frutti venuti di Levante o di Sicilia. I più adulti hanno 14 anni, e
spero che non tarderanno a dare dei frutti.
Intanto osservo che
fra i molti individui che ne possedo ve ne sono alcuni che si avvicinano alla
fisonomia del Pistacchio Gentile, ma che i più si annunziano per individui
molto differenti e somiglianti un poco al Terebinto. Ne ho uno che
cresce dritto con vigore, e che forma un bel tronco di tre metri di altezza,
forte disteso e coronato di rami molto vegeti: le sue foglie hanno le fogliole
larghe ottuse, e in numero di tre a cinque. Un’altra pianta della medesima
seminagione non si è ancora alzata in otto anni più di un metro sopra terra, ma
il suo tronco è forte, robusto e guarnito di molti rami corti e grossi a nodi
rapprossimati, coronati di ciuffi di foglie folte che si dividono in tre a
cinque fogliole larghe e ottuse come nel primo.
Molti altri sono
cresciuti a tre in quattro metri di altezza, ma il loro tronco è gracile e
sottile, e le foglie che portano sono composte di fogliole più picciole più
allungate, e in numero di cinque a undici. Io non spero di trovare in alcuno
una varietà che possa stare al confronto della varietà gentile che si coltiva
in Sicilia. Sono combinazioni rare e che si incontrano solo nei paesi ove la
specie è indigena. Mi propongo perciò di abbandonarli per la maggior parte
all’innesto, dopo però che ne avrò conosciuto il frutto. Conto in questa
maniera di assicurarmi delle piante di Pistacchio Gentile più grandi e
più belle di quelle dei Siciliani, i quali le innestano sul Terebinto. È
questo in natura un arbusto che cresce poco; e, sopra un piede di razza
picciola, l’innesto non può prendere lo sviluppo che sarebbe proprio alla sua
specie.
Il Pistacchio invece
è di sua natura un grand’albero: la pianta del Sig. Cav. Picco è un esempio
della grossezza di cui è suscettibile. Ha l’altezza di metri dodici: il suo
tronco a raso di terra ha il giro di palmi otto o metri due, e lo conserva di
palmi 7 o metri 1,75 all’altezza di palmi 20 o metri 5. La sua testa, formata
da una massa grandissima di rami lunghi e robusti, eguaglia quella di una bella
quercia, e se avesse un maschio vicino potrebbe produrre delle staia di frutti:
il suo diametro è palmi 32.
Alcuni hanno veduto
nelle diverse qualità del Pistacchio delle specie distinte, ammettendo per tali
la Pistacia trifolia, e la Pistacia Narbonensis, e ciò per aver
ritrovato in una le foglie composte di tre fogliole, e nell’altra di cinque.
Abbiamo già
osservato che queste differenze di numero nelle fogliole, non sono che tratti
di fisonomia che variano fra il tre e l’undici, e che distinguono
individualmente ogni pianta che nasce di seme; e abbiamo veduto ancora che se
ne trovano talora delle diverse riunite nel medesimo individuo. In generale il
cinque è il numero che si pronuncia nelle varietà più gentili, ed è sempre
accompagnato da una maggiore larghezza nel disco della fogliola e da una
maggiore ottusità nella punta. Il sette, il nove e l’undici seguono le varietà
ordinarie e sono i più comuni: gli altri impari non sono che particolari a
poche foglie che si spiegano in mezzo alle altre, e i pari sono l’effetto di
fogliole abortite.
Alcuni invece di
aumentare le specie nel Pistacchio le diminuiscono riunendole al Terebinto,
che considerano come il Pistacchio tipo, chiamato da essi il Salvatico,
in opposizione dei Pistacchi veri che chiamano i domestici. È
questa un’opinione che non lascia di avere dello specioso; ed io sono stato
lungo tempo indeciso sulla sua verità. Di fatto, quando si esaminano queste due
piante nello stato di natura, non vi si trovano differenze che siano veramente
specifiche.
La stessa figura, lo
stesso abito, gli stessi caratteri botanici, la stessa economia di vegetazione,
tutto concorre a farli considerare come aventi una medesima origine. Coloro
specialmente che seguono il sistema del miglioramento graduale delle specie, ne
trovano la dimostrazione nelle loro teorie.
Il Terebinto è
il tipo, direbbe il Sig. Sageret: civilizzato dalla coltura, ha
formato il Pistacchio. Ecco in fatti come ragiona questo scrittore,
parlando dei Peri, nella sua Pomologia fisiologica, ove comenta il sistema del
Sig. Vans-Mons di Bruxelles. «Tutto l’essenziale del metodo dei Belgi per
migliorare le specie si riduce in fondo a seminare dei grandi di buone Pere, a
innestare le loro provenienze, a riseminare i grani di queste provenienze, e a
continuare lo stesso metodo sino ad un numero indeterminato di generazioni
successive … Questo sistema posa sopra il gran principio, cioè che più le
varietà si allontanano mediante le seminagioni successive e ripetute dal loro
tipo primitivo, più i semi di queste varietà sono rinnovellati (espressione di
M. di Vans-Mons) più per conseguenza si deve ottenere di migliorazione e di
perfezionamento.» Pomol. Phisiol. p. 265 e 266.
Condotto da queste
massime il Sig. Vans-Mons, e dietro lui il Sig. Sageret e i suoi seguaci
riconoscono le varietà più preziose dei Peri come una conquista dell’industria
che a forza di seminagioni e di innesti ha potuto civilizzare il Pero
salvatico (è l’espressione del Sig. Vans-Mons), che riguardano come il pero
primitivo, e il padre di tutti gli altri. «Il Dojenè, e la Crassanne,
etc., ci dice, non erano nella loro origine così buoni come lo sono al
presente … È l’età e l’innesto che gli hanno perfezionati.» Sageret, Pom.
Phisiol. p. 274.
Così essi
considererebbero il Pistacchio come un Terebinto civilizzato, col
mezzo di una coltura non interrotta di secoli, e di una ripetizione
indeterminata di seminagioni e di innesti.
Io mi riservo ad
esaminare il sistema nella parte scientifica, e passo per ora a trattar la
questione nel caso concreto delle due piante. Le differenze decise che separano
il Pistacchio dal Terebinto consistono unicamente in due cose,
cioè, nella grandezza dell’albero e nella grossezza del frutto, e questi a dir
vero sono caratteri che in regola non costituiscono che varietà.
Le dimensioni delle
fogliole non possono essere considerate, poichè si incontrano spesso nei boschi
fra le migliaia di individui alcuni Terebinti che hanno le fogliole così
larghe e così ottuse quanto quelle dei molti Pistacchi di seme. Dunque il Pistacchio
potrebbe essere un Terebinto civilizzato nel sistema de’ Belgi, e nel
mio potrebbe essere una varietà, ossia una fisonomia, giacchè se delle
combinazioni straordinarie nella concezione dei germi, possono aver prodotto
dei Terebinti a foglia larga e ottusa, altre combinazioni più
straordinarie ancora potrebbero averne prodotti di quelli a pianta più grande e
a frutto più grosso come i Pistacchi. Il raziocinio è stringente in ambi
i sistemi, ma se si va più avanti nel medesimo, se ne scuopre facilmente la
fallacia. Nel sistema dei Belgi la conquista fatta dalla coltura si deve
perdere colla cessazione della causa che l’ha prodotta. Il Sig. Sageret
conviene di questo principio (pag. 270). Ora, ciò stabilito, come sono
divenute e come si conservano Pistacchi, le migliaia di piante che
nascono tali spontaneamente nella Siria e nelle Indie senza che alcuno le abbia
mai innestate e riseminate? e come mai i semi della varietà gentile che
possediamo, e che da secoli si moltiplica fra di noi coll’innesto, non la
migliorano nel riprodurla, siccome nel sistema suddetto avrebbero fatto a
principio per formarla, ma la variano invece e quasi sempre in peggio, almeno
nel senso del nostro interesse, producendo delle piante a frutto più piccolo,
senza poi ritornar mai ai pretesi tipi? Queste poche obbiezioni bastano
certamente non solo per sciogliere la questione dell’identità della specie nel
sistema dei Belgi, ma ancora a distruggere il sistema medesimo. Passiamo ora a
trattarla secondo i principj della nostra teoria,
Se il Pistacchio fosse
una varietà del Terebinto, essa sarebbe stata prodotta da qualche seme
costituito straordinariamente nella sua concezione: e i suoi frutti o sarebbero
muli, se la combinazione fosse stata irregolare, o, nel caso che fosse stata
regolare, ripeterebbero seminandosi le combinazioni normali proprie alla
specie. Per lo stesso principio, i semi di Terebinto ripeterebbero di
tanto in tanto qualche altra combinazione, somigliante a quella che si suppone
aver prodotto il Pistacchio; e avremmo in questa pianta, come l’abbiamo
nelle altre, una gradazione di varietà che si legherebbero l’una coll’altra, e
nelle quali il Terebinto e il Pistacchio gentile formerebbero i
due estremi.
Ma la cosa succede
ben diversamente. In tanti secoli che il Terebinto si propaga di seme
nei nostri boschi, nessuno ne ha mai incontrata alcuna pianta avente i
caratteri del Pistacchio. Tutte quelle che vi si incontrano conservano
la picciolezza del grano del Terebinto che mai si trova mangiabile, e
non crescono che in arbusti di una grandezza mediocre.
Così veruno mai ha
veduto un Terebinto nato nei semenzai di Pistacchi: vi si trovano
bensì tante fisonomie quante sono le piante che vi nascono, ma hanno tutte
costantemente l’insieme dei lineamenti che distinguono la specie, e i caratteri
che la costituiscono. È dunque forza il concludere che il Pistacchio e
il Terebinto sono due piante originarie formanti due specie distinte, e
aventi ciascuna le sue varietà, cioè a dire delle fisonomie sempre diverse, che
si cangiano in ogni generazione, e che non si conservano identiche se non che
col mezzo dell’innesto, mentre senza di questo perirebbero coll’individuo col
quale sono comparse siccome succede a tutte quelle che non essendo raccolte
dall’uomo restano nei boschi, abbandonate a se stesse. È noto che il Pistacchio
è una pianta originaria dell’Asia, e che la Sicilia è il solo paese in Europa
ove vi si coltivi in grande. Ivi però, per quanto mi consta da relazioni che mi
sono procurate da Palermo, non si coltiva che la varietà gentile che
fornisce i Pistacchi del commercio, e che vive innestata sul Terebinto.
Il Pistacchio di seme, o vi è sconosciuto, o vi è trascurato: pure se si
seminasse in grande ei darebbe delle varietà assai buone, le quali per la
grossezza dell’albero e pel suo gran prodotto, bilancerebbero i vantaggi della
varietà straordinaria conservata dalla coltura: è vero che la loro pubertà è
tarda, e che la loro riescita è incertissima e rare volte felice; ma è vero
pure che anche non volendo avere la pazienza di aspettare la fruttificazione
delle piante spontanee si troverebbe sempre del vantaggio nel
procurarsene coi semenzai per avere dei soggetti per l’innesto. In questo caso
bisognerebbe prendere delle precauzioni nella scelta delle semente.
In tutti i tempi si
è molto disputato sopra questo punto di industria agricola, e sembra che tutti
si siano messi d’accordo sull’importanza di una scelta, ma non si è mai
convenuto sui caratteri che possono servire a dirigerla. Alcuni hanno dato la
preferenza alla grossezza, altri al contrario alla picciolezza, molti al grado
di maturità dei semi, e vi sono stati dei fisiologi che hanno persino creduto
che il serbo più o meno lungo del grano e l’epoca della sua seminagione,
potessero influire sulla natura del germe che contiene, come se questo anche
nei suoi più semplici rudimenti potesse cangiar di organizzazione dopo la sua
concezione.
Io ho dimostrato
nella mia Teoria che l’industria può turbare la concezione preparandola
artificialmente con una fecondazione irregolare, e che con questo mezzo può
provocare il mulismo degli individui che ne provengono, ma non trovo un
fatto in natura che possa lasciar congetturare la possibilità di migliorarne, o
deteriorarne le combinazioni; nè credo che in verun caso l’inspezione oculare
del seme possa scoprire la struttura interna del germe che contiene, e molto
meno i caratteri che deve sviluppare colla germinazione.
La grossezza è per
l’ordinario un indizio di robustezza, ma non è raro che si trovi compagna del mulismo
o di altri difetti organici. I semi del garofano a fiori semi-doppj, che è
un mostro, sono sempre più grossi degli altri, e i semi dell’Arancio bianco
che non prosperano mai, sono i più grossi fra i semi di questa specie, compresi
quelli del Pomo di Adamo, che è il più grosso fra gli agrumi, e
che ha i semi gracilissimi. Meno poi la grossezza, qual altro carattere
sensibile può presentare un seme per essere preferito ad un altro? Ciò si
osserva in generale sui semi. Nel particolare però dei Pistacchi vi è
un’osservazione a fare che può non essere indifferente.
Il Pistacchio è
dioico: il fiore femineo riceve la fecondazione dal fiore di una pianta
distinta, e può riceverla dal Terebinto, egualmente che dal Pistacchio.
In questo caso sembra probabile che il seme concepito dall’unione delle due
specie, debba dare dei prodotti diversi da quelli che risultano dalla
combinazione dei due sessi omogenei. Saranno essi migliori, o peggiori?
Nell’ordine della Natura non possono essere che inferiori: nell’interesse
dell’uomo non sarebbe strano che fossero invece da preferirsi. Ma come
determinarlo? Non credo che esista ancora un fatto conosciuto sul quale fondare
un’opinione.
In massima, i germi
concepiti nell’unione dei sessi del Terebinto con quelli del Pistacchio
devono essere ibridi, e perciò muli o semi-muli, e in
questo caso il risultato sarebbe un mostro, cosa che per lo più ha un pregio
nell’interesse dell’uomo. Pare adunque che i Pistacchi provenienti da
una femmina fecondata dal Terebinto debbano essere esclusi come semi.
Esamineremo in un altro articolo i vantaggi che possono avere come frutti.
Il Pistacchio
spontaneo è dunque un essere collettivo e non un individuo: quindi non si
può descrivere che genericamente. Io non so se in Europa se ne incontrino in
alcun luogo. Abbiamo già veduto che quelli che si coltivano in Sicilia
appartengono tutti ad un individuo fissato dalla coltura. Sono della medesima
qualità quelli che si coltivano a Marsiglia e a Nizza dove sono così rari che
si mostrano come una curiosità.
Io non posso
determinare i caratteri di quelli che si coltivano nei contorni di Montpellier,
ove non ho avuto il pensiero di esaminarli, quando vi sono passato; e stando a
ciò che ne dice il nuovo Duhamel dovrei credere che sono spontanei. Si legge in
quest’Opera alla pag. 71 del Tom. IV, che il Pistacchio a frutto
subrotondo e a foglie varianti fra le tre e le sette fogliole è talmente
acclimatato in Europa che cresce naturalmente nei contorni di Montpellier e
altrove. In questo caso egli sarebbe spontaneo; ma non saprei come
conciliare questo carattere col numero determinato delle fogliole, e colla
forma costante dei frutti che vi attribuisce l’autore, mentre, se cresce
naturalmente e che perciò proviene da semi, deve necessariamente presentare
tante fisonomie quante ne sono le piante.
Tutti gli altri
Pistacchi citati dagli scrittori appartengono certamente ad una varietà fissata
dall’innesto, e probabilmente a quella che si coltiva in Sicilia. Tali per
esempio sono le piante che, secondo il nuovo Duhamel, si coltivano dal Sig.
Delezermes nella pepiniera imperiale del Roule, e che hanno fornito il campione
per la figura che si vede rappresentata nel Tom. IV della sua Opera, e tali dovevano
essere quelle citate da Miller, le quali si coltivavano ai suoi tempi ad aria
aperta nel giardino del Vescovo di Londra, Fulham, e in quella del Duca di
Richemond a Goodwood nel Sussex.
La piante spontanee
in genere non prosperano mai nelle colture artificiali, perchè non vi possono
prendere lo sviluppo necessario per diventare fruttifere, e perchè se lo
prendessero diventerebbero fuor di proporzione dei locali. Le innestate invece
restano più picciole e fruttano subito e facilmente perchè l’innesto è già
pubere, e non tende che a fruttare: esse perciò sono le preferite in questi
casi in quasi tutte le specie. Il Delonchampio però nella sua Storia generale
delle Piante cita dei Pistacchi venuti di seme in Venezia nel vico della
Giudaica, e in Parigi nei giardini della Chiesa di Santa Maria, i primi veduti
da Ermolao Barbaro, e i secondi dal Ruellio; egli aggiunge che in Lione il
Pistacchio ha portato dei frutti (Historia Generalis Plantarum, Lugduni
1587). Che che ne sia però di questi esempi sarà sempre vero, che il Pistacchio
spontaneo non può essere coltivato con vantaggio che pel solo oggetto di
destinarlo all’innesto, meno nei paesi ove è indigeno, nei quali può fornire
nel gran numero qualche nuova varietà pregevole a qualche riguardo.
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testo
trascritto da Piero Belletti (Torino)