PISTACCHIO GENTILE
o PISTACCHIO VERO DOMESTICO
pistacia vera hortensis, foliis
imparipinnatis, foliolis ovatis, apice obtusis, aliquando trinis, sæpius
quinis, fructu majori ovato, semine eduli, gustu dulci gratissimo. Vulgo,
Pistacchio Gentile, o Pistacchio Domestico.
Il Pistacchio
Gentile che si coltiva in Italia non è una varietà migliorata dall’arte,
ma una fisonomia fortuita venuta dal seme del Pistacchio comune, e conservata
dalla coltura col mezzo dell’innesto perché riconosciuta la più utile all’uomo
per la grossezza e pel sapore del suo frutto.
Nello stato precario
in cui vive fra noi, ove non esiste che innestata, essa forma un albero di grandezza
mediocre: i suoi rami sono rari, aperti, nudi, coronati sulla punta da un
ciuffo di foglie che gli dà un aspetto tutto particolare. Le foglie sono
composta di un numero impari di fogliole, che, in generale, non oltrepassano le
cinque, nè sono meno di tre, giacchè le poche che restano uniche o che si
aprono in pari sono aborti visibili. La forma è ovale come nelle altre varietà,
ma in questa sono più larghe e colla punta più ottusa: il verde che le
distingue è più chiaro nella pagina inferiore che nella superiore, e in questa
prende un liscio lucente. I fiori, piccioli, apetali, e di un colore di
porpore, sono portati da un grappolo composto di molti racemoli rari ed
ascellari il quale esce sempre dalle ultime gemme della cacciata dell’anno
antecedente immediatamente al di sotto della gemma terminale ove si apre il
germoglio. I frutti sono ovali, ottusi alla base, puntuti sulla cima, rilevati
nel mezzo, e della grossezza di un oliva: sono composti di una membrana
pellicolare colorita di un rosso che ne forma il pericarpo esteriore, e di una
capsula legnosa e sottile la quale racchiude una mandorla verdastra dolce
aromatica che costituisce il frutto conosciuto sotto il nome di Pistacchio,
e che è la sola parte edule.
Tale è il Pistacchio
femmina della Sicilia di cui io possedo molte piante e che fornisce la
qualità più stimata dei Pistacchj del commercio.
La prerogativa che ha fatto prescegliere questa
varietà sopra ogni altra consiste nella grossezza del mandorlo, nel suo bel
colore verde, e nel sapore.
Nella maggior parte
dei frutti la cosa ricercata dall’uomo è il pericarpo, e questo in generale è
altrettanto più grosso e delicato quanto lo è meno il seme. Nel Pistacchio
invece, il pericarpo non presenta alcun pregio come cibo: quindi in questa
specie le varietà mule non solo non sono accolte e conservate dalla
coltura, ma si riguardano come degenerazioni inutili, e si condannano a
ricevere l’innesto. Certamente ne devono nascere di tempo in tempo nei paesi
dove il Pistacchio vive in istato di natura: e in quei boschi si vedranno
comparire talvolta Pistacchj nei quali la mandorla sarà abortita, e il
pericarpo, ossia la tunica esteriore, che in natura è membranacea e sottile,
sarà grossa e succosa; ma nessuno può farne caso perché sono inutili all’uomo,
e perciò devono perire obliati come piante degenerate.
Il carattere che dà del pregio al Pistacchio
agli occhj dell’uomo è dunque la grossezza dei cotiledoni; e questa tiene alla
perfezione vera, ossia alla perfezione della Natura. Essa può dipendere dalla combinazione
di due disposizioni particolari nella concezione, cioè 1.° dall’accumulo di una
quantità straordinaria di mollecole elementari feminee in un ovaio, 2.° da una
corrispondente affluenza di mollecole maschie omogenee nel fiore che lo
contiene. La seconda di queste combinazioni non ha niente di straordinario
perché nelle piante diclinie i maschj concorrono insieme in numero
indeterminato e indistintamente in qualunque fiore, ma la prima deve essere
rara perchè non può venire che da uno stato di robustezza e di perfezione
organica straordinaria nell’individuo che la possiede, e forse dal concorso
della coltura e del clima che ne favoriscono lo sviluppo. Quando però la
concorrenza delle cause alle quali è dovuta si riunisce in un fiore, allora è
necessario per renderla utile che una quantità corrispondente di mollecole
organiche maschili si porti a combinarsi in quell’ovaio e vi formi un insieme.
Se queste mancano il risultato può essere vario; o se ne combinano tante quante
corrispondono a quelle che vi concorrono, e ne risulta un germe spiegazzato che
ha un’organizzazione mostruosa. Ma quando delle circostanze favorevoli portano
nell’ovaio straordinario una straordinaria quantità di polline, allora la
combinazione è proporzionata e regolare; e il tutto che ne risulta, senza esser
fuor di proporzione, ha però delle dimensioni più grandi e un’organizzazione
più forte e più vivace.
E allora che
compariscono le varietà che si chiamano Domestiche, e che si distinguono
per la grossezza e per la polposità dei cotiledoni. Certamente quella che noi
conosciamo e che si coltiva in Sicilia non è la sola che si sia formata in
tanti secoli, né sarà la sola che sia stata fissata dall’innesto. Forse nella
Siria e nell’India se ne coltiveranno anche delle migliori. Noi non ne
conosciamo sin ora che tre, e la nostra è la più riputata nel commercio e
nell’uso. Le altre due sono il Pistacchio del Levante, e il Pistacchio
di Barberia detto ancora di Tunisi. Il Pistacchio del Levante,
che viene specialmente dalle Smirne, è più grosso di quello di Sicilia, ma il
suo colore giallognolo e la minore delicatezza della sua pasta lo rendono meno
ricercato: anch’esso però deve essere il frutto di una varietà fissata
dall’innesto, mentre presenta costantemente una sola fisonomia, ciò che suppone
provenire da un solo individuo. I Pistacchi di Tunisi sono i più
piccioli, ma rivaleggiano con quelli di Sicilia pel colore verde della polpa
che è quasi sempre vivissimo, e per la finezza della pasta: queste qualità però
non sono uniformi in tutti, variando spesso in volume, in figura e in gusto,
cosa che fa sospettare che provengono da piante spontanee che la coltura
raccoglie ma che l’innesto non fissa.
Le varietà che si conservano dall’arte delle
Dioecie non sono nè possono essere che femmine: l’uomo non cerca che il frutto,
e questo non è dato che dalla pianta femmina. Essa ha bisogno di una pianta
maschia per fruttificare, e l’arte si cura di associarlo nella coltura per
evitare la sterilità delle altre; ma, in questa classe di piante i maschj sono
comuni, e perciò nessun individuo ha maschio proprio: qualunque maschio della
specie serve alla fecondazione di qualunque femmina, e assicura l’allegagione
del frutto, ossia la combinazione del germe, ma l’ovaio resta quale si è
sviluppato nella gemma, nè subisce la minima modificazione: è il germe che vi
si concepisce per entro, che dipende dalla natura del polline che lo combina.
Il pericarpo che avvolge la mandorla e la mandorla stessa erano già fatti in
rudimento prima della fecondazione: quindi sono estranei alla sua azione. Essi
costituiscono l’ovaio ove si combinano i principj sessuali, cioè a dire l’utero
e l’ovo che gli accolgono, e che ne conservano e ne nutriscono il prodotto,
ossia il germe. Questo dunque è il solo che può risentirsi dell’influenza
dell’azione maschile, e questo non forma che un punto quasi impercettibile del
frutto, e non ha nessuna importanza nel valore edule del medesimo.
Ecco la vera ragione
per cui la natura del maschio si rende indifferente nel Pistacchio come frutto.
Essa sarebbe importante se si trattasse di moltiplicarlo di seme per averne
delle varietà. In quel caso non vi è dubbio che la qualità del polline potrebbe
decidere della natura delle piante che proverrebbero da quei semi.
Sarebbe forse impossibile all’industria di
concorrere a questo così detto miglioramento, sia nei rapporti di convenzione
per avere delle varietà a frutto più grosso o più delicato, sia nei rapporti
della natura per ottenere delle varietà più robuste o più feconde; ma è certo
che le piante che ne verrebbero, presenterebbero tutte le gradazioni in questi
due sensi, e che si avrebbero, come si hanno certamente nei paesi ove il
Pistacchio è indigeno, delle varietà di tutte le sorta nel cerchio sempre dei
caratteri che sono essenziali alla specie.
Io
non credo che questi tentativi possano convenire nei paesi che possedono una
varietà così gentile come quella della Sicilia. Le probabilità di ottenerne una
migliore sono pochissime; e il dispendio di coltivare per tanto tempo
infruttifere (sino all’età della pubertà) le piante che l’innesto potrebbe
rendere produttive in pochi anni è un danno sicuro che non avrebbe compenso.
Quindi
è nell’interesse del coltivatore di moltiplicare la varietà acquistata; e per
questa qualunque maschio è buono purchè sia nello stato normale e non abbia
difetti.
Non
intendo perchè in Sicilia, invece di procurarsi dei maschj di seme, si ricorra
all’innesto per conservarne uno particolare, che vi è stato portato
probabilmente dagli Arabi all’epoca dell’introduzione di questa coltura
all’oggetto di provvedere alla fecondazione delle prime piante femmine, per le
quali non si sarebbe potuto aspettare senz’inconveniente il concorso dei maschj
spontanei che avevano a nascere.
Eppure
è questo l’uso di quei paesi: io ho avuti dei rami del maschio che si coltiva
in Sicilia, e ne ho ora delle piante, e mi sono convinto che non differiscono
da quelli della femmina gentile che nelle fogliole, le quali sono un poco meno
larghe e un tantino più lunghe, ma che non eccedono il numero di cinque, nè si
distinguono nella loro fisonomia da quelle di molte altre piante spontanee che
io ho acquistate col seme fuorchè nei lineamenti i più superficiali.
È
dunque evidente che questo maschio è un individuo comune, che non può avere
alcuna proprietà particolare, né meritare alcuna preferenza.
Nell’accordargliela invece s’incontra in molti svantaggi. Il primo è la pena di
doverlo conservar coll’innesto: il secondo è il pericolo del fallimento
dell’operazione: il terzo è la minore prosperità della pianta che resta più
picciola e vive meno.
Se
i Siciliani adottassero il sistema dei semenzaj si convincerebbero dell’utilità
dei maschj spontanei, e abbandonerebbero il loro Domestico: ma
l’abitudine è una gran cosa: le prevenzioni hanno una magia che è difficile a
dissipare, e vi vuole una fermezza non comune per superare le difficoltà chi si
oppongono sempre ai miglioramenti di ogni sorta.
I
Siciliani innestano gli Scornabecchi (è questo il nome che si dà in
Sicilia ai Terebinti) sul posto, e gli lasciano ove sono. Così almeno si
pratica in Carini a 20 miglia da Palermo, ove il Pistacchio (la Fastuca,
così lo chiamano i Siciliani) è coltivato in grande. In quel paese l’innesto si
fa nel mese di Maggio, cioè a dire nel primo sugo, e si fa a scudetto
come quello degli aranci, staccando una gemma con un poco di corteccia dal domestico
ed applicandola poi sul legno del salvatico mediante un’incisione nella
corteccia che si stringe poi con un salice, e che si rallenta dopo dieci o
dodici giorni.
Io
ho eseguito quest’innesto in Finale anche in Luglio nel secondo sugo, e ha
preso egualmente; la cacciata del primo anno si è distesa a più di un palmo;
quella del secondo è già di tre palmi, e spero che in pochi anni raggiungerà le
piante che ho avute di Sicilia, e darà dei frutti com’esse.
Alcuni pretendono
che il maschio Terebinto possa supplire al Pistacchio per la
fecondazione delle femmine. L’affinità che passa fra queste due piante è così
grande che non troverei strano che potessero fecondarsi reciprocamente. In
questo caso si potrebbero eccitare dei dubbj sopra gli effetti di tale
fecondazione: il primo, che è quello di dar vita al germe, è la conseguenza
necessaria della combinazione dei sessi, e questo basterebbe per assicurare la
vita del frutto e la sua maturazione: la fecondità del seme in esso contenuto,
e i caratteri delle piante che ne nascerebbero sono gli effetti che ci sono
ignoti e sui quali si potrebbero eccitare delle questioni.
In massima le combinazioni eterogenee dei sessi
legano dei semi guazzabugliati ma capaci di vita e che germinano: quindi i
frutti che ne proverrebbero, oltre al conservare le qualità naturali per ciò
che riguarda la grossezza e la delicatezza dei cotiledoni, potrebbero ancora
conservare la facoltà di nascere e di fruttare.
Resta a vedersi cosa sarebbero poi i frutti di
queste piante composte delle due specie; e se il miscuglio, nelle sue
risultanze, fosse in profitto o in perdita per i bisogni dell’uomo.
I frutti del seme ibrido sono sempre mostruosi,
e i frutti mostruosi sono in genere i più ricercati. In essi la mancanza degli
organi della generazione è compensata da una soprabbondanza di volume nelle
parti parenchimatose, e da una delicatezza nel loro tessuto che le rende più
gradite al palato e più nutritive. Ma noi abbiamo veduto che nel nostro caso
queste qualità non hanno alcun pregio, perché nel Pistacchio non si cerca il
pericarpo ma il seme. È dunque evidente che gli ibridi del Terebinto col Pistacchio
non potrebbero essere che mostri curiosi ma senz’utilità per l’uomo.
Poche piante danno un prodotto così lucroso come
il Pistacchio. A Carini, ove ei vive sullo Scornabecco (Terebinto) e
dove perciò non s’innalza più di 25 a 30 palmi (metri 6 ½ a 7 ½) il raccolto di
una pianta delle più floride giunge a venti rotoli siciliani di Pistacchi
freschi, ciò che corrisponde a 27 chilogrammi di frutto in scorza, il di
cui valore varia secondo le circostanze, ma che si può sempre calcolare a
centesimi 50 il chilogrammo, e perciò a franchi 13.50. È questo il massimo
delle coltivazioni: il prodotto medio si può fissare alla metà, mentre, in
generale, i Pistacchi di Carini non oltrepassano 10 a 15 palmi di altezza, nè
danno più di otto dieci rotoli di frutto.
Quanto si potrebbe aumentare se si adottasse il
sistema di innestare sul Pistacchio spontaneo, e di formare delle Pistacchiere
artificiali con piante nate in semenzaio e coltivate in giardino invece di
farle sui Terebinti viventi nei boschi come si pratica in Carini!
Una coltura ragionata ne aumenterebbe ancora il
prodotto coll’aumentare il numero dei maschj: in Sicilia se ne innesta uno per
ogni cento femmine; ed è per questo che i due terzi delle drupe falliscono e
restano vuote. Io ne ho fatta disegnare una in tale stato nella Tavola che
rappresenta il ramo col frutto per dare un’idea di tale fenomeno: non ho potuto
farne figurar veruna colla mandorla formata, perchè la mia pianta non ha ancora
la compagnia di un maschio che fiorisca, e le fallisce tutte. Non vi è alcuno
però che non conosca i Pistacchi del commercio, e che perciò abbia bisogno di
vederli figurati.
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testo
trascritto da Maria Francesca Nonne (Fonni, Nuoro)