PALMA
DATTILIFERA
Phœnix Dactylifera, frondibus pinnatis,
foliolis complicatis ensiformibus, fructibus racemosis, baccis obovatis,
sarcocarpo crasso, dulci, gratissimo. Vulgo, Palma. Palma Dattilifera.
Palma.
Theophr. Stap. 99. Dodon. Pempt. p. 819. Icon. Lobel. Icon. 234. Tabern. Icon. 959. Camer. Epitom. p. 124. Icon. J. Bauh. Hist. 1. p. 351. Icon.
Palma horthensis mas. et fœmina. Koempf. Amoen. Exot. pag. 668. ad 716.
tab. 1, 2.
Phœnix dactylifera. Linn. Spec. Plant. Vol. 2. p. 1638. Gaertn. de
Fruct. et Sem. Vol. 1. p. 23. tab. 9. fig. 2. Lam.
Dict. Vol. 2. p. 261. et III Gen. tab. 893. Poir.
Voyag. en Barb. Vol. 2. p. 274. Desfont.
Flor. Atlan. Vol. 2. p 438.
Phœnix frondibus pinnatis, foliolis alternis
ensiformibus, basi complicatis; stipitibus compressis, dorso rotundatis. Hort. Cliffort.
482. Hort. Upsal. 306. Royen. Lugdb. 5.
Palma frondibus pinnatis; foliolis angustioribus, aculeis
terminalibus. Miller. Dict. n. 1.
Phœnix excelsa. Cavanil.
Icon. Var. n. 125.
Phœnix dactylifera. Frondi pennate, foglioline
ripiegate fatte a spada. F. st. Calice e corolla tripartiti. F. fem. Calice e
corolla tripartiti. Un solo Pistillo. Drupa ovata morbida. Seme osseo con un
solco. Palma. Targ. Institut.
Botan. n. 1112.
La Palma Dattilifera (1) è il gigante
degli alberi endogeni, e uno dei resti di quel mondo organico misterioso, che
ha preceduto il mondo attuale, e di cui si incontrano le traccie nelle
petrificazioni, che cuoprono gli strati inferiori della crosta del globo.
La
sua struttura, le sue forme, l’economia della sua vegetazione, si distinguono
in un modo così sensibile da quelle del generale delle nostre piante, che hanno
dato luogo ad una delle divisioni elementari del regno vegetale, conosciuta una
volta sotto il nome di Monocotiledoni, e ora di Endogeni.
Il
suo paese originario è nelle regioni Tropicali; ma è stata adottata da
lunghissimo tempo dalla nostra Italia, e vive ora come indigena in molte delle
sue provincie. Quindi essa deve far parte della Pomona Italiana collo stesso
diritto della Vite, dell’Ulivo, del Fico, del Pesco, e di tanti altri alberi
esotici che sono stati introdotti fra noi dall’industria e che vi prosperano
come nativi.
Così,
noi vi consacreremo un articolo, e lo accompagneremo con due tavole, una delle
quali presenterà ai lettori la figura di uno Spadice normale, come sono quelli
che ci forniscono i Datteri del commercio, e l’altra uno Spadice straordinario,
che darà un’idea delle mostruosità che si sviluppano in questa pianta, la quale
ha, come le altre, le sue varietà e i suoi muli.
L’articolo
sarà diviso in cinque capitoli. Il primo sarà consacrato alla descrizione
dell’albero: il secondo alla sua storia naturale: il terzo alle varietà ed ai
mostri: il quarto alla propagazione e alla cultura: il quinto alla storia.
Il
primo accompagnerà la tavola dello Spadice normale, e farà parte del Fascicolo
Trentanovesimo. Gli altri quattro accompagneranno la tavola dello Spadice
mostruoso, e faranno parte del Fascicolo Quarantesimo col quale l’opera resterà
compita.
La Palma Dattilifera è un albero che si
distingue per tutti i riguardi dal generale degli alberi della nostra Europa.
Il
suo fusto dritto, semplice, ennode, cilindrico, s’innalza sovente all’altezza
di 20 a 30 piedi, e secondo alcuni di 60 e 80. Ei rappresenta una colonna sormontata
da un capitello, e pare aver dato all’architettura l’idea dell’ordine
composito.
Nudo
in tutta la sua altezza, sino alla corona, cioè privo di rami, egli si slancia
verso del cielo solitario ed eguale, ma ruvido e scabro nella sua superficie
perch è formato da un giro di squamme legnose, che sono il residuo delle foglie
cadute e che sporgono nel legno intersecate dalle cicatrici di quelle perite
intieramente. Con una conformazione così singolare, l’aspetto di questo
grand’albero è imponente e maestoso, ma triste ed inameno. La sua cima è quella
che ne fa la bellezza: essa è composta di un ciuffo di foglie vivaci, disposte
come a corona in giri concentrici, le più esterne delle quali si aprono in arco
e pendono tutt’all’intorno, circondando le più interne, le quali, serrate come
in un fascetto formano il germoglio terminale, nella cui foglia centrale
risiede la vita, e che costituisce la gemma continuatrice della pianta.
Il
numero delle foglie viventi è per lo più di 28 a 40, e la corona che formano
presenta una testa verdeggiante che ha del grandioso, e che, nelle foreste, ove
gli alberi sono in gran numero, forma come una volta impenetrabile al Sole
sotto la quale vivono e fruttano molte piante minori.
La
loro forma è singolarissima. Quando sbucciano s’innalzano rette, serrate quasi
a fascetti, e consistono in un asse legnoso contornato da due ranghi di foliole
alterne, strette, ensiformi, appuntate, le quali nel primo svolgersi del
germoglio sono bianche, tenere, lucenti, ed applicate le une sulle altre, ma
che si allargano poi in proporzione che cresce il picciuolo che le porta, il
quale, rigettato all’infuori dal nuovo germoglio che vi si sviluppa nel mezzo,
si svolge, si ripiega in arco, apre le sue fogliole e le distende, si indura
con essa e si colora in verde.
E
la massa di questi picciuoli, diventati larghi spessi e legnosi, che forma
l’anello terminale del fusto. Disposti in tanti giri che, quasi a modo di
spira, s’innalzano l’uno sull’altro, essi si abbracciano, formano come un
astuccio, che finisce per lignificarsi e che continua il cilindro che
costituisce il fusto dell’albero. Tutto quest’apparato è legato insieme, ed
intersecato nel medesimo tempo da un tessuto di una natura singolare, il quale,
quasi una tela composta di fibre floscie ed esili, intrecciate irregolarmente
con un’orditura grossolanissima, sorge fra i giri fogliacei, gli abbraccia, li
riunisce e li divide, cresce, si distende e dissecca con essi.
Così
si presenta la Dattilifera nelle regioni bagnate e sabbiose del Biledulgerid, ove
forma delle vaste foreste; e così la vediamo ancora fra noi, ove, sebbene
sparsa ed isolata, cresce e giganteggia quasi come nel suo paese nativo.
Ma
il ricco prodotto dei suoi frutti è riservato per i paesi bruciati da un sole
ardentissimo, ed irrigati nello stesso tempo da ricche sorgenti, dove è stata
posta originariamente dalla Natura. E là che la Palma si cuopre di quelle
maestose pannocchie, che forniscono a migliaia i datteri preziosi, dei quali si
nutrono popolazioni numerosissime e di cui si fa col mondo intero un così ricco
commercio. Essi si generano nell’ascella delle foglie al nascer di queste, ma
non ne sortono che dopo di aver acquistato il loro compimento organico.
Sbucciano allora fuori dei giri fogliacei entro dei quali sono andate crescendo,
si distendono rapidamente ed in pochi mesi acquistano le dimensioni che loro
sono proprie, aprono i fiori, gli allegano e maturano i frutti.
I
gruppi fioriferi che mette la Dattifera, consistono in un peduncolo somigliante
al picciuolo delle foglie, rilevato nella parte inferiore, appiattito nella
superiore, duro, legnoso, compatto, liscio e lucente, il quale si svolge in una
membrana pubescente all’esterno, contenente una pannocchia composta di un gran
numero di filamenti legnosi, serrati gli uni contro gli altri, flessuosi, ossia
piegati a zig-zag, e contornati in tutta la loro lunghezza di una quantità di
bottoncini sessili che si aprono in fiori, maschj in una pianta, e femminei in
un'altra, secondo il sesso dell’individuo.
Queste
pannocchie ricevono il nome di Spadici (Spadix) e la membrana che li
ravvolge è chiamata Spata (Spatha). Gli Spadici maschj non si
distinguono nelle loro forme dagli Spadici femminei. Negli uni e negli altri i
fiori sbucciano sui filetti flessuosi che compongono lo Spadice, e sono formati
di un calice e di una corolla, ma i maschj contengono sei stami e non portano
ovaio, e le femmine hanno un ovaio e non portano stami.
Il
calice è appena distinguibile, e la corolla, ristretta anch’essa a tre petali
verdastri e picciolissimi, non ha il lusso di colori che suol accompagnare
l’apparato fiorifero, e così una pannocchia ricca di un numero prodigioso di
fiori, si presenta alla vista senza rilievo e senza brillante.
Gli
Spadici sono tutti persistenti, e pendono per lungo tempo in mezzo alle foglie,
nè si perdono che col cadere di quelle. I maschj emesso il polline, si
disseccano subito, e non ne rimane che il peduncolo sparso di filamenti senza
vita, che a poco a poco spariscono. Le femmine invece si conservano per molti
mesi: escono in Primavera, allegano i frutti nella state, gli maturano
nell’Autunno, e, se non sono staccati, gli conservano al di là dell’inverno, nè
gli abbandonano che a poco a poco e lentamente. Essi presentano una grande
pannocchia coperta di datteri che maturano gradatamente, e che colpiscono
l’occhio col bel giallo che li colora.
Il
Dattero è una drupa, ovata nelle sue estremità, coperta di una pellicola liscia
e sottile, e contenente una polpa grassa, carnosa e dolce, dentro della quale
si trova un seme ovato da una parte, appuntato dall’altra, duro, corneo,
convesso al di sopra, solcato al di sotto, e come ripiegato in se stesso, il
quale, posto in terra, germina, e conserva la specie. Tale è la pianta che
conosciamo sotto il nome di Palma Dattillifera, e che tiene il primo
posto fra tutte le Palme.
La
descrizione che ne abbiamo data basta per farsi un’idea dell’aspetto
dell’albero, e della natura dei suoi frutti; ma la sua vita vegetale è così
diversa da quella dei nostri alberi fruttiferi e della maggior parte delle
piante Europee, che merita di essere esaminata particolarmente.
Così,
prima di entrare nella descrizione delle sue varietà e di esporre la coltura
che esige, e i fenomeni che presenta, noi daremo ai nostri lettori un Saggio
della sua storia naturale quale è esposta dai più recenti Naturalisti, e
l’accompagneremo di una serie di osservazioni speciali fatte da noi stessi
sopra le Palme che si coltivano nella Costa Ligustica, e dell’esposizione delle
teorie che ne derivano.
articolo primo
Da
lungo tempo i Botanici avevano osservato che la Natura ha diviso le piante vascolari
in due grandi classi, alle quali avevano assegnati i nomi di Monocotiledoni
e di Dicotiledoni.
La
base di questa divisione stava nei caratteri del corpo che circonda l’embrione
e che gli serve di mammella per nutrirsi nel primo periodo della sua vita.
Nelle
une (le Dicotiledoni) quest’inviluppo, sempre molteplice e per lo più
doppio, consiste in due lobi opposti o verticillati, i quali messi a contatto
dell’umidità nella terra, l’assorbono, elaborano i principj che contiene, e
provedono di un nutrimento adattato l’embrione che vi si sviluppa nel mezzo,
che si distende in due sensi opposti cioè in un germe (piumetta) analogo
consistente in due fogliette opposte e verticillate, e in una radice (radichetta)
unica e fatta a fittone.
Nelle
altre (le Monocotiledoni) questo corpo è semplice ed unico, e l’embrione
che contiene ne sorte fuora per un punto determinato, aprendosi in una foglia
seguitata da una seconda che vi si sviluppa per dentro, e che forma così un
germetto a foglie primordialmente alterne, il quale continua a crescere collo
stesso sistema.
Questo
carattere che divideva evidentemente le piante vascolari in due classi, è
diventato fondamentale quando si è verificato che va unito ad un altro
carattere eminentemente distintivo e che è legato alla natura e al sistema
essenziale della vegetazione.
Chiunque
osserva l’organizzazione delle Dicotiledoni riconosce che in questa
classe la pianta consiste in un cono formato di vasi concentrici riuniti per
zone d’intorno ad un’astuccio cellulare, e disposti in maniera che i più
antichi sono nel centro e i più recenti alla circonferenza, dal che ne risulta
che la pianta cresce annualmente in diametro mediante la sopraposizione di due
nuovi strati che vi si formano all’esterno, dove risiede la vita.
Nelle
Monocotiledoni invece, la pianta consiste in un cilindro di un diametro
sempre uguale, composto di un tessuto di vasi disposti longitudinalmente, e che
si rinnovano continuamente nel centro, ove sta la vita, rigettando al di fuori
i cilindri più esterni che finiscono per indurirsi e farsi legnosi, e
conservando nei più interni il movimento dei sughi, i quali ristretti nel
cilindro centrale ne determinano lo sviluppo in altezza, senza poterne più
aumentare la grossezza (2).
Quindi
è che si sono adottati nella Botanica i nomi di exogeni e di endogeni
i quali corrispondono a quelli di Dicotiledoni e di Monocotiledoni e
che esprimono più specialmente l’economia di vegetazione che distingue queste
due classi di piante (3).
La
Palma è una di quelle che appartengono alla seconda, (Monocotiledoni).
La sua organizzazione, il sistema che segue nella sua vegetazione, e i fenomeni
singolari che spiega hanno attirato ed attirano a ragione l’attenzione dei
Naturalisti, i quali la considerano come il tipo delle endogeni e
fondano sopra i suoi, i caratteri essenziali di questa classe (4).
E
dunque coll’esposizione dell’economia singolare ed arcana che distingue il suo
sistema di vita, che bisogna principiare onde tessere con successo la sua
Storia Naturale.
Io
intraprenderò questo lavoro colla scorta delle Opere dei Sigg. Dubenton,
Desfontaines, Juissieu, Mirbel, Richard e Decandolle, e vi aggiungerò un
estratto delle nuove dottrine della scuola Tedesca consegnate nell’Opera
classica del Sig. Martius che ho avuta la fortuna di poter consultare mediante
la munificenza del Principe illuminato che regge la Toscana, il quale ha
riunito a vantaggio degli studiosi nella sua grandiosa Biblioteca tuttociò che
il lusso della scienza ha prodotto e produce in Europa.
Il
seme che chiude il Dattero è un nocciolo osseo durissimo, di forma ovale
cilindrica e di un solo pezzo. È questo il cotiledone unico dal quale esce la
pianta. Nel suo germinare essa consiste in un embrione diviso in due parti, una
superiore che principia con una foglietta spadiforme, nella quale in seguito se
ne vanno sviluppando delle altre disposte in ordine alterno, che, riunite in un
fascetto costituiscono il germoglio, ed una inferiore che si svolge in radice,
«l’Albero
della Dattillifera non è dunque al suo nascere che un giro di foglie legate al
colletto da uno strato di fibre che formano un primo cilindro. In proporzione
che cresce, dentro questo primo giro di foglie se ne spiega un secondo; e per
conseguenza si spiega egualmente un secondo strato di fibre dentro del colletto
che ne forma la base, il quale tende necessariamente a dilatare, e dilata in
effetto lo strato nel quale è rinchiuso.
Così
succede a tutti gli strati che si generano successivamente gli uni dentro gli
altri sino al momento in cui lo strato più esterno abbia acquistato per
l’effetto dell’età la durezza del legno perfetto, nè più si presti al
distendimento delle fibre dell’interno.
Allora
la zona formata la prima si solidifica, nè può più aumentare di diametro
nell’anno seguente; e per le cause medesime si solidifica anche la seconda e
forma un anello sotto la prima. Succede lo stesso a tutte le susseguenti in
modo che il fusto resta rigorosamente cilindrico, che la sua parte esterna è
composta di legno perfetto rigettato al di fuora, e la sua parte interna, di
fibre non ancora solidificate». Dec. T. 1, pag. 215.
Per
farsi un’idea ancorchè grossolana di quest’evoluzione basta rappresentarsi gli astucci
(Etuis. Dec. p. 329, Org.) di un canocchiale che si svolgono l’uno dentro
dell’altro (5).
Essi
a dir vero, non sono sempre assai distinti per rendersi riconoscibili, ma esistono
però in fatto, e la differenza di consistenza che gli distingue è tale che
in alcune Palme la parte esterna è tanto dura che la scure non può intaccarla,
nel mentre che il centro è un tessuto floscio e spugnoso che è alterato
prontamente dall’umidità. Dec. p. 215.
Così la grossezza del fusto è determinata in ogni individuo (cioè a dire in ogni pianta vivente) dal tempo necessario per solidificare il primo cilindro, e questo tempo dipende nel suo maximum della natura della specie, e, nelle proporzioni intermedie, dalla complessione individuale di ogni pianta, e dalle circostanze di località o di coltura in cui si trova (6).
«La
circonferenza delle Palme, continua l’illustre Fisiologo, rappresenta quanto
alla consistenza e alla età il legno dei nostri alberi, mentre che il centro ne
è come l’alburno. Questi due organi però sono situati in senso inverso di
quello in cui si vedono nelle exogeni. Nelle Palme è da quest’alburno
centrale che nascono le foglie e i fiori, ed è sempre pel centro che comincia
lo sviluppo di tutte le parti dell’albero. Le foglie novelle dei germogli delle
exogeni nascono anch’esse al di dentro delle più antiche o nell’interno
delle gemme, ma, se sotto questo rapporto le due grandi classi si somigliano,
come lo ha osservato il Sig. Du-Trochet, esse si distinguono sempre, in che
tutto il resto dello sviluppo del tronco delle exogeni si fa per
l’addizione di nuovi strati legnosi al di fuori dei primi, mentre che nelle endogeni
l’accrescimento si opera per l’interposizione di nuove fibre, principalmente
verso il centro del tronco». Dec. pag. 215.
Il Sig. Richard ha portato alcune modificazioni a
queste teorie, ma non le ha cangiate: Invece di ammettere una serie di strati
concentrici annualmente prodotti nell’interno dell’albero dalla foglia
centrale, e respingenti continuamente alla periferia gli strati più antichi
sino al punto di una resistenza invincibile, egli ammette «la formazione annua
nell’interno del fusto di un mazzetto di foglie che rigettano al di fuori
quelle che esistevano prima, e il conseguente disseccamento del giro il più
antico, le di cui basi, essendo intieramente aderenti al colletto
(somet) della radice, restano, persistono, e costituiscono, saldandosi, un
anello solido che diviene la base del fusto. In questo modo, sviluppandosi ogni
anno un nuovo ciuffo di foglie centrali (un nauveau bourgeon) si ripete ogni
anno il disseccamento del giro che lo ha preceduto, e per conseguenza la
formazione di un nuovo anello soprapposto a quello degli anni precedenti. Così
il fusto delle monocotiledoni non può crescere che pochissimo in ispessezza, e
ciò per la ragione che il suo sviluppo laterale non ha luogo che sino a tanto
che la base persistente delle foglie non è ancora assai solidificata da
resistere alla pressione excentrica che il germoglio centrale tende ad operare
su di essa». Egli è perciò ch’egli adotta l’opinione del Sig. Lestiboudois, il
quale, «considerando che nel sistema unico di crescenza che distingue il fusto
delle monocotiledoni, l’aumento in ispessezza si fa per la faccia interna, ne
conclude che in questa classe manca il sistema centrale e regna il corticale, e
che perciò l’organizzazione del fusto delle Palme corrisponde a quella della
corteccia delle Dicotiledoni». Richard. Nov. Elem. de Bot. p. 61, a 63.
La scuola
Tedesca ha variato in un modo sensibile tutte queste dottrine.
Già
due Fisiologi Francesi avevano osservato che in alcune specie, come nella
Dracena e negli Aloè si formavano nuove fibre anche all’esterno fra la
corteccia e il corpo del fusto. Il Sig. Du Petit-Thouars ne mostrò il fenomeno
nel Dragoniere, e Mirbel lo ammise nelle Dracene, nelle Yucche, negli Aloè,
nelle Smilaci, nel Tamaro, e nella Dioscorea. Ma queste anomalìe non fecero
nascere alcun dubbio sulla verità del sistema degli astucci concentrici e si
continuò a riconoscere la teoria del Sig. Des-Fontaines.
Il
Sig. Viviani portò la sue osservazioni un poco più avanti, e dimostrò nella sua
Opera sulla struttura degli organi elementari delle piante stampata in
Genova nel 1831, che i caratteri sui quali è stata fondata la separazione delle
due classi, non sono generali, e che esistono moltissime specie, anzi intere
famiglie a strutture intermedie nelle quali si scuopre un passaggio insensibile
fra l’organizzazione delle Dicotiledoni e quella delle Monocotiledoni.
Egli
indicò molte di queste specie, e rappresentò la struttura dei loro organi con
tavole che non lasciano dubbio sulla verità della sua asserzione, ma non ne
trasse però alcuna conseguenza contro le teorie ricevute.
Il Sig. Moldenhawer è stato il primo che l’ha veramente attaccata. Egli ha osservato che anche nelle Palme i fasci fibrosi che provengono dalle foglie più antiche sono quelli che si trovano nel centro del fusto, e ne ha dedotto per conseguenza che le fibre emananti dalle foglie novelle sono sempre le più esterne, ciò che non è conciliabile colla teoria della crescenza centrale.
Il
Sig. Mohl è succeduto al Sig. Moldenhawer, ed avendo sottoposte le palme
all’esame di un’anatomia sottilissima, ha riconosciuta l’esistenza degli strati
fibrosi scorrenti fra il legno e la corteccia, i quali avevano servito al Sig.
Moldenhawer per combattere il paralellismo centrale delle fibre stabilito dal
Sig. Des-Fontaines, e ad altri Filologi per ammettere uno strato fibroso
esteriore corrispondente al libro delle Dicotiledoni; ma avendo seguito
il corso di queste fibre dalla loro origine sino al loro termine ha verificato,
ch’esse partono bensì realmente dalle foglie, ma che si dirigono, descrivendo
un arco superiormente convesso, sino al centro del fusto, entro del quale
scorrono perpendicolari per un certo spazio per divergere poi nuovamente verso
la perifería, dove giunte, continuano a discendere in senso paralello, e
scorrendo sino alla base del fusto sotto forma di teneri fili fra il legno e la
corteccia finiscono per aderire ai fasci sottoposti sui quali sono addossate
(7).
Un illustre Italiano è entrato per l’ultimo in questa dilicata discussione, e ha esteso a tutte le Monocotiledoni le ricerche dei Sigg. Moldenhawer e Mohl.
Il
Sig. Meneghini ha passato in rivista un grandissimo numero di piante di questa
classe; e, non solo ha confermate le singolari deviazioni osservate dal
Sig. Mohl nel corso dei fasci vascolari, «i quali secondo lui, a partire dal
luogo ov’entrano nella fronda vanno sino al centro del caudice, e poscia
divergono di nuovo verso la periferia, ove si formano in uno strato fibroso che
l’abbraccia sino al piede del fusto», ma ha trovato che tutte le diverse inflessioni
che presentano le fibre nel loro corso nelle Monocotiledoni, sono dovute
a dei dislocamenti degli organi appendicolari dai quali dipendono. Pag.
77.
Egli
però ha aggiunto alle ricerche di coloro che lo hanno preceduto molte altre sue
proprie, e fra queste quella importante che riguarda l’innalzamento del germoglio
centrale delle Palme, avendo osservato che ogni foglia al suo nascere sorge dal
caule con base circolare nel centro della gemma, e nel suo accrescimento è
portata nel senso di una spirale ad un posto superiore e periferico.
La
memoria del Sig. Meneghini sulla Struttura del Caule nelle Monocotiledoni
stampata a Padova nel 1836, forma uno dei lavori i più completi che sieno
stati fatti su questa materia, e sparge moltissima luce sopra questo ramo di
fisiologia vegetale: ma la questione resta ancora indecisa e lo resterà per
molto tempo. La Natura ha de’ segreti che sfuggono alle investigazioni
dell’uomo; e i nostri organi, anche aiutati dai più ingeniosi instrumenti, sono
troppo imperfetti per poter distinguere con esattezza le molle complicate e
impercettibili della vita organica.
In
questo stato di cose io non ardirò prender parte ad una discussione troppo al
disopra dei miei mezzi. Mi limiterò ad esporre dei fatti: farò il quadro fedele
dei fenomeni che offre la Dattilifera nella Costa Ligustica; e, se vi
aggiungerò qualche osservazione e ne dedurrò qualche conseguenza, lo farò
solamente per mettere in maggiore evidenza i fatti medesimi, i quali non
possono mai essere perfettamente apprezzati da chi non gli ha sotto gli occhi.
Nell’intraprendente
questo lavoro, io non faccio che seguitare l’invito di uno dei più grandi
fisiologi del tempo, il quale, penetrato dei vuoti che restano a riempirsi per
perfezionare la Storia delle piante endogeni, e specialmente quella
delle Palme, ha fatto appello «a coloro chi vivono nei paesi palmiferi,
impegnandoli a ripetere sopra questi alberi le esperienze fatte sin ora sopra
gli alberi Monocotiledoni, e far conoscere i risultati eguali, o differenti che
avranno ottenuti» (Decand. Organ. T. 1 p. 220); e ha indicati poi in
un’appendice della sua Fisiologia i punti che dovrebbero fissare specialmente
l’attenzione dei viaggiatori e dei Naturalisti sedentarj in paesi
situati fuor dell’Europa onde pervenire a perfezionare questo ramo importante
della scienza botanica. Dec. Physiol. p. 1537.
Una
combinazione, non ancora avvertita dai Naturalisti, mi ha messo in grado di
rispondere a quest’invito. Ho trovata la Palma in uno stato di quasi indigenità
nel mio paese nativo, e ho potuto così senz’espormi a viaggi pericolosi, e
senza abbandonare la Patria farmi osservator sedentario (Dec. Org. p.
120) dei fenomeni che dispiega.
Io
mi terrò per fortunato se le mie ricerche potranno corrispondere ai voti
dell’Illustre Fisiologo che le ha provocate, e se i materiali di fatto chi mi è
dato di riunire in questo lavoro, potranno essere utili ai Naturalisti, e
concorrere così ai progressi di una scienza che forma la parte filosofica della
Botanica.
§
1. Seminagione, Germinazione, Sviluppo (8), e Tramutazione.
La Palma Dattilifera, introdotta da tempi remotissimi nel Littorale Ligustico, vi si è naturalizzata in maniera da formarvi un oggetto importante di prodotto agricolo e fornire al Fisiologo i mezzi di studiarla sotto tutti gli aspetti.
Una
gran parte dei giardini che avvicinano le Chiese o i Monasteri offrono
all’occhio dell’osservatore piante antichissime che sorprendono per la loro
altezza e più ancora per i ceppi enormi dai quali sorgono; un numero di piante
meno gigantesche si incontrano qua e là nei giardini dei particolari che le
coltivano per piacere o per lucro; boschetti interi di piante di tutte le
dimensioni e di tutte le età cuoprono i contorni di San-Remo e di Bordighera:
ma è specialmente in quel bel territorio, difeso al Nord dalla catena degli
Appennini e riscaldato al Mezzogiorno dall’aria umida del mare, che si incontra
la palma germinante nei semenzaj, adulta nelle piantazioni recenti, invecchiata
nelle antiche colture e cadente qua e là in qualche podere dov’era coltivata in
antico e dove non ne rimangono più che pochi resti.
In
tanta varietà di colture e in un numero così grande di piante è ben naturale
che si incontrino degli esempj di tutti i fenomeni che ne sono proprj nelle diverse
fasi della sua vegetazione, e perciò l’opportunità di seguirla nel corso della
sua vita potendo anche disporre, senza un grande dispendio, di molte piante per
sottoporle all’esame del loro interno in stati differenti di vegetazione e di
età.
Invitato
da circostanze così favorevoli in paese tanto vicino al mio, e più ancora dal
comodo di poterla studiare e sottoporla ad esperienze nelle mie coltivazioni
proprie, io mi sono consecrato all’esame dell’economia che spiega e delle
circostanze che l’accompagnano. Il risultato delle mie ricerche formerà
l’oggetto di quest’articolo. In esso comincerò per esporre i fenomeni della sua
germinazione, la seguiterò indi negli altri periodi della sua vita, ora fondato
sopra date certe ed ora sopra date congetturali, ma sempre sopra fatti sicuri,
facili a verificarsi da chiunque voglia visitare quei paesi, e dei quali sono
sempre pronto ad indicare gli esempj.
I
Semenzaj del Littorale Ligustico si fanno coi noccioli dei Datteri che il
commercio porta dall’Affrica. Quando questi sono di raccolta recente (e ne
giungono spesso in Genova degli spadici ancora freschi) la loro germinazione è
facile e sicura. I coltivatori di Bordighera ne seminano ogni anno in
Primavera, e ne formano delle pepiniere per mantenere ed estendere le loro
piantagioni. Io ne ho seminato più volte per esaminare l’economia della loro
germinazione, e ho avuto luogo di riconoscere molte circostanze che meritano di
essere esaminate.
Il
Dattero posto in terra nella primavera o nella state sente come gli altri semi
l’azione dell’umidità e del calore, e a malgrado della durezza del nocciolo,
l’embrione che contiene comincia assai presto a svegliarsi alla vita.
Seminati
sui primi di Aprile (nel 1832) alla temperatura di 10 a 12 gradi di Reaumur, i
miei datteri sono spuntati da terra sui primi di giugno alla temperatura di 15
a 16 gradi R., cioè nello spazio di 35 a 40 giorni. Seminati nei primi giorni
di luglio (nel 1837) alla temperatura di 16 gradi R., sono usciti di terra nei
primi giorni di agosto alla temperatura di gr. 25 circa R., cioè in 25 a 30
giorni.
Prima
della seminagione il Dattero è un frutto oblungo ovato, somigliante ad una
ghianda: è ottuso alla base, ove è impiantato il pedicello che lo porta ed
appuntato alla cima, cilindrico nel suo insieme, liscio e senza sutture, nè
divisioni di alcuna sorte.
La buccia
che ne forma l’inviluppo esteriore, ossia l’Epicarpo è una membrana
sottile, trasparente e tenace che adere alla polpa ma che ne può essere
staccata con facilità come quella delle pesche spiccacciole.
La polpa
o il sarcocarpo che è una prolungazione delle fibre del pedicello,
consiste in un tessuto fibroso inviluppato da una sostanza mielosa, densa,
viscosa e dolcissima, che è la parte che si mangia. Tra questa polpa e il
nocciolo si incontra un’altra tunica che pare dover essere considerata come l’endocarpo:
è una pellicola bianca sottilissima e trasparente chi inviluppa il nocciolo
senz’attaccarvisi, e che si separa ancora dal sarcocarpo a malgrado
della viscosità che lo impasta.
Il
nocciolo ha presso a poco la stessa forma del frutto, ma ne diferisce in una
circostanza rimarchevole. Il frutto è un corpo compatto, cilindrico, e senza
sutture. Il nocciolo invece riceve questa forma dall’ abbracciamento del
frutto, ma è in se stesso una membrana piatta ripiegata in due, e che presenta
perciò da una parte una suttura longitudinale formata dall’avvicinamento dei
due orli i quali vi formano come due labbra.
Esaminato
nella germinazione quando la tunica che lo costituisce comincia a separarsi dal
germe, si riconosce che questi due orli sono realmente due labbra di una
membrana applicati in quel punto l’uno all’altro ma senz’unione.
Così
il nocciolo, invece di formare un cilindro concavo e chiuso come la parte
polposa, forma un corpo ovale e compatto solcato da una parte, e rilevato
dall’altra, attaccato alla base per un filetto sottile (Hylus) che
traversa la polpa (il sarcocarpo) e va a finire sul pedicello, e
terminato alla cima con una punta acuta.
La
parte incavata non presenta all’esterno alcuna particolarità, ma la parte
opposta che ne forma il dorso si distingue per un’impronta che sembra quella di
un sigillo rotondo rilevata nel mezzo ed incavata all’intorno da una specie di
cerchio che si stacca nella germinazione per dar uscita all’embrione il quale
prorompe da quell’incavo in forma di un filetto bianco, nella punta del quale
egli (l’embrione) è rinchiuso (9).
L’interno
del nocciolo non offre nè vuoti, nè organo alcuno sensibile che corrisponda
alla mandorla degli altri frutti. Ei consiste in un corpo compatto osseo
omogeneo del color della pietra-a-fucile e lucido com’essa.
Vi
si distingue solo nel mezzo un picciolo incavo nel quale è incastrato un
corpicciolo bianco della forma di un cono troncato avente la base sull’interno
della suttura e la cima sotto il bucolino che lo marca sul dorso.
Questo
corpicciolo, ancorchè picciolissimo, è però visibile all’occhio nudo, e resta
quasi sempre intatto nell’aprirsi del nocciolo giacchè, essendo forza di far
quest’operazione col martello, esso si apre quasi sempre longitudinalmente in
due pezzi nel senso della sutura, e il cono bianco, che è annicchiato
nell’incavo, senz’aderire alle pareti, resta intatto in uno dei due spaccati.
Tale
è il seme della Dattilifera prima della seminagione. Posto in terra, ei vi
subisce le alterazioni comuni a tutti i semi, ma i modi con cui le svolge gli
sono particolari.
A
prima vista ogniuno è portato a pensare che la suttura che lo taglia nella
parte inferire, debba essere il luogo pel quale cominciasse la germinazione: ma
la cosa succede diversamente.
Le due labbra che la formano si conservano costantemente aderenti e serrate; e invece si vede spuntare dall’incavatura rotonda che il dattero porta sul dorso un filetto bianco che si stende in arco fuori del nocciolo, e va a depositar nella terra, ad un pollice circa fuori dello spermoderma, l’embrione che principia la pianta.
È là che questo corpo rudimentale comincia il suo sviluppo, è là ch’egli si apre in germetto.
Il punto embrionale, portato così fuori del seme in un ambiente nuovo, si divide in due parti: l’una s’innalza verso il cielo in forma di un cilindretto rotondo che si apre in piumetta, l’altra si arrotondisce in un bottone, dal fondo del quale spunta una radice.
Il filetto cilindrico, che lo ha portato fuori del nocciolo, si apre in una membrana bianca e sottile che lo abbraccia come una guaina, e che si distende con esso per tutta la parte che si allunga al disotto, restando sempre attaccata al punto che divide il germettino dalla radice.
Pare che questa membrana continui ad inviluppare la radichetta e ne formi lo strato esteriore. Quanto alla piumetta, l’abbraccia ma non vi adere: il suo punto di attacco è il bulbo ossia il bottone dal quale sorte la radice.
In una di queste germinazioni, esaminata a due mesi di seminagione, tutta la pianta aveva la lunghezza di circa tre decimetri, e la guaina umbilicale ne abbracciava circa ad un sesto. La parte superiore, che dal punto ove cominciava l’abbracciamento dell’umbilico si innalzava in piumetta, ne aveva uno, metà dentro terra e metà fuori. La parte che dal quel punto scendeva sino alla base ove si arrotondiva in bottone, ne aveva mezzo, e la radice che usciva da questo bottone ne aveva uno e mezzo. La parte ascendente, che deve considerarsi come il rudimento del fusto futuro, s’impiccioliva verso la cima e finiva in punta. Essa pareva formata del picciuòlo della prima foglia ossia della piumetta. La parte discendente che costituisce il rudimento del ceppo si presentava in un filetto cilindrico, compatto, della grossezza di una penna da scrivere, avvolto come da una guaina dalla prolungazione membranosa dell’umbilico, il quale (filetto) andava ingrossando in proporzione che si stendeva nella terra e finiva in un bottone ovale, al di sotto del quale usciva una radicella.
La radice, formante la terza parte della pianta, si stendeva a perpendicolo, deviando però dove incontrava dell’ostacolo, e si mostrava in forma di fibra carnosa, rotonda, bianca, guarnita irregolarmente di pochi filetti laterali corti e sottili che uscivano qua e là in tutta la sua lunghezza senz’ordine e senza simetria, e che perciò non si annunziavano come ramificazioni, ma come appendici casuali.
È da rimarcarsi che il nocciolo da cui proviene tutto quest’apparato e che è il vero cotiledone, non vi prende alcuna parte visibile: Ei resta nel terreno isolato, e quasi estraneo alla pianticella, alla quale è riunito solamente mediante il filetto bianco che serve di umbilico: Anch’esso però subisce le sue metamorfosi.
Se si osserva all’esteriore in tutto il periodo della germinazione non vi si conosce segno di cangiamento. Sempre bruno, sempre cilindrico, sempre dello stesso volume, non rigonfia, non si apre, non si scompone, non lascia nell’embrione che ne è uscito, alcun resto di sè, nè pare alla vista che lo fornisca di nutrimento, meno che come intermediario, lasciando passare l’acqua del terreno per la suttura che lo divide.
Ei continua all’esterno in questo stato per alcuni mesi, ma nell’interno subisce delle alterazioni che sono rimarchevoli.
La tunica esteriore, che nel seme del dattero allo stato naturale non si distingue dalla massa del nocciolo e fa corpo con esso, si presenta nel dattero in germinazione come una capsula di natura cornea, frangibile, sottile, concava e contenente senz’aderenza una sostanza bianca, molle, spungosa che ha l’apparenza di un corpo smunto ed avvizzito. Questa sostanza, avente la forma precisa della capsula sul concavo della quale è modellata, consiste in una membrana piatta, floscia e cotonosa che si ripiega in se stessa e forma come un lobo ovato rilevato al di sotto ed incavato al di sopra, il quale è incastrato nella capsula e si attacca all’umbilico che ha portata fuori la pianticella.
Chi non ha esaminato il nocciolo prima della germinazione è indotto naturalmente a riguardare questa membrana come la mandorla che forma regolarmente l’interno dei semi, ossia come il cotiledone destinato a nutrire l’embrione: ma chi ha osservato che, prima della germinazione, il Dattero non constava nella sua totalità che di una sostanza dura, compatta e omogenea, contenente solo nel suo interno un punto bianco appena visibile, si convince facilmente che la capsula cornea e sottile in cui questo seme si trova cangiato, è il residuo del nocciolo stesso consumato dalla germinazione, e ridotto ad un puro episperma, e che la sostanza spungosa che vi si è sviluppata per entro, altro non è che il corpicciolo bianco che vi si vedeva annicchiato, il quale, gonfiato dall’umidità e disteso, si è ingrossato e ha riempiuta la cavità lasciatavi dallo scioglimento della parte sostanziosa del nocciolo.
Il primo era il corpo cotiledonare, e si è distrutto per nutrire l’embrione senza che la tunica esteriore che ne faceva parte ne abbia risentito alcun effetto: Il secondo era un tessuto intermedio che avvolgeva l’embrione per tutelarlo; e che, servendo di veicolo e forse di elaboratorio ai sughi cotiledonari diluti nell’acqua proveniente dal terreno e combinati con essa, gli tramanda all’embrione, ma che, dopo il suo sviluppo non conserva di se che la pura membrana senza sugo e senza vita.
Difatto: Appena l’embrione portato nel terreno vi getta la radicella, non ha più bisogno del nocciolo. Egli vi resta attaccato per qualche tempo per l’umbilico, ma senza nulla succhiare, poichè la sostanza cotiledonare che componeva la spezzezza del nocciolo si vede consunta, e il corpo spungoso che ha preso il suo luogo è evidentemente un tessuto incapace di fornir nutrimento.
Trovo un appoggio a quest’opinione in un’esperienza che ho replicata più volte e sempre collo stesso risultato. Ho tagliato l’umbilico che unisce il nocciolo alla pianta in germoglio nei primi periodi della sua radicazione, e successivamente l’ho tagliato a molte altre piante più o meno sviluppate, e quest’amputazione non ha mai arrestata la loro crescenza.
È dunque evidente che in questo stato la pianta non ha più bisogno del latte cotiledonare, e che perciò quello da cui è stata nutrita prima di uscire dal nocciolo è stato fornito dalla parte che è scomparsa, e non da quella che vi si è sviluppata d’intorno e che ha ricevuto e non ha dato (10).
Lo sviluppo progressivo delle piantine dopo la germinazione non è eguale in tutti gli individui, ma in tutti si svolgono egualmente nuove foglie dentro delle antecedenti e nuove radici intorno alla prima.
Io
ne ho seguitate moltissime in diversi stati di età dagli otto ai tredici mesi,
e ne ho esaminate diverse anche più adulte; e in tutte ho trovato che il loro
progresso, lento in alcune e rapido in altre, è relativo non solo alle località
e alla coltura, ma ancora alla costituzione organica dei differenti individui.
Se
ne vedono spesso di quelle che languiscono o che svolgono appena due a tre
foglie in un anno, e se ne incontrano delle vigorose che ne svolgono sino a
nove. In tutte però il numero delle foglie corrisponde a quello delle radici.
Qualche
volta questa corrispondenza non si trova esattissima, ma le picciole differenze
che la rompono possono essere attribuite, senza fare eccezione al principio, o
al deperimento della radice polare (11) che ho trovata alcune volte
corrotta, o a qualche difficoltà, incontrata nel tessuto, dalle fibre che lo
devono scorrere, le quali, trovandosi arrestate, sono sforzate a deviare dal
loro corso regolare, e rimanere inattive o amalgamate colle altre.
Le
due tavole annesse al presente articolo rappresentano una pianta nata
nell'agosto del 1831, e dipinta nel settembre del 1832.
Il
numero delle sue foglie era di otto, e quello delle radici era di sette: Io non
ho potuto verificare se la mancanza dell'ottava dipendesse dal deperimento
della radice centrale, o se non ne fossero sortite realmente che sette; e solo
ho riconosciuto che le più recenti erano le più esterne, essendovene fra queste
una appena uscita dal disco, e ciò non ostante più grossa delle altre, poichè
non si riconosce in queste radici alcuna relazione fra la loro dimensione e la
loro età. (12).
Qualunque
però fosse la causa della differenza, essa è così picciola che non potrebbe mai
infirmare il principio. Invece esso si trova sostenuto dall'incontrare questo
stesso rapporto approssimativo in tutte le piante suscettibili di simile esame,
come sono quelle che non passano i due a tre anni di età, ed io l'ho
riconosciuto ancora in una pianta di circa sei anni, nella quale ho distinte 32
radici e circa altrettante foglie.
L'interno
del ceppo aperto a quest'oggetto non si presta a dir vero a dare dei lumi
decisivi su tale questione, ma ne fornisce invece dei sufficienti per
determinare la direzione delle fibre che ne compongono il tessuto e la loro
economia.
Tutte
le piante che ho sezionate in diversi stati di grossezza e di età si mostravano
in forma di cono bianco, composto di un tessuto fibroso, compatto ma non
legnoso, guarnito tutt'all'intorno dei picciuoli delle foglie disposti in spira
gli uni sopra gli altri e formanti la perifería del ceppo.
L'inspezione
oculare del tessuto di questo cono non mostrava indizio di strati nè esterni nè
interni, e l'esame che ne feci col microscopio non mi lasciò vedere che dei
fasci di filetti longitudinali e paralelli disposti verticalmente e intersecati
da una rete di cellule che formavano insieme un tessuto poco serrato ma
regolare ed omogeneo.
Una
disposizione così semplice non dovrebbe lasciar dubbio sull'economia che dirige
la vegetazione di queste piante.
Essa
pare consistere nello sviluppo di una successione di fibre che sortono
continuamente sulla punta della spira l'una dall'orlo dell'altra, e che si
stendono dentro del tessuto fra le antiche sino al disco bulboso dal quale
escono in radici, e che in questo modo aumentano il diametro del ceppo e i giri
del ciuffo radicale.
In
tal caso sarebbe dimostrato che il fascio fibroso che si svolge dalla foglia
centrale per formare una nuova, non si distende riunito nell'interno del fusto
come in un astuccio, siccome lo ha rappresentato il Sig. Desfontaines, nè si
sparge neppure, separato sulla perifería dopo di essere disceso per un certo
trato pel centro, siccome lo hanno esposto i Fisiologi Tedeschi, ma si apre in
filetti i quali si insinuano indistintamente nel tessuto fra le fibre che gli
hanno preceduti, vi si distendono framezzo, e intersecandole, giungono
scendendo perpendicolari, sino al disco del corpo bulboso che forma il ceppo
dell'albero.
È
evidente che con quest'andamento le nuove fibre devono restare in generale
confuse colle antiche senza distinzione, ma che nello stesso tempo devono
presentare esempi frequenti di quelle deviazioni di direzione osservate dai
Sigg. Moldenhawer e Mohl, per le quali, dopo di essere discese verticalmente
per un certo tratto nel centro del cono, si volgono poi verso la perifería, e
la percorrono sino alla base. Nè potrebbe essere altrimenti, giacchè è chiaro
che, dopo di aver percorso il tessuto presso la cima ov'è giovane e tenero,
devono giungere al punto in cui essendo più compatto si presti più
difficilmente ad essere penetrato, e allora possono trovarsi obbligate a
ripiegarsi e portarsi verso la perifería dove il tessuto più giovane si deve
prestare più facilmente diviso e a dar loro il passaggio.
Queste deviazioni però non formano il sistema caratteristico della vegetazione della Palma: esse costituiscono solo delle anomalìe accidentali che appena si distinguono, e che restano confuse colle altre nella dirrezione approssimativamente perpendicolare che è propria alla pianta.
Poichè essendo morto
l’Autore, si è reso inutile di collegare il Fascicolo XLI che in
sostanza non conteneva che la promessa di pubblicare ancora Cinque Fascicoli
con un Indice generale.
______________________
testo
trascritto da Antonella Richetti (Genova)
(1) Tutti sanno che
il nome di Palma è un nome generico che comprende un grandissimo numero
di specie, e che la Dattilifera è una di queste. In Francese, essa ha un
nome proprio, ed è quello di Dattier. Noi Italiani siamo obbligati a
servirci del nome generico, accompagnandolo coll’epiteto di Dattilifera.
Per rendermi meno prolisso, ho creduto di poter sostantivare l’epiteto senza
violare le leggi della lingua, e mi sono servito promiscuamente secondo le
circostanze del nome di Palma Dattilifera, e di quello solo di Dattilifera.
Nella Crusca vi è il nome di Palmizio nel significato di Albero della
Palma, ma è applicato pure al ramo della Palma lavorato per la
Chiesa. Così forma un omonimo, e gli omonimi portano sempre confusione. Io ho
creduto meglio lasciarlo alla seconda sua accezione.
(2) Questo carattere
presenta delle anomalìe. La maggior parte delle Monocotiledoni non
crescono più in diametro passato un termine dato, e fra queste vi è la Palma;
ma ve ne sono alcune che pare si allarghino quasi indefinitamente, e ne abbiamo
un esempio nella Dracena descritta dal Du-Petit-Thouars.
(3) Les tiges des endogènes ont pour caractère commun d’avoir les fibres, ou les couches les plus anciennes à la circonference, et les plus nouvelles au centre. C’est d’après ce caractère que je leur ai donnè le nom par le quel je les dèsigne, et qui indique qu’elles croissent par l’interìeur. Dec. Org. pag. 213.
(4) Les tiges des Palmiers sont de toutes les éndogenes celles qui ont le
plus excité l’attention par leur stature ètancée et la singularité de leurs vegetation.
On les a étudié avec plus de soin que les autres; et, en donnant une
description détaillée, nous serons dispensés de beacoup de répetitions dans les
articles suivants. Decand. Org. pag: 214.
(5) Questo paragone,
egualmente che quello che somiglia il fusto delle palme ad una corteccia di
exogeni, crescente indipendentemente dal capo legnoso, appartiene al
Sig. Lestiboudois. Mem. Sur la struct. des Monocotyl. 1823. Bot. Elem. pag.
150.
Il Sig. Decandolle
chiama il primo un paragone grossolano, ma esatto. pag.
216. Quanto poi al secondo lo riguarda come una metafora, quantunque espressiva
del vero, dicendo che «il tronco delle palme non può essere assimilato alla
corteccia delle Exogeni poichè i sughi ascendenti vi montano costantemente,
mentre non montano mai per la corteccia». D. p. 216.
(6) Il Sig.
Dubenton, e dopo lui il Sig. Desfontaines hanno dipinta quest’economia nel
medesimo modo. «Lorsque le Palmier a environ six mois ou un an
on aperçoit au centre de la jeune plante un tubercule ou bourgeon (Kemps.
Amaen. exot. Fasc. IV,) formé par les rudiments des feilles serrées les
unes contre les autres et contournées en rond. Ces feuilles se developpent
ensuite successivement l’une après l’autre pendant toute la durée de la vie de
l’arbre. Tous les ans le Palmier produit environs sept feuilles nouvelles, et
il an desseche sept des plus anciennes, dont les restes forment sur le tronc,
au lieu d’une vraie écorce une enveloppe d’abord écalleuse, ensuite raboteuse
et enfin unie lorsque l’arbre est parvenu a l’état de decrepitude. Les feuilles
ne sont qu’une extension ou un prolongement des filets ligneux et de la
substence cellulaire qu’on remarque dans le tronc; et c’est par leur
developpement successif qu’elles operent l’acroissement du vegetal. Mais comme
les filets ligneux, ainsi que la substance cellulaire, s’étendent toujours du
centre à la circonference, ils deplacent et portent au dehors les feuilles
precedentes par un phènomene à peu près analogue à ce qui arive à l’ecorce des
arbres dicotiledones, que les nouvelles couches formées entr’elles et l’aubier
rejettent constemment au dehors». Tale è la dottrina del Sig. Dubenton. Egli
osserva però che questa sorte di rigetto al di fuori delle zone esteriori
mediante lo sforzo delle interiori non produce lo stesso effetto in tutte le
specie. In alcune esso non ha limite, e ciò succede perchè gli strati che si
vanno estendendo, sono formati di un tessuto sommamente flessibile, e perciò
suscettibile di una grandissima estensione, e che, quando giunti ad un certo
punto perdono la facoltà di più allungarsi, allora si fendono e si distruggono.
Nella Dattilifera
invece gli strati si induriscono in proporzioni che si avvicinano alla
periferia, e perciò dal momento che hanno acquistata tutta la loro densità, la
zona esteriore dell’albero, indurita tutt’in una volta in tutti i punti della
sua altezza, non potendo più cedere all’azione delle parti interiori, deve
cessare di crescere in diametro, e le dimensioni dell’albero devono essere le
stesse alla cima e alla base.
(7) Ecco come si
esprime il Sig. Ugo Mohl nel fascicolo quinto dell’opera grandiosa del Dottor
Martius sopra le Palme.
Unus tantum, sed eo
gravioris momenti vir negavit existentiam centralis Monocotyledonearum
vegetationis, ab omnibus receptam. J. S. Moldenhawerus scilicet pronunciavit se
in caudice Phœnicis Dactyliferæ vidisse, inter corticem et lignum ambitum esse
separativum, extra eum fasciculos libri succrescere et intra eum tales
fasciculos libri, qui, brevi, postquam orti sint, vasa spiralia iuxta se
gignant, et sic in fasciculos lignosos convertantur, ex iisque vasorum
fasciculis interiores ad antiquiores, exteriores ad recentiores frondes
pertinere, i. e. ut aliis verbis dicam Phœnicem Dectyliferam Dicotyledonearum
vegetionem habere ... Num et quætenus Moldenhawer
en Desfontaines rectius observaverit, ex sequentibus disquisitionibus
apparebit. Martius,
Fasc. V.
E qui, il Mohl
espone le sue osservazioni, e conclude. §. 5. Ex decursu vasorum fasciculorum
supra (§. 3, 4,) descriptio hæc duo colligi possunt.
§. 1.) Palmis non inest fibrarum stratum libro
Dicotyledonearum respondens, sed magis minusque crassæ sub cortice jacentes,
libroque quoad externam speciem similes fibræ, quales Moldenhawerus descripsit,
inferiores sunt vasorum fascicolorum termini.
§. 2.) Ea, quam Desfontaines proposuit,
sententia, recentes vasorum fasciculus in caudicis centro nasci, in peripheria
autem caudicis positos, duriores, crassiores, vasorum fasciculos, antiquiores
mollibus, centrum occupantibus, esse, eoque vegetationem Monocotyledonearum a
Dicotyledoneis plane differre, prorsus falsa et resicienda est.
(8) Nei Dizionarj e
nell’abuso degli scrittori che si piccano di purismo più che di precisione le
parole geminazione e germogliazione sono state considerate come
sinonimi. Ma chi vuole dare dell’esattezza alla dizione deve abbandonare il
purismo e l’uso, (V. G.le AG. n. 42, p. 100, e Art. Pesca Ibrida, Nota 5) e adattare le parole alle idee. Così io
mi sono servito della parola germinazione per esprimere lo sviluppo del
seme e di quella di germogliazione per esprimere lo sviluppo delle
gemme.
Questa prima
divisione mi ha sforzato ad adottarne delle altre. Quindi ho distinto il seme
dall’embrione, e l’embrione dal germe. Il seme è
l’insieme dell’individuo concepito nel fiore e composto di cotiledoni e dei
loro annessi, l'embrione è il punto rudimentale della pianta rinchiuso
nel seme, e il germe è l’embrione in isviluppo. Da queste
distinzioni, che sono in natura, ne ho dedotte quelle di germe e germoglio,
germinare e germogliare.
(9) Quest’incavatura
ossia questo bucolino rotondo, nel quale comincia la germinazione del Dattero è
stato osservato in diverse piante dai Filologi, e Gaertner vi ha dato il nome
di papille embryotege, nome che Mirbel ha cangiato in quello di opercule:
ma non so che alcuno lo abbia esaminato nell’atto della sua apertura.
Richard lo descrive
come un corpo rigonfio in forma di berretto, il quale nel tempo della
germinazione si distacca e dà passaggio all’embrione, e dice che è situato
più o meno lungi dall’Jlo (Hjlus) ossia dal punto pel quale il seme era
attaccato al pericarpio. Nel Dattero esso è situato nel mezzo del dorso
dello spermoderma ossia del nocciolo. Il Decandolle (Org. p. 79) dice
che questa picciola escrescenza, che si vede in alcune Monocotiledoni, è
determinata dalla radichetta dell’embrione in un punto determinato dello
spermoderma, la quale all’epoca della germinazione la spinge al di
fuori.
Noi vedremo in seguito
che la radichetta non si sviluppa nel nocciolo ma nell’embrione dopo che è
uscito dal nocciolo, e portato nella terra dall’umbilico.
(10) La natura della
sostanza bianca e spungosa che si sviluppa nel seme della dattilifera nella
germinazione è un punto di controversia fra due illustri Botanici il Malpighi e
Mohl.
Il primo la riguarda
come un organo intermedio fra il cotiledone (folium seminale)
e l’embrione (plantula) destinato a ricevere il latte
cotiledonare e passarlo al germe, e perciò la chiama col nome di placenta
(placentula).
Il secondo invece lo
riguarda come un inviluppo destinato a cuoprire l’embrione e forse a
nutrirlo, e lo chiama col nome di albume (albumen).
«L’albume, ei
dice al paragrafo 136, si fa alquanto più molle, ma ciò deve attribuirsi
all’acqua che penetrò nel seme, e non ad una mutazione chimico-vitale
dell’Albume prodotta dalla germinazione, giacchè ciò succede anche in un
albume secco posto nell’acqua.»
Il Malpighi al
contrario ammette benissimo che l’acqua, penetrando nel nocciolo per la suttura
che lo divide, dia il primo impulso alla germinazione entrando nell’albume (placentula)
e da questo nell’embrione (plantula) ma attribuisce alla forza
vitale le mutazioni che prova quest’albume e il suo ingrossamento.
Le osservazioni sulle
quali è basata questa sua opinione sono così moltiplicate e così precise che mi
sembrano decisive, ne trovo che l’esempio riportato da Mohl dell’albume
secco il quale si ammollisce nell’acqua e si ingrandisce come nella
germinazione possa infirmarle.
Niente di più ovvio
che un corpo spungoso come è quest’albume, possa, anche nello stato di
morte, ammollirsi nell’acqua e per semplice forza igroscopica assorbirla e
crescere di volume, ma questo cangiamento sarà certo ben diverso da quello che
prova nella germinazione, giacchè in questa ei corre realmente una vita
assorbendo l’acqua dalla terra e il latte cotiledonare dal nocciolo per
trasmetterlo all’embrione dopo di aver subíto nei suoi organi delle
modificazioni.
Questa diversa
maniera di vedere relativamente alla natura di tale organo ne porta un’altra
sulle fasi che prova nel corso della germinazione.
«Io so, dice Mohl,
che il Malpighi ha esposto ammollirsi l’albume, evacuarsi di
succhio le cellule, e restare sole le membrane, ma posso contrastarlo,
avendo osservato il contrario tanto nella Palma dattilifera quanto nella
Corypha frigida.»
Qui si tratta di una
cosa di fatto, e perciò bisogna credere che questi due grandi Botanici abbiano
veduto il fenomeno in periodi diversi.
Osservo però che il
Malpighio ha seguito il corso della germinazione quasi giorno per giorno e in
molti semi assieme, e per conseguenza in tutte le fasi e in tutte le gradazioni
che può presentare il fenomeno, ciò che può aver messo sotto ai suoi occhj una
circostanza sfuggita all’attenzione di Mohl.
Aggiungo a questo che
il fatto riportato dal Malpighio è nelle leggi della vegetazione. La sostanza
di cui si tratta è un organo che avvolge l’embrione, dunque deve avere delle
funzioni proprie. Non può avere quelle di fornirgli del nutrimento perchè non
ne contiene, e cresce e si distende nella germinazione invece di consumarsi.
Dunque non restano che quelle di intermediario fra l’embrione, il cotiledone e
l’umidità della terra. Ora, in questo caso, dopo di aver assorbite queste
sostanze e averle trasmesse, è evidente che le cellule di cui è fornito
devono rimaner evacuate e ridotte a sole membrane.
Io non intendo con
queste osservazioni di farmi giudice fra questi due grandi Botanici. Nella mia
descrizione mi sono limitato a presentare la germinazione della Palma da
semplice Agronomo. Ho esposto e fatto figurare con fedeltà e con esattezza ciò
che ho veduto e ciò che si vede ad occhio nudo, nè ho ardito a investigare
l’anatomia degli organi sui quali posa il gioco della vita vegetale.
Sapeva che questo
lavoro più difficile era già stato eseguito di suddetti dei due Autori, e mi
portava a tale riguardo a quanto si trovava nelle loro opere.
Come però essi
dissentono in qualche cosa fra loro, così credo di far cosa grata ai lettori
riportando qui letteralmente i passi che riguardano questo punto dilicato della
storia naturale della Palma.
Ciò deve riescire
altrettanto più grato in quanto che le opere postume del Malpighio sono
diventate rare, nè si rinvengono che nelle grandi Biblioteche; e quella di
Martius, nella quale è inserito il lavoro di Mohl, non si trova sin d’ora in
Italia che nella sola Biblioteca Palatina del Gran Duca di Toscana.
Ecco ciò che si legge
nell’Opera di Mohl. pag. XXXVIII.
De Pericarpio Palmarum
§. 113. «Palmarum
fructus quamvis primo conspectu maxime inter se differre videantur,
proficiscitur tamen ea diversitas e levioribus mutationibus, quas ovarij
contextus cellulosus, dum evolvitur, subit, atque inter mollis, succosæ baccæ
e. g. Phœnicis Dactyliferæ formam et fibrosam durissimum putamen
continentem drupam Coci diversissimi transitus demonstrari possunt. -
Pro simplicissimo Palmarum fructu in quo varia pericarpij strata quæ in drupa
inveniuntur, nondum parumve distincta sunt, habendæ sunt baccæ, ut Phœnicis
chamæropis etc. Huius pericarpii contextus cellulosus pro fasciculis
vasorum plurimus est et fasciculi vasorum ipsi (Phœnix Dactylifera)
parvi sunt, cellulæ libri tenuibus membranis instructæ neque multæ. Vasa ipsa
et scalariformia et spiralia, ut in omnium palmarum fructibus, in plerisque
fasciculis sunt numerosa atque valde parva. Pericarpij contextus cellulosus in Phœnice
est tenuis, externa strata constant parenchymate regulari, quo magis cellulæ
introrsus sitæ sunt eo magis sunt elongatæ inter intimas magni meatus sunt
intercellulares. Huic qui maximam pericarpij partem efficit, contextui
celluloso insunt in Phœnice bis, haud procul scilicet a superficie atque in
medio, majores, tenaci et dulci succo impletæ pellucidaæ cellulæ. Epidermis non est porosa
neque endocarpium h, ex elongatis angustis cellulis factum cum semine
ipso concretum». T. o, f. I5, I6. b,
c.
De Palmarum germinatione. pag. XLIV
§. I36. «Si Palmarum
semen germinat, embrio elongatur, posterior extremitas obtuse-conica intumescit
et albuminis cavitas, in qua embrio latet, amplificatur eadem ratione qua
corpus embryonis cotiledoneum crescit. Hæc amplificatio non eo efficitur quod
albumen humore emollitur, vel in liquorem solvitur, et embryo deinde resorbet
liquidum, atque evacuatarum cellularum membranas removet; sed omnes albuminis
partes i. e. tam cellularum membranæ quam quæ cellulis ipsis continentur, eadem
ratione qua embryo augescit, resorbentur, nec tamen ea albuminis pars quam
embryo non immediate tangit, mollitur aut alio quodam modo mutatur. (Tab. P,
fig. 4, d. d. Corypha frigida). Albumem quidem aliquantulum mollius fit,
id autem tantummodo aquæ, quæ in semen penetravit adscribendum est, neque vero
mutationi albuminis a germinatione effectæ chemice-vitali et accidit in vetere
emortuo albuninæ in acquam immisso. Malpighium quamvis sciam in preclara
descriptione germinationis Phœnicis Dactyliferæ, (Opera postuma Lond.
1693, fol. pag. 72) exponere albumen emolliri, cellulas evacuare succis et
membranas restare, non tamen possum in contrarium contendere fretus iis, quæ
quam acuratissime in Corypha frigida e Phœnice Dactylifera germinante
observavi. Pariter seminis integumentum nequaquam mutatur, ita e. g. in Corypha
frigida germinatione multum progressa internum seminis in tegumenti stratum
(Tab. P. fig. 4, b. b.) rubra materia adhuc erat impletum, dum externæ partis
(a. a.) color flavus erat. - Si extensio partis embrionis in semine contentæ ad
certum gradum pervenit, embryo etiam versus exteriores seminis partes
elongatur, perumpit albumisis operculum atque integumenta seminis, e tea pars,
qua plumula et radicula continentur, ultra semen protusa, in terram inmittitur.
- Eadem ratione qua pars embryonis in semine inclusa extenditur, mutatur etiam
eius interna structura. Cellulæ enim paulatim multum extenduntur, formam
induunt rotundatam, et inter illas formantur permagni meatus intercellulares
atque intervalla libera. Tota substantia ideo adspectum præbet laxum et
spongiosum. Primo jam tempore priusquam embryo albume net seminis integumentum
perrupit, nascuntur in fasciculis, quos supra descripsimus, subtilium
cellularum tenerrima vasa spiralia. Horum fascicolorum cellulæ tenuas retinent
membranas, neque lignose evadunt. Fasciculi ipsi situm servant superciciei
propinquam, quem ante germinationem in embrione Habuerant. Cotyledoneum corpus
cinctum est epidermide è parvis cellulis formata. Paulatim adeo extenditur, ut
fere totum consumat albumen. Vedi: Genera et Species Palmarum, quas in itinere
per Brasiliam annis 1817 1820, iussu et auspiciis Maximiliani Iosephi I.
Bavariæ Regis Augustissimi suscepto, collegit, descripsit, et iconibus
illustravit. Dr. C. F. P. de Martius. ec. Monachii. Typis Lentnerianis. Fascic. V,
pubblicato nel 1834.
Ecco il passo del Malpighio.
«... Et tam necessaria sunt, et energetica seminalia folia, et placenta, ut
sagax Natura in horum usu miro procedat artificio, nam in plamis nucleum
solidissimum, et cartilagineum vegetatione emollit ut plantulæ succum, vel
saltem tincturam subministret. Et quia mirabilis est hæc vegetatio, ideo per
extensum hic exponam.
In medio igitur
dactylorum intra pericarpii pulpam semen secundina circumdatum locatur. Tab.
VII. Fig. 1. Hoc oblunga constat placenta, quæ intro curvata quasi cylindrum
efformat per longum relicta scissura a.
In apposita autem
parte b, gibba est. Tota placenta, quasi cortice ambitur, gracili
utriculorum exssicatorum congerie exciitato, quæ ligneas fibras per traversum
et per longum propagatas admittit, eiusque color eruginosus existit. In gibba
eius parte fovea quædam excavatur, in cuius centro minimum, rotundasque tumor c,
assurgit, sub quo interius plantula custoditur.
Secta per longum placenta, eius substantia occurrit solida et cartilaginea,
et ferè ossea plumbei coloris, et substantia, coloreque æmulatur ungulam
extremam equorum. Hæc componitur utriculorum minimorum ordinibus d,
versus plantulam inclinatis. Singuli utriculi ovali et oblonga constat figura,
et invicem hiantes obliquam fistulam componere videntur, ita ut hæc placent sit
instar crassi folii; cuius laterales partes intro reflexæ et curcatæ corpus
efficiunt, quod vicem habet seminalis folii, ut in tritico et avenaceis
observatur. In hoc itaque folio minima quædem concavitas occurrit, in qua
plantula e, custoditur; nam utriculorum ordines concamerationem
efformant, ita ut plantula ambiente undequaque folii substantia occultetur. Plantulæ e figura cylindrica
est, et in apice quæ in radicem excrescit conica est, altera autem extremitate
in placentulam escresci. Intus gemma custoditur, velut in vagina.
Satum hoc semen, et
sub terra horizontaliter locatum post decimum diem exterius fuscum erat, et
rubiginosum. Tota substantia placentæ seu seminalis folii de facili cultro
secabatur, plumbeumque colorem præ se ferebat, et ivi compressa quasi humorem
reddabat; madida enim fiebat, et de facili curvabatur. Plantula g; apice
parum foras erumpebat, disrupta enim, et discussa portione folii h, qua
concavitas occludebatur, plantula cono erompente incipiebat. Huius color
subalbus erat cum modica mistura vitellini coloris in cono radicis. Eius forma
sensim immutabatur; pars enim i, quæ condebatur intra folium seminale,
latior erat, et quasi capitulum promebat. In hac secta per lomgum in cono extra
erumpente minima gemma k, condebaur. Humor in interiori plantula
minifestabatur, et in substantia folii seminalis circumambiente humiditas
pariter evidentius luxuriabat.
Post decimum quartum
diem folium fusco inficiebatur colore, et eius pars inferior l, parum
curvabatur, opposita verò m, gibba fiebat. Plantula foris, eminebat cono
n, coloris lutei, et subviridis. Secto seminali folio plantula occurrebat
cum capitulo o, quod dilatari incipiebat inter eiusdem seminalis folii
substantiam. Secta per longum tota plantula in extremitate coni interius gemma
futurus caudex p, condebatur tanquam in vagina; reliquum vero conici
corporis utriculorum ordinibus, et ligneis fistulis q, constabat
desinentibus in capitulum. Eadem die in aliis seminibus auctiorem observabam
plantulam cum latori capitulo r. Unum quoque admirabile observabam, à
protuberante sensim plantulæ capitulo utriculos olim durissimos seminalis folii
proximos paulatim corrumpi et exsuccos reddi, amissoque plumbeo colore sublbos
reddi, remanentibus tantum tunicis utriculorum vacuis, unde capitulum esibito
humore turgebat, et novum spatium replebat; sussum autem per fistulas
transmittebat usque ad extremum coni, ubi à nodo gemma erumpns, tanquem in
vagina vegetabat, quod ulterioribus illustrationibus magis patebit. Quare mira
hæc vegetatio analogiam habet cum ea, quæ in tritico succesit; inest enim folium
seminale amplum convolutum, quod cum plantula communicat mediante placentula
quæ in dies major fit, et in tritici cegetatione nodi umbilicalis nomine à me
aliàs insignita est. Hæc conicum corpus promit cum vasis desinentibus ad nodum
gemmæ, à quo sursum caudex attollitur; deorsum vero radix, itaut auctiva
materia à seminali folio communicetur capitulo plantulæ quæ placenta dici
poterit, et exinde in caudicem et radicem demandatur. Nec novum est ultra
seminale folium, quod placentæ vicegerit, alim adesse placentulam, cum in
tritico, et consimilibus deprehendatur, et in ipsis etiam animalibus in
quibusdam speciebus geminæ occurrebant placentæ invicem superpositæ, tenello
fætui alimenum communicantes.
Transacta decima
octava die incubatus seminale folium eundem atrum colorem rereferebat, et pars
inferior s, convexa reddebatur, opposita vero horizontalis fiebat. Fig.
4. Conus erumpens t, longior erat toto seminali folio, eiusque faciliter
succedebat obvia fiebat plantula seminalis v, cum capitulo, scilicet placentula,
quæ sublutea erat, et in latiori area x, papillas, seu minimos
syphunculos habebat, in quibus vestigia humoris deprehendebatur. Placentula hæc
suo augmento ambientem folii substantiam insumebt. In secto conico corpore,
quod petioli, vel umbilici vices supplebat utriculorum ordines per longum
statuti observabantur, et non longè à peripheria lignæ fibræ z,
ducebantur usque ad implantationem caudicis a, qui sub specieg emmæ b,
sursum vegetabat, et folii compaginabatur. Umbilicus quoque seu petiolus sensim
tubulosus reddebatur. In secto pariter seminali folio fovea c, qua
condebatur plantulæ placentula occurrebat, cuius extremi ambientis utriculi
exsucci omnino erant.
Post vigesimum nonum diem omnia auctoria erant. Radix l, elongabatur à nodo subviridis,. Petiolus seu umbilicus m,
tubulous erat usque ad seminale folium, et in parte superiori solidior et ferè
ligneus existebat. Condita gemma multiplicibus foliis subluteis compaginabatur.
Placentula n, latior erat et solidior, exterius aspera et in ipsa quasi
transpirabant fibræ. Fovea pariter o in seminali folio amplior conspiciebatur.
Elapsa trigesima
sexta die radix alba procerior reddità radiculas è nodo p, promebat et a
proxima etiam parte. Petiolus hians erumpenti
plantulæ apici q, additum dabat, et demore in placentulam r,
desinebat, quæ auctior exterius rugosa in humiliori parte conceva erat.
Interius utriculis mollibus humore refertis, componebatur. Contenta plantula
apice sub luteo elongabatur, et intra vaginam s, ctinebatur. Fig. 7. Tab.
8.
Eadem die alterum
semen, quod magis vegetaverant observavi. Radix oblongior novas radiculas t promebat. A pelioli seu
umbilici scissura erumpens aperto vaginali folio u, apice attollebatur,
reliquo autem sui custodiebatur intra umbilicum, et vaginale folium. Plantulæ
folia stabilia x, ovalibus utriculis, qusi vesciculis ære turgidis
componebatur. Placentula fungi formis z, in parte superiori concava
reddita prominetiis scatebat, et intra folium seminale conclusa, ambientibus
utriculorum ordinibus hærebat, qui candidi, molles, et attriti erant. Fig. 8.
Circa quadrigesimum
secundum diem caudicis apex, folium scilicet stabile è summa terra emergebat.
Huius figura conica I, erat. Tab. 9, fig. 9. Color subalbus conspiciebatur, in
condita verò parte veridis. Inferius ambiebatur vaginali folio 2. Petiolus, seu
umbilicus 3, à nodo radicis exortus plantulæ assurgentis implantationem
ambiebat, et extremitate desinebat in placentulam amplam, quæ longior et latior
reddita, in superiori parte concava erat, et reflexis lateribus concavitati 4
in folio seminali excitatæ adaptabatur; unde variæ ipsius species 5. Petior
nacque substantia folii seminalis secundum crassitiem absumpta erat, unde
consimilis figura contantæ placentulæ communicabatur. A nodo radix 6, ligneis
fibris, utriculis, et cortice contexta cum radiculis dehorsum producebatur.
Elapso quadragesimo
nono die folium stabile 7, sensim bians a terra emergebat, cuius extremitas acuminata,
et solida albescebat; reliquum virescebat. Striata erat huiusmodi folii portio
et adhuc vaginale folium 8, inferiorem partem ambiebat. Petiolus, seu umbilicus
9 copiosis ligneis fibras componebatur. Appena placentula 10, aspera et cum
sulcis curvabatur; Eius substantia laxa erat, utriculis compacta, qui ad ovalem
figuram, oblongam tamen, accedebant, et persimiles erant utriculis foliorum
stabilum placentarum, et sibi invicem necti videbantur, quasi in recto positi.
Hæc placenta 11, adeo adaucta erat, ut consumpta tota ferè seminalis folii
substantia universam concavitatem repleret; in secto namque per transversum
seminali folio solus cortex 12, gracilis ex resiccatis utriculis occurrebat, et
in extremitatibus exarati folii modica, exiguaque utriculoram portio adhuc
supererat. Radix aucta miltiplicatis radiculis
prolongabatur, et seminis uvæ osseus nulceus perforatus 13, ab extremitate
radiculæ occurrebat.
Post geminos menses plantula espanso stabili folio vgetabat, cuius
aculeatus apex exsiccari videbatur. Seminalis folii interior substantia non ex
toto absumpta erat. Inclusa placentula curvata concavitatem integre replebat;
exterius rugosa, interius spongiosa et laxa erat eiusque compositio, quasi
gallarum, seu pericarpii fructuum, nam ligneis fibris, seu fistulis orbiculi
hærebant.
Elapsis tribus
mensibus folia stabilia proceriora erant, et novum folium emerserat a vaginali
folio. Umbilicus, seu petiolus exsuccus erat, et appena placentula exterius
quidam continua, interius verò spongiosa erat et laxa; eiusque utriculi pauco
succo scutebant, ut consimilibus seminalibus foliis in fine vegetationis
accidit. Compressa placentula paucus exprimebatur humor
ducis, nec ingratus, qui tractu temporis stipticitatem in ore excitabat.
Seminale folium absumpta tota ferè propria substantia præter minimam portionem
angulis hærentem; et tandem nova radix crassior altera à nodo emergebat.
Ex mirabili igitur huius seminis vegetatione patet, plantulam sui augmenti
motum manifestare subingresso fluido externo substantiam folii seminalis, nam
plantula adhuc minima, solidaque intra folium conclusa est, et ambientibus
eiusdem utriculorum ordinibus cricumscepta. Hoc demonstrant phænomena in eodem
folio primis diebus manifesta; color scilicet mutatus, flexibilitas inducta et
humor à contrectato, et vi compresso folio, prosiliens; et confirmat mutata
totius folii successiva exterior figura, quæ convexitatem, et in opposita parte
gibbositatem acquirit, quæ onnia succedunt, radice adhuc plantulæ nodum
vegetante, et elongata; est enim ultima ferè pars plantulæ, quæ incrementum
recepit.
Ulterius ab immutata folii seminalis substantia, hoc est a colliquato
fusoque concreto iam succo in minimis utriculorum ordinibus plantulæ conditum
capitulum, seu placentula primò augmenntum capit, mediis enim syphunculis
humorem recipit, quem recollectum per petiolum, seu umbilicum nodo communicat,
à quo in gemmam; an ab umbilico humor communicatus ab ambinete tera
transducatur in placentulam; certum tamen est, à subcrescente placentula
humorem, seu tincturam solis volatilis ebibi, et per umbilicum in nodum
trasmetti, cum seminalis folii utriculi placentulæ proximi exausto humore
successivè contabescant, donec tota folii seminalis substantia absumatur; et
tandem ebibito à seminali folio succo, et derivato dehinde in placentulam, et
potremo in plantulam, utrum que deficit perennante motu succi ab elongata
radice in caudicem hoc est instabilia folia, in quibus excoctum alimentum
circulatione media dehoursum innodum, et radicem remeat, et ita perpetuatur auctio,
et nutritio. Hinc patet, quam energiam, et necessitatem habet seminale folium
in vegetatione, quod etiam confirmari potest experimentio: Etenim incoacta
vegetatione si plantula seratur ablato seminalifolio cotabescit.»
(11) Il Sig. Mohl dà
il nome di palaris alla radice primitiva colla quale comincia la pianta,
e ciò per metafora cioè in forma di palo. Vedi Forcellini, voce palaris.
E il Meneghini traduce questo termine in un altro più espressivo e più
semplice, cioè in polare quasi, credo, sortendo dal polo della
pianta.
Sembra che questa
prima radice si corrompa e sparisca. Il Mohl lo dice decisivamente, ed era già
stato osservato dal Malpighio. Io non l'ho potuto vedere che in una sola
pianta.
(12) Anche il
Malpighio ha osservato che le radici che succedono alla prima sono più grosse.
Ciò forse dipende dalla forza maggiore di vegetazione di cui gode la pianta già
più forte, e dalla maggiore grossezza dei fasci fibrosi delle foglie dalle
quali provengono. Elapsis tribus mensibus ... nova radix crassior altera a nodo
emergebatur. Malp. Op. Post.
Anche il Pandanus
offre un eguale fenomeno. Le nuove radici che mette all'intorno del disco che
ne forma la base sono molto più grosse delle antiche sulle quali posa. Se ne
vede un esempio in una pianta che vive nelle serre del Giardino botanico del
Museo di Firenze, nella quale in questo momento si osserva una radice nuova che
ancora non giunge al terreno come quella della nostra Palma, e che è più grossa
delle altre.