MELAGRANO

A FRUTTO GENTILE

 

Malus Punica, caule arboreo, fructu magno, granis pulposis, succo dulci. Vulgo, Melagrano gentile, Melo granato domestico. Granato a frutto dolce.

Punica granatum. Lin. Punica foliis lanceolatis, caule arboreo. Mill. Dict. n. 1. Punica sativa, fructu magno, granis majoribus amethystinis crispis. Tournef. Inst. Rei. Herb. Malus punica, fructu pulposo et granis maioribus amethystinis crispis jucundioris saporis. Cup. Horth. Cath. etc.

 

Il Melagrano gentile, coltivato nei giardini sotto il nome di Melagrano a frutto dolce o Melagrano domestico, è una pianta che non si moltiplica nella sua identità che coll’innesto o coi rami.

Ei constituisce una di quelle fisonomie straordinarie che si sviluppano di tanto in tanto in tutti gli esseri organizzati sottoposti alle leggi della riproduzione per mezzo dei sessi, e che nelle piante l’industria conserva e propaga cogli artificj della coltura.

Egli perciò non forma una specie diversa da quella degli altri Melagrani, ma solo si distingue da essi per alcuni accidenti proprj alla sua indole individuale, come i fratelli di una stessa famiglia si distinguono fra di loro e dal padre comune.

Il mio rispettabile amico, il celebre agronomo Bosc aveva già riconosciuta quest’identità di origine in tutte le varietà di Melagrani all’eccezione del nano, ed era solo restato nell’opinione che le loro diverse fisonomie fossero l’effetto di una lunga coltura piuttostochè il prodotto immediato del seme; opinione che lo aveva portato a pensare che, col sostituire al metodo della moltiplicazione per polloni o per rami quello degli innesti sulla specie proveniente da semi, si sarebbe potuto ritemprare (retremper) gli alberi coltivati, e prevenirne lo snaturamento al quale gli credeva soggetti colla ripetizione indefinita delle propagazioni artificiali (Bosc. Nouveau Cours comp. d’Agric. T. 6. Art. Grenadier. pag. 544. ediz. di Parigi del 1809).

Egli è poi rinvenuto da quest’opinione, ed io ho avuta la soddisfazione di vederlo convenire con me che le propagazioni artificiali non fanno che conservar l’individuo tale e quale è nato senza mai snaturarlo (dénaturer); e che le piante provenienti da semi, constituiscono bensì dei nuovi individui aventi un’indole propria, ma non influiscono mai sopra quella degli innesti che ricevono, nè le ritemprano in alcuna maniera.

Dobbiamo dunque al seme le molte varietà (fisonomie) di Melagrano dei nostri giardini, nelle quali l’acido malico si decompone colla maturazione, e sparisce, egualmente che quelle più picciole e acide che rileghiamo nei luoghi inculti; e dobbiamo al seme le varietà mostruose, moltiplicate coi polloni e cogli innesti, e che si coltivano per piacere nei giardini paesagisti.

È difficile il determinare il numero delle prime: io ne ho vedute tante e di tante grossezze, e di diversi gradi di acidità che non credo sufficiente la divisione adottata dagli agronomi di Granati a frutto acido, Granati a frutto agrodolce, e Granati a frutto dolce: credo perciò che si possano riunire tutte nel Granato gentile. Le seconde sono indefinite, e si rinnovano ogni giorno coi semi, e perciò si trovano naturalmente incluse nel Granato salvatico. Le terze, per quanto mi consta, non sono sin ora che sette, cioè 1. Granato a fior semi-doppio (Punica, flore pleno minore Bal. etc. Tournef. Inst. R. H.). 2. Granato a fior doppio (Punica, flore pleno majore etc. Tournef. I. R. H.). 3. Granato a fior doppio bianco (Punica, flore pleno albo. Bosc. Diz.). 4. Granato a foglia e fiore variegati (Punica, flore pleno majore variegato. Tournef.). 5. Granato a fior giallo (Bosc. Art. Grenadier). 6. Granato a fiore prolifero (Bosc. Art. Gren.). 7. Granato a frutto nano (Punica Americana nana seu humilissima. Lign. Tournef. I. R. H. Punica nana. L. Punica, foliis linearibus, caule fruticoso. Miller).

Si è creduto, e si crede da alcuni anni, che ne esista una razza priva di seme, nella quale cioè il grano consista intieramente in una sostanza polposa, dolce e rinfrescante senz’averne la parte legnosa che ne forma l’interno, e che chiude la mandorla (Punica apytina. Plin.).

Se questa esistesse noi si possederebbe uno dei muli vegetali i più preziosi, e non vi sarebbe giardino che non lo accogliesse.

Ma io credo che il Melagrano senza seme sia piuttosto un desiderio che un fatto, nè lo trovo menzionato da altri che da Plinio e da alcuni di quelli agronomi che non hanno fatto che copiare gli antichi, e che credevano con fede cieca tutto ciò che si trova nei loro libri (1).

Non è già che il fenomeno sia in se stesso impossibile: la Natura ne presenta tanti eguali negli altri frutti, che è quasi più strano che non esista di quello che esista. Ma, nel fatto, pare che il Melagrano formi un’eccezione alla regola.

Io ho creduto a prima vista che la forma del fiore, tenendo il pistillo come rinchiuso dentro del calice, e coperto dagli stami proprj, gli impedisse di ricevere il concorso dei pollini degli altri fiori vicini, i quali colle loro differenze individuali, sono la causa principale delle combinazioni annormali. Ma questa congettura si trova combattuta dall’esempio delle mostruosità che abbiamo citate di sopra, le quali sono una prova che questi disordini della concezione non sono totalmente estranei al Granato, poichè i fiori doppj, e i fiori proliferi non si possono ottenere che col mezzo di una fecondazione irregolare che alteri le proporzioni dei principj sessuali. È vero che il mulismo comincia sempre nei fiori, e che quello dei frutti esige una maggiore complicazione di sconcerto, e un disordine di combinazione anche maggiore: ma è vero pure che abbiamo anche nel Granato una mostruosità che attacca il frutto, cioè il Granato a frutto nano.

Io so che i Botanici pretendono che questo mulo formi una vera specie originaria delle isole dell’America (Miller. Dict. n. 2. Bosc. Art. Grenadier). Io non provo alcuna difficoltà nell’ammettere questa procedenza, e trovo probabile che il Granato nano si sia formato in quell’emisfero. ma ne incontro molte nell’accordargli la qualità di specie.

Quando si considera, che, a meno del nanismo, ei non presenta alcun carattere che non si trovi nel nostro Melagrano, non si può a meno di sospettare che sia, come il Melo di San Giovanni fra i Meli, il Chinotto fra gli Aranci, la Perettina fra i Cedri, un vero mostro, prodotto nella concezione da un sistema di elementi sessuali, che un clima nuovo, unito ad altre influenze esterne, ha ridotto a dimensioni minori (2). In questo caso si avrebbe anche nel Melagrano un esempio del mulismo di frutti, e resterebbe sempre a spiegarsi perchè questo mulismo non si pronuncia, come nelle altre piante, colla disparizione dei semi. A dir vero se si esaminano i caratteri che accompagnano il mulismo nelle piante fruttifere, si riconosce che per lo più non è lo spermoderma che manca nei frutti degli individui provenienti da una fecondazione irregolare, ma il seme propriamente detto, cioè il germe.

Così le pesche di una grossezza straordinaria chiudono il nocciolo, e mancano della mandorla o non ne hanno che un rudimento, così il Fico domestico conserva le capsule destinate a chiudere i grani, ma le ha vuote; così la Lazzerola bianca contiene i tre noccioli che le sono proprj, ma senza grano o con un grano obliterato; così le Pere Moscatelline contengono dei granelli, ma imperfetti e con un semplice indizio di mandorla. Convengo che vi sono delle eccezioni a quest’andamento ordinario della Natura, e ve ne devono essere, perchè i fatti che sono fuori dell’ordine normale non possono servire di regola.

Ne trovo molte nella specie di Agrumi, e in quelle delle Pere e delle Uve. L’Arancio sanguigno e l’Arancio inerme che conserviamo coll’innesto, chiudono sempre pochissimi semi, e ben sovente nessuno. Il Chinotto ne contiene ancora più raramente, e i pochi che chiude sono quasi sempre infecondi. Il Limoncello di Napoli, la Peretta di San Domingo, il Cedrato di Firenze, il Cedro della China, la Bizzaria, e diversi altri agrumi mostruosi non ne contengono mai.

Pochi, imperfetti e spesso nulli, sono i grani delle Pere Spine, delle Pere Perla, delle Boncretien d’Auch (Decand. p. 564), e della maggior parte delle pere estive. Nè sono queste le eccezioni più singolari che si osservino nell’andamento ordinario di questi fenomeni.

Il Nespolo ha data una varietà (e sotto questo nome intendo sempre un individuo fissata dalla coltura), nella quale il frutto è privo affatto di noccioli; e, ciò che è più rimarchevole, si è che questa mancanza non è compensata da una ridondanza di polpa, siccome succede nella maggior parte dei frutti muli.

L’Uva di Corinto, ossia la Passolina, presenta un fenomeno eguale a quello del Nespolo, perchè è senza grani, e la sua polpa, in luogo di essere aumentata, è al contrario minore.

La Salamanna invece, ossia il Moscatellone di Spagna, è privo quasi sempre di semi, ma ha una polpa più abbondante dell’ordinario.

Così il frutto della Banana coltivata, non contiene che della pura polpa senz’indizio di seme, egualmente che l’Ananasso gentile, cioè a dire l’Ananasso della coltura, ma questa polpa è più abbondante, più delicata e più sugosa. In tutti questi mostri il mulismo vi entra sempre per carattere, ma in modi e gradi diversi e con dei capricci che sembrano contradditorj. Non sarà dunque strano ch’egli sia capriccioso anche nel Melagrano, e che vi si pronunci in un modo particolare.

In natura il Melagrano è un arbusto che produce dei frutti composti di una capsula sferica coronata dal calice, e contenente un grandissimo numero di semi rinchiusi in nove loggie membranose e avvolte di una polpa sugosa in cui per lo più domina l’acido malico.

Tali sono i caratteri della specie: ma la specie è composta di individui, e ciascuno di questi ha un’organizzazione propria, che ne varia la fisonomia e la complessione. Quindi ne vengono le differenze infinite che gli distinguono, e che formano una gradazione impercettibile fra la pianta la più debole che striscia in arbusto, e la più robusta che s’innalza in albero, fra il frutto il più picciolo e il più grosso, fra il grano il più scarso e il più abbondante di polpa, e fra la polpa la più saturata di acido malico e quella che più ne scarseggia o che si presta di più alla sua decomposizione.

Sino a che le combinazioni che producono queste diverse fisonomie sono normali, le loro differenze restano rinchiuse fra un maximun e un minimun fissato alla specie e dentro i limiti di un tipo perfetto: ma se si dà il caso che le proporzioni normali sieno alterate nella concezione, gli elementi che vi concorrono si riuniscono in un guazzabuglio (chiffon) che altera le forme specifiche e che non lega o lega imperfettamente gli organi della generazione; ed ecco i mostri, i quali per una legge costante sono accompagnati dal più al meno da un principio di mulismo, ecco i fiori doppj, ecco i fiori proliferi, ecco il Melagrano nano, e ragionando sopra gli esempj, è strano che non si possa aggiungere ancora, ecco il Melagrano apyrino.

La mancanza di questo mostro in un ordine di esseri che lo presentano così sovente è una singolarità ma non è una contradizione: le mostruosità non possono essere sottoposte a sistema: esse sono l’effetto del disordine, e le combinazioni del disordine sono figlie del caso: esse dunque non sono soggette al calcolo come non lo sono le combinazioni della sorte, le quali variano continuamente, e sempre a capriccio, e che perciò hanno stancato inutilmente per tanto tempo le ricerche dei dotti, e l’ostinazione dei cabalisti.

Non conoscendosi il Melagrano Apyrino, quello che chiude i grani avvolti da una polpa meno acida, resta di diritto per l’uomo il migliore fra i melagrani, e merita sopra tutti gli altri il nome di Melagrano gentile. È questa una pianta che s’innalza in albero; e in ciò si distacca sensibilmente dalla maggior parte delle altre varietà le quali in generale non formano che arbusti. Nel resto essa presenta gli stessi caratteri delle altre piante di Melagrano, e particolarmente il carattere singolare che distingue questa specie, quello cioè di portare i rami finiti in una punta legnosa equivalente ad una spina, e che forma la cima dei germogli. Nelle altre specie guarnite di spine s’incontrano sovente delle varietà che ne sono prive (L’Arancio di Portogallo). Un antico pregiudizio aveva fatto attribuire questa singolarità alla coltura, e, non essendo stato avvertito che le piante che ne erano dotate erano nate tali e che perciò la dovevano al seme, non si era riflettuto neppure, che, intanto esse erano state accolte di preferenza nei giardini appunto perchè godevano di questa prerogativa.

Nel Melagrano il seme non ha mai prodotto questo fenomeno, e perciò la coltura non ha potuto farsene ricca. Essa certamente dà della floridezza a queste piante e aumenta lo sviluppo dei loro rami; ma la spina che gli finisce non sparisce giammai.

Il fiore, come fiore, è una parte di molta importanza nel Melagrano: ma nella varietà gentile ei non figura che come il padre del frutto. Comparisce come nelle altre varietà quasi sempre sulla cima dei rami, per lo più solitario, e qualche volta a gruppetti di quattro o cinque riuniti, ed è composto, come in quelle, di un calice monofillo, turbinato, colorito, superiore, persistente e diviso in cinque lobi, entro del quale si aprono cinque petali ondati attaccati al calice, ed in gran numero di stami, i di cui filamenti fissati sul calice e più corti dei petali, portano delle antere ovali e circondano un ovajo inferiore, sormontato da uno stilo semplice a stigmate irregolari: cangiato in frutto ei presenta un pomo sferico, coronato dal calice e diviso internamente da nove a dieci loggie piene di un gran numero di grani attaccati alle placente membranose che formano le loggie e avvolti da una sostanza polposa e piena di sugo. Ed ecco ciò che distingue il Melagrano gentile dagli altri: la grossezza del frutto ne forma un pregio; ma non è quella che costituisca la sua superiorità, giacchè s’incontrano delle Melagrane di una grossezza straordinaria le quali chiudono dei grani a polpa subacida.

Quelli del Melagrano gentile hanno una polpa abbondante, colorita di un rosso vinoso, o per meglio dire di un bell’ametisto: è tenera, brillante, e si scioglie nel rompersi, in un sugo soave e grazioso che rinfresca e piace, ma che è reso meno grato dalla sostanza lignea dei semi che incomodano la bocca, e dei quali non si può sbarazzare preventivamente. I Ripostieri gli sbucciano nelle credenze e gli servono nelle mense sparsi di zucchero come le arancie. Quando però la Melagrana è veramente della qualità gentile, e che ha acquistata tutta la sua maturità, questo correttivo le è inutile, perchè non vi si sente ombra di acido.

Per averli in questo stato di perfezione bisogna che la pianta sia situata in un’esposizione ben’aprìca e che il frutto non sia colto che nell’Autunno avanzato. È vero che si rischia di vederlo guastato dalle pioggie, specialmente se si screpola o si apre, cosa a cui è molto soggetto; ma se l’Autunno corre asciutto, ei si perfeziona sull’albero e riesce più dolce.

La buccia delle Melagrane serve alla medicina sotto il nome di Malicorium, nome che Plinio fa venire da Corium (pelle) dicendo che il volgo si serviva di questa buccia per conciare le pelli (3): si pretende che sia un astringente: la polpa dei granelli è invece un rinfrescante, e se ne fa un sciroppo aggradevole che è in uso nelle malattie infiammatorie.

Il Melagrano pare originario della costa settentrionale dell’Africa, ed è da Cartagine che è passato in Italia. Plinio ce lo attesta positivamente, e dice che è da ciò che ha preso il nome di Melo Punico. Ei si trova spontaneo anche nella Persia, ma è probabile che vi sia passato dall’Africa o dall’Italia, ove si è naturalizzato, e dove si riproduce di seme, come nella Grecia, nella Spagna, e nelle parti meridionali della Francia.

Certamente, i semi che hanno cominciato a propagarlo in questi paesi devono essere stati dati da una delle razze gentili che si trovano nella coltura, perchè non è presumibile che i conquistatori dell’Africa abbiano portato in Italia delle piante a frutto salvatico; e che d’altronde è riconosciuto che i semi delle Melagrane gentili producono delle piante di tutte le razze e anche le più opposte fra loro.

Quindi fra noi il Melagrano gentile deve essere stato il padre di tutte le varietà salvatiche, e forse ancora di alcune delle varietà domestiche (coltivate). Le varietà mostruose invece devono esserci pervenute già fatte, o dal paese originario della specie, ove tutto favorisce il mulismo, o da qualche clima di una natura assai estranea da agire sull’indole dei principj sessuali come è successo per la varietà nana. Ora, è l’industria che gli propaga coi mezzi offerti dalla coltura. Tutti sanno che questi si riducono a quattro, cioè, la margotta, il ramo, il pollone e l’innesto. Il primo è in uso per le razze più rare come sono il Prolifero e il Nano; il secondo riesce per tutte, ma il terzo è il più comune, perchè il Melagrano getta naturalmente dalle radici una quantità di polloni che non hanno bisogno che di essere staccati dalla madre e posti isolati per formare una pianta. Io non credo che si pratichi il quarto, perchè le piante di seme che forniscono i soggetti vengono difficilmente nelle coltivazioni e sono di una crescenza lentissima. Io ne ho seminato espressamente, e ne ho ottenuto molte sulle quali ho provato l’innesto di Primavera a sugo ascendente mediante il combaciamento delle corteccie, egualmente che quello di State a sugo travasato fra corteccia e legno. Il primo è il più facile, ed è di un successo sicuro: il secondo è più incerto, perchè il melagrano ha una corteccia sottilissima; e perchè per l’innesto non si trovano gemme prive di spina da poter distaccare fuorchè nei tre o quattro primi nodi dei ramicelli più forti sortiti nell’anno.

Nel resto i frutti che ho ottenuti con questi innesti seguono la legge generale dell’innesto, ripetendo perfettamente i frutti della pianta che mi ha fornite le marze, nè vi ho potuto scuoprire il minimo indizio del ritempramento sperato dal Sig. Bosc.

Il Melagrano non si innesta che sul Melagrano: è un fatto già riconosciuto dagli antichi, e consecrato dal Palladio nei versi seguenti:

«Punica non alios unquam dignata sapores

«Mala, nec externis associata comis,

«Ipsa suas augent mutato semine gemmas:

«Et sibi cognato pieta rubore placent. Pallad. lib. 14.

Io ne ho fatta la prova sul Cotogno e sul Giuggiolo, e ha fallito in ambidue. Ho scelto il Cotogno perchè è la pianta che si presta di più ad unirsi con piante disgeneri, e ho scelto il Giuggiolo, perchè la sua vegetazione ha qualche analogia con quella del Melagrano: in ambedue la fogliazione precede la fiorazione, in ambedue il fiore sorte solo dalla metà di Giugno alla metà di Luglio e in ambedue il frutto matura in Ottobre. A malgrado di ciò i miei tentativi hanno fallito anche in questo. Mi resta a farne la prova sopra i mirti, i quali appartengono alla stessa famiglia naturale, e che perciò possono avere delle analogie che non conosciamo.

Abbiamo osservato che il fiore, come fiore, è una parte di molta importanza nel Melagrano, e abbiamo indicate le modificazioni aggradevoli che ha subite dal mulismo nelle diverse razze di piante a fiori doppj di color rosso, di color giallo o variegati.

Ci resta a dire una parola delle sue proprietà medicinali e dei suoi nomi. Sino dal tempo di Plinio il fiore del Melagrano serviva alla medicina, e riceveva il nome particolare di Balaustium. Il Clarici (Hist. e colt. delle Piante rare. Venez. 1726) dice che è dalla somiglianza con questi fiori che ne è venuto il nome di Balaustri dato dagli architetti alle picciole colonnette che formano le loggie degli edifizj e i recinti degli altari; e Plinio ci insegna che è pure da questo fiore, atto a tingere le vesti, che ne è venuto il nome di balaustine alle stoffe tinte di nero. (Vestes balaustinæ. Mart. in dist.).

I Botanici hanno dato il nome di Balaustium alle varietà che si distinguono per la doppiezza dei fiori: così, Balaustia flore pleno majori. G. B. Pin. Balaustium flore minori Romanum. Eist. etc. e sotto questo nome i fiori conservati nelle farmacie si conoscono anche al presente nella medicina.

Gli interpreti hanno voluto limitare il nome di Balausto al fiore al fiore del melagrano salvatico, e hanno preteso che quello del domestico ricevesse dagli antichi il nome di Cytino (Facciolatus, Lexicon Latinum). Ma se si esamina bene il testo di Plinio sul quale è stata appoggiata tale opinione si riconosce che è erronea.

Il Naturalista Latino dice che «il primo parto di questo pomo (Punica), quando comincia a fiorire è chiamato Cytino» e aggiunge, che «in questo Cytino vi sono dei fiorellini che sbucciano prima che esca lo stesso frutto, e che si chiamano balausti (4)».

Ora è chiaro che il primo parto del Melagrano, quando comincia a fiorire, è il calice, e che i fiorellini che sbucciano dentro del calice prima che esca lo stesso frutto, cioè a dire, prima che l’ovajo ingrossi e prenda la forma di frutto sono gli stami. Dunque il Cytino è il fiore in istato di bottone, e il Balaustio è il fiore spiegato, ossia la ciocca di filetti staminiferi che vi si aprono dentro.

Le foglie del Melagrano sono anch’esse di qualche uso per l’uomo: la medicina le riguarda come astringenti, e le arti le usano nei paesi ove questa pianta viene spontanea per tutte le operazioni nelle quali si impiega la noce di galla, la corteccia della rovere, la foglia di mirto, ec. cioè a conciare le pelli e a fissare il color nero delle stoffe.

Il disegno del Melagrano è l’ultimo lavoro della mia buona amica, la Bianca Moyon: essa ha lasciata l’Italia e con essa i suoi amici e la Pomona. Così io vado perdendo ogni giorno qualcheduno dei miei collaboratori o dei miei cari ... In questo stato di isolamento non mi resta che la mia campagna e i miei libri, solo sollievo per l’uomo che si avvicina al sepolcro senza consolazioni.

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testo trascritto da Sergio Pedemonte (Isola del Cantone, Genova)

 

(1) Circa Chartaginem Punicum malum cognomine sibi vindicat. Aliqui Granatum appellant. Divisit et in genera apyrinon vocando cui lignosus nucleus abest. Sed candidior ei natura et blandiores sunt acini, minusque amaris distincti membranis. Alia structura corum ut in favis communis. Nucleos habentium V species, dulcia, mixta, acida, vinosa. Samia et Egyptia distinuentur erythrocomis et leucocomis. Corticis major usus ex acerbis ad perficienda coria: Flos balaustium vocatur, et medicinis idoneus, et tingendis vestibus, quorum color inde nomen accepit. (C. Plinis Naturalis Hist. lib. 13, cap. 19, p. 241. Vedi pure lib. 23, c 6, 1, 10.

(2) Io non ho mai veduto il frutto del Melagrano nano. La pianta che si coltiva nel Giardino delle Piante a Parigi porta i fiori ma non gli allega. Miller dice che non è più grosso di una noce moscata. Nelle Antille e nella Guiana si formano delle siepi con questo Melagrano, ma con i polloni che getta dalla radice. In verun luogo si moltiplica di seme.

(3) Vulgus coria maxime perficere illo novit: ob id malicorium appellant medici. Plin. lib. 23, c. 6.

(4) Primus pomi hujus partus florere incipientis Cytinus vocatur Græcis ... In hoc ipso cytino flosculi sunt, antequam seilicet malum ipsum prodeat, prorumpentes, quos balaustium vocari diximus. Plin. lib. 23, cap. 6, p.435, I. 40.