MANDORLO
A GUSCIO TENERO
o MANDORLO
PREMICE
Amigdalus Vulgaris Mollusca semine
dulci, sæpissime duobus nucleis dittato, epicarpo pubescente, viridi,
sarcocarpo duro, carnoso, ineduli, endocarpo exilissimo, fragili, flavescente.
Vulgo, Mandorla a guscio tenero. Mandorla premice. Mandorla mollusca, o
molluscia.
Molluscie (Amygdale) putamine
rumpentes. Plin. Nunc Tharsiae
et Albenses celebrantur et Tarentinarum duo genera, fragili putamine ac duro.
Plin. Hist. Nat. lib. XV. c. 24.
Molluscæ. Quæ sine strepitu franguntur quia fragile putamine
est. Harum maximus in Italia proventus esse dicitur. Arduin in Plin. n. 29.
Molluscie. (Mandrole). Hoggi le
thasie e quelle d’Alba sono in prezo, et le due specie di tarentie, di duro
guscio e di tenero ... Iten le Mollusce le quali rompono il guscio. Landi. Traduzione di Plinio. lib. XV.
Amygdalus communis putamine
molliori. Bauh. Pin.
Amygdalus Castelbonensis, virescente
fructu medio tum recenti digitis compresso, tum sicco, triato, nucleum
emittente. Casteliboni. Mendula
Mudisa. Cupani Hort. Cath.
Mandorle Moddesi o Mollesi (dialetto
Siciliano), le quali avendo una scorza molle e soffice facilmente, o col
semplice tatto di dente, oppure colle dita si rompono, e schiacciansi. Sestini. Viaggi in Sicilia.
Mandorlo premice o stiaccia-mano. Mich. v. Amygdalus
Communis fructu digitis frangibili. Mich.
Targ. Diz. Bot. It. Galliz. Elem. Bot. Agr.
Amandier a nojau tendre:
Amandier des Dames. Duham. Arbr. Fruit.
Il Mandorlo è una pianta il di cui frutto
non è utile all’uomo che per il suo seme. Il pericarpo, che nella maggior parte
dei frutti è quello che ne forma il pregio, è in questo un mallo legnoso
composto di tre membrane, tutte inmangiabili e che l’uomo rigetta. Pure è in
una parte di questo mallo, distinta nella lingua sociale col nome di guscio,
che si spiegano quelle modificazioni fisonomiche le quali hanno ricevuto il
nome di varietà, e quelle alterazioni organiche, che costituiscono i mostri
(1).
Noi le divideremo in
cinque classi:
Le prime tre
comprendono le varietà tipiche, le varietà semplicemente normali,
e le Razze. Le altre due costituiscono le varietà mostruose o Ibride.
Le varietà tipiche
sono quelle, che conservano un ravvicinamento massimo ai caratteri del tipo,
ossia della prima pianta che ha dato origine alla specie.
Esse però si
confondono colle varietà semplicemente normali, perchè non ne possono
differire che per leggiere modificazioni fisonomiche che non ne alterano la
sostanza: così esse formano insieme la generalità delle piante che coltiviamo,
perchè nel Mandorlo, la perfezione pomologica ricercata dall’uomo consistendo
nel seme, combina esattamente colla perfezione della Natura.
Le razze
costituiscono la terza classe delle varietà, e sono quelle piante nelle
quali le modificazioni fisonomiche hanno ricevuto tutta la latitudine lasciata
dalla Natura alle combinazioni normali della concezione, e che la conservano
abitualmente nelle nuove combinazioni sessuali.
Io non so se il
Mandorlo ne presenti veruna. La sola che potrebbe considerarsi sotto questo
aspetto, sarebbe la Mandorla a seme amaro.
In teoria pare
riconosciuto che il sapore dei pericarpi e quello dei cotiledoni possono
variare nelle diverse concezioni, e che perciò non sono proprj a fornire un
carattere specifico.
Dietro questa
massima il Mandorlo a seme amaro non formerebbe che una razza,
resa permanente da circostanze non ancora ben conosciute.
Ma dall’altra parte
una lunga esperienza ha dimostrato che il seme del mandorlo dolce non dà mai
piante di mandorla amara, nè viceversa; e siccome la riproduzione di seme è
il criterio della legittimità (Savi. Ins. Bot.), così ne verrebbe per conseguenza
che il mandorlo a seme amaro sarebbe una specie distinta, e non una razza
del mandorlo volgare.
Questo fenomeno però
esigerebbe un seguito lungo di prove per diventare certo e decisivo, siccome ha
osservato uno dei nostri più illustri Botanici, il Savi, perciò io invito i
coltivatori filosofi a ripetere e moltiplicare le esperienze onde decidere con
fondamento la questione.
Le varietà
annormali sono ancora più equivoche nel mandorlo che le razze. Sin
ora non si conoscono che pochi esempi di queste abberrazioni dallo stato
naturale della specie.
Il primo è il Mandorlo
a fior doppio, e questo è una vera varietà mostruosa. È il prodotto di una
concezione nella quale la sproporzione dei principj sessuali ha combinato
un’embrione imperfetto, incapace di sviluppare gli organi della generazione, e
nel quale per conseguenza la sostanza destinata a sfogarsi in essi, si porta
invece sul punto ove dovevano aprirsi e vi si svolge in petali.
Il secondo è il Mandorlo
nano (Amigdalus nana. Pers.), e questo può procedere egualmente che il
primo da una concezione annormale, ma potrebbe ancora appartenere alle razze.
Bisognerebbe sottoporlo alla prova della riproduzione di seme e seguirne i
fenomeni, e allora gli si potrebbe assegnare un posto.
Il terzo è il Pesco-Mandorlo:
ma è ancora una questione se questa pianta sia un’ibrida del Pesco e del
Mandorlo, o se sia una varietà del mandorlo stesso, o ancora se constituisca
una specie a parte.
Io ho fatto un cenno
di queste diverse opinioni in una nota n.° 12, dell’articolo Pesco-Ibrido
Fascicolo 39 di questa Opera, e ho data la descrizione del frutto nel Fascicolo
18 e 19, ma mi riservo a riesaminare la questione con più diffusione nel
trattato del Pesco.
Le varietà normali
nello stato attuale della coltura sono di due sorte. Le prime consistono nel
diverso volume del frutto, le seconde negli accidenti del pericarpo.
Il frutto del
Mandorlo consiste in una membrana a due strati ripiegata in se stessa, la
quale, chiudendosi per le due labbra
laterali, forma due lobi i quali abbracciano una capsula legnosa dentro di cui
è chiuso il seme.
L’insieme di questi
inviluppi, uno dei quali ha ricevuto nella lingua sociale il nome di mallo,
e l’altro quello di guscio, e che i Botanici distinguono con quello
generico di Carpella, è composto di tre parti distinte cioè 1.° di una
cuticola verde, velutata, sottile, e così aderente alla parte carnosa che si
confonde con essa, e che è conosciuta nella lingua tecnica sotto il nome di epicarpo.
2.° Di una membrana verde-giallognola di un tessuto fitto e carnoso, il quale
risulta dal plexus delle fibre vascolari intrecciate col tessuto
cellulare e formante la parte che i Botanici distinguono col nome di Sarcocarpo
o Mesocarpo. 3.° Finalmente da un’altra membrana coperta di una sostanza
bianco-giallognola, che in alcune varietà si indurisce e fa corpo con essa, e
in alcune altre si scioglie e si sfarina, e che in tutte costituisce il guscio
o nocciolo, chiamato dai Botanici col nome di endocarpo.
Le due prime parti
non diversificano abbastanza nei differenti individui per costituire varietà:
Esse non si distinguono che per il volume, e questo è proprio del frutto intero
compreso il seme. Quindi ne vengono le varietà che riguardano il frutto in
genere, cioè quelle a frutto grosso e quelle a frutto piccolo, delle quali la
coltura conta una lunga serie graduata, cominciando dalla Mandorla di Santa
Caterina, (o Mandorla del Diavolo) sino alla Premice gentile ossia
all’Amandier des Dames di Duhamel.
È nei caratteri
della terza parte della Carpella ossia nell’endocarpo (guscio)
che hanno luogo le differenze, sulle quali i coltivatori fondano le varietà.
Quando la sostanza
paranchimitosa che cuopre il nocciolo si addensa e si immedesima colla membrana
interna, allora egli acquista una durezza quasi eguale a quella del nocciolo
delle pesche, e la varietà è distinta col nome di mandorla a nocciolo duro.
Quando poi questa sostanza si scioglie e lascia nuda la membrana interiore che
cuopre il seme, allora il nocciolo si riduce ad una capsula legnosa, gialla,
sottilissima, che si rompe colle dita, e la varietà riceve il nome di Premice.
Il modo con cui
succede il fenomeno potrebbe a prima vista dar a sospettare che vi abbia parte
l’influenza degli agenti esterni, ma se bene si esamina si riconosce che non è
dovuto che all’organismo individuale della pianta. La sostanza che forma lo strato superiore del nocciolo non nasce in
rudimento colla membrana che ne forma lo strato interno. Essa si svolge sopra
lo stesso dopo che questo è pienamente formato, e pare che sia prodotta da un
superfluo di sugo rigettato dal seme dopo che ha acquistata la maturità
botanica.
In alcuni individui
questa sostanza comincia a comparire in giugno, e continuando a svilupparsi e a
crescere finisce per acquistare in settembre la solidità del legno. In altri
essa non comparisce che in luglio o in agosto; e così, quando il resto del
pericarpo è maturo e si apre, essa non ha ancora acquistata la consistenza
necessaria per indurirsi, e resta una specie di polpa molle, che si cangia
disseccando in una materia friabile e farinosa che si scioglie e sparisce.
Questo corso di vita
è costante nell’individuo che lo spiega, nè mai è modificato dalle circostanze
del suolo, o dalle vicende atmosferiche alle quali può andare soggetta. Esso è
dunque inerente all’individuo, e dipendente dalla sua organizzazione speciale.
Il seme che chiudono
queste diverse varietà non si distingue gran cosa, nè per la grossezza, nè per
il gusto, e ben sovente si incontrano delle Premici che hanno un frutto
grosso siccome ve ne sono che lo hanno picciolissimo. Quanto al gusto, e alla
delicatezza si trova variare ancor essa senza tenere al carattere del nocciolo;
così la loro importanza è tutta in quello. Le Mandorle a guscio duro
sono destinate al commercio e si rompono per ispedirsi all’estero: Le Premici
invece si servono intere sulle mense di lusso, dove fanno una bella figura
pel giallo del loro guscio, e dove, prestandosi ad esserne spogliate senza
sforzo colla sola pressione delle dita, si offrono più fresche e sono di comodo
ai convitati. Esse di più hanno il vantaggio che si conservano meglio, restando
nel guscio sino al momento in cui sono mangiate, nel mentre che quelle a guscio
duro, dovendone essere spogliate prima, nel commercio per l’economia nel
trasporto, e sulle tavole per non dover ricorrere al martello, si risentono
sempre dell’azione dell’aria, e prendono più facilmente il rancido.
Gli Agronomi citano
molte varietà di Mandorle Premici; il Duhamel ne descrive due a seme
dolce, e una a seme amaro; il Nicosia e gli altri Italiani ne contano un numero
molto maggiore; e il Capani che ha raccolte nell’Orto del Principe della
Cattolica in Palermo tutte le varietà della Sicilia, ne annovera nove e forma
di queste una delle quattro classi nelle quali divide il Mandorlo.
Esse potrebbero
andar a migliaia se si tenesse conto di tutte le piante che nascono di seme.
Ogni fiore contiene una concezione, e ogni concezione forma una combinazione
distinta. Così ogni pianta nata di seme ha la sua fisonomia propria. Nello
stesso semenzaio ne nascono delle dure e delle premici, altre a frutto grosso e
altre a frutto picciolo, e questi frutti variano poi all’infinito e nelle forme
esteriori, e nella densità degli strati pericarpiali, e finalmente nel numero
degli embrioni o semi che contengono, mentre le mandorle gemellano spesso, e
forse anche più di frequente quando sono premici.
Non vi è che
l’innesto che conservi queste fisonomie. Se non si ricorre a un tal mezzo,
l’individuo nato di seme cresce, invecchia e muore, e periscono con lui i
caratteri lineamentali che ha spiegati nella nascita. I suoi figli non gli
ripetono mai esattamente, e spesso ne spiegano degli oppostissimi. Il solo
innesto o le talee che ne sono un’equivalente possono conservarli identici, e
così è coll’innesto (poichè le talée nel Mandorlo non riescono) che si
perpetuano le varietà fine del Mandorlo Premice. Tra le molte che ne possiede
la coltura abbiamo scelto per figurarle nella tavola che accompagna
quest’articolo quella che io coltivo a Firenze, e ne ho fatto dipingere due,
una intiera e l’altra rotta, onde rappresentare la sottigliezza del suo guscio.
Essa corrisponde all’Amande des Dames di Duhamel, ed è coltivata in
grande in molti luoghi del Genovesato e specialmente nel Comune di Verezzi
presso Finale, da dove le Mandorle sono mandate a Genova, e in molti altri
paesi, e dove è conosciuta sotto il nome volgare di Sciaccarella, il
quale nel dialetto Genovese risponde a quello di Premice. Il ramo
appartiene al Mandorlo comune non potendosi riconoscere differenza in ciò fra
le due varietà, e i due frutti che lo accompagnano sono ambi della varietà a
frutto duro.
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testo
trascritto da Fabrizio Bottari (Santo Stefano d’Aveto, Genova)
(1) Vedi Pomona. Fascicolo 39, Art. Pesco. Nota (5).