LAZZEROLO A FRUTTO ROSSO
Cratægus poliossea sterilis, ramis
inermibus, fructu orbiculato, eduli; epicarpo rubro; sarcocarpo ex
alborubescente, læviter acido; endocarpo osseo, aliquando bino, sæpius trino,
semine carente. Vulgo, Lazzerola Rossa.
Il Lazzerolo
rosso non si distingue dal Bianco, che quando ha i frutti maturi,
o prossimi a colorirsi.
Il suo albero, a dir vero, prende meno sviluppo, e
i suoi rami, un tantino più sottili, portano delle foglie meno larghe; ma
queste differenze sono così poco sensibili, che se non si esaminano con
attenzione, non è facile l’avvertirle, nè s’indovina a prima vista da chi
osserva queste due piante quale appartenga alla varietà rossa e quale
alla bianca.
Ambidue vivono nel Biancospino, e in
ambidue il domestico ingrossa più del salvatico. I rami sono in ambidue
contorti e fatti ad angoli; e le messe fruttifere sono in ambidue laterali,
corte, pubescenti, a nodi spessi, muniti di una foglia cartilaginosa e per lo
più quinquifida, e terminati da uno o più corimbi di fiori che succedono alle
foglie, e che allegano una bacca ovale, coronata dai residui del calice, e
contenente da uno a cinque noccioli ossei, durissimi, privi di semi, o con dei
semi imperfetti ed infecondi.
Questa bacca è quella che distingue le due
varietà, ma non ispiega i suoi caratteri differenziali che quando si avvicina
alla maturità. Sino a che è verde non offre quasi differenza. Nel colorirsi, la
Bianca prende un maggiore sviluppo, e la sua polpa si svolge in una
pasta più fina, più croccante, più saporita, e rilevata da un acido un poco più
forte.
La Rossa resta più picciola, e di polpa più
pastosa, ma che, se è ben matura, è meno acida della Bianca anche giunta
al medesimo punto. Tali sono le differenze che ho osservato negli individui che
coltivo nella mia villa.
Nei miei viaggi mi sono occupato a studiare le due
varietà in tutti i paesi ove le ho trovate.
La Bianca non mi ha offerto in verun luogo
alcuna differenza con quelle che abbiamo fra noi. Gli amici che hanno gustate
le mie, hanno creduto e credono che siano di una qualità particolare: ma è
un’illusione prodotta dalla cura che ricevono le mie piante, e dal grado di
maturità che lascio prendere ai frutti prima di coglierli. Deriva appunto da
questa circostanza la minore acidità delle Lazzerole che vengono sulla mia
tavola, siccome la loro grossezza è dovuta ad una coltura più ricercata, e al
diradamento: quanto alla Rossa, io confesso che mi è sembrato riconoscere
nelle piante che si coltivano in diversi paesi una certa differenza intrinseca,
sebbene molto leggiera.
Le Lazzerole Rosse del Piemonte e della
Lombardia mi sono sembrate costantemente più picciole, di polpa più floscia, e
di un acido ugualmente pungente di quello delle Bianche. Le mie non
offrono tanta differenza: esse non giungono mai alla grossezza delle bianche,
ma l’avvicinano assai: la loro polpa non è così croccante, ed ha una grana meno
fina, ma in parità di circostanze ha un acido più diluto, e un poco più di
zuccherino: io non oso ancora decidere se ciò dipenda dalla coltura e dal
clima, o se formino invece due o più varietà differenti.
In qualunque delle due ipotesi il Lazzerolo
Rosso può riguardarsi come un intermedio tra l’Oxyacantha e il Lazzerolo
Giallo, ma un intermedio infinitamente più vicino al secondo che al primo:
egli conserva nel pericarpo la fisonomia del padre, e in tutto il restante è
quasi uguale al fratello. Forse è stato il gradino che ha data l’origine al Bianco,
mediante degli individui semi-muli, o forse ancora è estraneo intieramente alla
sua produzione, ed ha un’esistenza isolata e senza rapporto. Noi esamineremo
queste quistioni nella parte scientifica: per ora ci limiteremo ad osservare,
che quantunque il Lazzerolo Rosso non possa sostenere il confronto del Bianco,
ciononostante non deve mancare nella Collezione del Pomologo, potendo ornare
aggradevolmente una mensa col suo bel colorito, ed essere ancora preferito al
fratello da coloro che non amano l’acido.
La coltura del Lazzerolo Rosso è la stessa
di quella del Bianco: s’innesta sul Bianco-spino; si pulisce
dalle messe succhione, e dal seccume; s’ingrassa ancora quando è in terreno
assai magro, e si dirada per ottenere dei frutti più grossi, i quali sono
sempre più delicati e meno acidi.
Il Lazzerolo Rosso sembra resistere al
freddo più del Bianco, o, per esprimermi con più giustezza, sembra
esigere meno calore per giungere alla maturità. Egli difatto è il solo che si
trovi nei paesi settentrionali come il Piemonte e la Lombardia: il Bianco invece
è il più comune sulle coste del Mediterraneo, e nelle colline più apriche dello
Stato Veneto. Ne ho veduto nel Modanese, ma i suoi frutti erano cattivi, e sono
stato assicurato che vi dura poco e deperisce, nel mentre che il Rosso
vi viene assai bene.
La maturazione delle Lazzarole Rosse è
contemporanea di quella delle Bianche: comincia in Settembre, e segue
per tutto l’Ottobre, ma è raro che si compisca prima che cadano:
l’articolazione, che unisce il loro picciuolo al ramo, è così poco tenace, che
si staccano quasi tutte a poco a poco prima di essere mature. Si mangiano
fresche e si candiscono: coperte di cera si conservano mangiabili sino
all’inverno: ma perdono in questo stato più delle Bianche, inflosciano e
divengono insipide.
Per cogliere con facilità i rapporti esteriori che
legano i due Lazzeroli col loro supposto tipo, ho creduto utile
aggiungere nella Tavola, che accompagna questa descrizione, un ramicello di Bianco-spino
(Cratægus Oxyacantha L.)
Questo Disegno interesserà i lettori, specialmente
quando si avrà sotto gli occhi il Trattato del Lazzerolo.
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testo trascritto da Piero Belletti (Torino)