LAZEROLO BIANCO

o LAZEROLO MOSCADELLO

 

Crataegus poliossea sterilis. ramis inermibus, fructu majori, orbiculato, eduli; epicarpo glabro, albescente; sarcocarpo albo, butiroso, delicatissimo, succo grate acido, suavissimo; endocarpo osseo, saepius trino, semine carente. Vulgo, Lazerola Bianca, o Lazerola Moscadella.

 

Il Lazerolo Bianco è una varietà che il Mulismo ha ingentilita in un modo singolare, e che i gusti di capriccio trovano squisita.

La pianta vien grande quanto un grosso Melo, quantunque abbia per piede un soggetto (il Bianco-spino) di sua natura picciolo, e che appartiene agli arbusti piuttosto che agli alberi. I suoi rami sono grossi, corti, ritorti, divisi in nodi spessi e rilevati, coperti di una corteccia nera, grezza, screpolata, ineguale, e terminati da una messa laterale, viva, e da un resto di ramo secco, che è la punta su cui l’anno antecedente posavano i frutti. Le messe sortono da una gemma laterale, e formano un angolo coi rami: sono corte, divise in nodi spessissimi, e coperte di una corteccia pubescente e bianchiccia: ogni nodo porta una gemma, e ogni gemma una foglia; e così le messe formano come un mazzetto di foglie raggruppate e foltissime.

La foglia ha quasi la forma di un cuore: è puntata alla sua inserzione nella messa, e si apre in due ale che si suddividono in tre a sette lobi, il centrale dei quali è un poco più alto degli altri: è dura, cartilaginosa, pubescente, e di un verde biancognolo.

I fiori sortono dalla punta delle messe novelle, e sono riuniti a corimbi.

Il frutto ha l’aspetto di una picciola Mela, ma è più picciolo ancora di una Mela Paradisa, ossia di una di quelle meline estive che maturano a S. Giovanni: è sferico, ineguale e come gibboso, un poco compresso alla cima, sormontato dai resti squammosi del calice, che vi formano come una corona portata da un picciuoletto legnoso, che sorte dalle gemme terminali della messa, e s’impianta nella cavità inferiore del frutto come nelle Mele. La sua buccia è liscia, coperta d’un canarino chiaro e aderente al pieno. La polpa è croccante insieme e butirrosa, e di una grana finissima: ha un sugo grazioso, ma acido: e bisogna che sia nel punto della maturità per mangiarsi con piacere. I noccioli, che ne formano l’interno, sono, nella maggior parte dei frutti, in numero di tre, e consistono in una capsula ossea, durissima, destinata a racchiudere i semi, ma che non ne contiene, o li contiene abortiti ed infecondi.

Tale è il Lazerolo bianco che si coltiva nei paesi caldi, e che abbonda in quasi tutta l’Italia, e specialmente da Nizza alla punta della Sicilia.

Il suo frutto matura in Settembre, ed è ricercato per le tavole di lusso, e amato specialmente dalle donne. Se fosse un poco meno acido sarebbe certamente uno dei frutti i più squisiti della stagione, essendo dotato di una polpa morbidissima, croccante e saporita; ma è difficile il mangiarlo in quello stato di maturità completa, nel quale soltanto la sua acidità diventa graziosa e forma il piccante del frutto. Il picciuolo da cui pende, è attaccato alla messa da una specie d’articolazione così soggetta a contrarsi, che alla minima scossa si stacca e cade. Quindi la massima parte delle Lazerole cadono prima di essere ben mature, e per lasciarle perfezionare alla pianta bisogna esporsi a coglierne molte per terra.

Io ho tentato di godere di quelle che cadono, coprendo il suolo di fieno morbidissimo onde non si ammacchino, ma non sono riescito nell’intento, perchè la loro polpa è di una delicatezza tale, che la pressione la più leggiera le offende, e non vi è precauzione che le salvi da una ammaccatura quando cadono.

Bisogna quindi adattarsi a perderne una gran quantità, per lasciarne maturare il resto e coglierlo alla pianta. Anche questo però ha i suoi inconvenienti: nei nostri climi le piante del Lazerolo formano un albero alto e ramoso, che presenta moltisima difficoltà a coglierne i frutti colla mano: quando si sale su i rami, o vi si appoggia la scala, la scossa ne fa cadere una quantità, nè si può giungere alle estremità ramose colle scale di appoggio: bisogna supplire colla ladra, ossia con una canna aperta in punta a modo di mezza cannocchia, colla quale si prendono i corimbi delle Lazerole come si prendono i Fichi; ma i frutti di un corimbo non sono tutti egualmente avanzati in maturità, nè è facile a prenderne i più maturi e lasciare gli altri: quindi anche con questo instrumento se ne guastano moltissimi.

Il solo mezzo di goderne un maggior numero in perfezione sarebbe quello di metter le piante in ispalliera, o tenerle basse come gli alberi nani. Si osservi però che anche in questo caso le Lazerole ben mature esigono delle grandi precauzioni per aversi intatte: solo che si pongano insieme in un canestro un poco profondo, esse si ammaccano, e tanto più se si versano dal canestro nel paniere o nel cesto: conviene quindi coglierle colla mano una a una, e disporle con cura in un paniere largo e poco profondo dal quale si passano nei piatti per la tavola: in questo modo si otterranno delle Lazerole mature e sane, e degne di gareggiare coi frutti i più gentili.

Il Lazerolo Bianco non esiste in Europa che in istato di pianta innestata: nessuno ne ha mai veduto delle spontanee, e tutte quelle che si coltivano, vivono tutte sulla Maruca Bianca, chiamata con altro nome Bianco-Spino. Tali sono quelle del Genovesato, della Toscana, di Napoli e della Spagna, che ho esaminate, e tali sono quelle della Sicilia, secondo la testimonianza del Porta.

È da credere che tali pure saranno quelle dell’Asia minore e della Siria stessa, poichè se in quei paesi nascessero naturalmente, ne sarebbe in tanti secoli venuta qualche pianta fra noi. Oltredichè per esistere in istato di pianta spontanea, bisogna supporre che producano un seme, giacchè è questo il carattere e la natura delle piante, che si moltiplicano senza l’aiuto dei mezzi artificiali, inventati dall’Uomo; ma nessuno ha mai potuto trovare un seme perfetto nei noccioli della nostra Lazerola: la massima parte non consistono che in un corpo osseo, diviso in due lobi piatti e senza concavo, che si applicano l’uno all’altro come due lastre: i pochi che hanno la forma di una capsula, o sono vuoti, o contengono dei semi mal formati, e che non nascono: dunque non è possibile che i Lazeroli si propaghino di seme: e se li conserviamo coll’innesto, non facciamo che ubbidire alla legge della necessità, perché senza di questo, la razza sarebbe perduta.

Quale è dunque l’origine di questa pianta? Tutti gli individui che si coltivano al presente vivono sopra un piede non proprio, e si moltiplicano l’uno dall’altro: tutti dunque discendono da una marza primitiva: ma da dove è venuto mai questo primo innesto, da cui sono provenuti tante migliaia di individui che ne esistono adesso?

Ecco il gran problema che i Naturalisti hanno discusso da tanti secoli, e che discutono ancora. Eppure la sua soluzione è facilissima. Il Lazerolo Bianco è un frutto senza semi; e certamente è nato da un seme: dunque è un mulo di una pianta spontanea: ma dove è questa pianta a cui deve l’origine; e perché non si coltiva la madre, e non se ne ripetono degli altri figli, invece di conservare questo primo in uno stato di esistenza precaria quale è quello dell’innesto? Anche in questo la risposta è semplicissima. La pianta che ha prodotto il seme da cui è nato il primo Lazerolo, dal quale provengono i nostri, non è essa stessa eguale al figlio, né produce facilmente dei figli come questo: creata feconda, essa si rigenera in figli fecondi, e non è che per un caso che ha prodotto questo aborto mancante della fecondità, e condannato a morire sterile ed imperfetto. Quindi la natura lo ha abbandonato come un mostro: l’uomo capriccioso lo ha accolto in sua vece: egli ha trovato nel suo frutto un aumento di volume e di delicatezza che gli ha piaciuto: il seme era inutile per lui, e la polpa che ne è il compenso, era invece propria a deliziare il suo palato: così è ricorso all’innesto, e lo ha propagato. Chi sa che la madre stessa o i suoi fratelli fecondi non siano stati condannati a perdere i loro propri rami per portarlo sopra di essi e nutrirlo?

Io mi riservo a sviluppare questa questione nella parte scientifica con maggiore estensione.

Il Lazerolo Bianco non prospera che nei paesi meridionali: egli abbonda nella Sicilia, nel Regno di Napoli, in alcuni punti delle coste della Toscana e dello Stato Romano tanto sul Mediterraneo che sull’Adriatico, e in tutta la costa del Genovesato. L’Italia settentrionale coltiva di preferenza la varietà a frutto rosso: essa è la sola che si veda nel Piemonte e nel Milanese: ma la Lombardia le riunisce ambedue, ed io ne ho veduto a Modena ed in altri luoghi. Quelle del Veronese godono di molta riputazione: si mandano sino a Vienna, ove le ho mangiate eccellenti.

Dal Genovesato le Lazerole Bianche continuano nel Rossiglione, nella Catalogna e nel Regno di Valenza, ove si vedono sulle piazze in profusione, e di una grossezza che mi è parsa maggiore delle nostre o alla meno più generale. Ne ho mangiate anche a Cadice, ove le portano da Ronda, ma non vi sono abbondanti.

È da credere che si coltivino in quantità nella Siria e nell’Asia minore. I viaggiatori fanno menzione sovente delle Lazerole di quei paesi, ma non ci dicono se siano bianche o rosse, se grosse o piccole, se innestate o spontanee.

Perchè mai i Naturalisti trascurano certi dettagli che pure sarebbero interessantissimi per istabilire una volta i principj del gran mistero della riproduzione nel regno vegetale? Io ho già invitati i dotti Inglesi che percorrono l’India, ad occuparsi di questa materia in quei paesi: ora invito tutti i viaggiatori a non trascurarla nelle altre regioni dell’Asia e dell’America. È questo il solo mezzo di far avanzare una scienza che da 25 a 30 anni ha occupati i talenti della maggior parte dei Naturalisti Europei, e che ciò nonostante non è ancora stata fissata.

Io credo di averne colto il capo colle mie esperienze sopra alcune piante interessanti, e di averne fissati i principj colla mia teoria del Mulismo.

Nessuno sin’ora l’ha combattuta, ma è importante per la scienza il dimostrarne coi fatti e colle osservazioni o la verità, o la falsità, e determinarne con precisione i fenomeni.

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testo trascritto da Piero Belletti (Torino)