Ziziphus vulgaris ramis obtortis, aculeis geminatis, foliis compositis,
foliolis ovato-oblongis serratis, floribus in foliis emergentibus, fructu
oliviformi. Vulgo, Giuggiola Comune.
Il Giuggiolo è una pianta che non figura
ancora nelle Pomone, e che pure merita di avervi un posto distinto. Il suo
albero non prende in Europa che una grandezza mediocre, ma si distingue per la
sua bellezza: i suoi rami tortuosi, e guarniti di spine acutissime che non
fanno alcuna figura nell’Inverno, si cuoprono nell’Estate di una fogliazione
ricchissima, la quale offre all’occhio una bella massa di verde, pendente verso
la terra come quella del Salice Babilonico, e che risulta dalla quantità
straordinaria di foglie che escono a ciuffi da ogni nodo, e che, quasi
ramicelli flessibili e pendoli, si allungano in tante fogliole così ravvicinate
fra loro, che non fanno che un solo insieme. Il fiore non comparisce che
nell’Estate avanzata, perchè esce dai nodi della nervatura mediaria delle
foglie, le quali, nascendo in Primavera, non possono diventare fruttifere che
dopo di aver acquistata tutta la loro consistenza: allega in Luglio, e si
cangia in una drupa che matura in Settembre.
Il frutto è oblungo
come l’oliva, ma meno ovato, e quasi egualmente grosso in ambi i lati. La
buccia è sottile, cartilaginosa, dura, aderente alla polpa e di un verde
acerbo: quando la Giuggiola comincia a maturare, essa si tinge di giallo, indi
volge in rosso, che si sviluppa a macchiette, e finisce per vestirsi
intieramente di un corallino liscio e brillante che la rende vistosa. La polpa
è bianca, compatta, e di un gusto dolce, misto con un poco di acidulo.
Tale si trova nel
suo primo grado di maturazione, e in tale stato ha un gusto che piace, e si
mangia sulle mense. Se poi si lascia alla pianta sino alla piena maturità,
allora la polpa diventa molle, floscia e viscosa, e si cangia in una specie di
miele: l’acido sparisce, e il zuccherino si concentra. Sembra che giungendo a
questo grado di maturità massima, la Giuggiola si accosti allo stato di frutto
secco; e difatto essa si conserva allora per molti mesi come le altre frutte
sottoposte al processo del disseccamento: ma è vero pure che questa
concentrazione della sostanza polposa, o, per meglio dire, questa
decomposizione del pericarpo si opera da se stessa sulla pianta senz’alcun
concorso dell’arte, sicchè sembra ch’essa sia lo stato naturale di frutto
perfezionato e il compimento della sua maturità.
Il Giuggiolo a
frutto oblungo è comune in tutta l’Italia. Io l’ho trovato quasi da per
tutto, tanto al di qua, quanto al di là dell’Appennino, meno che nelle pianure
della Lombardia e del Piemonte: ma vive anche in questi paesi sui luoghi
montuosi, e l’ho trovato persino nelle colline di Torino, ove è conosciuto
sotto il nome di Sossombrin.
Certamente si può
moltiplicare di seme, e se ciò si facesse in grande, se ne avrebbero forse
molte varietà; ma si trova più comodo il moltiplicarla coi polloni che sorgono
in abbondanza dalle radici, e per conseguenza non se ne conoscono ancora che
due razze, l’oliviforme che è la comune, e la tonda che si
coltiva in alcuni luoghi dai dilettanti, ma che è rara.
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testo
trascritto da Elisa Ossari (Conselve, Padova)