CASTAGNO MARRONE

 

Castanea sativa, fructu maximo sapidissimo. Vulgo, Castagna Marrona, o Marrone.

Castanea sativa. Bauh. Pin. 418. Tournef. 587. Chataigner cultivé, ou Marronier. Enciclop. Metod. Marron. Id.

Marrone di Napoli. Nicosia, pag. 234.

Marrone. Savi. Gallizzoli. Targioni.

 

Chiunque visita con occhio osservatore le vallate settentrionali dell’Appennino si convince facilmente che il Castagno vi è indigeno. Gli immensi boschi di salvatici che cuoprono i luoghi meno riparati e meno terrosi, e la disposizione irregolare e fortuita delle piante domestiche che popolano i piani e le conche annunziano che tutto è dovuto alla Natura, e che l’industria non ha fatto che cangiare coll’innesto le piante spontanee, (salvatiche) quali le ha trovate, in varietà più adattate ai suoi bisogni.

Quando l’uomo ha cominciato a popolare questi monti i Castagni dovevano cuoprire tutte le valli e una parte dei dorsi più terrosi; ma, in tanto numero di piante, certamente non esistevano due individui eguali.

Nate tutte dal seme, avevano tutte una fisonomia propria che si era sviluppata con esse e che periva con esse. L’uomo è quello che ha scelto fra tante piante confuse quelle che più gli convenivano per i caratteri del loro frutto, e ha condannate le altre a servir loro di piede per propagarle. In questo modo si sono formati quei gruppi di individui simili che si riconoscono per dei lineamenti comuni, e che designiamo sotto il nome di varietà.

Ogni regione ha avute le sue sino dal principio perchè in ogni regione l’agricoltore ha scelti i migliori fra gli individui che gli si sono presentati sotto degli occhi, e gli ha moltiplicati. Così ne sono venute le infinite varietà domestiche che si incontrano in ogni luogo e che sono quasi da per tutto diverse. L’uomo in queste scelte è stato diretto da molte considerazioni. Nelle une ha conservato il pregio della fecondità, in altre quello della leggierezza e della morbidezza della polpa, in altre quello del sapore. La grossezza è stata la più apprezzata di tutte: essa forse ha colpito di più gli agricoltori di quei tempi ancora rozzi, e le castagne di un volume maggiore delle ordinarie sono state le prime a comparire nelle città e nel commercio.

Ed ecco il Marrone. È questa una Castagna che si trova da per tutto, e che da per tutto figura nelle mense come un frutto piacevole nella stagione invernale. Le sue forme non si distaccano che insensibilmente da quelle delle altre castagne; ma la sua grossezza la fa primeggiare fra tutte, e in generale essa si distingue ancora per il sapore. Si mangia arrostita sul fuoco, cotta nello spirito, candita nello zucchero, e conciata in molte altre maniere, e sempre è la preferita fra le castagne.

Ma: è essa da per tutto la stessa? E i Marroni di Lione sono essi identici coi Marroni delle Alpi Piemontesi, e con quelli dell’Appennino? Ecco la questione che si presenta a sciogliere. Le qualità che distinguono il Marrone non hanno nulla di annormale, perchè si riducono ad una leggiera superiorità di volume: dunque esse possono essere ripetute facilmente dal seme: queste ripetizioni non sono nè frequenti nè identiche, ma compariscono di tempo in tempo, e le differenze che le distinguono si riducono spesso a lineamenti insensibili che l’uomo appena distingue. Quindi è da credere che in più di un luogo l’agricoltore abbia incontrato fra le infinite varietà di Castagni spontanei che cuoprivano i boschi qualche pianta a frutto straordinario e l’abbia moltiplicata. Questo caso succeduto i più luoghi ha fissato molte varietà a frutto grosso, tutte distinte da qualche leggiera differenza, ma però così somiglianti fra loro, che sono state credute una sola, e hanno tutte ricevuto il nome della prima che la coltura ha posto in commercio.

Difatto: chi ha gustato con qualche attenzione i Marroni dei diversi paesi ove godono di una certa celebrità, si sarà avveduto che, se si somigliano tutti nella grossezza, hanno però tutti qualche differenza nelle forme, nella morbidezza della polpa e nel sapore.

Gli Agronomi hanno creduto spiegare queste diversità col sistema della migliorazione e della degradazione: ma questi errori sono ora riconosciuti, e siamo convinti che le generazioni cangiano ma l’individuo non cangia mai. Esistono dunque nel Castagno molte varietà a frutto più grosso del frutto ordinario, conosciute sotto il nome di Marrone, e a ragione riunite in una sola. Ciascuna ha avuto origine da un seme, ciascuna è stata conservata coll’innesto, e ciascuna per conseguenza forma un gruppo di piante identiche provenienti tutte da una prima, ma viventi tutte isolate come tanti individui distinti.

Due, in generale, sono per le piante i modi di moltiplicare questi individui straordinarj che la Natura produce di tempo in tempo, e che non si conservano col seme: uno è il ramo che si pone a radicare, l’altro è l’innesto. Pare che il Castagno non si presti al primo modo: il secondo invece è in lui di un’esecuzione facile e di una riescita immancabile, ma è soggetto a delle leggi particolari.

Il Castagno è diclinio: i suoi fiori sono di due sorta, uno maschio consistente in amenti, e l’altro femineo consistente in una riccia che contiene l’ovaio e riceve la fecondazione dall’amento. Questo carattere è legato a molti altri, e fra questi all’economia del movimento del sugo, e perciò ai principj dell’innesto.

La Primavera risveglia nel Castagno la vita annuale come nelle altre piante, ma in lui il sugo non comincia per un movimento discendente ed ascendente come nelle monoclinie, ma per un travaso fra libro e alburno, che stacca la corteccia dal legno prima della germogliazione e fa luogo a tutti gli innesti a sugo travasato. Questi perciò sono i soli che riescano nel Castagno. Gli innesti per combaciamento di corteccia con corteccia non sono eseguibili o restano senz’effetto.

Si è preteso da alcuni che il Castagno si possa innestare a marza, e non lo credo impossibile. Ma bisogna osservare che l’innesto a marza si presta ad ambi i sistemi, mediante la variazione del meccanismo con cui si eseguisce. Se si innesta a sugo circolante, come nelle monoclinie, la linguetta di corteccia che si appunta nella parte inferiore dell’innesto si pone nella spaccatura della corteccia del soggetto in maniera che gli orli delle corteccie si combacino insieme; e, in questo modo esse si anastomizzano, mediante l’unione dei sughi che circolano nel tessuto corticale. Se poi si innesta a sugo travasato, allora bisogna introdurre la linguetta di corteccia dell’innesto, spogliata del legno, fra la corteccia e il legno del soggetto (salvatico), senza combaciamento, e allora è il sugo travasato che si organizza intorno a questa corteccia e l’unisce all’altra. È in questo secondo modo che il Castagno può essere innestato a marza, ma in questo caso la marza equivale allo scudetto o al cannello che sono i soli modi coi quali si innesta il Castagno.

Si è disputato sulle piante che ricevono l’innesto dal Castagno. Il Bussato sostiene che appiglia sopra le piante ghiandifere. Il Nicosia invece dice che è un innesto che non prospera, ma conviene che la marza (bietta) che si pone sul Rovere spiega la gemma e mette germoglj. Io ho fatto diverse prove e ho dei boccioli (cannelli) posti sul Rovere che hanno germogliato e sono vivi. Esiste poi in un villaggio sopra la città di Noli un grosso Castagno, che si dice innestato sul Rovere, e il suo piede di fatto ha tutta l’apparenza di tale pianta. Questi fatti sono d’accordo con le teorie. L’analogia principale che si esige per gli innesti sta nelle leggi del movimento dei sughi, e queste sono le stesse nel Castagno come nel Rovere. Ambedue piante diclinie, cominciano la loro vita vegetale col sugo travasato. Quindi il bocciolo o cannello di corteccia che serve d’innesto, si stacca nel Castagno all’epoca stessa, e nello stesso modo che si stacca nel Rovere, e può introdursi facilmente sul ramo scortecciato quando appunto è nel forte del sugo. Sono queste le prime condizioni per gli innesti. Bisogna però convenire che non sono le sole, ed è appunto per ciò che non credo che riesca l’innesto del Castagno sul Salice come lo dice Palladio. Per tali unioni si esige ancora un’analogia nel tessuto che deve riunirsi, e non pare che il Castagno ne abbia con altra pianta fuori del Rovere. Forse vi sarebbe il Castagno d’India. Il Sig. Cabanis però non l’ammette, e ne dà le ragioni in una lettera che dirige al Sig. Parmentier su questo soggetto.

Nel presentare la figura e la descrizione del Marrone, io credo di avere data un’idea sufficiente della specie. Coloro che si saranno penetrati delle teorie che ho sviluppate in quest’opera, saranno persuasi che la collezione delle varietà è una vera chimera, perchè le varietà non sono che individui suddivisi dalla coltura, e in numero indefinito. Bisogna dunque limitarsi a scegliere i migliori, e non vi è dubbio che l’agricoltura e l’economia domestica provano dei grandi vantaggi nel conoscerli. Io ho fatto questo lavoro su tutte le altre specie di frutti italiani: lascio ad altri a farlo per il Castagno. È questa un’intrapresa troppo difficile, e che non si potrà eseguire se non che dopo che gli Agronomi dei diversi paesi a castagne, avranno fatto dei lavori parziali per i territorj che abitano. Osserverò solo che in questo caso non sarebbe necessario accompagnare ogni descrizione con una figura. In questa specie le differenze che distinguono le varietà sono più facili a ritrarsi colla penna che col pennello. Quindi la tavola di Marrone potrà bastare per tutte.

Per preparare intanto dei materiali a chi vorrà occuparsi della descrizione parziale delle varietà più importanti della Penisola, io comincerò a dare qui un’idea di quelle che si distinguono nell’Appennino Ligustico. Io le riduco a due, perchè non ne trovo che due che presentino delle qualità tali da meritare di essere distinte, e sono la Gabbiana e la Ciria.

La Gabbiana è la varietà dei luoghi freddi: il suo albero non cresce molto, e non fornisce legno per le arti, ma regge agli inverni i più crudi, e fallisce di rado: il suo frutto è picciolo: la buccia ha il colore delle castagne comuni: la polpa è di un bianco cinericcio molto pronunziato; è morbida, butirrosa e così fina che una misura che pel generale delle Castagne contiene un peso di rubbi sei di Genova (lo staro) non ne contiene di Gabbiane che cinque. È una varietà proprie alle Valli di Bormida, e di Tanaro, ove è abbondantissima, e dove forma dei castagneti di molto prodotto.

La Ciria è una castagna di un pregio anche maggiore. L’albero è più robusto, e forma un legno più sano. Il frutto è picciolo e rilevato. La buccia ha il colore delle castagne comuni, e la polpa si distingue da tutte le altre per un colore giallo che si carica straordinariamente con la coltura, e per un sapore che è più grato di quello delle Marrone: la sua pasta è gentile e butirrosa, e un poco più forte di quella delle Gabbiane: lo staro ne contiene cinque rubbi e mezzo, peso di Genova. È questa la famosa Castagna del Sassello (valle situata nell’Appennino Ligustico sopra Savona). Essa abbonda ancora a Calisano in Osiglia, in Bormida, e in diversi altri luoghi del nostro Appennino.

È probabile che non saranno desse le sole che possedino delle qualità così preziose; ma è certo che sono le sole che vadano nel commercio come frutto, e che godano di una celebrità. Sono esportate in Marsiglia e a Barcellona, e vi sono ricercate in istato di Castagne bianche per la loro leggierezza e per la delicatezza che le distingue. Io non ne mai trovate delle ugualmente gentili in alcun paese, e ne ho gustate molte nella Garfagnana e nel Pistojese, paesi eminentemente castagniferi. Da per tutto ho trovati i Marroni, e gli ho trovati figurare come la prima fra le Castagne, cosa che non succede dove si conoscono le Gabbiane e le Cirie. Il Nicosia dice, che la Sicilia ne coltiva sette varietà, e restringe a tre il numero delle buone, e anche fra queste primeggia il Marrone, mentre la Bronda mundalora si apprezza più specialmente perchè si monda spontaneamente dall’ultima pellicina come succede nelle mandorle che chiamiamo Molusche.

Sarebbe interessante per la scienza il conoscere se esistono nel Castagno delle varietà mostruose e in che consista la loro mostruosità. Io ne ho veduta una, e questa vive in Finale in un bosco della villa Prasca, presso del Collegio delle Scuole Pie. È un Castagno che non produce che fiori maschj, e ne produce una quantità tale, che, quando fiorisce, sembra un immenso mazzo biancheggiante di amenti. Sono essi dotati di polline e capaci di fecondare gli individui a due sessi? È ciò che ignoro, mentre non ho avuto sin ora comodità di instituire le esperienze necessarie per constatarlo. Se si giudica dall’esempio delle altre piante, si deve credere che sia un mulo, giacchè tutti i mostri tendono naturalmente al mulismo.

Resta a sapersi se esista il mostro analogo mancante di fiori feminei. Io non ne ho mai veduto, ma credo che se ne devono incontrare. I contadini battezzano queste mostruosità per razze salvatiche, e non ne fanno caso: quindi è difficile a scuoprirle senza un’inspezione personale e diligente nei boschi cedui, ove crescono i castagni salvatici (spontanei). Se avessi avvertiti questi fenomeni quando ho cominciato a studiar la Natura nella campagna, ne avrei seguitate le fasi, e avrei potuto estendere le mie osservazioni e le mie esperienze. Ma non è che a poco a poco che sono andato scuoprendo questo mistero della vita vegetale, e ho avuto bisogno di molti anni per isvilupparlo. Fortunatamente sono stato ancora in tempo per instituire molte esperienze difficili, e possedo a quest’ora diverse generazioni di piante delle quali ho potuto esaminare i padri e gli avi, e che ho potuto seguire nella loro vita dal momento della nascita sino alla pubertà; ma queste non bastano per ispiegare tutte le annomalie che si incontrano in un punto di scienza vegetale così complicato, nè si potrebbe completare la teoria della riproduzione delle piante e la dottrina del mulismo senza instituirne molte altre: io quindi ne lascerò la cura agli Agronomi che mi succederanno in questa carriera; e contento di aver aperta la strada, a spetterò con piacere, che altri più fortunati possano compire il lavoro.

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testo trascritto da Massimo Angelini (Ronco Scrivia, Genova)