CAROBBO

 

Ceratonia, foliis alternis pinnatis quinquejugis, foliolis ovatis, floribus racemosis in vetustis ramis locatis, aliis masculis, aliis foemineis, aliis per abortum androgenis, calice brevi quinquedentato patenti, corolla deficiente, staminibus quinis subulatis patentibus, in calicis denticulis insertis, antheris incumbentibus bilocularibus, Germine supero arcuato lineare tomentoso, stylo vix ullo, stigmate peltato bilobo, fructu siliqueforma, compresso, intus carnoso, multiloculari, mellifluo; semine solitario duro nitido compresso ovato. Vulgo, Carobba.

Siliqua edulis. C. B. Pin. 402. Siliquae arbor sive Ceratia. I. B. 1, 413. Ceratonia, Dod. Pempt. 787. Tournef. 578.

Siliqua edulis fructu vario, Ceratia arbor. Siliqua varia longa, una tortuosa et macri, brevi alia multum carnosa multumque sapida. Cup. Hort. Cathol. Tournef. 578.

Siliqua edulis fructu breviori. Ceratonia multorum minus longa minusque crassa acinosior. Cup. Hort. Cathol.

Siliqua non edulis. Ceratia arbor sylvestris, extenuata atque ineduli siliqua. Cup. Hort. Cathol. Tournef. 578.

Caroubier à siliques. Ceratonia siliqua, Lin. Ceratonia. Dod. Pempt. 787. Ceratia siliqua. Lob. Ic. 2, p. 104. Siliqua edulis. Bauh. Pin. 400. Tournef. 578. Duham. Arb. 2, p. 261, t. 69. Siliqua arbor f. Ceratia. J. B. 1, 403. Raj. Hist. 1718, vulgairement Caroubier ou Careuge.

 

Il Carobbo è una delle più singolari, delle più utili e delle meno conosciute fra le piante coltivate in Europa, e forma per l’Italia un ramo importantissimo di ricchezza agraria. Non sarà dunque fuor di ragione l’accordargli un posto fra gli alberi fruttiferi della Penisola.

Quantunque i suoi frutti non sieno fatti per le mense nè servino di alimento all’uomo, non lasciano d’essere frutti, e il ricco prodotto che danno, supplisce alla mancanza di gentilezza e di gusto. Questo motivo può giustificare bastantemente l’articolo che gli consacriamo.

 

capo primo

Della vita vegetale del Carobbo, e de’ suoi fenomeni

 

Tutto in natura viene dal seme: quello del Carobbo posto in terra in Primavera germina in pochi giorni, e più presto se si tiene prima per qualche tempo ad ammollire nell’acqua. La sua germinazione è ipogea. I cotiledoni si aprono in due fogliette che persistono, e in mezzo alle quali sorge un germoglietto rossiccio contenente una gemma, che è il rudimento della pianta futura. In ciò ei segue l’economia delle altre piante a foglia composta, le quali cominciano sempre ad aprirsi in due foglie semplici, e non ispiegano il carattere che loro è proprio che in quelle che le seguono. La sua crescenza è lenta, ma se vivono in buon terreno non lo è tanto quanto si crede. Io ho avute alcune piante le quali in sei anni hanno acquistata l’altezza di sei metri, e la grossezza di un manico di zappa, e ciò perchè si trovavano in un terreno fertilissimo. La natura delle località dove vivono le piante influisce ancora sopra l’epoca della pubertà, ma nello stato di vegetazione regolare il Carobbo è pubere fra i dieci a dodici anni.

I nostri agricoltori pretendono che l’innesto concorra ad aumentare lo sviluppo dei rami: essi si fondano sull’esempio di alcune poche piante lasciate senz’innesto e rimaste assai picciole. Io ho osservato che queste sono tutte individui maschj: ed ai maschj si dà il nome di salvatici. Può darsi che il maschio spontaneo ingrandisca poco: quanto alle femmine non innestate posso assicurare che vengono più grandi delle domestiche.

In tutto il tempo che precede la pubertà la pianta non svolge che delle gemme ramifere, e la loro uscita ha luogo in Primavera. Non è così per i suoi fiori: quando la pianta comincia a produrne, essi sbucciano sul principiar dell’Autunno, e, meno il primo anno, nascono sempre a lato dei frutti maturi o della cicatrice da essi lasciata. È questo un fenomeno che si lega ad un insieme di economia vegetale di una natura singolare e diversa da quella delle altre piante: ecco ciò che ho osservato.

Il Carobbo è in istato di vita per tutto l’anno come l’Arancio, ma nella Primavera questa vita riceve un impulso straordinario che aumenta il movimento del sugo e determina la germogliazione. Nell’Arancio, come nelle altre piante monoclinie, questo sugo comincia per discendere direttamente dai rami alle radici e rimonta quasi subito ai rami per svolgere le gemme, nè si travasa fra il libro e l’alburno che dopo di avere sviluppata la testa dell’albero e compita l’allegagione dei fiori. Nel Carobbo ei segue un sistema contrario. Il primo movimento comincia anche in esso nel sugo che circola entro dei vasi, e comincia con un aumento di fluido, e con un acceleramento nella circolazione, ma lo sviluppo delle gemme non si opera che a sugo travasato. Il mese di Maggio è l’epoca di questo travaso, ed avviene allora che il Carobbo mette i nuovi germogli e comincia il suo corso di vita annuale. È questo il sistema di tutte le piante diclinie, e perciò in questa classe di piante si fa luogo agli innesti a sugo travasato, come sono quelli a cannello, e quelli a gemma o a scudetto prima del risveglio della vita annuale, nel mentre che nelle piante monoclinie essi non si possono eseguire che col secondo sugo dopo l’intero sviluppo della vegetazione. Le gemme che svolge questo primo sugo sono tutte foglifere e situate tutte nell’ascella delle foglie, meno le gemme avventizie che uno squilibrio di vegetazione determina eventualmente sul legno e che producono i così detti rami succhioni.

Le gemme di Primavera si distendono lungo la State, e si suddividono qualche volta in molte diramazioni che rinnovano la testa dell’albero e portano nei nodi e foglie e gemme, ma nessuna di queste si apre in fiori, nè subito formata come succede nelle piante a fiorazione immediata (la Vite), nè alla Primavera seguente come ha luogo nelle piante a fiorazione successiva (il Pero ec.). Esse restano dormenti per il corso di diciotto mesi alimentate dalle foglie che vi sono a lato e maturate da due giri di sugo. In questo tempo si fa luogo alla nuova cacciata che prolunga ancora i rami, e che, togliendo il nutrimento alle foglie della cacciata antecedente, ne provoca la caduta, la quale succede a poco a poco lungo la State quasi senz’essere avvertita. Soltanto dopo aver perdute queste tutrici da cui erano allattate le gemme fiorifere diventano feconde e tendono a svilupparsi. Esse si trovano in questo stato appunto al momento in cui cessa il distendimento della cacciata di Primavera, e in cui il frutto maturo cessa di assorbire i sughi già condensati dell’albero: è questo il mese di Agosto. Ricche allora di tutti questi sughi esse si aprono in fiori, i quali sortono in quei nodi ancora novelli in numero di uno o due per nodo. La loro allegagione è lenta, e più lenta ancora la crescenza dei frutti: essi restano quasi stazionarj per tutto l’Inverno, e non prendono un movimento di vita che nell’Aprile: i calori della State gli spingono con rapidità, e si trovano nella maturità sull’avvicinar dell’Autunno. E qui comincia l’economia più singolare della vegetazione del Carobbo.

Nel mentre che il frutto nato sul nudo cresce e si perfeziona si vanno sviluppando al suo lato delle nuove gemme fiorifere che sembrano prodotte dalle antiche, come i bulbilli nelle piante bulbose. Appena il frutto è maturo esse si aprono accanto a lui e si distendono in fiori, i quali ripetono il corso dei primi, e fanno luogo alla nascita di un’altra generazione di gemme che si schiudono ogni anno le une dalle altre, e sempre sul medesimo nodo. Con questo sistema ogni nodo continua a produrre gemme fiorifere per un lunghissimo corso di anni; e la loro continua emissione va formando una specie di tubercolo che ingrossa ogni anno e cuopre i rami nudi in tutta la loro lunghezza. Così i due sistemi della germogliazione e della fiorazione si presentano intieramente divisi. Tutta la testa dell’albero è composta di messe a foglia sempre verde che gli danno un aspetto ridente in tutte le stagioni, ma che non presentano fiori, e la parte nuda dei rami è coperta nella loro lunghezza di una quantità di tubercoli alterni, sui quali si vedono continuamente o fiori o frutti, ma che sono privi di foglie. In questo modo il sistema fiorifero è stabile, e soltanto aumenta ogni anno di un nuovo ordine di gemme sul ritiro del sistema foglifero, nel mentre che questo si rinnova in ogni cacciata, e in proporzione che si veste di nuovi germoglj abbandona le foglie della cacciata antecedente, la quale entra in tale maniera nel sistema della fiorazione. Ambedue però si trovano continuamente in azione: la testa dell’albero non manca mai di foglie, perchè non le abbandona che dopo che si è rivestita di una nuova cacciata, e i rami non restano mai senza prodotto, perchè i fiori si succedono ai frutti senz’interruzione, e vi nascono accanto. Io non so se esista un’altra pianta in natura che offra tali fenomeni.

Il Giuggiolo è il solo che ne presenti una parte, mentre anche in lui il sistema fiorifero è fissato, e si ripete continuamente nei medesimi nodi, e vi forma egualmente una specie di tubercoli mediante la riproduzione continua di gemme che si addossano le une sopra le altre e vi si uniscono in gruppetti. Ma i fiori del Giuggiolo non solo nascono nei tubercoletti che si formano colle gemme sui nodi delle vegetazioni antecedenti, ma sbucciano ancora sulle gemme della cacciata novella e cuoprono così tutta la pianta: oltre di ciò, essendo essi portati da una specie di foglia, le due cacciate si confondono insieme, e la fiorazione e la fogliazione si trovano riunite.

Si aggiunga a queste due differenze una terza, ed è che nel Giuggiolo la fiorazione è contemporanea alla fogliazione, e che cessano ambedue nell’Inverno coll’abbandono dei frutti e delle foglie e coll’arresto della vegetazione, nel mentre che nel Carobbo la fogliazione si sviluppa in Primavera, e la fiorazione in Autunno; e l’una e l’altra si rinnovano senza interruzione, sicchè le nuove foglie si distendono senza scacciare le antiche, e i fiori sbucciano e si aprono prima che sieno caduti i frutti che gli hanno preceduti.

 

capo secondo

Caratteri botanici e fisiologici del Carobbo

 

Il Carobbo è dioecio (1): i Naturalisti lo considerano come poligamo, e pare che esistano infatti degli individui nei quali si spiegano dei fiori feminei in mezzo ai fiori maschj, o piuttosto dei fiori che riuniscono i due sessi: ma questi fiori feminei, sebbene godano di una tal quale allegagione, non abboniscono mai. Essi si aprono in una siliqua sottile, torta, senza polpa e senza semi che marcisce sulla pianta.

Nella costa della Liguria io ne ho veduti diversi. Vi ricevono il nome di Cornette, e sono rigettati come piante salvatiche. Sono maschj, i quali in mezzo ai fiori polliniferi che loro sono proprj, portano dei fiori che hanno nel centro del disco che gli serve di calice un pistillo che si sviluppa, ma che non è perfetto. È un fenomeno che si osserva anche più deciso negli individui feminei, mentre in questi la maggior parte dei fiori pisilliferi portano intorno al disco su cui sorge il pistillo dei rudimenti di stami consistenti in un’antera abbortita. La sola differenza che distingue questi due casi si è, che le false antere periscono, perchè in qualità di antere sono caduche anche quando sono perfette, e che invece i falsi pistilli persistono, perchè nelle diclinie è della natura del pistillo di vivere anche quando non è fecondato. Del resto è noto che tutte le piante dioiche offrono qualche aberrazione dal carattere della loro classe, sviluppandosi spesso dei fiori maschj negli individui feminei, e viceversa, siccome si osserva nel Canape, nel Gelso, e nel Pistacchio; nè sarebbe strano che il Carobbo presentasse un’eguale annomalia.

Due sono i fiori nel Carobbo, perchè ogni sesso ha il suo, ma l’apparato che circonda le parti sessuali è in ambedue lo stesso. Esso consiste in un disco carnoso, che fa le funzioni di calice, e che porta gli stami nel maschio, e il pistillo nella femmina. In ambi i sessi è senza corolla; ma nei maschj è circondato da cinque stami inserti nei denti delle cinque incavature che ne tagliano il giro e composti di un filamento quattro volte più lungo del calice e di un’antera biloculare che si apre in polline. Nella femmina il calice è sormontato da un pistillo arcato, lineare, tomentoso, quasi senza stilo, e finito da uno stigma bilobo e peltato. Nei maschj il centro del disco è nudo, ma presenta una specie di incavatura che sembra la cicatrice di un’articolazione disciolta, e che si annunzia per l’inserzione di un pistillo abbortito. Nelle femmine il suo contorno è diviso come nei maschj in cinque incavature dalle quali sortono cinque corpi bruni, sottili, corti, lanceolati, sessili, incarcerati nei denti del calice e che si annunziano per rudimenti di stami. Nel maschio i fiori sono disposti intorno ad un asse corto e lineare, e prendono la forma di un amento breve ovoidale, colorito di un rosso vivissimo, il quale si volge in giallo dopo l’emissione del polline. Nella femmina sono portati da un asse lineare sei volte più lungo di quello del maschio, il quale prende la forma di un grappolo semplice, e che è sempre di un colore pallido e bianchiccio. Nell’uno e nell’altro i fiori si spiegano lentamente e prolungano la loro vita per molti mesi, circostanza che favorisce la fecondazione. In questo tempo essi esalano un odore di sperma acutissimo, che si fa sentir da lontano e che è disaggradevole.

Il Fiore del Carobbo non varia col variare degli individui, ossia di quei gruppi diversi di piante che conosciamo sotto il nome di varietà, ma i frutti che allega presentano tutte quelle differenze di lineamenti e di forme che costituiscono le fisonomie vegetali, e che ne determinano la conservazione col mezzo della coltura. Secondo i diversi accidenti o le diverse complicazioni della concezione i semi del Carobbo danno delle piante a frutto diverso. Tutte le Carobbe consistono in una siliqua oblonga, fibrosa, e ritorta, contenente dei semi duri, elittici, e compressi, destinati alla riproduzione. Ma questa siliqua varia in grossezza, in consistenza, in quantità e in qualità di polpa e in altri accidenti. La maggior parte di quelle che nascono ordinariamente, portano una siliqua sottile, legnosa e piena di semi. Quelle che hanno sortita dalla nascita una fisonomia straordinaria, e che per questa sono state conservate coll’innesto, danno una siliqua grossa, carnosa ed edule, e ve ne sono alcune nelle quali la polpa si fonde in un miele abbondante e dolcissimo. È probabile che ne esistano delle sterili, cioè a dire che non portano grani, e in esse la siliqua deve avere in compenso un volume maggiore e una maggiore polposità. Tutte queste varietà sono figlie del seme, e dipendono dai diversi accidenti della concezione. Le più comuni sono semplici fisonomie, le più singolari sono mostri. Nai paesi ove questa pianta nasce spontanea e non è limitata dalla coltura se ne incontrano di tutte le forme, e ogni individuo ha la sua. Ma dove il Carobbo forma un ramo di ricchezza agraria l’innesto distrugge la maggior parte delle varietà normali e conserva le mostruose.

Così nel regno di Valenza, secondo le osservazioni dell’illustre Cavanilles, se ne coltivano di tre qualità distinte coi nomi di Melars, Lindars, e Costelats. I Lindars e i Costelats hanno le foglie più grandi e le silique della lunghezza di un piede, ma sono poco carnose ed asciutte. I Melars hanno le foglie più corte egualmente che le silique, ma queste sono più polpose e piene di un miele dolcissimo, ed è appunto per l’abbondanza del miele che si chiamano Melars, mentre ne hanno tanto che stilla qualche volta spontaneo e va sino a terra.

In Sicilia se ne conoscono quattro varietà: la prima lunga e grossa, la seconda più corta, meno grossa e dentro più piena di granelli, la terza con frutti varj, alcuni lunghi, torti e magri, ed altri brevi molto carnosi e gustosi, la quarta con frutto magro e di mal gusto. Così le descrive il Nicosia, e sembrano le stesse descritte dal Cupani nell’Orto Catolico, e riportate dal Tournefort nelle sue Instituzioni.

In Liguria ne coltiviamo di tre sorta, cioè la Carobba di Spagna, la Carobba nostrale, e la Sonaglina. La prima fa la siliqua grossa e carnosa, la seconda la fa più magra, ma ne produce in maggior quantità. La terza fa una siliqua così asciutta, che i semi vi suonano dentro quando si scuote. Chi sa quante se ne coltiveranno nelle Isole Greche, in Egitto e nella Siria? In quei paesi, ove l’innesto non le sopprime nell’infanzia, ne devono sortire anche delle mule. Io non ho potuto avere sotto gli occhi la famosa varietà che si coltiva nel Valenzano sotto il nome di Melars. Forse se si esaminasse si troverebbe che manca di semi. La carnosità della sua polpa e l’abbondanza di miele che la caratterizza lo fanno congetturare con fondamento.

Non vi è dubbio che anche il Carobbo deve avere i suoi muli. Essi si trovano in tutte le piante, e gli incontriamo più o meno frequenti nella coltura in proporzione che questa qualità li rende più utili perchè l’utilità è quella che li fa ricercare e determina la loro conservazione.

La Palma stessa (Phenix Datilifera. Lin.) ha i suoi, e sappiamo che ne esiste una varietà in cui i datteri sono più polposi dei comuni e mancano affatto del seme (2). Essa si moltiplica col mezzo di certe gemme che nascono fra le foglie come nelle dicotiledoni, e si spiegano in polloni, i quali posti in terra radicano e sorgono in Palme. È questo un’anomalia per una pianta monocotiledone, giacchè è nella natura di questa classe di piante di non avere che la sola gemma terminale; ma bisogna riflettere che nel mulismo le piante che lo spiegano, provenendo da una concezione anormale, non sono che un guazzabuglio di organizzazione, e si distaccano perciò qualche volta anche dai caratteri che sono proprj alla specie.

I Naturalisti sostengono che l’allegagione, e perciò l’abbondanza, e la perfezione delle silique nei Carobbi dipenda dall’influenza delle piante maschie; e il Cavanilles dice positivamente che per ottenere molto frutto bisogna innestare un ramo maschio in ogni pianta feminea. Io sottopongo all’esame dei Naturalisti alcune osservazioni su questo punto.

È riconosciuto che nelle piante monoclinie l’ovaio che non è fecondato perisce e cade, e che perciò senza fecondazione non vi è allegagione. Ciò è visibile nel Pero, nel Pesco, nell’Arancio, e in tutte le piante a sesso riunito. Questo principio però non sta per le piante diclinie. In esse l’influenza del maschio è limitata al puro seme: l’apparato fiorifero si sostiene senza fecondazione e si forma in frutto. È vero che questo frutto non è che un semplice pericarpo più o meno sviluppato secondo la specie e privo di seme, ma allega come se lo avesse e matura come quelli che lo hanno.

Il Dattero si spiega nella Palma, e cresce anche senza fecondazione: ei non chiude il nocciolo, ma si sviluppa e prende tutta l’estenzione e la forma di quelli che sono fecondati e abboniscono. Manca solo di polpa, perchè è quella che costituisce lo spermoderma, e lo spermoderma è parte di seme. Io ne ho raccolto più volte in una pianta in Finale degli spadici che avrebbero fatto illusione a chi si sia.

Il Pistacchio allega i suoi frutti anche senza l’aiuto del maschio: essi restano vuoti, ossia senza mandorla, ma la cocca che forma il pericarpo acquista uno sviluppo così seducente che non fa distinguere i frutti all’esterno da quelli che son fecondati e chiudono il grano. Il frutto del Canape si forma anch’esso nel fiore femineo, sebbene sia privo dell’influenza del maschio, e si lega in un granolino che è vuoto, ma che non si distingue all’esteriore da quelli che sono pieni.

È difficile il poter conoscere se succederebbe lo stesso nelle piante monoecie, perchè, per farne la prova, bisognerebbe privarle artificialmente dei maschj, i quali, circondando così da vicino le femmine, non danno luogo a simile accidente. Si osservi però che nel Castagno la riccia che forma il pericarpo del frutto è di sua natura persistente e perciò indipendente dall’influenza dell’amento. È questo sicuramente necessario per l’allegagione del seme, ossia della Castagna, e la Castagna fallisce quando la fecondazione non è perfetta; ma anche in questo caso la riccia persiste, nè si dà esempio che perisca. Si può dire lo stesso delle Noci e delle Nocciole, nelle quali il pieno è composto di spermoderma e di germe e fallisce sovente, nel mentre che il mallo persiste. L’eccezione è dunque generale per le piante diclinie, e il Carobbo, che è in questo numero deve presentare i caratteri che sono comuni alle altre. Nessuno metterà in dubbio che i suoi grani abbortiscono ogni volta che manca di maschio, ma pare certo che la siliqua allega e persiste anche senza di esso.

Resterà ad esaminarsi se la fecondazione, dando una vita al seme, faciliti lo sviluppo della siliqua che lo chiude, e possa aumentare o diminuire la sua grossezza e la sua carnosità. L’esempio del Dattero potrebbe farlo credere: esso si forma senza fecondazione e prende la più bella apparenza: però non solo ei resta privo del nocciolo, ma ancora l’inviluppo che lo avvolge e che è quello che si mangia, resta magro, cartilaginoso e senza polpa. Per ispiegare quest’anomalia basta riflettere che la siliqua della Carobba non corrisponde alla polpa del Dattero ma bensì alla sua scorza. Nel Dattero il nocciolo è quello che costituisce il germe, e la parte polposa che l’avvolge è lo spermoderma: quindi essi formano insieme il seme e debbono avere la medesima sorte. Il resto è pericarpo come la siliqua nel Carobbo, e questo persiste come in quella, e prende il suo sviluppo anche senza la fecondazione. Alcuni si sono lasciati illudere dalle differenze che si osservano fra le silique d’un Carobbo e quelle d’un altro, e hanno creduto che queste differenze fossero effetto della scarsezza e dell’abbondanza dell’azione maschile. Si osservi che se queste differenze dipendessero dalla fecondazione si troverebbero nella medesima pianta delle silique picciole e asciutte miste alle silique grosse e polpose, mentre nelle piante dioecie la fecondazione non può essere eguale in tutti i fiori specialmente quando i maschj sono pochi e lontani; ma questo non si osserva giammai. Tutte le silique della stessa pianta sono press’a poco eguali, e conservano sempre i caratteri che distinguono la varietà.

Le Carobbe che noi chiamiamo di Spagna sono sempre più grosse e più polpose delle nostrali, nel mentre che queste sono più abbondanti; e le Melars di Valenza sono costantemente più polpose delle Costelats, le quali sono sempre più lunghe. È vero che il Cupani e dopo lui il Nicosia ne descrive una varietà che fa dei frutti varj, alcuni lunghi, torti o magri ed altri brevi, molto carnosi e gustosi, ma queste differenze non sono accidentali come lo sarebbero se fossero l’effetto della fecondazione: esse sono costanti e stanno nell’indole di quella varietà, e probabilmente dipendono da un’organizzazione anormale che ha sortita dalla concezione, come la Bizzarria negli Agrumi. Se fosse altrimenti i coltivatori se ne sarebbero avveduti perchè sono cose che non isfuggono neppure all’osservazione delle persone più volgari. Così nei paesi ove si coltivano le Palme, gli abitanti, quantunque barbari, si sono avveduti della necessità del maschio per avere dei datteri eduli e polposi. I Siciliani conoscono l’importanza del maschio per la granitura del Pistacchio, e ne tengono espressamente delle piante frammiste alle femmine. Nessuno fra i pratici si è mai avveduto della necessità del maschio per avere delle Carobbe o per averle perfette.

In Liguria i Carobbi maschj sono così rari che si ignora in generale che ne esistano, ed io ho durato fatica a a trovarne: essi si incontrano solo in qualche pianta obbliata perchè nata e vivente fra gli scoglj e perchè così meschina da non invitare il coltivatore ad innestarla.

Cavanilles conviene che sono rare anche nel Valenzano: eppure in tutti questi paesi il Carobbo è fecondissimo, nè il suo prodotto fallisce mai, meno per effetto di crisi meteorologiche. È forza dunque conchiudere che la fecondazione non è di alcuna importanza per l’allegagione e per la bontà delle silique che formano il prodotto agrario del Carobbo: essa non influisce che sopra il seme, e questo non è edule, e perciò è un superfluo che si vorrebbe poter fare sparire. A prima vista questo fatto sembra in contradizione con i principj, ma se ne trova la conciliazione nella distinzione che esiste fra l’utero e il feto, ossia fra l’ovaio e il germe.

Nelle monoclinie questi due corpi sono così dipendenti fra loro che non possono esistere l’uno senza l’altro, sicchè se il seme perisce per mancanza di fecondazione, l’ovaio perisce ancor esso; ma nelle diclinie l’ovaio ha una vita propria che lo rende indipendente dalla vita del seme. È un corpo persistente che vegeta come le altre parti dell’albero, e che qualche volta invece di perire per la fallacità del seme ne trae del profitto coll’appropriarsi il nutrimento che era destinato a quello, e che, in sua mancanza, rifluisce nel suo tessuto e lo impingua.

Ci riserviamo a pubblicare il resto di questo Articolo nella Dispensa successiva, nella quale ci proponiamo di dare il Disegno del fiore maschio. I Botanici e i Fisiologi accoglieranno certamente con favore queste due Tavole, perchè vi troveranno una verità e dei particolari che non si incontrano ancora in alcuna di quelle che sono state pubblicate sino al presente.

 

capo terzo

Della coltivazione del Carobbo e della sua utilità

 

Il Carobbo gode di una vigoria di vegetazione così spontanea che è stato riguardato come un’eccezione alla legge generale che sottopone le piante al bisogno di una coltura. Quest’opinione è venuta dal vedere che nasce e frutta anche in mezzo agli scogli i più aridi, ma la facilità con cui vegeta e produce anche senza aiuto dell’arte non impedisce che non provi del vantaggio dalla coltura e non corrisponda generosamente alle cure dell’industria.

A quattro punti si riduce la sua coltivazione: seminagione, trapiantamento, sfrondatura, ed innesto.

Abbiamo già osservato che i suoi semi, quantunque durissimi, nascono facilissimamente, e che la loro germinazione si accelera facendoli macerare per alcuni giorni nell’acqua prima di porli nella terra.

Più delicato è il trapiantamento: si eseguisce in Gennaro, e, se si fa con cura prima che le piante ingrossino molto, è raro che manchi: è però difficile a riescire se si aspetta che le piante sieno adulte.

La sfrondatura è la cosa la più trascurata dai coltivatori del Carobbo. Cavanilles si lagna che nel Valenzano i contadini non puliscono mai questa pianta del vecchio, perchè, vedendo che il frutto è sempre nel legno, credono di diminuire il prodotto colla diminuzione dei rami. È questo un pregiudizio. Diradando la pianta e tenendola tutta nel vivo, i rami che rimangono compensano i rami tagliati perchè mettono più gemme e nutriscono meglio i frutti.

L’innesto è di una riescita facilissima, ma deve essere praticato in Maggio quando il travaso del sugo è nella sua pienezza. Già ho osservato che il sugo del Carobbo segue nei suoi movimenti il sistema delle piante diclinie: esse cominciano la rivoluzione della vita annuale col sugo travasato, e questo travaso precede la germogliazione, ossia la cacciata di Primavera: quindi in questo stato non si può innestare che coll’applicazione della gemma fra il libro e l’alburno. Io non sosterrò che non possa prestarsi anche all’innesto per combaciamento di corteccia con corteccia, che è quello che si pratica colle piante monoclinie in Primavera. È questo un innesto che riesce in tutte le piante purchè si eseguisca prima che il sugo si metta in movimento: in esso non si tratta che di sanare due piaghe una coll’altra. Senza l’applicazione dell’innesto (domestico) i vasi tagliati del soggetto (salvatico) si sarebbero rimarginati da se medesimi mediante la cicatrizzazione operata dalla sostanza fluida che contengono, la quale, essendo in quella stagione in un certo grado di vegetabilità, si organizza in tessuto, e rifà la parete mancante del vaso. Coll’applicazione dell’innesto, l’operazione si eseguisce più facilmente perchè la parte tolta al vaso dal taglio è supplita da quella che vi è applicata, e la sostanza fluida che tendeva ad escire in ragione della sua gravità, ritenuta nel vaso rimesso in intiero, riempie gli interstizj che restano tra le due parti e vi forma una saldatura: ma per far questo bisogna che il sugo sia in uno stato di coagolo. Ora si tratta di sapere se ciò abbia luogo mai nelle piante a vita continua come il Carobbo. Io lo credo: è vero che esse non si trovano mai in uno stato di sospensione totale di vita come le piante a foglia caduca, ma nell’inverno questa vita è così lenta che non dà luogo all’uscita violenta del sugo, solo impedimento alla saldatura dei vasi e perciò alla riescita dell’innesto. Ciò posto è evidente che il Carobbo potrebbe innestarsi anche a sugo circolante, prima del risveglio della vegetazione. È questa però una questione fisiologica poichè in agricoltura è certo che i soli innesti che gli sono proprj sono quelli che si fanno fra libro e alburno e specialmente quello a scudetto e quello a cannello. Col primo si introduce tra corteccia e legno una gemma munita di un pezzo di corteccia della forma di uno scudo. Col secondo si infila nel legno del soggetto (salvatico) un cannelletto di corteccia domestica munito di una o più gemme. Nell’uno e nell’altro è il sugo travasato che forma l’unione.

Anche l’innesto a marza può essere applicato al Carobbo, ma bisogna che si eseguisca in Maggio come quello a scudetto, e che si eseguisca nel modo che si usa cogli ulivi al secondo sugo introducendo, cioè, la linguetta inferiore della marza consistente in pura corteccia fra il libro e l’alburno del soggetto (salvatico). Ognun vede che in questo modo l’innesto a marza si riduce a quello a scudetto, ed è fondato sulli stessi principj. Esso non ne differisce che nella forma del pezzo di vegetale che serve d’innesto; e la forma degli innesti è una cosa inconcludente che ha servito ad un grande agronomo per classarli, ma che non può stabilire una classificazione naturale. Io ho già esposte con più estensione queste mie idee in una Memoria che ho presentata nel 1832, alla R. Accademia delle Scienze di Torino, e mi rimetto a quella pel loro sviluppo.

Il Carobbo non si unisce ad alcuna altra pianta. È stato detto da Palladio che piglia sul Pruno e sul Mandorlo, ma sono favole; e il Nicosia, che ne ha fatta la prova, le smentisce. Egli smentisce egualmente l’altra asserzione di Palladio il quale dice che si può moltiplicare di talea (ramo posto in terra a far radice). I suoi rami non radicano mai, nè messi in terra, nè margottati nè propaginati. L’individuo non si moltiplica che coll’innesto, siccome il seme è il solo che moltiplichi gli individui.

La rendita del Carobbo è forse la più ricca di quante ne abbia l’agricoltura Europea. Nella Liguria occidentale le piante comuni si valutano del prodotto di due cantara Genovesi di frutto, cioè di un cantaro decimale ciascuna; le più belle danno sino a dodici cantara di Carobbe. Questo prodotto non si ottiene che ogni due anni, giacchè anche il Carobbo ha un riposo: quindi il prodotto annuo delle piante più belle si può calcolare a sei cantara Genovesi, ossia a tre cantara decimali di frutto.

Il prezzo di questa derrata varia nel commercio fra le quattro e le nove lire Genovesi al cantaro, ma ponendolo al medio di lire 6 si avrà una rendita di annue lire 36, o di franchi 30, per pianta. Quello delle piante comuni sarà solo di lire 6, sul prodotto annuo di un cantaro di frutto; ma, se si farà una comune delle piante minime colle massime, esso riverrà a più del doppio.

Il Cavanilles porta il prodotto dei Carobbi del Valenzano a libbre ottocento di Carobbe per pianta. Calcolando la libbra Spagnuola a oncie 18 di Genova avremo un peso di cantara 5, e un terzo, e perciò di una metà circa delle belle piante del Genovesato. Bisogna credere però che la libbra Spagnuola sia molto più forte, mentre, non si saprebbe come spiegare una differenza tanto svantaggiosa per un paese così fertile come il Regno di Valenza. Essa mi sembra improbabile, tanto più che trovo che in Sicilia il prodotto di quest’albero supera di molto quello delle piante della Costa Ligustica. Il Giornale Napoletano l’Omnibus, 2 Novembre 1833, dice che nelle colline di Peschici e di Rodi si incontrano assai frequenti gli alberi che producono 50 tomoli di Carobbe.

Il tomolo di Sicilia è una misura di capacità che, ragguagliata alla mina di Genova, sta a questa come 46 a 100; ma bisogna riflettere che la forma delle Carobbe è tale che non si può ottenere in una medesima capacità il medesimo peso che si ottiene col grano, colla melica e cogli altri generi di forma rotonda e minuta.

I pratici mi assicurano che una mina di Carobbe non pesa che da 5 a 6 rubbi; e siccome 50 tomoli corrispondono in misura di capacità a mine 23 di Genova, ossia a rubbi 138 (cantara 23) di Genova, così bisogna conchiudere che il prodotto dei Carobbi delle colline di Peschici e di Rodi, montante a tomoli 50, per pianta, sarà del peso di 25 cantara Genovesi, ossia di dodici circa cantara decimali, e perciò quasi il doppio di quello delle piante più grosse della Costa Ligustica.

Io non entrerò in esami più minuti su questi ragguagli, ma osserverò che, preso per base il prodotto dei Carobbi del Genovesato, ne viene per conseguenza che non si conosce in Europa pianta alcuna che dia un prodotto eguale al Carobbo.

Nessuno certamente vi metterà in confronto l’Ulivo. Se si stabilisce il calcolo sopra le piante comuni anche nei paesi ove si coltiva l’Ulivo Gentile, si troverà che non giungono a dare più di un ottavo di barile d’olio ciascuna, e questo ogni tre anni. Si avrà quindi un prodotto medio di annui franchi 2.50 per pianta, calcolato l’olio a lire 60 il barile. Le piante di un barile sono rare, e quelle di due e di tre sono fenomeni che non possono servire di base per il ragguaglio di una coltivazione. Si aggiunga a questo che l’Ulivo esige un terreno ubertoso, una coltivazione dispendiosissima, e delle fabbriche per l’estrazione dell’olio, e si aggiunga ancora che è molto più fallace del Carobbo, perchè non solo è soggetto ai freddi come quello, ma è soggetto ancora più ai calori del Giugno, i quali sovente portano via la più bella fioritura.

L’Arancio e il Limone sembrano presentare una concorrenza più vantaggiosa, ma quanti inconvenienti non vanno uniti al loro ricco prodotto? Essi esigono un terreno da giardino e dell’acqua in abbondanza; esigono un clima dolcissimo, e sono soggetti a gelare anche nei paesi i più meridionali.

Il Carobbo invece prospera nei luoghi i più ingrati e senza coltura, e quantunque sensibile al freddo, lo è però molto meno degli agrumi. Si aggiunga a questo che il prodotto degli agrumi non può aspettare la vendita al di là di un certo tempo, e già sono alcuni anni che la incontra difficile, nel mentre che le Carobbe possono conservarsi in magazzino e aspettar l’occasione dello smercio il quale dal più al meno non può mancare.

Questi vantaggi non sono sfuggiti all’attenzione degli Agricoltori di molti paesi e specialmente degli abitanti del Regno di Valenza in Ispagna e di diversi luoghi del Regno di Napoli e della Sicilia: ma non sono stati ancora valutati in tutte le località suscettibili di tale coltura.

La maggior parte della costa dell’Italia Meridionale da Nizza sino a Napoli potrebbe coltivare il Carobbo. Ne abbiamo un esempio nelle Carobbiere che esistono in molti punti del contado di Nizza e della Liguria occidentale. Ivi ei nasce spontaneo in mezzo agli scogli nelle località riscaldate dall’aria marina e riparate dalle montagne. Nessuno ne semina perchè nessuno ne ha mai seminato, tale essendo la rotina degli Agricoltori in quasi tutti i paesi; ma quando ne nascono ognuno ne prende cura e gli tien cari più degli ulivi in mezzo ai quali si incontrano spessissimo. Si innestano perchè si è osservato che le piante di grana (così sono chiamate le piante spontanee) fruttano poco, e per lo più danno delle silique picciole o poco carnose, ma si innestano sul luogo ove nascono come si fa in Sicilia coi Terebinti sui quali si innesta il Pistacchio.

Si dice che i Carobbi amano i luoghi secchi e gli scogli perchè vegetano anche fra le roccie e gettano le radici nelle fessure dei luoghi sassosi; ma io ne ho seminato in terreno di giardino e gli coltivo fra le Viti e gli Ulivi come nel Valenzano e vedo che vi prosperano e crescono molto di più che nei luoghi incolti. Questo fatto è d’accordo con ciò che ne dice Palladio il quale confessa che nei luoghi secchi si aumenta la loro fecondità coll’adacquarlo.

Io non so se questa coltura abbia sempre presentato i vantaggi che ha in questo momento. Forse i nostri antichi avevano nell’alto prezzo del vino, dell’olio, e degli agrumi un contrapposto più vantaggioso; ma al presente le cose sono cangiate. I prodotti che facevano la ricchezza della costa Italiana sul Mediterraneo sono inviliti come il vino e gli agrumi, o sono di un prodotto fallacissimo come l’olio. Il Carobbo invece è sempre di un prodotto sicuro e si sostiene a dei prezzi discreti. Non vi è derrata che convegna più di questa pel nutrimento dei muli e dei cavalli: essa gli ingrassa e li rinfresca, e costa meno delle fave e della biada, che ingrassa e riscalda. Anche le bestie bovine si trovano bene del nutrimento delle Carobbe; e in paesi ove non vi sono prati qualunque supplemento merita di essere apprezzato. Se si riescisse ad averne una grande abbondanza potrebbero servire per l’ingrasso dei maiali come l’usano in Siria, e supplire alla ghianda divenuta omai molto scarsa, o alle castagne che sono più care. Sin ora io vedo che i prodotti che servono al nutrimento del Bestiame sono quelli che si sostengono di più perchè il Bestiame è ancora il solo articolo che non rigurgita, e perchè i suoi usi sono tanti e così utili all’uomo che è difficile che vi sia del superfluo.

Il solo inconveniente che presenta il Carobbo sta nella sua suscettibilità di patire i geli. Siccome la sua vita vegetale non cessa mai, e che si trova in fruttificazione appunto nel cuore dell’inverno, così il gelo offende sovente le picciole silique appena allegate, e qualche volta offende anche la pianta: io non ricordo di aver veduto questo fenomeno. Si dice che le piante abbiano sofferto assai nel gelo del 1789 e in quello del 1792. Il primo è stato uno dei geli i più forti di cui si abbia memoria, e ha fatti dei guasti in tutta l’Europa: i Limoni e gli Aranci soffrirono molto anche in Sicilia: in Liguria furono tutti scapezzati, e molti recisi a fior di terra: non sarebbe strano che anche i Carobbi ne avessero risentito. Al dire di Cavanilles gelarono in quell’anno nel Regno di Valenza ove il clima è più dolce che nella Liguria.

Il gelo del 1792 fu meno forte e più breve non essendo durato che poche ore, ma i suoi danni si estesero a molte piante che vi sono meno sensibili degli Agrumi, e fra queste agli Ulivi, i quali creparono in quantità specialmente nei rami e nei tronchi giovani. Qual meraviglia se ne avessero risentito anche i Carobbi? Essi dovevano trovarsi appunto nelle stesse circostanze degli Ulivi. Il gelo ebbe luogo il 17 di Febbraro, e perciò in una stagione in cui nei paesi meridionali la vegetazione è nel suo risveglio. Fu preceduto da un inverno dolcissimo il quale l’aveva anticipata, e perciò le piante si trovarono nella situazione in cui sono ordinariamente sulla fine di Marzo.

In questo stato di cose l’Ulivo e il Carobbo dovevano risentirsi dell’azione del gelo come i Limoni, perchè si trovavano per un effetto della straordinarietà della stagione nello stesso stato di vegetazione in cui il Limone è permanentemente.

Io mi ricordo di quel gelo e ne rammento le particolarità in ciò che riguarda gli Agrumi e gli Ulivi, ma in quanto ai Carobbi io non ne faceva caso in quel tempo: quindi non posso indicare se fossero recisi al piede o se fossero solo scapezzati, o se resistessero. I vecchi mi dicono che ve ne furono degli uni e degli altri.

Essi hanno resistito ai geli del 1813, 1820 e 1830. In quello del 1820, succeduto in Gennaro il Termometro di Reaumur scese a gradi 5 sotto zero, in quello del 1830 scese a gradi 3 ¾. Quello del 1820 preceduto da un inverno dolcissimo durò alcuni giorni. Quello del 1830 succeduto il 3 di Febbraro fu preceduto da un inverno lungo e rigorosissimo e non durò che poche ore.

Non trovo memoria della sorte dei Carobbi nel gelo del 1809, ma certamente dovettero soccombere anch’essi in quel gelo di distruzion generale. Pare che abbiano sofferto pure nel gelo del 1677. Ne abbiamo un testimonio in un’opera ascetica di un certo Padre Antero stampata in Genova, nella quale dopo di aver parlato dei flagelli mandati dalla Divina Giustizia, deplora quello del gelo che aveva distrutte in quell’anno sulla costa Ligustica tutte le piante di Agrumi e di Carobbi (3).

Tutte queste crisi avranno fatto gemere per alcuni anni i coltivatori di queste piante, ma la loro coltura non fu perciò abbandonata. Esse rigettarono dalle radici o rimisero dai rami mozzati, come fecero gli Ulivi e gli Agrumi, e noi le vediamo tuttora coronare l’industria di coloro che le curano ed arricchire i paesi ove si coltivano.

L’Asia è la patria di quasi tutte le piante fruttifere che coltiva l’Europa, e lo è del Carobbo. Pare che la Siria sia il suo luogo di origine: ei vi si trova spontaneo, e le montagne della Palestina ne sono coperte. Il Vangelo dice che il Figlio prodigo cercava le Silique che servivano di pasto ai porci per sfamarsi. L’Egitto, la Barberia, la Grecia, e le Isole dell’Arcipelago ne hanno in quantità, e ai tempi di Plinio era comune in Rodi e nell’Jonia.

È difficile il determinare l’epoca del suo passaggio nelle Spagne e in Italia. Non ne troviamo menzione in Catone e in Varrone, e si può mettere in dubbio se fosse conosciuto da Columella perchè i caratteri coi quali descrive la Siliqua non combinano abbastanza con quelli delle Carobbe.

Plinio è il primo che le descrive in maniera da non lasciar dubbio sulla loro identità, ma non ne parla come una pianta Italiana. Ecco le sue parole: “Haud procul abesse videantur (de Castaneis) et praedulces Siliquae, nisi quod in iis cortex ipse manditur. Digitorum hominis longitudo illis, et interim falcata, pollicari latitudine. Lib. XV. Cap. 24”.

Palladio ne parla più a lungo e tratta della sua coltura. Quindi si deve credere che ai suoi tempi ei fosse già conosciuto nel Regno di Napoli, in Sicilia e forse in Sardegna. Ora si trova in quantità nel Regno di Valenza in Ispagna, e vi è coltivato alternativamente cogli Ulivi (4). Io non ne ho veduto in Linguadoca e in Provenza, ma è probabile che vi sia egualmente. I primi Carobbi che s’incontrino in Italia si trovano nel contado di Nizza. Ve ne sono molti lungo la Costa occidentale della Liguria, e specialmente in Alassio e a Verezzi presso Finale. La Toscana interna ne ha o pochissimi o nessuno perchè non reggono al clima. Se ne vedono invece molti nella Toscana meridionale e specialmente nello stato de’ Presidj, ove hanno resistito al gelo del 1789, il quale gli ha distrutti nel resto del Granducato. Il Mattioli dice che sono abbondanti nel Regno di Napoli, e specialmente nell’Apulia e nella Campania lungo la via Appia ove i contadini le chiamano Salequa. La Sicilia ne è piena e vi sono considerati come un ramo di ricchezza agraria.

Da per tutto il Carobbo è fecondissimo, e si vedono spesso nei suoi rami i nuovi fiori sbucciare a canto dei frutti maturi: ma ciò che si chiama l’annata non viene che ogni due anni. Quando questa si spiega, le Silique pendono a grossi mazzi dai nodi dei rami vecchi, e gli cuoprono in modo che sorprende chiunque.

Il raccolto si fa sul finire di Agosto o nel Settembre, e non esige altro lavoro che quello di staccar le Carobbe e porle nei sacchi. Esse poi portate nei granai o nei magazzini, si pongono a disseccare, nè se ne fa uso che due a tre mesi dopo il raccolto. Se si danno fresche agli animali cagionano delle coliche che spesso sono mortali. Quando sono ben stagionate, si possono mangiare anche dagli uomini, e i fanciulli le appetiscono assai perchè sono dolci e pastose. Ciò s’intende delle varietà fine, mentre ve ne sono di quelle asciutte che non hanno miele come le sonagline della Liguria e la maggior parte delle spontanee che nascono fra noi, e che chiamiamo di grana, cioè a dire di seme.

La Medicina usa le Carobbe come rinfrescanti, e le fa entrare nelle infusioni pettorali. Gli Egiziani, secondo Prospero Alpino ne estraggono un miele che serve di zucchero agli Arabi col quale candiscono i Mirabolani, i Tamarindi e altri frutti. Se ne servono pure per i clisteri e fa lo stesso effetto della Cassia siccome lo ha verificato il Bauchino. Anticamente se ne faceva una specie di vino o liquore fermentato che era di molto uso in Siria ed in Egitto.

I Greci antichi hanno dato a questo frutto il nome di Ceration (Keratia) da ceros (corno) perchè è curvo come i corni: i Latini lo hanno chiamato Siliqua perchè somiglia alle Silique delle Leguminose: gli Arabi lo chiamarono col nome di Charnub, ed è probabilmente da questo che ne sono venuti i nomi di Carobbo presso gli Italiani, di Carouges presso i Francesi, e di Alcarobas presso gli Spagnoli. Non saprei indovinare l’etimologia del nome Tedesco S. Soans brot, e molto meno quello dei Greci moderni i quali lo chiamano Xylocerata.

Il ramo dei fiori maschj rappresentato nella tavola che accompagna questa seconda Parte dell’articolo del Carobbo è stato colto presso Finale nel principio del Dicembre scorso in una pianta spontanea vivente nelle fessure degli scogli di Verezzi. Erano già molti mesi che era in fiore, e ha continuato in tale stato sino alla fine di Marzo. Ecco da dove nascono le differenze degli Autori sopra l’epoca della fioritura del Carobbo. Chi la fissa all’Autunno, chi nell’Inverno, chi nella Primavera. Tutti hanno ragione perchè nel maschio i fiori durano dall’Agosto all’Aprile. Nella femmina essi sortono dall’Agosto al Settembre, ma restano tutto l’Inverno in una specie di inazione, e in istato di ricevere la fecondazione. È una disposizione singolare ma che non è strana per un organo, il quale contiene in se stesso le mollecole di concezione che aspettano il polline per combinarsi. Il maschio invece le deve emettere; e la fovilla che sviluppa non può restare inoperosa senza perdersi. Quindi il fiore femmineo sta in istato di polluzione tutto l’Inverno; e il fiore maschio sviluppa le sue antere a poco a poco e le matura gradatamente, e provvede così ad una quantità incredibile di femmine, e a lontananze grandissime.

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testo trascritto da Piero Belletti (Torino)

 

(1) Linneo lo pone nelle Poligamie Trioecie come il Fico. Io ho già dimostrato nel mio Trattato sul Fico, che la poligamia di questa pianta non è che un’illusione. Credo che si possa dire lo stesso del Carobbo.

 (2) Nei viaggi del sig. Federico Cuilliaud a Meroè, al fiume bianco, agli Oasis nell’ovest dell’Egitto ec. dal 1819 al 1822 si legge che nell’Oasis chiamato Sovah vi si trovano cinque specie di datteri, una delle quali è senza nocciolo. Questo fatto è confermato dal Sig. Desfontaine, il quale gli ha trovati ancora nel Biledulgerid. Le piante che presentano questo mulismo si moltiplicano col mezzo di polloni che si sviluppano nell’ascella delle foglie, e più specialmente a fior di terra.

 (3) A prima vista nel leggere le lamentazioni del Padre Antero mi sono trovato imbarazzato a spiegare le parole colle quali indica il gelo dei Carobbi perchè non sono esatte. Ma dopo di aver ben esaminato tutto il passo di quest’Autore riguardante quel gelo, e aver riflettuto sulle circostanze delle località di cui parla, mi sono convinto che il nome di cui si serve è bensì storpiato o per isbaglio dell’Autore o per errore di stampa, ma che non è applicabile ad altra pianta fuorchè al Carobbo. Ecco le sue parole:

Hoc scribens lugere itidem jure possum ego, quia in tota Liguriae ora maritima … hoc anno Redemptionis humanæ 1677 Januarj mense quando arbores Citriæ atque Massilicæ quæ utique pomariorum nostrorum pulcrior, jucundior, ditiorque pars censetur, veluti quæ numquam uberrima fecunditate carent quamobrem per universas Europæ Regiones asportantur a frigoris vehementia ita obriguerunt, ut non solum fructus omnes horribiliter decocti apareant sed ipsæ quoque arbores massilicæ potissimum magna ex parte exsiccatæ perierint … Auri Gemmarunque mistica Fodina … Opus omnigena eruditione … a P. Antero M. de S. Bonaventura Genuensi Ord. Discalceatorum … Elaboratum. Genuæ 1677. pag. 391.

In questo passo il P. Antero deplora il gelo delle Citreae e delle Massiliceae, e dice che sono due piante che formano la ricchezza e l’ornamento dei Pomarj della Riviera di Genova, ove non mancano mai di fecondità. Ora queste qualità si trovano unite negli Agrumi che sono le Citreae, ma non si possono applicare nè all’Ulivo, il quale è tutt’altro che continuamente fecondo nè ad altra pianta conosciuta fra noi e soggetta al gelo.

Il Carobbo è il solo a cui convengono tali caratteri. La sua fecondità è costante, e la bellezza del suo fogliame sempre verde lo rende, come gli Agrumi, l’ornamento delle nostre campagne. Quindi è la sola pianta fra quelle che coltiviamo a cui possa convenir questa descrizione.

A tutte queste osservazioni si aggiunga il materiale del nome medesimo, e si vedrà che Massiliceae altro non è che uno storpiamento di Siliquae che è il nome latino della nostra pianta.

 (4) Vedi Ant. Iosephi Cavanilles Icones et descriptiones plantarum quae, aut sponte in Hispania crescunt, aut in hortis hospitantur. Matriti. Ex Regia Typographia, eas operas dirigente Lazaro Gayguer, 1793.