CAROBBO
Ceratonia, foliis alternis pinnatis
quinquejugis, foliolis ovatis, floribus racemosis in vetustis ramis locatis,
aliis masculis, aliis foemineis, aliis per abortum androgenis, calice brevi
quinquedentato patenti, corolla deficiente, staminibus quinis subulatis patentibus,
in calicis denticulis insertis, antheris incumbentibus bilocularibus, Germine
supero arcuato lineare tomentoso, stylo vix ullo, stigmate peltato bilobo,
fructu siliqueforma, compresso, intus carnoso, multiloculari, mellifluo; semine
solitario duro nitido compresso ovato. Vulgo, Carobba.
Siliqua edulis. C. B. Pin. 402. Siliquae
arbor sive Ceratia. I. B. 1, 413. Ceratonia,
Dod. Pempt. 787. Tournef. 578.
Siliqua edulis fructu vario,
Ceratia arbor. Siliqua varia longa, una tortuosa et macri, brevi alia multum
carnosa multumque sapida. Cup. Hort. Cathol. Tournef. 578.
Siliqua edulis fructu breviori.
Ceratonia multorum minus longa minusque crassa acinosior. Cup. Hort. Cathol.
Siliqua non edulis. Ceratia arbor
sylvestris, extenuata atque ineduli siliqua. Cup. Hort. Cathol. Tournef. 578.
Caroubier à siliques. Ceratonia
siliqua, Lin. Ceratonia.
Dod. Pempt. 787. Ceratia siliqua. Lob. Ic. 2, p. 104. Siliqua
edulis. Bauh. Pin. 400. Tournef. 578. Duham. Arb. 2, p. 261, t. 69. Siliqua
arbor f. Ceratia. J. B. 1, 403. Raj. Hist. 1718, vulgairement Caroubier ou
Careuge.
Il Carobbo
è una delle più singolari, delle più utili e delle meno conosciute fra le
piante coltivate in Europa, e forma per l’Italia un ramo importantissimo di
ricchezza agraria. Non sarà dunque fuor di ragione l’accordargli un posto fra
gli alberi fruttiferi della Penisola.
Quantunque i suoi frutti non sieno fatti per le
mense nè servino di alimento all’uomo, non lasciano d’essere frutti, e il ricco
prodotto che danno, supplisce alla mancanza di gentilezza e di gusto. Questo
motivo può giustificare bastantemente l’articolo che gli consacriamo.
capo primo
Della vita vegetale del
Carobbo, e de’ suoi fenomeni
Tutto in natura viene dal seme: quello del Carobbo
posto in terra in Primavera germina in pochi giorni, e più presto se si tiene
prima per qualche tempo ad ammollire nell’acqua. La sua germinazione è ipogea.
I cotiledoni si aprono in due fogliette che persistono, e in mezzo alle quali
sorge un germoglietto rossiccio contenente una gemma, che è il rudimento della
pianta futura. In ciò ei segue l’economia delle altre piante a foglia composta,
le quali cominciano sempre ad aprirsi in due foglie semplici, e non ispiegano
il carattere che loro è proprio che in quelle che le seguono. La sua crescenza
è lenta, ma se vivono in buon terreno non lo è tanto quanto si crede. Io ho
avute alcune piante le quali in sei anni hanno acquistata l’altezza di sei
metri, e la grossezza di un manico di zappa, e ciò perchè si trovavano in un
terreno fertilissimo. La natura delle località dove vivono le piante influisce
ancora sopra l’epoca della pubertà, ma nello stato di vegetazione regolare il
Carobbo è pubere fra i dieci a dodici anni.
I nostri agricoltori pretendono che l’innesto
concorra ad aumentare lo sviluppo dei rami: essi si fondano sull’esempio di
alcune poche piante lasciate senz’innesto e rimaste assai picciole. Io ho
osservato che queste sono tutte individui maschj: ed ai maschj si dà il nome di
salvatici. Può darsi che il maschio spontaneo ingrandisca poco: quanto
alle femmine non innestate posso assicurare che vengono più grandi delle domestiche.
In tutto il tempo che precede la pubertà la pianta
non svolge che delle gemme ramifere, e la loro uscita ha luogo in Primavera.
Non è così per i suoi fiori: quando la pianta comincia a produrne, essi
sbucciano sul principiar dell’Autunno, e, meno il primo anno, nascono sempre a
lato dei frutti maturi o della cicatrice da essi lasciata. È questo un fenomeno
che si lega ad un insieme di economia vegetale di una natura singolare e
diversa da quella delle altre piante: ecco ciò che ho osservato.
Il Carobbo è in istato di vita per tutto
l’anno come l’Arancio, ma nella Primavera questa vita riceve un impulso
straordinario che aumenta il movimento del sugo e determina la germogliazione.
Nell’Arancio, come nelle altre piante monoclinie, questo sugo comincia
per discendere direttamente dai rami alle radici e rimonta quasi subito ai rami
per svolgere le gemme, nè si travasa fra il libro e l’alburno che dopo di avere
sviluppata la testa dell’albero e compita l’allegagione dei fiori. Nel Carobbo
ei segue un sistema contrario. Il primo movimento comincia anche in esso
nel sugo che circola entro dei vasi, e comincia con un aumento di fluido, e con
un acceleramento nella circolazione, ma lo sviluppo delle gemme non si opera
che a sugo travasato. Il mese di Maggio è l’epoca di questo travaso, ed
avviene allora che il Carobbo mette i nuovi germogli e comincia il suo corso di
vita annuale. È questo il sistema di tutte le piante diclinie, e perciò
in questa classe di piante si fa luogo agli innesti a sugo travasato,
come sono quelli a cannello, e quelli a gemma o a scudetto
prima del risveglio della vita annuale, nel mentre che nelle piante monoclinie
essi non si possono eseguire che col secondo sugo dopo l’intero sviluppo
della vegetazione. Le gemme che svolge questo primo sugo sono tutte foglifere
e situate tutte nell’ascella delle foglie, meno le gemme avventizie che
uno squilibrio di vegetazione determina eventualmente sul legno e che producono
i così detti rami succhioni.
Le gemme di Primavera si distendono lungo la
State, e si suddividono qualche volta in molte diramazioni che rinnovano la
testa dell’albero e portano nei nodi e foglie e gemme, ma nessuna di queste si
apre in fiori, nè subito formata come succede nelle piante a fiorazione
immediata (la Vite), nè alla Primavera seguente come ha luogo nelle piante a
fiorazione successiva (il Pero ec.). Esse restano dormenti per il corso di
diciotto mesi alimentate dalle foglie che vi sono a lato e maturate da due giri
di sugo. In questo tempo si fa luogo alla nuova cacciata che prolunga ancora i
rami, e che, togliendo il nutrimento alle foglie della cacciata antecedente, ne
provoca la caduta, la quale succede a poco a poco lungo la State quasi
senz’essere avvertita. Soltanto dopo aver perdute queste tutrici da cui erano
allattate le gemme fiorifere diventano feconde e tendono a svilupparsi.
Esse si trovano in questo stato appunto al momento in cui cessa il
distendimento della cacciata di Primavera, e in cui il frutto maturo cessa di
assorbire i sughi già condensati dell’albero: è questo il mese di Agosto.
Ricche allora di tutti questi sughi esse si aprono in fiori, i quali sortono in
quei nodi ancora novelli in numero di uno o due per nodo. La loro allegagione è
lenta, e più lenta ancora la crescenza dei frutti: essi restano quasi
stazionarj per tutto l’Inverno, e non prendono un movimento di vita che
nell’Aprile: i calori della State gli spingono con rapidità, e si trovano nella
maturità sull’avvicinar dell’Autunno. E qui comincia l’economia più singolare
della vegetazione del Carobbo.
Nel mentre che il frutto nato sul nudo cresce
e si perfeziona si vanno sviluppando al suo lato delle nuove gemme fiorifere
che sembrano prodotte dalle antiche, come i bulbilli nelle piante bulbose.
Appena il frutto è maturo esse si aprono accanto a lui e si distendono in
fiori, i quali ripetono il corso dei primi, e fanno luogo alla nascita di
un’altra generazione di gemme che si schiudono ogni anno le une dalle altre, e
sempre sul medesimo nodo. Con questo sistema ogni nodo continua a produrre gemme
fiorifere per un lunghissimo corso di anni; e la loro continua emissione va
formando una specie di tubercolo che ingrossa ogni anno e cuopre i rami nudi in
tutta la loro lunghezza. Così i due sistemi della germogliazione e della
fiorazione si presentano intieramente divisi. Tutta la testa dell’albero
è composta di messe a foglia sempre verde che gli danno un aspetto ridente in
tutte le stagioni, ma che non presentano fiori, e la parte nuda dei rami è
coperta nella loro lunghezza di una quantità di tubercoli alterni, sui quali si
vedono continuamente o fiori o frutti, ma che sono privi di foglie. In questo
modo il sistema fiorifero è stabile, e soltanto aumenta ogni anno di un
nuovo ordine di gemme sul ritiro del sistema foglifero, nel mentre che
questo si rinnova in ogni cacciata, e in proporzione che si veste di nuovi
germoglj abbandona le foglie della cacciata antecedente, la quale entra in tale
maniera nel sistema della fiorazione. Ambedue però si trovano
continuamente in azione: la testa dell’albero non manca mai di foglie, perchè
non le abbandona che dopo che si è rivestita di una nuova cacciata, e i rami
non restano mai senza prodotto, perchè i fiori si succedono ai frutti
senz’interruzione, e vi nascono accanto. Io non so se esista un’altra pianta in
natura che offra tali fenomeni.
Il Giuggiolo è il solo che ne presenti una parte,
mentre anche in lui il sistema fiorifero è fissato, e si ripete
continuamente nei medesimi nodi, e vi forma egualmente una specie di tubercoli
mediante la riproduzione continua di gemme che si addossano le une sopra le
altre e vi si uniscono in gruppetti. Ma i fiori del Giuggiolo non solo nascono
nei tubercoletti che si formano colle gemme sui nodi delle vegetazioni
antecedenti, ma sbucciano ancora sulle gemme della cacciata novella e cuoprono
così tutta la pianta: oltre di ciò, essendo essi portati da una specie di
foglia, le due cacciate si confondono insieme, e la fiorazione e la fogliazione
si trovano riunite.
Si aggiunga a queste due differenze una terza, ed
è che nel Giuggiolo la fiorazione è contemporanea alla fogliazione,
e che cessano ambedue nell’Inverno coll’abbandono dei frutti e delle foglie e
coll’arresto della vegetazione, nel mentre che nel Carobbo la fogliazione
si sviluppa in Primavera, e la fiorazione in Autunno; e l’una e l’altra
si rinnovano senza interruzione, sicchè le nuove foglie si distendono senza
scacciare le antiche, e i fiori sbucciano e si aprono prima che sieno caduti i
frutti che gli hanno preceduti.
capo secondo
Caratteri botanici e
fisiologici del Carobbo
Il Carobbo è dioecio (1): i Naturalisti lo
considerano come poligamo, e pare che esistano infatti degli individui nei
quali si spiegano dei fiori feminei in mezzo ai fiori maschj, o piuttosto dei
fiori che riuniscono i due sessi: ma questi fiori feminei, sebbene godano di
una tal quale allegagione, non abboniscono mai. Essi si aprono in una siliqua
sottile, torta, senza polpa e senza semi che marcisce sulla pianta.
Nella costa della Liguria io ne ho veduti diversi.
Vi ricevono il nome di Cornette, e sono rigettati come piante salvatiche.
Sono maschj, i quali in mezzo ai fiori polliniferi che loro sono proprj,
portano dei fiori che hanno nel centro del disco che gli serve di calice un
pistillo che si sviluppa, ma che non è perfetto. È un fenomeno che si osserva
anche più deciso negli individui feminei, mentre in questi la maggior parte dei
fiori pisilliferi portano intorno al disco su cui sorge il pistillo dei
rudimenti di stami consistenti in un’antera abbortita. La sola differenza che
distingue questi due casi si è, che le false antere periscono, perchè in qualità
di antere sono caduche anche quando sono perfette, e che invece i falsi
pistilli persistono, perchè nelle diclinie è della natura del pistillo
di vivere anche quando non è fecondato. Del resto è noto che tutte le piante dioiche
offrono qualche aberrazione dal carattere della loro classe, sviluppandosi
spesso dei fiori maschj negli individui feminei, e viceversa, siccome si
osserva nel Canape, nel Gelso, e nel Pistacchio; nè sarebbe strano che il Carobbo
presentasse un’eguale annomalia.
Due sono i fiori nel Carobbo, perchè ogni
sesso ha il suo, ma l’apparato che circonda le parti sessuali è in ambedue lo
stesso. Esso consiste in un disco carnoso, che fa le funzioni di calice, e che
porta gli stami nel maschio, e il pistillo nella femmina. In ambi i sessi è
senza corolla; ma nei maschj è circondato da cinque stami inserti nei denti
delle cinque incavature che ne tagliano il giro e composti di un filamento
quattro volte più lungo del calice e di un’antera biloculare che si apre in
polline. Nella femmina il calice è sormontato da un pistillo arcato, lineare,
tomentoso, quasi senza stilo, e finito da uno stigma bilobo e peltato. Nei
maschj il centro del disco è nudo, ma presenta una specie di incavatura che
sembra la cicatrice di un’articolazione disciolta, e che si annunzia per
l’inserzione di un pistillo abbortito. Nelle femmine il suo contorno è diviso
come nei maschj in cinque incavature dalle quali sortono cinque corpi bruni,
sottili, corti, lanceolati, sessili, incarcerati nei denti del calice e che si annunziano
per rudimenti di stami. Nel maschio i fiori sono disposti intorno ad un asse
corto e lineare, e prendono la forma di un amento breve ovoidale,
colorito di un rosso vivissimo, il quale si volge in giallo dopo l’emissione
del polline. Nella femmina sono portati da un asse lineare sei volte più lungo
di quello del maschio, il quale prende la forma di un grappolo semplice, e che
è sempre di un colore pallido e bianchiccio. Nell’uno e nell’altro i fiori si
spiegano lentamente e prolungano la loro vita per molti mesi, circostanza che
favorisce la fecondazione. In questo tempo essi esalano un odore di sperma
acutissimo, che si fa sentir da lontano e che è disaggradevole.
Il Fiore del Carobbo non varia col variare
degli individui, ossia di quei gruppi diversi di piante che conosciamo sotto il
nome di varietà, ma i frutti che allega presentano tutte quelle
differenze di lineamenti e di forme che costituiscono le fisonomie vegetali, e
che ne determinano la conservazione col mezzo della coltura. Secondo i diversi
accidenti o le diverse complicazioni della concezione i semi del Carobbo danno
delle piante a frutto diverso. Tutte le Carobbe consistono in una
siliqua oblonga, fibrosa, e ritorta, contenente dei semi duri, elittici, e
compressi, destinati alla riproduzione. Ma questa siliqua varia in grossezza,
in consistenza, in quantità e in qualità di polpa e in altri accidenti. La
maggior parte di quelle che nascono ordinariamente, portano una siliqua
sottile, legnosa e piena di semi. Quelle che hanno sortita dalla nascita una
fisonomia straordinaria, e che per questa sono state conservate coll’innesto,
danno una siliqua grossa, carnosa ed edule, e ve ne sono alcune nelle quali la
polpa si fonde in un miele abbondante e dolcissimo. È probabile che ne esistano
delle sterili, cioè a dire che non portano grani, e in esse la siliqua deve
avere in compenso un volume maggiore e una maggiore polposità. Tutte queste
varietà sono figlie del seme, e dipendono dai diversi accidenti della
concezione. Le più comuni sono semplici fisonomie, le più singolari sono
mostri. Nai paesi ove questa pianta nasce spontanea e non è limitata
dalla coltura se ne incontrano di tutte le forme, e ogni individuo ha la sua.
Ma dove il Carobbo forma un ramo di ricchezza agraria l’innesto
distrugge la maggior parte delle varietà normali e conserva le mostruose.
Così nel regno di Valenza, secondo le osservazioni
dell’illustre Cavanilles, se ne coltivano di tre qualità distinte coi nomi di Melars,
Lindars, e Costelats. I Lindars e i Costelats hanno
le foglie più grandi e le silique della lunghezza di un piede, ma sono poco
carnose ed asciutte. I Melars hanno le foglie più corte egualmente che
le silique, ma queste sono più polpose e piene di un miele dolcissimo, ed è
appunto per l’abbondanza del miele che si chiamano Melars, mentre ne
hanno tanto che stilla qualche volta spontaneo e va sino a terra.
In Sicilia se ne conoscono quattro varietà: la
prima lunga e grossa, la seconda più corta, meno grossa e dentro più piena di
granelli, la terza con frutti varj, alcuni lunghi, torti e magri, ed altri
brevi molto carnosi e gustosi, la quarta con frutto magro e di mal gusto. Così
le descrive il Nicosia, e sembrano le stesse descritte dal Cupani nell’Orto
Catolico, e riportate dal Tournefort nelle sue Instituzioni.
In Liguria ne coltiviamo di tre sorta, cioè la Carobba
di Spagna, la Carobba nostrale, e la Sonaglina. La prima fa
la siliqua grossa e carnosa, la seconda la fa più magra, ma ne produce in
maggior quantità. La terza fa una siliqua così asciutta, che i semi vi suonano
dentro quando si scuote. Chi sa quante se ne coltiveranno nelle Isole Greche,
in Egitto e nella Siria? In quei paesi, ove l’innesto non le sopprime
nell’infanzia, ne devono sortire anche delle mule. Io non ho potuto
avere sotto gli occhi la famosa varietà che si coltiva nel Valenzano sotto il
nome di Melars. Forse se si esaminasse si troverebbe che manca di semi.
La carnosità della sua polpa e l’abbondanza di miele che la caratterizza lo
fanno congetturare con fondamento.
Non vi è dubbio che anche il Carobbo deve
avere i suoi muli. Essi si trovano in tutte le piante, e gli incontriamo
più o meno frequenti nella coltura in proporzione che questa qualità li rende
più utili perchè l’utilità è quella che li fa ricercare e determina la loro
conservazione.
La Palma stessa (Phenix Datilifera. Lin.) ha i
suoi, e sappiamo che ne esiste una varietà in cui i datteri sono più polposi
dei comuni e mancano affatto del seme (2). Essa si moltiplica col mezzo di
certe gemme che nascono fra le foglie come nelle dicotiledoni, e si spiegano in
polloni, i quali posti in terra radicano e sorgono in Palme. È questo
un’anomalia per una pianta monocotiledone, giacchè è nella natura di questa
classe di piante di non avere che la sola gemma terminale; ma bisogna
riflettere che nel mulismo le piante che lo spiegano, provenendo da una
concezione anormale, non sono che un guazzabuglio di organizzazione, e si
distaccano perciò qualche volta anche dai caratteri che sono proprj alla
specie.
I Naturalisti sostengono che l’allegagione, e
perciò l’abbondanza, e la perfezione delle silique nei Carobbi dipenda
dall’influenza delle piante maschie; e il Cavanilles dice positivamente che per
ottenere molto frutto bisogna innestare un ramo maschio in ogni pianta feminea.
Io sottopongo all’esame dei Naturalisti alcune osservazioni su questo punto.
È riconosciuto che nelle piante monoclinie l’ovaio
che non è fecondato perisce e cade, e che perciò senza fecondazione non vi è
allegagione. Ciò è visibile nel Pero, nel Pesco, nell’Arancio, e in tutte le
piante a sesso riunito. Questo principio però non sta per le piante diclinie.
In esse l’influenza del maschio è limitata al puro seme: l’apparato fiorifero
si sostiene senza fecondazione e si forma in frutto. È vero che questo frutto
non è che un semplice pericarpo più o meno sviluppato secondo la specie e privo
di seme, ma allega come se lo avesse e matura come quelli che lo hanno.
Il Dattero si spiega nella Palma, e cresce anche
senza fecondazione: ei non chiude il nocciolo, ma si sviluppa e prende tutta
l’estenzione e la forma di quelli che sono fecondati e abboniscono. Manca solo
di polpa, perchè è quella che costituisce lo spermoderma, e lo spermoderma
è parte di seme. Io ne ho raccolto più volte in una pianta in Finale degli spadici
che avrebbero fatto illusione a chi si sia.
Il Pistacchio allega i suoi frutti anche senza
l’aiuto del maschio: essi restano vuoti, ossia senza mandorla, ma la cocca che
forma il pericarpo acquista uno sviluppo così seducente che non fa distinguere
i frutti all’esterno da quelli che son fecondati e chiudono il grano. Il frutto
del Canape si forma anch’esso nel fiore femineo, sebbene sia privo
dell’influenza del maschio, e si lega in un granolino che è vuoto, ma che non
si distingue all’esteriore da quelli che sono pieni.
È difficile il poter conoscere se succederebbe lo
stesso nelle piante monoecie, perchè, per farne la prova, bisognerebbe
privarle artificialmente dei maschj, i quali, circondando così da vicino le
femmine, non danno luogo a simile accidente. Si osservi però che nel Castagno
la riccia che forma il pericarpo del frutto è di sua natura persistente
e perciò indipendente dall’influenza dell’amento. È questo sicuramente
necessario per l’allegagione del seme, ossia della Castagna, e la Castagna
fallisce quando la fecondazione non è perfetta; ma anche in questo caso la riccia
persiste, nè si dà esempio che perisca. Si può dire lo stesso delle Noci e
delle Nocciole, nelle quali il pieno è composto di spermoderma e di germe
e fallisce sovente, nel mentre che il mallo persiste. L’eccezione è
dunque generale per le piante diclinie, e il Carobbo, che è in
questo numero deve presentare i caratteri che sono comuni alle altre. Nessuno
metterà in dubbio che i suoi grani abbortiscono ogni volta che manca di maschio,
ma pare certo che la siliqua allega e persiste anche senza di esso.
Resterà ad esaminarsi se la fecondazione, dando
una vita al seme, faciliti lo sviluppo della siliqua che lo chiude, e possa
aumentare o diminuire la sua grossezza e la sua carnosità. L’esempio del
Dattero potrebbe farlo credere: esso si forma senza fecondazione e prende la
più bella apparenza: però non solo ei resta privo del nocciolo, ma ancora
l’inviluppo che lo avvolge e che è quello che si mangia, resta magro,
cartilaginoso e senza polpa. Per ispiegare quest’anomalia basta riflettere che
la siliqua della Carobba non corrisponde alla polpa del Dattero ma bensì
alla sua scorza. Nel Dattero il nocciolo è quello che costituisce il germe, e
la parte polposa che l’avvolge è lo spermoderma: quindi essi formano
insieme il seme e debbono avere la medesima sorte. Il resto è pericarpo come la
siliqua nel Carobbo, e questo persiste come in quella, e prende il suo
sviluppo anche senza la fecondazione. Alcuni si sono lasciati illudere dalle differenze
che si osservano fra le silique d’un Carobbo e quelle d’un altro, e
hanno creduto che queste differenze fossero effetto della scarsezza e
dell’abbondanza dell’azione maschile. Si osservi che se queste differenze
dipendessero dalla fecondazione si troverebbero nella medesima pianta delle
silique picciole e asciutte miste alle silique grosse e polpose, mentre nelle
piante dioecie la fecondazione non può essere eguale in tutti i fiori
specialmente quando i maschj sono pochi e lontani; ma questo non si osserva
giammai. Tutte le silique della stessa pianta sono press’a poco eguali, e
conservano sempre i caratteri che distinguono la varietà.
Le Carobbe che noi chiamiamo di Spagna
sono sempre più grosse e più polpose delle nostrali, nel mentre che
queste sono più abbondanti; e le Melars di Valenza sono costantemente
più polpose delle Costelats, le quali sono sempre più lunghe. È vero che
il Cupani e dopo lui il Nicosia ne descrive una varietà che fa dei frutti varj,
alcuni lunghi, torti o magri ed altri brevi, molto carnosi e gustosi, ma queste
differenze non sono accidentali come lo sarebbero se fossero l’effetto della
fecondazione: esse sono costanti e stanno nell’indole di quella varietà, e
probabilmente dipendono da un’organizzazione anormale che ha sortita dalla
concezione, come la Bizzarria negli Agrumi. Se fosse altrimenti i
coltivatori se ne sarebbero avveduti perchè sono cose che non isfuggono neppure
all’osservazione delle persone più volgari. Così nei paesi ove si coltivano le
Palme, gli abitanti, quantunque barbari, si sono avveduti della necessità del
maschio per avere dei datteri eduli e polposi. I Siciliani conoscono
l’importanza del maschio per la granitura del Pistacchio, e ne tengono
espressamente delle piante frammiste alle femmine. Nessuno fra i pratici si è
mai avveduto della necessità del maschio per avere delle Carobbe o per
averle perfette.
In Liguria i Carobbi maschj sono così rari
che si ignora in generale che ne esistano, ed io ho durato fatica a a trovarne:
essi si incontrano solo in qualche pianta obbliata perchè nata e vivente fra
gli scoglj e perchè così meschina da non invitare il coltivatore ad innestarla.
Cavanilles conviene che sono rare anche nel
Valenzano: eppure in tutti questi paesi il Carobbo è fecondissimo, nè il
suo prodotto fallisce mai, meno per effetto di crisi meteorologiche. È forza
dunque conchiudere che la fecondazione non è di alcuna importanza per
l’allegagione e per la bontà delle silique che formano il prodotto agrario del Carobbo:
essa non influisce che sopra il seme, e questo non è edule, e perciò è un
superfluo che si vorrebbe poter fare sparire. A prima vista questo fatto sembra
in contradizione con i principj, ma se ne trova la conciliazione nella
distinzione che esiste fra l’utero e il feto, ossia fra l’ovaio
e il germe.
Nelle monoclinie questi due corpi sono così
dipendenti fra loro che non possono esistere l’uno senza l’altro, sicchè se il seme
perisce per mancanza di fecondazione, l’ovaio perisce ancor esso; ma
nelle diclinie l’ovaio ha una vita propria che lo rende
indipendente dalla vita del seme. È un corpo persistente che vegeta come
le altre parti dell’albero, e che qualche volta invece di perire per la
fallacità del seme ne trae del profitto coll’appropriarsi il nutrimento che era
destinato a quello, e che, in sua mancanza, rifluisce nel suo tessuto e lo
impingua.
Ci riserviamo a pubblicare il resto di questo
Articolo nella Dispensa successiva, nella quale ci proponiamo di dare il
Disegno del fiore maschio. I Botanici e i Fisiologi accoglieranno certamente
con favore queste due Tavole, perchè vi troveranno una verità e dei particolari
che non si incontrano ancora in alcuna di quelle che sono state pubblicate sino
al presente.
capo terzo
Della coltivazione del
Carobbo e della sua utilità
Il Carobbo gode
di una vigoria di vegetazione così spontanea che è stato riguardato come
un’eccezione alla legge generale che sottopone le piante al bisogno di una
coltura. Quest’opinione è venuta dal vedere che nasce e frutta anche in mezzo
agli scogli i più aridi, ma la facilità con cui vegeta e produce anche senza
aiuto dell’arte non impedisce che non provi del vantaggio dalla coltura e non
corrisponda generosamente alle cure dell’industria.
A quattro punti si riduce la sua coltivazione:
seminagione, trapiantamento, sfrondatura, ed innesto.
Abbiamo già osservato che i suoi semi, quantunque
durissimi, nascono facilissimamente, e che la loro germinazione si accelera
facendoli macerare per alcuni giorni nell’acqua prima di porli nella terra.
Più delicato è il trapiantamento: si eseguisce in
Gennaro, e, se si fa con cura prima che le piante ingrossino molto, è raro che
manchi: è però difficile a riescire se si aspetta che le piante sieno adulte.
La sfrondatura è la cosa la più trascurata dai
coltivatori del Carobbo. Cavanilles si lagna che nel Valenzano i
contadini non puliscono mai questa pianta del vecchio, perchè, vedendo che il
frutto è sempre nel legno, credono di diminuire il prodotto colla diminuzione
dei rami. È questo un pregiudizio. Diradando la pianta e tenendola tutta nel
vivo, i rami che rimangono compensano i rami tagliati perchè mettono più gemme
e nutriscono meglio i frutti.
L’innesto è di una riescita facilissima, ma deve
essere praticato in Maggio quando il travaso del sugo è nella sua pienezza. Già
ho osservato che il sugo del Carobbo segue nei suoi movimenti il sistema
delle piante diclinie: esse cominciano la rivoluzione della vita annuale
col sugo travasato, e questo travaso precede la germogliazione, ossia la
cacciata di Primavera: quindi in questo stato non si può innestare che
coll’applicazione della gemma fra il libro e l’alburno. Io non
sosterrò che non possa prestarsi anche all’innesto per combaciamento di
corteccia con corteccia, che è quello che si pratica colle piante monoclinie
in Primavera. È questo un innesto che riesce in tutte le piante purchè si
eseguisca prima che il sugo si metta in movimento: in esso non si tratta che di
sanare due piaghe una coll’altra. Senza l’applicazione dell’innesto (domestico)
i vasi tagliati del soggetto (salvatico) si sarebbero rimarginati da se
medesimi mediante la cicatrizzazione operata dalla sostanza fluida che
contengono, la quale, essendo in quella stagione in un certo grado di vegetabilità,
si organizza in tessuto, e rifà la parete mancante del vaso. Coll’applicazione
dell’innesto, l’operazione si eseguisce più facilmente perchè la parte tolta al
vaso dal taglio è supplita da quella che vi è applicata, e la sostanza fluida
che tendeva ad escire in ragione della sua gravità, ritenuta nel vaso rimesso
in intiero, riempie gli interstizj che restano tra le due parti e vi forma una
saldatura: ma per far questo bisogna che il sugo sia in uno stato di coagolo.
Ora si tratta di sapere se ciò abbia luogo mai nelle piante a vita continua
come il Carobbo. Io lo credo: è vero che esse non si trovano mai in uno
stato di sospensione totale di vita come le piante a foglia caduca, ma
nell’inverno questa vita è così lenta che non dà luogo all’uscita violenta del
sugo, solo impedimento alla saldatura dei vasi e perciò alla riescita
dell’innesto. Ciò posto è evidente che il Carobbo potrebbe innestarsi
anche a sugo circolante, prima del risveglio della vegetazione. È questa
però una questione fisiologica poichè in agricoltura è certo che i soli innesti
che gli sono proprj sono quelli che si fanno fra libro e alburno e
specialmente quello a scudetto e quello a cannello. Col primo si
introduce tra corteccia e legno una gemma munita di un pezzo di corteccia della
forma di uno scudo. Col secondo si infila nel legno del soggetto
(salvatico) un cannelletto di corteccia domestica munito di una o più
gemme. Nell’uno e nell’altro è il sugo travasato che forma l’unione.
Anche l’innesto a marza può essere
applicato al Carobbo, ma bisogna che si eseguisca in Maggio come quello a
scudetto, e che si eseguisca nel modo che si usa cogli ulivi al secondo
sugo introducendo, cioè, la linguetta inferiore della marza
consistente in pura corteccia fra il libro e l’alburno del soggetto
(salvatico). Ognun vede che in questo modo l’innesto a marza si riduce a
quello a scudetto, ed è fondato sulli stessi principj. Esso non ne
differisce che nella forma del pezzo di vegetale che serve d’innesto; e la
forma degli innesti è una cosa inconcludente che ha servito ad un grande
agronomo per classarli, ma che non può stabilire una classificazione naturale.
Io ho già esposte con più estensione queste mie idee in una Memoria che ho
presentata nel 1832, alla R. Accademia delle Scienze di Torino, e mi rimetto a
quella pel loro sviluppo.
Il Carobbo non si unisce ad alcuna altra
pianta. È stato detto da Palladio che piglia sul Pruno e sul Mandorlo, ma sono
favole; e il Nicosia, che ne ha fatta la prova, le smentisce. Egli smentisce
egualmente l’altra asserzione di Palladio il quale dice che si può moltiplicare
di talea (ramo posto in terra a far radice). I suoi rami non radicano
mai, nè messi in terra, nè margottati nè propaginati. L’individuo non si
moltiplica che coll’innesto, siccome il seme è il solo che moltiplichi gli
individui.
La rendita del Carobbo è forse la più ricca
di quante ne abbia l’agricoltura Europea. Nella Liguria occidentale le piante
comuni si valutano del prodotto di due cantara Genovesi di frutto, cioè di un
cantaro decimale ciascuna; le più belle danno sino a dodici cantara di Carobbe.
Questo prodotto non si ottiene che ogni due anni, giacchè anche il Carobbo ha
un riposo: quindi il prodotto annuo delle piante più belle si può calcolare a
sei cantara Genovesi, ossia a tre cantara decimali di frutto.
Il prezzo di questa derrata varia nel commercio
fra le quattro e le nove lire Genovesi al cantaro, ma ponendolo al medio di
lire 6 si avrà una rendita di annue lire 36, o di franchi 30, per pianta.
Quello delle piante comuni sarà solo di lire 6, sul prodotto annuo di un
cantaro di frutto; ma, se si farà una comune delle piante minime colle massime,
esso riverrà a più del doppio.
Il Cavanilles porta il prodotto dei Carobbi del
Valenzano a libbre ottocento di Carobbe per pianta. Calcolando la libbra
Spagnuola a oncie 18 di Genova avremo un peso di cantara 5, e un terzo, e
perciò di una metà circa delle belle piante del Genovesato. Bisogna credere
però che la libbra Spagnuola sia molto più forte, mentre, non si saprebbe come
spiegare una differenza tanto svantaggiosa per un paese così fertile come il
Regno di Valenza. Essa mi sembra improbabile, tanto più che trovo che in
Sicilia il prodotto di quest’albero supera di molto quello delle piante della
Costa Ligustica. Il Giornale Napoletano l’Omnibus, 2 Novembre 1833, dice
che nelle colline di Peschici e di Rodi si incontrano assai
frequenti gli alberi che producono 50 tomoli di Carobbe.
Il tomolo di Sicilia è una misura di capacità che,
ragguagliata alla mina di Genova, sta a questa come 46 a 100; ma bisogna
riflettere che la forma delle Carobbe è tale che non si può ottenere in
una medesima capacità il medesimo peso che si ottiene col grano, colla melica e
cogli altri generi di forma rotonda e minuta.
I pratici mi assicurano che una mina di Carobbe
non pesa che da 5 a 6 rubbi; e siccome 50 tomoli corrispondono in misura di
capacità a mine 23 di Genova, ossia a rubbi 138 (cantara 23) di Genova, così
bisogna conchiudere che il prodotto dei Carobbi delle colline di
Peschici e di Rodi, montante a tomoli 50, per pianta, sarà del peso di 25
cantara Genovesi, ossia di dodici circa cantara decimali, e perciò quasi il
doppio di quello delle piante più grosse della Costa Ligustica.
Io non entrerò in esami più minuti su questi
ragguagli, ma osserverò che, preso per base il prodotto dei Carobbi del
Genovesato, ne viene per conseguenza che non si conosce in Europa pianta alcuna
che dia un prodotto eguale al Carobbo.
Nessuno certamente vi metterà in confronto
l’Ulivo. Se si stabilisce il calcolo sopra le piante comuni anche nei paesi ove
si coltiva l’Ulivo Gentile, si troverà che non giungono a dare
più di un ottavo di barile d’olio ciascuna, e questo ogni tre anni. Si avrà
quindi un prodotto medio di annui franchi 2.50 per pianta, calcolato l’olio a
lire 60 il barile. Le piante di un barile sono rare, e quelle di due e di tre
sono fenomeni che non possono servire di base per il ragguaglio di una
coltivazione. Si aggiunga a questo che l’Ulivo esige un terreno ubertoso, una
coltivazione dispendiosissima, e delle fabbriche per l’estrazione dell’olio, e
si aggiunga ancora che è molto più fallace del Carobbo, perchè non solo
è soggetto ai freddi come quello, ma è soggetto ancora più ai calori del
Giugno, i quali sovente portano via la più bella fioritura.
L’Arancio e il Limone sembrano presentare una
concorrenza più vantaggiosa, ma quanti inconvenienti non vanno uniti al loro
ricco prodotto? Essi esigono un terreno da giardino e dell’acqua in abbondanza;
esigono un clima dolcissimo, e sono soggetti a gelare anche nei paesi i più
meridionali.
Il Carobbo invece prospera nei luoghi i più
ingrati e senza coltura, e quantunque sensibile al freddo, lo è però molto meno
degli agrumi. Si aggiunga a questo che il prodotto degli agrumi non può
aspettare la vendita al di là di un certo tempo, e già sono alcuni anni che la
incontra difficile, nel mentre che le Carobbe possono conservarsi in
magazzino e aspettar l’occasione dello smercio il quale dal più al meno non può
mancare.
Questi vantaggi non sono sfuggiti all’attenzione
degli Agricoltori di molti paesi e specialmente degli abitanti del Regno di
Valenza in Ispagna e di diversi luoghi del Regno di Napoli e della Sicilia: ma
non sono stati ancora valutati in tutte le località suscettibili di tale
coltura.
La maggior parte della costa dell’Italia
Meridionale da Nizza sino a Napoli potrebbe coltivare il Carobbo. Ne
abbiamo un esempio nelle Carobbiere che esistono in molti punti del
contado di Nizza e della Liguria occidentale. Ivi ei nasce spontaneo in
mezzo agli scogli nelle località riscaldate dall’aria marina e riparate dalle
montagne. Nessuno ne semina perchè nessuno ne ha mai seminato, tale essendo la
rotina degli Agricoltori in quasi tutti i paesi; ma quando ne nascono ognuno ne
prende cura e gli tien cari più degli ulivi in mezzo ai quali si incontrano
spessissimo. Si innestano perchè si è osservato che le piante di grana
(così sono chiamate le piante spontanee) fruttano poco, e per lo più danno
delle silique picciole o poco carnose, ma si innestano sul luogo ove nascono
come si fa in Sicilia coi Terebinti sui quali si innesta il Pistacchio.
Si dice che i Carobbi amano i luoghi secchi
e gli scogli perchè vegetano anche fra le roccie e gettano le radici nelle
fessure dei luoghi sassosi; ma io ne ho seminato in terreno di giardino e gli
coltivo fra le Viti e gli Ulivi come nel Valenzano e vedo che vi prosperano e
crescono molto di più che nei luoghi incolti. Questo fatto è d’accordo con ciò
che ne dice Palladio il quale confessa che nei luoghi secchi si aumenta la loro
fecondità coll’adacquarlo.
Io non so se questa coltura abbia sempre
presentato i vantaggi che ha in questo momento. Forse i nostri antichi avevano
nell’alto prezzo del vino, dell’olio, e degli agrumi un contrapposto più
vantaggioso; ma al presente le cose sono cangiate. I prodotti che facevano la
ricchezza della costa Italiana sul Mediterraneo sono inviliti come il vino e
gli agrumi, o sono di un prodotto fallacissimo come l’olio. Il Carobbo
invece è sempre di un prodotto sicuro e si sostiene a dei prezzi discreti. Non
vi è derrata che convegna più di questa pel nutrimento dei muli e dei cavalli:
essa gli ingrassa e li rinfresca, e costa meno delle fave e della biada, che
ingrassa e riscalda. Anche le bestie bovine si trovano bene del nutrimento
delle Carobbe; e in paesi ove non vi sono prati qualunque supplemento merita di
essere apprezzato. Se si riescisse ad averne una grande abbondanza potrebbero
servire per l’ingrasso dei maiali come l’usano in Siria, e supplire alla
ghianda divenuta omai molto scarsa, o alle castagne che sono più care. Sin ora
io vedo che i prodotti che servono al nutrimento del Bestiame sono quelli che
si sostengono di più perchè il Bestiame è ancora il solo articolo che non
rigurgita, e perchè i suoi usi sono tanti e così utili all’uomo che è difficile
che vi sia del superfluo.
Il solo inconveniente che presenta il Carobbo sta
nella sua suscettibilità di patire i geli. Siccome la sua vita vegetale non
cessa mai, e che si trova in fruttificazione appunto nel cuore dell’inverno,
così il gelo offende sovente le picciole silique appena allegate, e qualche
volta offende anche la pianta: io non ricordo di aver veduto questo fenomeno.
Si dice che le piante abbiano sofferto assai nel gelo del 1789 e in quello del
1792. Il primo è stato uno dei geli i più forti di cui si abbia memoria, e ha
fatti dei guasti in tutta l’Europa: i Limoni e gli Aranci soffrirono molto
anche in Sicilia: in Liguria furono tutti scapezzati, e molti recisi a fior di
terra: non sarebbe strano che anche i Carobbi ne avessero risentito. Al
dire di Cavanilles gelarono in quell’anno nel Regno di Valenza ove il clima è
più dolce che nella Liguria.
Il gelo del 1792 fu meno forte e più breve non
essendo durato che poche ore, ma i suoi danni si estesero a molte piante che vi
sono meno sensibili degli Agrumi, e fra queste agli Ulivi, i quali creparono in
quantità specialmente nei rami e nei tronchi giovani. Qual meraviglia se ne
avessero risentito anche i Carobbi? Essi dovevano trovarsi appunto nelle
stesse circostanze degli Ulivi. Il gelo ebbe luogo il 17 di Febbraro, e perciò
in una stagione in cui nei paesi meridionali la vegetazione è nel suo
risveglio. Fu preceduto da un inverno dolcissimo il quale l’aveva anticipata, e
perciò le piante si trovarono nella situazione in cui sono ordinariamente sulla
fine di Marzo.
In questo stato di cose l’Ulivo e il Carobbo
dovevano risentirsi dell’azione del gelo come i Limoni, perchè si trovavano per
un effetto della straordinarietà della stagione nello stesso stato di
vegetazione in cui il Limone è permanentemente.
Io mi ricordo di quel gelo e ne rammento le
particolarità in ciò che riguarda gli Agrumi e gli Ulivi, ma in quanto ai Carobbi
io non ne faceva caso in quel tempo: quindi non posso indicare se fossero
recisi al piede o se fossero solo scapezzati, o se resistessero. I vecchi mi
dicono che ve ne furono degli uni e degli altri.
Essi hanno resistito ai geli del 1813, 1820 e
1830. In quello del 1820, succeduto in Gennaro il Termometro di Reaumur scese a
gradi 5 sotto zero, in quello del 1830 scese a gradi 3 ¾. Quello del 1820
preceduto da un inverno dolcissimo durò alcuni giorni. Quello del 1830
succeduto il 3 di Febbraro fu preceduto da un inverno lungo e rigorosissimo e
non durò che poche ore.
Non trovo memoria della sorte dei Carobbi nel gelo
del 1809, ma certamente dovettero soccombere anch’essi in quel gelo di
distruzion generale. Pare che abbiano sofferto pure nel gelo del 1677. Ne
abbiamo un testimonio in un’opera ascetica di un certo Padre Antero stampata in
Genova, nella quale dopo di aver parlato dei flagelli mandati dalla Divina
Giustizia, deplora quello del gelo che aveva distrutte in quell’anno sulla
costa Ligustica tutte le piante di Agrumi e di Carobbi (3).
Tutte queste crisi avranno fatto gemere per alcuni
anni i coltivatori di queste piante, ma la loro coltura non fu perciò
abbandonata. Esse rigettarono dalle radici o rimisero dai rami mozzati, come
fecero gli Ulivi e gli Agrumi, e noi le vediamo tuttora coronare l’industria di
coloro che le curano ed arricchire i paesi ove si coltivano.
L’Asia è la patria di quasi tutte le piante
fruttifere che coltiva l’Europa, e lo è del Carobbo. Pare che la Siria
sia il suo luogo di origine: ei vi si trova spontaneo, e le montagne della
Palestina ne sono coperte. Il Vangelo dice che il Figlio prodigo cercava le Silique
che servivano di pasto ai porci per sfamarsi. L’Egitto, la Barberia, la Grecia,
e le Isole dell’Arcipelago ne hanno in quantità, e ai tempi di Plinio era comune
in Rodi e nell’Jonia.
È difficile il determinare l’epoca del suo
passaggio nelle Spagne e in Italia. Non ne troviamo menzione in Catone e in
Varrone, e si può mettere in dubbio se fosse conosciuto da Columella perchè i
caratteri coi quali descrive la Siliqua non combinano abbastanza con
quelli delle Carobbe.
Plinio è il primo che le descrive in maniera da
non lasciar dubbio sulla loro identità, ma non ne parla come una pianta
Italiana. Ecco le sue parole: “Haud procul abesse videantur (de Castaneis) et
praedulces Siliquae, nisi quod in iis cortex ipse manditur. Digitorum hominis
longitudo illis, et interim falcata, pollicari latitudine. Lib. XV. Cap. 24”.
Palladio ne parla più a lungo e tratta della sua
coltura. Quindi si deve credere che ai suoi tempi ei fosse già conosciuto nel
Regno di Napoli, in Sicilia e forse in Sardegna. Ora si trova in quantità nel
Regno di Valenza in Ispagna, e vi è coltivato alternativamente cogli Ulivi (4).
Io non ne ho veduto in Linguadoca e in Provenza, ma è probabile che vi sia
egualmente. I primi Carobbi che s’incontrino in Italia si trovano nel contado
di Nizza. Ve ne sono molti lungo la Costa occidentale della Liguria, e
specialmente in Alassio e a Verezzi presso Finale. La Toscana interna ne ha o
pochissimi o nessuno perchè non reggono al clima. Se ne vedono invece molti
nella Toscana meridionale e specialmente nello stato de’ Presidj, ove hanno
resistito al gelo del 1789, il quale gli ha distrutti nel resto del Granducato.
Il Mattioli dice che sono abbondanti nel Regno di Napoli, e specialmente
nell’Apulia e nella Campania lungo la via Appia ove i contadini le chiamano Salequa.
La Sicilia ne è piena e vi sono considerati come un ramo di ricchezza agraria.
Da per tutto il Carobbo è fecondissimo, e si
vedono spesso nei suoi rami i nuovi fiori sbucciare a canto dei frutti maturi:
ma ciò che si chiama l’annata non viene che ogni due anni. Quando questa
si spiega, le Silique pendono a grossi mazzi
dai nodi dei rami vecchi, e gli cuoprono in modo che sorprende chiunque.
Il raccolto si fa sul finire di Agosto o nel
Settembre, e non esige altro lavoro che quello di staccar le Carobbe e porle
nei sacchi. Esse poi portate nei granai o nei magazzini, si pongono a
disseccare, nè se ne fa uso che due a tre mesi dopo il raccolto. Se si danno
fresche agli animali cagionano delle coliche che spesso sono mortali. Quando
sono ben stagionate, si possono mangiare anche dagli uomini, e i fanciulli le
appetiscono assai perchè sono dolci e pastose. Ciò s’intende delle varietà
fine, mentre ve ne sono di quelle asciutte che non hanno miele come le sonagline
della Liguria e la maggior parte delle spontanee che nascono fra noi, e che
chiamiamo di grana, cioè a dire di seme.
La Medicina usa le Carobbe come rinfrescanti, e le
fa entrare nelle infusioni pettorali. Gli Egiziani, secondo Prospero Alpino ne
estraggono un miele che serve di zucchero agli Arabi col quale candiscono i
Mirabolani, i Tamarindi e altri frutti. Se ne servono pure per i clisteri e fa
lo stesso effetto della Cassia siccome lo ha verificato il Bauchino.
Anticamente se ne faceva una specie di vino o liquore fermentato che era di
molto uso in Siria ed in Egitto.
I Greci antichi hanno dato a questo frutto il nome
di Ceration (Keratia) da ceros (corno) perchè è curvo come i
corni: i Latini lo hanno chiamato Siliqua perchè somiglia alle Silique
delle Leguminose: gli Arabi lo chiamarono col nome di Charnub, ed è
probabilmente da questo che ne sono venuti i nomi di Carobbo presso gli
Italiani, di Carouges presso i Francesi, e di Alcarobas presso
gli Spagnoli. Non saprei indovinare l’etimologia del nome Tedesco S. Soans
brot, e molto meno quello dei Greci moderni i quali lo chiamano Xylocerata.
Il ramo dei fiori maschj rappresentato nella
tavola che accompagna questa seconda Parte dell’articolo del Carobbo è stato
colto presso Finale nel principio del Dicembre scorso in una pianta spontanea
vivente nelle fessure degli scogli di Verezzi. Erano già molti mesi che era in
fiore, e ha continuato in tale stato sino alla fine di Marzo. Ecco da dove
nascono le differenze degli Autori sopra l’epoca della fioritura del Carobbo.
Chi la fissa all’Autunno, chi nell’Inverno, chi nella Primavera. Tutti hanno
ragione perchè nel maschio i fiori durano dall’Agosto all’Aprile. Nella femmina
essi sortono dall’Agosto al Settembre, ma restano tutto l’Inverno in una specie
di inazione, e in istato di ricevere la fecondazione. È una disposizione
singolare ma che non è strana per un organo, il quale contiene in se stesso le
mollecole di concezione che aspettano il polline per combinarsi. Il maschio
invece le deve emettere; e la fovilla che sviluppa non può restare
inoperosa senza perdersi. Quindi il fiore femmineo sta in istato di polluzione
tutto l’Inverno; e il fiore maschio sviluppa le sue antere a poco a poco e le matura
gradatamente, e provvede così ad una quantità incredibile di femmine, e a
lontananze grandissime.
______________________
testo trascritto da Piero Belletti (Torino)
(1) Linneo lo pone nelle Poligamie
Trioecie come il Fico. Io ho già dimostrato nel mio Trattato sul Fico, che
la poligamia di questa pianta non è che un’illusione. Credo che si possa dire
lo stesso del Carobbo.
(2) Nei viaggi del sig. Federico Cuilliaud a
Meroè, al fiume bianco, agli Oasis nell’ovest dell’Egitto ec. dal 1819 al 1822
si legge che nell’Oasis chiamato Sovah vi si trovano cinque specie di datteri,
una delle quali è senza nocciolo. Questo fatto è confermato dal Sig.
Desfontaine, il quale gli ha trovati ancora nel Biledulgerid. Le piante che
presentano questo mulismo si moltiplicano col mezzo di polloni che si
sviluppano nell’ascella delle foglie, e più specialmente a fior di terra.
(3) A prima vista nel leggere le lamentazioni
del Padre Antero mi sono trovato imbarazzato a spiegare le parole colle quali
indica il gelo dei Carobbi perchè non sono esatte. Ma dopo di aver ben
esaminato tutto il passo di quest’Autore riguardante quel gelo, e aver
riflettuto sulle circostanze delle località di cui parla, mi sono convinto che
il nome di cui si serve è bensì storpiato o per isbaglio dell’Autore o per
errore di stampa, ma che non è applicabile ad altra pianta fuorchè al Carobbo.
Ecco le sue parole:
Hoc scribens lugere itidem jure
possum ego, quia in tota Liguriae ora maritima … hoc anno Redemptionis humanæ
1677 Januarj mense quando arbores Citriæ atque Massilicæ quæ utique pomariorum
nostrorum pulcrior, jucundior, ditiorque pars censetur, veluti quæ numquam
uberrima fecunditate carent quamobrem per universas Europæ Regiones asportantur
a frigoris vehementia ita obriguerunt, ut non solum fructus omnes horribiliter
decocti apareant sed ipsæ quoque arbores massilicæ potissimum magna ex parte
exsiccatæ perierint … Auri Gemmarunque mistica Fodina … Opus omnigena
eruditione … a P. Antero M. de S. Bonaventura Genuensi Ord. Discalceatorum … Elaboratum.
Genuæ 1677. pag. 391.
In questo passo il P. Antero
deplora il gelo delle Citreae e delle Massiliceae, e dice che
sono due piante che formano la ricchezza e l’ornamento dei Pomarj della Riviera
di Genova, ove non mancano mai di fecondità. Ora queste qualità si trovano
unite negli Agrumi che sono le Citreae, ma non si possono
applicare nè all’Ulivo, il quale è tutt’altro che continuamente fecondo nè ad
altra pianta conosciuta fra noi e soggetta al gelo.
Il Carobbo è il solo a cui
convengono tali caratteri. La sua fecondità è costante, e la bellezza del suo
fogliame sempre verde lo rende, come gli Agrumi, l’ornamento delle nostre
campagne. Quindi è la sola pianta fra quelle che coltiviamo a cui possa
convenir questa descrizione.
A tutte queste osservazioni si
aggiunga il materiale del nome medesimo, e si vedrà che Massiliceae altro
non è che uno storpiamento di Siliquae che è il nome latino della nostra
pianta.
(4) Vedi Ant. Iosephi Cavanilles Icones et
descriptiones plantarum quae, aut sponte in Hispania crescunt, aut in hortis
hospitantur. Matriti. Ex Regia Typographia, eas operas dirigente Lazaro
Gayguer, 1793.