ALBICOCCO
LUCENTE
P.
Armeniaca Alexandrina, fructu minimo, orbiculato, præcocissimo; epicarpo glabro,
tenacissimo, lucido, subrutilante; sarcocarpo lutescente, delicato, succoso, in
ore liquescente, sapidissimo, nucleo sub adherente, semine dulci. Vulgo,
Albicocca Lucente.
Persica Præcocia. Porta Pomar. p.
165.
Albergio. Neapolitani Albergio
vocant, Bononienses Umbiliaco. Porta Pomar. p. 166.
Armeniaca fructu
rotundo, avellanæ magnitudine, partim
flavescente, partim rubente. Tournef. I. R. H. p. 624.
Alessandrine di
Malta. Mich.
Manusc. Quadri della R. Villa di Castello. N. 7. 1.
Alessandrine di
Sardegna.
Volgare Genovese.
Alessandrina Lucente. Volg. Gen. e della
Riviera.
Missimin. Dialetto della
Riv. di Genova.
L’Alessandrina Lucente è la regina delle
Albicocche. Essa offre due varietà che non si distinguono quasi fra di loro che
per l’epoca della loro maturità: la Precoce però passa per più gentile,
ed è quella che si conosce specialmente sotto il nome di Albicocca Lucente,
o di Alessandrina Precoce.
Questa
varietà si distingue per dei caratteri che sono pronunziatissimi.
Il suo albero, ricco di una vegetazione lussoriosissima, si veste di una grande quantità di messe, che gli danno l’aspetto il più vegeto, essendo divise in nodi molto rapprossimati, e guarnite di foglie larghe e vivacissime, che ne concentrano la frondosità e la rendono fosca.
Queste
messe, prima verdognole, e poi di un rosso bruno, portano in punta delle
fogliette rossiccie, che si cangiano in verde nell’allargarsi, ma che rompono
in primavera ed in estate la monotonia della verdura dell’albero: esse sono
guarnite di gemme frequenti, rosso-brune, rilevate e piene di vita.
I suoi fiori, i quali spuntano come negli altri albicocchi nelle gemme della messa dell’anno antecedente, escono in quantità; ed attesa la disposizione delle gemme, si trovano così raggruppati, che i ramicelli che li portano sembrano tanti mazzetti.
Questi
fiori sono delicatissimi, e nei paesi di una temperatura media sono esposti
sovente ad essere bruciati dalle rugiade; ma allegano facilmente nei paesi più
caldi dove sono favoriti da un clima dolce e senza brinate.
Il
frutto è picciolo, orbicolare, leggiermente solcato da una parte da una suttura
quasi insensibile che non ne altera la rotondità, compresso appena alla base
ove è impiantato il picciuolo, e tondeggiante alla cima.
La
sua buccia, prima bianchiccia, poi colorita di una tinta media fra il bianco e
il giallo, è meno carica di quella delle Albicocche di Germania,
e meno bianca che nelle Alessandrine comuni, ma è liscia e come lucente,
carattere particolare che la distingue da tutte le altre Albicocche.
Essa
si colora sovente di una velatura di rosso che si dirada poi, e sparisce nella
massima maturità, e in questo stato si raggrinza e diventa opaca.
La
sua polpa è anch’essa giallognola, ma non prende mai il zafferano carico delle Albicocche
di Germania, sicchè pare che sia un medio fra le Albicocche
gialle e le Alessandrine, sorpassando le prime in delicatezza
senza esservi inferiore in gusto, ed essendo più saporita di quella delle
seconde senza cedervi in morbidezza ed in sugo.
Il
nocciolo, che è tondo e rilevato, adere alla polpa quando il frutto è ancora
nella mezza maturità, ma se ne distacca quando ha acquistato tutto il suo
sviluppo: la mandorla che chiude è bianca rilevata, e di un gusto dolce.
Tale
è l’Albicocca figurata nella tavola che accompagna questo articolo. Essa è
senza dubbio la migliore delle albicocche, ma non è naturale in Italia se non
che nelle provincie più meridionali.
Il
primo a farla conoscere ai Pomologi è stato il Porta. Egli la descrive nel suo Pomarium
sotto il nome volgare di Albergio; e la rapporta alla Precoce
degli Antichi, che è una delle specie principali in cui egli divide
l’Albicocco.
Io
credo che quest’autore abbia preso un abbaglio, non solo nella divisione
specifica che ha adottata, ma ancora nel fare dell’Albergio una specie
unica ed isolata, poichè è certo che esistono delle varietà perfettamente
simili a questa, e che non ne differiscono che nel tempo della maturità; e
forse ne è una l’Umbiliaco dei Bolognesi, che io credo la Mognaga
dei Lombardi, e che il Porta dice essere lo stesso del suo Albergio.
Esattissima
però è la descrizione ch’egli ne ha fatta nel suo Pomario, e combina
così perfettamente coi caratteri che ho osservati nel nostro Precoce,
che non lascia luogo ad alcun dubbio sulla sua identità.
«Il
suo albero, dice egli, non è molto grande: le messe sono rosseggianti e
punteggiate di bianco: le foglie, somiglianti a quelle del pioppo nero, sono
puntate, terne o quine e col disco seghettato: il fiore è bianco come quello
del Ciliegio, il frutto somiglia a quello del Pesco per la forma, ma è molto
più picciolo e pare una Susina alla buccia ed all’odore, ma è molto migliore:
la polpa è gentile, di sapore squisito, di cibo sano, e che si accorda ai
malati.
Fiorisce
in Gennajo coi mandorli o poco dopo, e matura in Maggio prima degli altri
frutti fugaci: ama un clima caldo ed aprico, e un luogo insenato e sicuro dai
venti come le pianure di Sorrento e della Sicilia: è raro in tutti gli altri
paesi d’Italia, perchè, fiorendo di buon-ora, se i rigori del verno non cessano
presto, ei perde i suoi fiori, i quali restano bruciati dai venti.»
Certamente
quest’Albicocco non si trova descritto da alcun altro Pomologo con un’eguale
esattezza: ma in mezzo al laconismo degli Agronomi, egli si riconosce
ciononostante in altri autori, e specialmente nel Cupani, il quale lo descrive assai
accuratamente nel suo Orto del Principe della Cattolica.
Io
non ardisco riportarlo con asseveranza all’Alessandrina di Malta
del Micheli, ossia all’Alessandrina Maltese dei Quadri della Real Villa
di Castello.
Quantunque
si sappia che il Granduca Cosimo Terzo De’ Medici, per cui scriveva il Micheli,
e che fu quello che fece rappresentare nei Quadri, che si conservano ancora
nella R. Villa di Castello, i frutti che si coltivavano allora nelle sue Ville,
avesse raccolte le varietà le più ricercate da tutte le parti, e specialmente
dal Regno di Napoli; pure la delicatezza del nostro Precoce e il rigore
del clima Fiorentino ci danno motivo a congetturare che l’Alessandrina
di Malta del Micheli, ancorchè proveniente da quell’Isola, ove abbonda
il Precoce, fosse piuttosto la varietà tardiva; poiché, non essendovi
fra di esse una differenza sensibile di figura e di gusto, non si può inferirne
il contrario né dal frutto che si vede dipinto nei Quadri suddetti, nè dalla
descrizione molto laconica del Micheli.
Ciò
che mi conferma in questa opinione si è il vedere che la varietà precoce è ora
sconosciuta in Toscana, o vi è rarissima; io almeno non l’ho potuta trovare in
alcun luogo, e neppure negli orti di Pisa, i quali, in punto di Albicocchi,
sono i più ricchi, che abbia veduti in Europa.
Dopo
tutto questo potrà sembrare strano che questa varietà si coltivi con estensione
nel Genovesato: cesserà però la meraviglia quando si rifletta che non vive in
questo paese che in uno stato artificiale, e dirò quasi come una pianta
esotica.
La Varietà
tardiva, che noi riuniamo sotto lo stesso titolo, è quella che si trova in
certa abbondanza nel Littorale Ligustico, ove prospera assai anche in aperta
campagna. La Precoce invece non si trova quasi che nel Savonese. Non è
già che questo territorio, ancorchè amenissimo, goda di una temperatura più
dolce del resto della Riviera, e più propria a questa pianta: la Natura non gli
ha dato alcun vantaggio sotto questo rapporto; e il suo clima, ancorchè
temperato, non eguaglia quelli di Nervi, di San Remo, e di Nizza: ma
l’industria dei suoi abitanti supplisce al difetto del clima, e i vantaggi
della sua località eccitano e sostengono questa specie d’industria col
beneficio che le assicurano. Situata all’imboccatura di una delle gole più basse
dell’Appenino, e nel centro del Golfo Ligustico, Savona provvede di frutti i
mercati di Torino e di Genova: quindi essa è sicura di trovare un esito
vantaggioso a questa squisita primizia, che è ricercatissima nelle tavole di
lusso, e la di cui cultura, ancorchè costosa, diventa un oggetto di
speculazione.
Premesso
quanto finquì abbiam detto, nessuno ci chiederà se l’Alessandrina Precoce
si coltivi in Piemonte ed in Lombardia. Il clima di questi paesi è troppo
rigoroso per prestarsi ad una pianta così delicata; e l’amatore, che pur
volesse averla, sarebbe obbligato a governarla come una pianta esotica in una
specie di serra.
Usciti
d’Italia, noi potremo forse trovare quest’Albicocco in Ispagna, nell’Africa e
nei bei climi dell’Asia minore, da dove ci debb’essere passato fra noi.
Ma
nessuno lo ricercherà certamente nelle Pomone oltramontane.
L’antico
Duhamel descrive molte varietà di Albicocchi di paesi caldi sotto i nomi di Abricot
de Provence, Abricot de Portugal, etc. Si vede però dalle
descrizioni che tutte quelle varietà appartengono bensì alla classe delle Alessandrine,
ossia delle Albicocche bianche, ma che non hanno che fare non
solo colla nostra Precoce, ma nè pure colla Lucente tardiva.
Nè
mi è mai accaduto in effetto di vedere queste due varietà in Provenza ove ne ho
mangiate molte di quelle a polpa bianca, le quali vi prosperano assai.
Avrei
creduto piuttosto di trovare la varietà tardiva nel Nuovo Duhamel, il
quale avendo per oggetto di completare l’opera dell’Antico, pareva dover
riunire nella stessa tutto ciò che si conosce ai nostri tempi in punto di
frutti; ma ho riconosciuto, che, almeno per ciò che riguarda gli Albicocchi,
questo Scrittore non fa quasi che copiare il suo originale, e non solo non vi
fa alcuna aggiunta, ma dichiara francamente che è forzato a passar
sotto silenzio molte varietà che si coltivano nel mezzodì della Francia, in
Italia, e nel resto dell’Europa australe, perchè sono sconosciute a Parigi.
Knoop passa assai leggermente sull’articolo dell’Albicocco, e si limita alle varietà Francesi; e Mayer, che si estende di più, ne aggiunge appena alcune a frutto giallo, e per le altre non fa che copiare il Duhamel, da cui prende anch’esso come fanno gli altri i nomi volgari e le frasi latine.
Nè
si trova una maggiore ricchezza in Miller e negli altri Pomologi Inglesi. Io
trovo che tutti questi Scrittori non aggiungono quasi nulla a quello che ha
detto il Pomologo Francese, e dopo di aver ben lette e ponderate le loro
descrizioni io non ne trovo alcuna che si presti ad un ravvicinamento
plausibile colla nostra Albicocca Lucente.
Bisogna
dunque riguardarla come una varietà Italiana sconosciuta in Oltramonte.
In
Napoli tutti debbono distinguere le Alessandrine Lucenti dalle altre
albicocche: fra noi però vi sono molti che le confondono ancora colle Alessandrine
comuni: chi non le ha ambidue sotto gli occhi, cade facilmente in
quest’equivoco, ed io conosco degli amatori che possedono l’Alessandrina
a nocciolo amaro, e che credono in questa di avere la varietà conosciuta
sotto il nome di Alessandrina di Malta: bisogna vedere insieme e gustare
ambe le razze per conoscerne la differenza. È un fatto che le così dette Alessandrine
hanno per carattere proprio il colore bianco nella buccia e nella polpa, colore
che importa sempre una somma delicatezza di pasta e un sapore gentile ma senza
rilievo; nel mentre che le Albicocche proprie hanno la polpa e la buccia
di un giallo carico, e la loro pasta, sempre più compatta e grossolana, è però
di sua natura più saporita.
Ora,
l’Alessandrina lucente combina queste due qualità, avendo un color medio
fra il giallo e il bianco, ed essendo insieme delicata e saporita, e si
distingue poi da ambe le specie per la sua picciolezza, per la sua forma più
tonda e più regolare, e per il liscio della sua buccia, che non ha mai la
lanugine delle altre albicocche.
Essa
è dunque una varietà tutta particolare: ed è forse l’anello che lega le due
specie, oppure un’ibrida che ne riunisce i caratteri.
Poche
piante sono così feraci come quest’Albicocco dove il clima si presta alla sua
vegetazione, ma nella nostra Italia non vi è che il Regno di Napoli, e le Isole
di Sicilia, di Sardegna, e di Malta che godano di tale vantaggio. La Romagna,
lo Stato Veneto, il Genovesato, e la Toscana non possono ottenere i suoi frutti
senza una cura particolare, e senza governarlo con dei metodi proprj, stranieri
all’agricoltura comune.
In
tutti quei paesi l’Albicocco Lucente non allega mai i fiori in
aperta campagna: dotato di una vegetazione vivacissima, egli unisce due
proprietà che si nuocciono reciprocamente l’una all’altra, cioè una somma
precocità, e un’estrema delicatezza nel fiore: quindi al primo alito dei
zeffiri di primavera egli si veste di fiori; ma questi non reggono, non solo
alle brinate ed ai venti, ma neppure alle leggiere rugiade che cadono quasi
costantemente al levare del Sole.
Io
ho veduto sovente la fioritura più bella sparire in una notte col tempo il più
quieto, e colla temperatura al disopra dell’ottavo e del decimo grado di
Reaumur.
Tutti
questi fiori, che il giorno prima erano così vegeti, si disseccano
improvvisamente, e questa disgrazia si estende anche talora ad una parte del
ramo che li portava.
È
vero che dopo una tal crisi si vedono qualche volta uscire di nuovo dei secondi
fiori che si sostengono e allegano, ma questi sono sempre pochi, e sono privi
di uno dei pregi della varietà, che è la precocità, diventando contemporanei
alle Alessandrine a mandorla amara.
Una delicatezza così straordinaria ha determinato gli amatori a coltivarlo a spalliera, e un tale metodo, seguito specialmente in Savona, ha ottenuto il più felice successo.
In
quel paese l’Albicocco Lucente è innestato sopra il Susino: posto su di
tale soggetto, esso non prende la crescenza che si vede negli albicocchi
spontanei, e perciò si pone lungo i muri delle case ai quali si inspalliera
senza difficoltà come si fa con i limoni.
In
tale situazione ei resta riparato dai venti del Nord mediante il muro, e un
poco ancora dalle rugiade mediante le tettoje; ma siccome nel Genovesato questi
sporgenti dei tetti non sono abbastanza avanzati per garantirlo dall’azione
perpendicolare dell’aria, così all’avvicinarsi della fioritura, vi si supplisce
con una copertura di paglia che sporge più della tettoja, e che lo cuopre in
maniera da difenderlo dalle rugiade senza privarlo dei raggi del Sole.
Non
mi dissimulo che tutte queste cure sono incomode e dispendiose, e che non
possono offrire un compenso nel prodotto che assicurano, meno che nei luoghi
vicini alle grandi città, dove il lusso dà un valore alle primizie, e dove
perciò questo frutto che matura sulla metà di maggio, e che per conseguenza è
quasi contemporaneo delle Ciliegie, e il primo ad ornare le tavole e ad
annunziarvi la State, vi deve essere ricercato e caramente pagato.
In
tutti gli altri paesi, e per le persone che coltivano i frutti per piacere, io
consiglio di preferire la varietà tardiva, mentre, meno la precocità, si
possederà in questa il medesimo frutto col vantaggio di una più sicura
allegagione.
Il Lucente
tardivo è conosciuto nel Genovesato sotto i nomi diversi di Alessandrino
di Sardegna, Alessandrino di Malta, Alessandrinetto, e più
specialmente sotto quello di Missimin.
Il
suo fogliame è un po’ meno fosco, e la sua fioritura meno abbondante, ma
l’allegagione è più sicura: il frutto somiglia intieramente a quello del Precoce:
è picciolissimo, tondo, a buccia liscia e canarina, a polpa giallognola e a
mandorla dolce: non matura che sulla metà di giugno, ed è intermedio fra le
Alessandrine bianche a mandorla amara e le bianche a mandorla dolce, ma le
supera tutte in delicatezza ed in gusto, e sarebbe difficile il distinguerlo
dal Precoce se si mangiassero insieme.
Io
credo che questa sia la varietà che i Lombardi chiamano Mognaga. Essa
senza dubbio è la migliore delle albicocche dopo la Lucente Precoce, e
nei paesi di un clima medio, essa deve essere preferita a tutte per la sua
bontà, e per la facilità della sua allegagione.
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testo trascritto da
Ivo Bertaina (Cissone, Cuneo)