ALBICOCCO
ALESSANDRINO BIANCO
A
MANDORLA DOLCE
P. Armeniaca
Alexandrina, fructu minori,
rotundiori, æstivo; epicarpo albescente, in latu solis rubescente; sarcocarpo
albo, delicato, succosissimo, nucleo leviter adherente, semine dulci. Vulgo,
Alessandrina a mandorla dolce, o Alessandrina seconda.
Armeniaca fructu medio, oblongo, partim palide luteo,
partim suaverubente, nucleo dulci. Tournef.
I. R. H. p. 623.
Malus Armeniaca ferocior, fructu minori, glabro, luteo
seu aureo, aversa parte subrutilante, odoroso, nucleo dulci. Cup. H. Cathol.
L’Alessandrina a mandorla dolce è la
seconda a comparir sulle tavole: essa segue da presso l’Alessandrina a
mandorla amara, la quale si presenta la prima in tutti i climi temperati, e
diventa solo la seconda nei paesi meridionali dove si coltiva la Lucente
precoce. La pianta dell’Alessandrina a mandorla dolce è naturalmente
prosperosissima: essa s’innalza prodigiosamente, non solo quando viene
spontanea, ma ancora quando è innestata sopra il salvatico, ossia sopra una
pianta spontanea. Ciò che è ancora più osservabile si è che conserva una parte
del suo vigore anche quando è innestata sopra soggetti di altra specie. Io ne
ho una innestata sopra di un Pesco: è curioso il vedere la grossezza a cui è
giunto il piede su cui essa vive. Nessun Pesco forse ha mai pareggiato il
tronco di questo. La sua circonferenza, a un mezzo metro sopra la terra, è di
tre palmi e un terzo, cioè di 83 centimetri, e i rami di Albicocco che lo
coronano, cuoprono un’area di più di 5 metri di diametro.
È questa una prova
singolare dell’influenza dell’innesto sopra lo sviluppo del soggetto, influenza
di cui si hanno degli esempj in altre piante, ma che sin’ora è stata poco
calcolata dagli agricoltori.
Il vigore di questa
varietà si mostra in tutta la sua forza quando viene di seme, cosa che è rara,
ma di cui io ho avuti degli esempj.
Ne questo vigore è
diminuito molto dall’innesto quando è fatto sull’Albicocco spontaneo: egli è
sopra i piedi di questa natura che vengono gli alberi giganteschi che si vedono
nel Genovesato. Io ne ho uno il di cui tronco ha il diametro di tre metri e
mezzo, e i di cui rami, che s’innalzano all’altezza di 9 metri sopra la terra,
cuoprono un’area di 15 metri di diametro: esso ha dato in un’annata 36 rubbi di
Albicocche, ossia tre cantara decimali di frutto.
Sgraziatamente in
questo stato di prosperità vegetale, la sua fecondità non è alternativa nè
costante.
Essa somiglia a
quella delle piante spontanee, le quali fruttano talora straordinariamente, ma
hanno sovente dei lunghi riposi. Non è perciò che questi siano tali da
chiamarlo infecondo: egli mette regolarmente dei fiori ogni due o tre anni, e
per poco che la Primavera sia dolce gli allega facilmente. Ne produce poi anche
più frequentemente ed in maggiore abbondanza quando invecchia, mentre in
quell’età non dissipa più in crescenza ramosa come nella gioventù.
Tale però non è la
sua economia vegetale quando è innestato sopra il Susino, ed è alla natura di
questo soggetto che si deve la diversità che presenta nei paesi settentrionali,
ove è meno vigoroso, e dove, messo a spalliera, diventa più fecondo.
L’Alessandrino a
mandorla dolce è una delle varietà più pregiate.
Le sue foglie sono meno grandi di quelle del Precoce, e le gemme meno rapprossimate sui rami sicchè non presenta una testa egualmente fosca.
Il frutto è piccolo,
ma più grosso dell’Albicocca Lucente. Ha un tondo meno tornito, e una
struttura più pronunziata.
La buccia è bianca,
liscia e sfumata leggermente di rosso.
La polpa è
biancognola, fina, sugosa, delicatissima, e il suo nocciolo chiude una mandorla
dolce e gustosa.
Queste qualità non
sono apprezzate egualmente in tutti i paesi, perchè non sono da per tutto
accompagnate dalla stessa intensità di sapore, e forse ancora perchè i genii
non sono da per tutto gli stessi.
Nei paesi
meridionali esso ha un gusto grazioso, accompagnato da un poco di profumo, e
non la cede che alla Lucente, la quale sola lo sorpassa in sapore.
Nei paesi meno
caldi, come sarebbe il Piemonte e la Lombardia, la sua polpa è più acquea, ed
ha meno sale; quindi esso non vi gode la riputazione delle Albicocche gialle
che sono la specie favorita di quelle contrade.
La sua delicatezza
però è in tutti i paesi un carattere che lo distingue, e coloro che
preferiscono la morbidezza della polpa, e un sugo abbondante alla forza del
sapore, lo riguarderanno sempre come una delle migliori fra le Albicocche.
Il Genovesato è
pieno di questi frutti: essi abbondano pure nel Pisano e in tutti i paesi di
mare. Ne ho trovati molti anche in Piemonte ove sono conosciuti sotto il nome
di Albicocche di spalliera, e dove presentano, come da noi, un’infinità
di leggiere modificazioni di forma e di grossezza, che possono riguardarsi come
tante varietà, ma così poco distinte nei loro caratteri che non meritano di
essere separate.
La coltura dell’Alessandrino
a mandorla dolce non differisce da quella degli altri Albicocchi. Nei paesi
caldi esso non abbisogna di ripari, e vive in piena terra: nei climi meno
temperati egli esige la spalliera.
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testo
trascritto da Ivano Baldi (Genova)